{"id":52850,"date":"2026-10-10T08:00:00","date_gmt":"2026-10-10T06:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=52850"},"modified":"2026-10-09T17:41:14","modified_gmt":"2026-10-09T15:41:14","slug":"la-prova-alla-prova","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/10\/10\/la-prova-alla-prova\/","title":{"rendered":"La prova alla prova"},"content":{"rendered":"\n

Scopri <\/em>\u201cIl Grand Continent\u201d. Idee e analisi che non si troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n

La teoria politica classica vedeva nei dibattiti della sfera pubblica sia il riflesso che il baluardo della democrazia. Questo spazio sembra invece essere diventato il luogo in cui assistiamo, sgomenti, al crollo, lento eppure brutale, della sua struttura.<\/p>\n\n\n\n

Alcuni pensatori, come Chantal Mouffe, obietterebbero che la situazione \u00e8 meno grave di quanto sembri: il polemos<\/em> sarebbe la forma ordinaria, agonistica, del dibattito democratico. Il conflitto, e non il consenso, ne costituirebbe lo stato normale, se non addirittura auspicabile. Contrariamente a quella che Mouffe definisce \u00abillusione deliberativa\u00bb di Habermas, il conflitto sarebbe costitutivo di ogni politica autentica, poich\u00e9 i disaccordi profondi non si risolvono mai attraverso la discussione razionale: sono destinati a scontrarsi in modo duraturo. Lungi dall\u2019essere un malfunzionamento da correggere, il conflitto \u00e8 la sostanza stessa della politica, poich\u00e9 gli uomini e le donne, i loro interessi e i loro valori, sono di una pluralit\u00e0 irriducibile (ci\u00f2 che Mouffe definisce \u00abpluralismo agonistico\u00bb<\/em>). In questo senso, il conflitto politico \u00e8 \u00abtragico\u00bb: contrappone punti di vista inconciliabili.<\/p>\n\n\n\n

Se \u00e8 cos\u00ec, ci sono due possibilit\u00e0: o il nostro spazio pubblico non presenta alcun problema, oppure ci\u00f2 che in esso \u00e8 patologico va analizzato non come un fallimento del consenso, ma come una patologia del disaccordo stesso<\/em>. Mouffe lo suggerisce quando distingue l\u2019agonismo \u2013 relazione tra avversari che si riconoscono reciprocamente il diritto di esistere \u2013 dall\u2019antagonismo, quella divisione tra amico e nemico che porta alla guerra civile. In una democrazia pluralista, l\u2019oppositore non \u00e8 un nemico da abbattere, ma un avversario legittimo: si contestano con vigore le sue idee, mai il suo diritto di difenderle. Da qui la domanda: quando l\u2019avversario diventa nemico? E, pi\u00f9 fondamentalmente, cosa, nell\u2019architettura informativa dell\u2019attuale spazio pubblico, rende possibile questo passaggio? Se il male risiede meno nella nostra incapacit\u00e0 di trovare un accordo che in un disaccordo diventato patologico, \u00e8 proprio la struttura stessa delle controversie che occorre esaminare.<\/p>\n\n\n\n

Per comprenderne i meccanismi, formulo un assioma: la difesa di una causa giusta deve seguire la verit\u00e0 dei fatti, senza anticiparla n\u00e9 ignorarla. Proceder\u00f2 in modo induttivo ed empirico, mettendo a confronto due controversie \u2013 il caso Dreyfus e la disputa sulla qualifica di genocidio applicata alla guerra di Gaza \u2013 per mettere in luce la struttura portante del dibattito contemporaneo e, di conseguenza, il malessere che corrode lo spazio pubblico. Il confronto \u00e8 tanto pi\u00f9 giustificato in quanto il caso Dreyfus presenta tutte le caratteristiche delle polemiche violente: due schieramenti chiaramente identificabili, una stampa schierata, una polarizzazione che attraversa la societ\u00e0 fino al seno delle famiglie, accuse morali da entrambe le parti, tentativi di omicidio (contro Labori, l\u2019avvocato di Dreyfus, e contro lo stesso Dreyfus), forse persino un omicidio (la morte di Zola, asfissiato nel 1902 da un camino ostruito, potrebbe non essere stata accidentale). Il caso riuniva cos\u00ec tutti gli ingredienti della polarizzazione, fino alla violenza; e la frattura, lungi dal limitarsi agli intellettuali, attraversava l\u2019intera Francia. Ultimo punto in comune: entrambi i casi sollevano, ciascuno a modo proprio, la questione dell\u2019antisemitismo, uno su scala nazionale, l\u2019altro su scala mondiale. Per quanto profonde possano essere le loro differenze, si assomigliano abbastanza da rendere istruttivo un loro confronto.<\/p>\n\n\n\n

La verit\u00e0: una questione reale e verificabile<\/h2>\n\n\n\n

Nel settembre 1894, i servizi di controspionaggio militari francesi intercettarono presso l\u2019ambasciata tedesca a Parigi un documento anonimo, il \u00abbordereau\u00bb, una lettera manoscritta che annunciava la consegna di documenti militari riservati. Il documento dimostrava che un traditore, all\u2019interno dell\u2019esercito, forniva informazioni alla Germania, nemica della Francia sin dalla guerra del 1870.<\/p>\n\n\n\n

Il caso Dreyfus verteva su una questione precisa, fattuale, suscettibile di essere risolta: Dreyfus era colpevole di spionaggio? Per rispondere a questa domanda, furono raccolti documenti, perizie grafologiche, testimonianze e prove materiali. La polemica verteva su fatti tangibili e, soprattutto, tutti li consideravano verificabili. La prova migliore di questo consenso epistemologico: molti dei protagonisti cambiarono opinione nel corso degli eventi[nota]Jean-Denis Bredin, L’Affaire<\/em>, Parigi, Julliard, 1983 (traduzione inglese di Jeffrey Mehlman, *The Affair: The Case of Alfred Dreyfus*<\/em>, New York, George Braziller, 1986).[\/nota].<\/p>\n\n\n\n

Georges Picquart, il glorioso antisemita<\/h3>\n\n\n\n

L’ufficiale Georges Picquart condivideva i pregiudizi antisemiti dell’esercito del suo tempo. Nominato nel 1895 a capo del controspionaggio militare (la \u00absezione di statistica\u00bb), si trov\u00f2 di fronte a nuovi elementi. Nel marzo 1896, nel cestino della carta straccia dell\u2019addetto militare tedesco Schwartzkoppen fu rinvenuta una cartolina telegrafica strappata (un \u00abpetit bleu\u00bb) indirizzata al comandante Esterhazy, che rivelava i suoi rapporti con la Germania. Picquart confront\u00f2 la grafia di Esterhazy con quella della nota, il documento che aveva portato alla condanna di Dreyfus: erano identiche. La nota era stata scritta di proprio pugno da Esterhazy. Picquart si procur\u00f2 quindi il fascicolo segreto trasmesso illegalmente ai giudici del consiglio di guerra e scopr\u00ec che non conteneva quasi nulla di probatorio: la maggior parte dei documenti era estranea a Dreyfus o interpretata in modo improprio. Ne concluse l\u2019innocenza del capitano.<\/p>\n\n\n\n

Quando rifer\u00ec la sua scoperta al proprio superiore, il generale Gonse, questi si irrit\u00f2: il caso era chiuso, non sarebbe stato riaperto solo perch\u00e9 quell\u2019uomo era innocente. Picquart rifiut\u00f2 di cedere; per zittirlo, lo spedirono in Tunisia. Temendo per la propria vita, nel 1897 confid\u00f2 segretamente le sue scoperte al proprio avvocato, Louis Leblois; queste giunsero cos\u00ec al vicepresidente del Senato, Auguste Scheurer-Kestner.<\/p>\n\n\n\n

Esterhazy, processato davanti a un consiglio di guerra, fu assolto l\u201911 gennaio 1898, mentre Picquart fu arrestato proprio nel momento in cui Zola pubblicava *J\u2019accuse<\/em>*. Il 22 settembre 1898 fu rinchiuso nella prigione militare del Cherche-Midi, la stessa in cui era stato detenuto Dreyfus prima del processo.<\/p>\n\n\n\n

Picquart, il cui ruolo fu decisivo, inizialmente non nutriva alcuna simpatia per Dreyfus: lo riteneva colpevole, era legato all\u2019esercito e intendeva difendere la sua versione dei fatti. Se cambi\u00f2 idea, fu per ragioni puramente documentarie. Rappresenta il caso esemplare di un uomo condotto dai fatti contro i propri interessi e, soprattutto, contro le proprie convinzioni<\/em>. Le prove lo convinsero intellettualmente prima di coinvolgerlo moralmente. La reazione dei suoi superiori (insabbiare le sue scoperte, fabbricare nuove prove false e infine imprigionarlo) non fece altro che confermare che la condanna di Dreyfus si basava su una menzogna. Bisogna rendere omaggio a quest\u2019uomo che seppe anteporre la verit\u00e0 sia alla sua lealt\u00e0 verso l\u2019istituzione che serviva, sia ai propri pregiudizi antisemiti.<\/p>\n\n\n\n

Jean Jaur\u00e8s, una conversione ideologica<\/h3>\n\n\n\n

Il percorso di Jaur\u00e8s, pi\u00f9 complesso, \u00e8 politicamente pi\u00f9 istruttivo. Inizialmente indifferente, se non addirittura riluttante, nei confronti della causa di Dreyfus, non era del tutto immune dall\u2019antisemitismo diffuso all\u2019epoca. La sua visione socialista lo portava a vedere nell\u2019Affare una disputa borghese tra un ricco ufficiale ebreo e l\u2019istituzione militare, due parti nessuna delle quali rappresentava la classe operaia.<\/p>\n\n\n\n

Ma man mano che la colpevolezza di Esterhazy diventava difficile da negare e le manovre dello Stato Maggiore venivano alla luce, Jaur\u00e8s comprese che la coalizione antidreyfusarda (l\u2019esercito, la Chiesa, i monarchici) incarnava le forze reazionarie che il socialismo doveva sconfiggere. L\u2019Affare divenne per lui una battaglia per la Repubblica. Si immerse nei resoconti dei processi e pubblic\u00f2, nell\u2019autunno del 1898, *Les Preuves*<\/em>, una confutazione metodica dell\u2019accusa. In particolare, dimostrava che il fascicolo segreto era stato comunicato ai giudici all\u2019insaputa dell\u2019avvocato di Dreyfus, in spregio alle regole pi\u00f9 elementari dello Stato di diritto. \u00abTeniamo a fornire al proletariato gli elementi di discussione e di prova<\/em> che abbiamo raccolto\u00bb, scriveva nella prefazione (il grassetto \u00e8 nostro). Anche per lui le prove venivano prima di tutto, l\u2019imperativo morale poi. Anche in questo caso occorre rendere omaggio a Jaur\u00e8s, che seppe cambiare prospettiva politica e rivedere le proprie categorie di analisi. <\/p>\n\n\n\n

\u00c9mile Zola, da osservatore a protagonista<\/h3>\n\n\n\n

Zola seguiva il caso con crescente disagio. Cambi\u00f2 idea nell\u2019autunno del 1897, dopo aver ascoltato Scheurer-Kestner e aver esaminato il fascicolo che dimostrava l\u2019innocenza di Dreyfus. Cap\u00ec che ci voleva uno shock spettacolare per far uscire l\u2019opinione pubblica dall\u2019impasse. La sua lettera aperta mirava deliberatamente a provocare un processo per diffamazione, nel corso del quale le prove sarebbero state portate alla luce. Ancor pi\u00f9 dei fatti stessi, fu proprio la<\/em> loro occultamento<\/em> a spingerlo ad agire: lo riteneva moralmente intollerabile.<\/p>\n\n\n\n

Il colonnello Henry aveva falsificato alcuni documenti per colmare le lacune del fascicolo autentico. Quando questi furono smascherati, nell\u2019agosto del 1898, e lui si tolse la vita nella sua cella del Mont-Val\u00e9rien, molti anti-dreyfusardi ne rimasero sconvolti. Il caso si concluse con una grazia (1899), una legge di amnistia (1900) e una sentenza della Corte di cassazione del 1906 che annull\u00f2 il verdetto senza rinvio a un nuovo tribunale. Sebbene le loro motivazioni fossero pi\u00f9 politiche che morali, le istituzioni non poterono comunque che cedere di fronte al corpus probatorio: Dreyfus fu riabilitato lo stesso anno. Se la polemica si concluse sostanzialmente, fu perch\u00e9 aveva avuto un oggetto chiaro e ben definito e aveva rispettato le regole relative all\u2019amministrazione delle prove.<\/p>\n\n\n\n

Nel caso Dreyfus, i fatti assunsero un ruolo di primo piano e finirono per conquistare, se non il campo antidreyfusardo, almeno molti di coloro che avrebbero potuto rimanere indifferenti. La frode istituzionale (prove fabbricate, udienze a porte chiuse, false testimonianze) aveva addirittura accelerato il crollo della posizione antidreyfusarda: ogni frode rivelata screditava l\u2019intero edificio, poich\u00e9 ciascuna delle due fazioni si reggeva esclusivamente sulla propria affidabilit\u00e0 epistemica. Il fronte antidreyfusardo si era infine rivelato indifferente al regime probatorio, proprio mentre quest\u2019ultimo aveva prevalso nelle istituzioni<\/em> (la Corte di cassazione, la Repubblica).<\/p>\n\n\n\n

La figura dell’intellettuale: la sua origine e la sua legittimit\u00e0<\/h2>\n\n\n\n

Il sostantivo \u00abintellettuale\u00bb<\/a> si \u00e8 affermato durante l\u2019affare Dreyfus. Gli antidreyfusardi, con Barr\u00e8s in testa, lo utilizzarono per deridere Zola e i firmatari delle petizioni dreyfusarde: nei loro scritti, il termine aveva un\u2019accezione dispregiativa. L\u2019affare ha cos\u00ec coniato la figura dell\u2019intellettuale che difende con un unico slancio la verit\u00e0 e i principi morali ad essa legati, ormai indissolubilmente uniti.<\/p>\n\n\n\n

Questa figura si fonda su un\u2019autorit\u00e0 di tipo particolare. Zola non \u00e8 n\u00e9 un giurista, n\u00e9 un militare, n\u00e9 un politico: \u00e8 un famoso romanziere, che interviene in nome dell\u2019autorevolezza morale che gli deriva dai suoi romanzi naturalisti e dalla sua rappresentazione del mondo operaio. Il suo \u00abJ’accuse\u00bb<\/em> trae la sua forza dal fatto che egli non \u00e8 parte in causa nel conflitto, come invece potevano esserlo Bernard Lazare o Mathieu Dreyfus. Non \u00e8 ebreo, n\u00e9 lo sono la maggior parte dei difensori di Dreyfus, da Anatole France a Jaur\u00e8s, da Charles P\u00e9guy a Octave Mirbeau, solo per citarne alcuni; quanto alle origini ebraiche di Proust, da parte di madre, esse non hanno nulla a che vedere con il suo impegno. Questi intellettuali potevano presentarsi in modo convincente come estranei al gruppo a cui Dreyfus era assegnato, e quindi disinteressati (molti avevano pi\u00f9 da perdere che da guadagnare nel difendere un capitano ebreo). Una tale posizione disinteressata<\/em> poteva, al contempo, aspirare all\u2019universalit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

Zola non era solo famoso: era moralmente serio<\/em>, nel senso inteso dal XIX secolo. I Rougon-Macquart<\/em> lo avevano trasformato nell\u2019intrepido investigatore della verit\u00e0 sociale, e la sua autorit\u00e0 letteraria si era trasformata in autorit\u00e0 epistemica. Rari erano coloro che potevano rivolgersi all\u2019intera nazione, e questa rarit\u00e0 conferiva peso a ogni voce; quella di Zola riusciva a raggiungere un pubblico di indecisi.<\/p>\n\n\n\n

La lentezza, segno di seriet\u00e0<\/h2>\n\n\n\n

Il caso dur\u00f2 dodici anni, dal 1894 al 1906. Nel corso di quei dodici anni, le argomentazioni si accumularono, le prove emersero poco a poco, le posizioni si evolvettero e alcuni cambiarono schieramento dopo aver esaminato i fatti. I resoconti stenografici delle udienze permettevano al pubblico di seguire i dibattiti parola per parola; si leggevano opuscoli e libri. La polemica era approfondita perch\u00e9 aveva tempo a disposizione.<\/p>\n\n\n\n

Dodici anni sono sufficienti per sconvolgere profondamente la vita politica. Lo scandalo ampli\u00f2 il divario tra repubblicani e antiripubblicani; contribu\u00ec persino a rafforzare l\u2019unit\u00e0 del campo repubblicano. La vicenda fu presa cos\u00ec sul serio che diverse personalit\u00e0 di primo piano dovettero dimettersi man mano che la verit\u00e0 veniva alla luce: il capo di Stato Maggiore Boisdeffre si dimise all\u2019indomani delle confessioni di Henry, nell\u2019agosto 1898, e il ministro della Guerra Cavaignac pochi giorni dopo. Anche in questo caso, la lentezza del processo e la gravit\u00e0 di queste dimissioni attestavano la seriet\u00e0 dell\u2019Affaire. <\/p>\n\n\n\n

Il caso del \u201cgenocidio\u201d a Gaza<\/h2>\n\n\n\n

Parlo di \u00abcaso\u00bb in riferimento all\u2019accusa di genocidio a Gaza perch\u00e9, come nel caso Dreyfus, viene mossa un\u2019accusa di estrema gravit\u00e0, questa volta contro uno Stato. Portata davanti alla giustizia e ampiamente contestata, a molti sembra motivata dall\u2019antisemitismo. Essa contrappone due schieramenti politici fortemente antagonisti e suscita manifestazioni e violenze antisemite. L\u2019accusa non \u00e8 pi\u00f9 quella di alto tradimento, ma quella del \u00abcrimine dei crimini\u00bb.<\/p>\n\n\n\n

In quanto categoria giuridica e morale, il genocidio \u00e8 stato spesso riconosciuto solo a posteriori<\/em>. Il genocidio armeno non \u00e8 stato quasi mai definito come tale per decenni. La Shoah \u00e8 stata pienamente riconosciuta solo anni dopo i fatti. In Ruanda, nel 1994, mentre i massacri erano in corso, i responsabili occidentali si sforzavano di evitare quella parola e parlavano di \u00abatti di genocidio\u00bb per sottrarsi ai propri obblighi giuridici. Ci sono voluti anni di procedimenti affinch\u00e9 il genocidio di Srebrenica fosse giuridicamente accertato. Lo schema si ripete: l\u2019atrocit\u00e0 avviene, le prove si accumulano per mesi o anni, ricercatori e giuristi discutono sulle definizioni, le istituzioni finiscono per pronunciarsi, quando lo fanno. Il termine \u00abgenocidio\u00bb arrivava in ritardo, con grande peso, al termine di una lunga deliberazione e sulla base di prove schiaccianti \u2013 se alcuni negano ancora Srebrenica, non \u00e8 per mancanza di prove. Su cosa si basa, quindi, l\u2019accusa secondo cui la massiccia risposta di Israele a Gaza costituirebbe un genocidio?<\/p>\n\n\n\n

Analisi delle prove a sostegno delle accuse di genocidio mosse contro Israele<\/h2>\n\n\n\n

Il caso Dreyfus si \u00e8 svolto in un mondo in cui l\u2019occultamento dei fatti<\/em> costituiva il principale ostacolo alla verit\u00e0. L\u2019esercito nascondeva documenti, fabbricava prove, controllava ci\u00f2 che l\u2019opinione pubblica poteva sapere. La forza retorica di Picquart e Zola derivava dalla rivelazione<\/em>: ecco cosa hanno nascosto! Questa rivelazione aveva un valore sia probatorio che morale, poich\u00e9 l\u2019occultamento suscitava scandalo.<\/p>\n\n\n\n

Gaza pone il problema opposto, quello di una sovrabbondanza di documentazione: immagini satellitari, testimonianze, bilanci delle vittime, ricorsi presentati dinanzi alla Corte internazionale di giustizia, indagini dell\u2019ONU, filmati. L\u2019ostacolo non \u00e8 la mancanza di prove, ma l\u2019impossibilit\u00e0 che ciascuna di esse diventi determinante in uno spazio informativo saturo e frammentato, dove ogni documento viene immediatamente inserito in un quadro morale prestabilito. Ecco perch\u00e9 l\u2019architettura giuridica del genocidio \u00e8 stata ignorata e il verdetto \u00e8 stato emesso dall\u2019opinione pubblica[nota]Jo\u00ebl Kotek, Il genocidio alla prova di Gaza<\/em>, Hermann, 2026.[\/nota]. <\/p>\n\n\n\n

La soglia giuridica dell\u2019\u00abintenzione genocida\u00bb \u00e8 estremamente elevata<\/h3>\n\n\n\n

Affinch\u00e9 l\u2019accusa sia fondata, deve dimostrare il \u201cdolus specialis\u201d<\/em>, ovvero l\u2019intenzione specifica e dimostrabile di distruggere un gruppo in quanto tale<\/em>, e non come conseguenza inevitabile di operazioni militari, per quanto orribili possano essere i risultati.<\/p>\n\n\n\n

Secondo una giurisprudenza internazionale consolidata, gli atti di genocidio devono mirare deliberatamente alla distruzione del gruppo. Il passaggio da un criterio volitivo (volere la distruzione) a un criterio cognitivo (prevedere che essa sia probabile) ha permesso di offuscare la questione centrale dell\u2019accusa, quella dell\u2019intenzione, per quanto riguarda la responsabilit\u00e0 di uno Stato[nota]Corte internazionale di giustizia, Bosnia contro Serbia,<\/em> sentenza del 26 febbraio 2007; Croazia contro Serbia<\/em>, sentenza del 3 febbraio 2015.[\/nota]. Anche se prevedibile, un numero elevato di vittime civili non costituisce giuridicamente un genocidio se l\u2019intenzione non \u00e8 quella di distruggere il gruppo. Tuttavia, in assenza di un\u2019indagine ufficiale portata a termine, non sappiamo ancora quali fossero gli ordini e le intenzioni dell\u2019esercito, n\u00e9 se la morte dei civili fosse voluta in quanto tale (i danni collaterali, per quanto dolorosi, non rientrano nella definizione di genocidio).<\/p>\n\n\n\n

Un uso selettivo e decontestualizzato delle dichiarazioni come prove<\/h3>\n\n\n\n

Per dimostrare l\u2019intenzionalit\u00e0, il Sudafrica, che ha adito la Corte internazionale di giustizia, si \u00e8 basato su una raccolta di dichiarazioni di esponenti politici israeliani. Il team legale israeliano ha ribattuto che si trattava di affermazioni estrapolate dal contesto, semplici \u00abdichiarazioni sparse\u00bb. Amos Yadlin, ex capo dei servizi segreti militari israeliani, ha giudicato infondata l\u2019accusa: l\u2019obiettivo, secondo lui, era quello di distruggere Hamas, non i palestinesi[nota]Majd Al-Waheidi, \u00abA question of intent: Is what\u2019s happening in Gaza genocide?<\/a>\u00bb, NPR<\/em>, 25 settembre 2025.[\/nota]. John Spencer, ufficiale americano in pensione ed esperto di guerra urbana, pur riconoscendo l\u2019entit\u00e0 delle distruzioni, ha sostenuto che Israele non stesse commettendo un genocidio, invocando \u00abla mole di prove di ci\u00f2 che Israele sta facendo per preservare le infrastrutture, la vita dei civili e per fornire servizi\u00bb[nota]Steve Inskeep, \u00abWar scholar discusses why he does not think there is a genocide in <\/a>Gaza\u00bb, NPR<\/em>, 29 luglio 2025.[\/nota].<\/p>\n\n\n\n

Il rapporto di Amnesty International pubblicato nel dicembre 2024 giungeva invece alla conclusione che si trattasse di un genocidio. A tal fine si basava in gran parte sulle dichiarazioni di responsabili politici, per lo pi\u00f9 privi di autorit\u00e0 su Tsahal, e non attribuiva alcun peso agli elementi contrari: i richiami del procuratore generale militare di Tsahal sul dovere dei soldati di rispettare il diritto bellico, i resoconti declassificati del gabinetto che ordinavano all\u2019esercito di aumentare gli aiuti umanitari a Gaza, o gli avvertimenti che esortavano la popolazione civile a evacuare le proprie abitazioni. La sezione israeliana di Amnesty International, la pi\u00f9 vicina agli eventi e al campo, aveva invece preso le distanze dal rapporto dell\u2019organizzazione madre dopo la sua pubblicazione. Questo disaccordo non ha dato luogo ad alcuna discussione, n\u00e9 a alcuna deliberazione sui metodi di analisi e raccolta delle prove: la sezione israeliana \u00e8 stata sospesa per due anni nel gennaio 2025 ed \u00e8 oggi definitivamente chiusa. <\/p>\n\n\n\n

Citare le dichiarazioni incendiarie di personaggi di secondo piano, tralasciando tutti gli elementi contrari, costituisce un vizio probatorio, tanto pi\u00f9 che gli indizi attestano una distruzione massiccia quanto una politica sistematica che va nella direzione opposta (l\u2019esercito israeliano, ad esempio, ha autorizzato la distribuzione di vaccini o ha cercato di allontanare i civili dal pericolo tramite migliaia di messaggi di avvertimento). L\u2019accusa di genocidio richiede un lento accumulo di prove dell\u2019intenzionalit\u00e0, che forse emerger\u00e0 al termine dell\u2019indagine ma che per ora manca. Ci\u00f2 che sappiamo invece con certezza \u00e8 che vi sono elementi sufficienti a contraddire la tesi del genocidio, tanto da poter affermare, con la necessaria umilt\u00e0 di fronte a un\u2019accusa cos\u00ec grave: non sappiamo se ci sia stato un genocidio. <\/p>\n\n\n\n

La confusione tra crimini di guerra e genocidio<\/h3>\n\n\n\n

Israele ha probabilmente commesso gravi violazioni del diritto internazionale umanitario, ma queste non costituiscono, di per s\u00e9, un genocidio. Il suo rappresentante legale, Christopher Staker, ha sostenuto dinanzi alla Corte internazionale di giustizia che \u00able morti inevitabili e le sofferenze umane proprie di ogni conflitto non costituiscono di per s\u00e9 un comportamento che dimostri in modo plausibile un intento genocida\u00bb[nota]\u00abIsrael rejects accusations of genocide in Gaza war at ICJ <\/a>hearing\u00bb, Al Jazeera<\/em>, 12 gennaio 2024.[\/nota].<\/p>\n\n\n\n

I ricercatori del Centro Begin-Sadat dell\u2019Universit\u00e0 Bar-Ilan hanno sostenuto che, per dimostrare il genocidio, chi accusa Israele dovrebbe dimostrare che esso abbia cercato di massimizzare<\/em> il numero delle vittime civili e che le numerose misure adottate per ridurle, per quanto imperfette, rendono l\u2019accusa insostenibile. N\u00e9 le probabili violazioni del diritto bellico n\u00e9 la decisione, per quanto catastrofica, di bloccare gli aiuti umanitari per undici settimane nella primavera del 2025 costituiscono un genocidio. Danny Orbach, storico militare presso l\u2019Universit\u00e0 Ebraica di Gerusalemme e autore principale dello studio, ha affermato che l\u2019accusa \u00ab\u00e8 insostenibile alla luce delle misure adottate da Israele per ridurre le vittime civili, anche se le Forze di Difesa di Israele (Tsahal) non abbiano cercato di ridurre al minimo i danni collaterali nel 100% dei casi, e anche se tali misure non sono sempre state efficaci\u00bb[nota]Jeremy Sharon, \u00abLe accuse di genocidio a Gaza si basano su fatti distorti, a volte deliberatamente, afferma l\u2019autore dello studio<\/a>\u00bb, The Times of Israel<\/em>, 22 settembre 2025.[\/nota]. Ci\u00f2 che urta la sensibilit\u00e0 morale e umanitaria non costituisce, di per s\u00e9, un verdetto giuridico. Questa distinzione, pur essendo elementare, non sappiamo pi\u00f9 farla. <\/p>\n\n\n\n

Attenuare il genocidio<\/h3>\n\n\n\n

Quando le prove sono inconsistenti, rimane un unico rimedio: ampliare e rendere pi\u00f9 flessibile, in modo deliberato, la definizione di genocidio. Affinch\u00e9 la guerra a Gaza possa essere qualificata come genocidio, Amnesty International ha esplicitamente criticato come \u00abtroppo restrittiva\u00bb la definizione adottata dalla giurisprudenza internazionale, in particolare i criteri della Corte internazionale di giustizia (CIJ), che renderebbero molto difficile la qualificazione di genocidio in un conflitto armato. Ha preferito un approccio pi\u00f9 \u00abflessibile\u00bb, deducendo l\u2019intenzione da schemi comportamentali, dichiarazioni dei responsabili e dall\u2019entit\u00e0 delle distruzioni. Riguardo al criterio della Corte internazionale di giustizia, secondo cui l\u2019intenzione genocida deve essere l\u2019unica conclusione ragionevole che si possa trarre dai fatti, il rapporto afferma: \u00abCome illustrato di seguito, Amnesty International ritiene che si tratti di un\u2019interpretazione troppo restrittiva della giurisprudenza internazionale, che di fatto escluderebbe qualsiasi conclusione di genocidio nel contesto di un conflitto armato. \u00bb Amnesty ha quindi scartato il criterio giurisprudenziale di riferimento e lo ha rimodellato per far rientrare l\u2019azione militare a Gaza nel proprio scenario. Il procedimento lascia perplessi. <\/p>\n\n\n\n

Il rapporto afferma inoltre di non aver \u00abtrovato alcuna prova, in nessuno dei casi, dell\u2019esistenza di un obiettivo militare legittimo sul luogo dell\u2019attacco o nelle vicinanze\u00bb. Ma il fatto di non trovare traccia di un obiettivo militare non dimostra che l\u2019intenzione fosse quella di colpire i civili, tanto meno di commettere un genocidio. L\u2019assenza di prove relative a un obiettivo militare non equivale alla prova che i civili fossero stati presi di mira: Amnesty, tuttavia, equipara l\u2019una all\u2019altra, ricorrendo a un sofisma probatorio elementare. <\/p>\n\n\n\n

La strana distorsione dell’ordinanza della Corte internazionale di giustizia<\/h3>\n\n\n\n

La principale fonte di confusione nel dibattito pubblico deriva dal fatto che l\u2019ordinanza sulle misure cautelari emessa dalla Corte internazionale di giustizia il 26 gennaio 2024 \u00e8 stata interpretata come una decisione nel merito. La Corte stessa, tuttavia, afferma: \u00abIn questa fase del procedimento, [\u2026] la Corte non \u00e8 chiamata a pronunciarsi in via definitiva sull\u2019esistenza dei diritti che il Sudafrica intende far tutelare. Deve solo determinare se i diritti rivendicati dal Sudafrica e per i quali chiede tutela siano plausibili. \u00bb[nota]Ryan Goodman e Siven Watt, \u00abUnpacking the Int\u2019l Court of Justice Judgment in South Africa v Israel (Genocide Case)<\/a>\u00bb, Just Security<\/em>, 26 gennaio 2024.[\/nota] Giudicare una pretesa \u00abplausibile\u00bb \u2013 il che \u00e8 sufficiente per ordinare misure cautelari \u2013 non significa stabilire che si sia verificato un genocidio, ma solo riconoscere che la questione merita di essere esaminata (e sono la prima a esigere che tale esame abbia luogo). L\u2019ordinanza \u00e8 stata tuttavia ampiamente interpretata come un verdetto, cosa che non era affatto.<\/p>\n\n\n\n

Il 29 aprile 2026, Karim Khan, procuratore della Corte penale internazionale (CPI) allora in congedo, ha concesso un\u2019intervista molto discussa al giornalista Mehdi Hasan per la sua piattaforma Zeteo. Hasan lo ha esortato pi\u00f9 volte a dichiarare che le azioni di Israele a Gaza costituivano un genocidio. Khan, che non \u00e8 affatto un simpatizzante di Israele (\u00e8 stato proprio lui a richiedere nel 2024 i mandati di arresto contro Benyamin Netanyahu e Yoav Gallant), si \u00e8 rifiutato di farlo: \u00abBisognerebbe essere un procuratore imprudente per agire semplicemente sotto la pressione dell\u2019opinione pubblica. Si agisce sulla base delle prove.\u00bb[nota]\u00abKarim Khan\u2019s <\/a>truths\u00bb, JusticeInfo.net<\/em>, 5 maggio 2026.[\/nota]<\/p>\n\n\n\n

Khan si \u00e8 rifiutato di confermare il verdetto di genocidio, forse per indicare che le prove non erano ancora state raccolte<\/em>. Quando Hasan ha obiettato che \u00abpraticamente tutti gli esperti\u00bb parlano di genocidio, lui \u00e8 rimasto fermo sulla sua posizione: \u00abnessun crimine \u00e8 escluso se le prove ci sono\u00bb, ha affermato, senza per\u00f2 dire che tali prove esistessero.<\/p>\n\n\n\n

Questa dichiarazione avrebbe dovuto produrre due effetti: sospendere l\u2019accusa fino al completamento dei lavori della Corte e spostare il dibattito sulla proporzionalit\u00e0 della risposta israeliana e sulle sue violazioni del diritto bellico. Non \u00e8 stato cos\u00ec; i giornali e i social media hanno dato pochissimo risalto alla precisazione. La parte dell\u2019accusa \u00e8 in realt\u00e0 indifferente<\/em> alle procedure giudiziarie, alle definizioni giuridiche e alle prove concrete. Queste procedure, che erano al centro del caso Dreyfus, qui sono discretamente scomparse. A esse si preferisce l\u2019infamia che porta con s\u00e9 una parola carica di storia. <\/p>\n\n\n\n

La velocit\u00e0 dell’informazione<\/h2>\n\n\n\n

A pochi giorni dall\u2019inizio della risposta israeliana, nell\u2019ottobre 2023, accademici, attivisti e intellettuali parlavano gi\u00e0 di genocidio. Gi\u00e0 il 13 ottobre, Raz Segal, uno storico israeliano specializzato in genocidi allora poco conosciuto, definiva su Jewish Currents<\/em> le operazioni israeliane un \u00abcaso da manuale di genocidio\u00bb. Formulata quasi all\u2019indomani dello scoppio della guerra, questa tesi fu immediatamente presa sul serio dai media e dagli attivisti.<\/p>\n\n\n\n

Il 29 dicembre 2023, a meno di tre mesi dall\u2019inizio della guerra, il Sudafrica ha adito la Corte internazionale di giustizia (CIG) sulla base della Convenzione del 1948 per la prevenzione e la repressione del crimine di genocidio, sostenendo che Israele stesse commettendo un genocidio contro i palestinesi di Gaza. (L\u2019unico precedente pi\u00f9 rapido \u00e8 quello dell\u2019Ucraina, che si \u00e8 rivolta alla Corte internazionale di giustizia due giorni dopo l\u2019invasione russa, ma proprio per denunciare l\u2019uso improprio che Putin faceva dell\u2019accusa di genocidio.)<\/p>\n\n\n\n

Concepita per processi istituzionali lenti, l\u2019architettura giuridica della Convenzione si \u00e8 trovata ad essere applicata a una velocit\u00e0 per la quale non era mai stata pensata. Appena avviata la risposta a Gaza, la decisione era gi\u00e0 stata presa e applicata con autorit\u00e0 a una situazione notoriamente avvolta nella nebbia della guerra.<\/p>\n\n\n\n

Il \u201cJ\u2019accuse\u201d<\/em> di Zola traeva in parte la sua forza dal fatto che arrivava dopo oltre tre anni di raccolta di documenti, ricorsi respinti, prove di falsificazione e scoperte insabbiate. Dreyfus era un solo uomo, il suo caso era semplice, eppure ci vollero tre anni perch\u00e9 la verit\u00e0 venisse alla luce. L\u2019intervento di Zola coronava un lungo processo probatorio, e la sua autorevolezza derivava anche da questa sua tardivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

Le accuse relative a Gaza sono state formulate con una rapidit\u00e0 sbalorditiva, all\u2019inizio della guerra, e non nel corso o al termine della stessa. Ecco perch\u00e9 danno l\u2019impressione di aver ignorato il concetto stesso di prova. Intendiamoci: questa tempestivit\u00e0 non \u00e8 sempre un male, poich\u00e9 la Convenzione mira proprio a consentire l\u2019allerta precoce, affinch\u00e9 il \u00abmai pi\u00f9\u00bb non rimanga un rimpianto retrospettivo. Ma un\u2019allerta non \u00e8 un\u2019accusa. L\u2019accusa, invece, criminalizza un\u2019entit\u00e0 senza sostenere il peso di una prova che non ha ancora raccolto, in un contesto informativo che non aspetta altro che ci\u00f2 avvenga.<\/p>\n\n\n\n

Con questa documentazione in tempo reale, lo spirito investigativo cessa di operare. Immagini satellitari, dichiarazioni filmate di funzionari israeliani, bilanci quotidiani delle vittime: il dossier sembrava costituirsi da solo, pubblicamente e istantaneamente, come se portasse in s\u00e9 la propria evidenza e rendesse superflua l\u2019indagine. Durante i genocidi precedenti, era stato necessario riesumare pazientemente i documenti. In questo caso, invece, si diffondevano da soli, e l\u2019interpretazione non doveva fare altro che attingere senza sforzo al vecchio serbatoio degli stereotipi antisemiti. <\/p>\n\n\n\n

Questa rapida diffusione ha cancellato le distinzioni tra sproporzionalit\u00e0, crimini di guerra, crimini contro l\u2019umanit\u00e0 e genocidio. Una volta entrato nella cerchia degli attivisti, delle reti e dei media, il termine perdeva la sua definizione giuridica per diventare un\u2019accusa infamante. Una volta pronunciato, diventava difficile contestarlo senza essere accusati di \u00abnegazionismo\u00bb. Dotato di un\u2019autorit\u00e0 morale performativa, privava di legittimit\u00e0 le condizioni fondamentali dell\u2019esercizio della giustizia: la sospensione del giudizio fino al verdetto, lo scrupolo epistemologico, la capacit\u00e0 di soppesare elementi contraddittori in una situazione complessa come quella della guerra. <\/p>\n\n\n\n

Il crollo dell’intellettuale autorevole<\/h2>\n\n\n\n

Un\u2019altra differenza lampante rispetto al caso Dreyfus: la posizione sociale di chi accusa. Sotto la Terza Repubblica, era l\u2019esercito a produrre falsi grossolani e prove talmente fragili da poter essere efficacemente contestate. Nel caso di Gaza, \u00e8 proprio la fazione che si autodefinisce erede dei dreyfusardi (un intero ecosistema di ONG ed esperti di genocidi, sostenuto da media, blogger, tiktoker e attivisti) a ignorare le prove.<\/p>\n\n\n\n

Questo ecosistema ha immediatamente amplificato i giudizi preliminari, aggirando la procedura deliberativa a cui si ricorre normalmente. Ricercatori come Segal o Bartov, ritenendosi autorizzati a decidere, hanno sottratto l\u2019accusa a qualsiasi procedura deliberativa (il secondo, \u00e8 vero, \u00e8 entrato nel dibattito un po\u2019 pi\u00f9 tardi del primo).<\/p>\n\n\n\n

Nel giro di poche settimane, il termine \u201cgenocidio\u201d \u00e8 passato dai media alle associazioni universitarie, alle ONG e all\u2019ONU. Attraverso un meccanismo tipico di ci\u00f2 che i sociologi chiamano \u00abisomorfismo istituzionale\u00bb (l\u2019imitazione), unito all\u2019autorit\u00e0 simbolica conferita dallo status accademico, gli attivisti hanno fatto propria una realt\u00e0 prodotta dalle istituzioni. Obiettivata da istanze giudiziarie male interpretate, da rapporti delle ONG che hanno stravolto la definizione di genocidio e dalla ripetizione senza fine dei troll sui social network, l\u2019etichetta di \u00abgenocidio\u00bb \u00e8 diventata un dato di fatto. Insieme, queste organizzazioni producono ci\u00f2 che sembra un\u2019evidenza<\/em> ma non \u00e8 altro che un effetto di autorit\u00e0: si riconosce qui ci\u00f2 che Berger e Luckmann hanno definito la costruzione sociale della realt\u00e0[nota]Peter L. Berger e Thomas Luckmann, The Social Construction of Reality: A Treatise in the Sociology of Knowledge<\/em>, New York, Anchor Books\/Doubleday, 1966 (trad. fr. La Construction sociale de la r\u00e9alit\u00e9<\/em>)[\/nota].<\/p>\n\n\n\n

Questa realt\u00e0 \u00e8 stata resa possibile da un\u2019infrastruttura giuridica e accademica preesistente<\/em>: una comunit\u00e0 di esperti in materia di genocidio, giuristi internazionali e organizzazioni per la difesa dei diritti umani, pronta ad applicare rapidamente tale quadro normativo. La Convenzione sul genocidio, la Corte internazionale di giustizia (CIJ) e l\u2019intero apparato del diritto internazionale umanitario potevano essere mobilitati su richiesta. Se il Sudafrica \u00e8 riuscito a presentare la propria richiesta in poche settimane, \u00e8 in parte perch\u00e9 la natura stessa di tale richiesta era gi\u00e0 ben definita. Raz Segal e Omer Bartov hanno sostenuto che quanto stava accadendo rispondeva alle definizioni giuridiche e storiche di genocidio, ma ragionavano partendo dalla teoria e dalla loro opinione, non dai fatti e dalle sentenze giudiziarie. Bartov, che nel novembre 2023 affermava che non si trattasse ancora di genocidio, ha poi cambiato idea. In un editoriale del New York Times<\/em> dal titolo curioso \u00abSono uno studioso di genocidi. Lo riconosco quando lo vedo\u00bb[nota]Omer Bartov, \u00abI’m a Genocide Scholar. I Know It When I See It\u00bb, The New York Times<\/em>, 15 luglio 2025.[\/nota], lo storico della Shoah affermava, dall\u2019alto della sua cattedra universitaria, di vedere<\/em> un genocidio. In realt\u00e0, non aveva visto nulla: non poteva entrare a Gaza, poich\u00e9 il governo israeliano ne aveva vietato l\u2019accesso sia ai giornalisti che ai ricercatori. Si basava sulle dichiarazioni dei leader israeliani e sulle immagini delle distruzioni di massa a Gaza: ospedali, universit\u00e0, scuole, moschee, siti del patrimonio culturale, impianti di depurazione e terreni agricoli. Vi vedeva una politica volta a rendere impossibile \u00abla rinascita della vita palestinese\u00bb, confondendo le devastazioni e gli effetti della guerra con l\u2019intenzione genocida. Effetti e intenzioni devono rimanere categorie analitiche distinte. Questi ricercatori probabilmente non sono antisemiti. Hanno proiettato le loro categorie analitiche su un evento confuso, e giornali e social network, spesso animati da intenzioni malevole, si sono affrettati a riprendere le loro affermazioni.<\/p>\n\n\n\n

Questo processo di proiezione \u00e8 ben noto alle scienze sociali. Lo psicologo Nick Haslam ha proposto il concetto di \u00abestensione concettuale\u00bb (concept creep<\/em>) per descrivere l\u2019ampliamento di determinati concetti, sia in senso orizzontale (a nuovi fenomeni) che in senso verticale (a casi meno gravi)[nota]Nick Haslam, \u00abConcept Creep: Psychology’s Expanding Concepts of Harm and Pathology\u00bb<\/a>, Psychological Inquiry<\/em>, vol. 27, n. 1, 2016, pp. 1-17.[\/nota]. Cos\u00ec il \u00abtrauma\u00bb si applica ormai indifferentemente alla famiglia, al lavoro o alla guerra, il che rende il concetto al tempo stesso vago ed eccessivamente ampio. Anche il \u00abgenocidio\u00bb sembra seguire un percorso simile. Perch\u00e9 questa estensione concettuale? Quattro caratteristiche della sociologia delle comunit\u00e0 scientifiche lo spiegano. Gli interessi professionali<\/em>: ampliare un concetto significa disporre di un maggior numero di eventi da studiare e insegnare, organizzare pi\u00f9 convegni, ottenere pi\u00f9 citazioni e una maggiore risonanza pubblica. L\u2019imprenditoria morale<\/em>: Howard Becker ha coniato il concetto di \u00abimprenditori della morale\u00bb per indicare gli attori, esperti e attivisti, che si adoperano per far riconoscere i problemi sociali come gravi minacce morali e ne traggono influenza e risorse[nota]Howard S. Becker, *Outsiders: Studies in the Sociology of Deviance*<\/em>, New York, Free Press, 1963 (trad. fr. *Outsiders. \u00c9tudes de sociologie de la d\u00e9viance*<\/em>, Parigi, M\u00e9taili\u00e9, 1985).[\/nota]. Le strutture di incentivazione<\/em>: il mondo accademico premia la novit\u00e0 e la pertinenza pi\u00f9 che il rigore terminologico[nota]Brian A. Nosek, Jeffrey R. Spies e Matt Motyl, \u00abScientific Utopia: II. Ristrutturare gli incentivi e le pratiche per promuovere la verit\u00e0 rispetto alla<\/a> pubblicabilit\u00e0\u00bb<\/a>, *Perspectives on Psychological Science*<\/em>, vol. 7, n. 6, 2012, pp. 615-631.[\/nota]. La nomina a titolare, le promozioni, i finanziamenti e le politiche editoriali delle riviste valorizzano le tesi nuove, sensazionali o socialmente rilevanti pi\u00f9 della precisione concettuale o della replicabilit\u00e0. Le discipline accademiche come corporazioni<\/em>: il sociologo Randall Collins ha sostenuto che le discipline accademiche funzionano come corporazioni, in cui teorie e concetti costituiscono un capitale culturale che serve a tracciare confini, a competere per lo status e ad alimentare l\u2019inflazione dei titoli di studio. I ricercatori ampliano il proprio ambito di ricerca per accrescere l\u2019influenza della propria corporazione[nota]Randall Collins, The Credential Society: An Historical Sociology of Education and Stratification<\/em>, New York, Academic Press, 1979.[\/nota].<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 degno di nota il fatto che la rivendicazione della giustizia sociale e la radicalit\u00e0 degli intellettuali vadano di pari passo con la crescita esponenziale delle retribuzioni nel settore pubblico. Zola aveva corso rischi immensi: dovette esiliarsi in Inghilterra e forse pag\u00f2 con la vita il suo impegno. Ma uno Zola, un Drumont o un Maurras dei giorni nostri si arricchirebbe grazie a un pubblico mondiale, al circuito internazionale delle conferenze, ai blog, ai podcast e a una rete di organizzazioni e donatori (La France juive<\/em> di Drumont ebbe pi\u00f9 di un centinaio di ristampe gi\u00e0 nel primo anno e anche La Libre Parole <\/em>fu un successo commerciale; ma si tratt\u00f2 di eccezioni). L\u2019attivismo degli intellettuali \u00e8 strettamente legato al fatto che le idee circolano ormai in un mercato altamente strutturato, in cui un pubblico di parte ricompensa le idee che lo confortano. La difesa di una causa e la denuncia, di qualsiasi orientamento politico, \u00abrendono\u00bb di pi\u00f9, poich\u00e9 attivano reti, organizzazioni e pubblici disposti a pagare per un\u2019opinione. <\/p>\n\n\n\n

La frammentazione dello spazio pubblico<\/h2>\n\n\n\n

Un\u2019altra caratteristica distintiva: la frammentazione dello spazio pubblico. Ai tempi dell\u2019affare Dreyfus, circa cinquanta giornali erano in concorrenza tra loro; oggi si contano migliaia di fonti di informazione, ciascuna con il proprio pubblico. Uno Zola dei giorni nostri sarebbe celebrato solo dai suoi fedeli sostenitori e ignorato o deriso da tutti gli altri. L\u2019autorit\u00e0 si \u00e8 spostata verso i podcaster con milioni di ascoltatori, gli autori di Substack con un pubblico fedele e i blogger. Queste figure rafforzano<\/em> le comunit\u00e0 esistenti pi\u00f9 che convertire<\/em> gli oppositori. Zola, invece, raggiungeva persone che non credevano in lui. Questa capacit\u00e0 di adottare un altro punto di vista, di cambiare posizione, sembra compromessa: in uno spazio frammentato, la parola serve soprattutto a fornire a ciascuno argomenti per giustificare la propria posizione preesistente.<\/p>\n\n\n\n

Poich\u00e9 il pubblico \u00e8 cos\u00ec frammentato, un intervento alla Zola risulterebbe diluito anzich\u00e9 avere un effetto esplosivo. Paradossalmente, la democratizzazione della parola ne ha minato il valore: quando tutti hanno una tribuna, il segnale si trasforma in rumore. L\u2019autorit\u00e0 morale e intellettuale richiede una rarit\u00e0 e una seriet\u00e0 che ormai sono scomparse.<\/p>\n\n\n\n

Internet espone ogni autorit\u00e0 alla contestazione di persone prive di credenziali ma con un pubblico immenso. Non appena una figura del calibro di Zola prende la parola, si levano mille voci, non per discutere l\u2019argomento, ma per mettere in discussione le motivazioni dell\u2019oratore, i suoi finanziamenti occulti, la sua identit\u00e0 etnica, le sue dichiarazioni passate. Si attacca la persona<\/em>, le prove<\/em> sono secondarie.<\/p>\n\n\n\n

Ciascuna delle due parti considera i fatti come evidenti e sospetta che l\u2019altra menta o sia stata sottoposta a un lavaggio del cervello. Lo spazio psicologico in cui un intervento alla Zola avrebbe potuto avere effetto presupponeva un pubblico incerto<\/em> sui fatti, pronto a dubitare, suscettibile di essere persuaso. Questo pubblico non esiste pi\u00f9: si \u00e8 irrigidito nelle proprie convinzioni e si \u00e8 frammentato nella sua dispersione spaziale e sociale. <\/p>\n\n\n\n

Coerenza e incoerenza ideologiche<\/h2>\n\n\n\n

I dreyfusardi e gli antidreyfusardi non erano semplicemente \u00aba favore\u00bb o \u00abcontro\u00bb Dreyfus. Incarnavano due visioni del mondo coerenti e articolate: da un lato i valori repubblicani, i diritti individuali, la separazione tra Chiesa e Stato; dall\u2019altro il nazionalismo, l\u2019autorit\u00e0 militare, la religione e l\u2019antisemitismo come dottrina politica. Queste posizioni avevano una profondit\u00e0 filosofica. Era possibile comprendere l\u2019ideologia degli antidreyfusardi pur combattendoli.<\/p>\n\n\n\n

Le controversie odierne funzionano in modo diverso. Sono ampi ombrelli sotto i quali trovano riparo gruppi eterogenei.<\/p>\n\n\n\n

A prima vista, il campo filopalestinese, quello che accusa di genocidio, sembra ideologicamente coerente: progressista, postcoloniale, solidale con il Sud del mondo, profondamente diffidente nei confronti del potere occidentale. Ma a uno sguardo pi\u00f9 attento, questa coerenza si sgretola. Vi si trovano militanti di sinistra che applicano schemi anti-imperialisti per combattere l\u2019estrema destra; simpatizzanti o compagni di strada islamisti con motivazioni religiose e per nulla emancipatorie; difensori liberali dei diritti umani, legati al quadro del diritto internazionale; accademici postcoloniali per i quali la causa palestinese rappresenta l\u2019ultimo caso irrisolto di colonialismo classico; giovani tiktoker con un impegno umanitario, alimentato dai social media, e con conoscenze storiche limitate.<\/p>\n\n\n\n

Questi gruppi condividono una realt\u00e0, quella del genocidio, per ragioni talvolta incompatibili. L\u2019universalista laico e l\u2019islamista non sono alleati naturali; il giurista liberale e il pensatore anti-occidentale non hanno molto in comune sul piano filosofico. Ci\u00f2 che li unisce \u00e8 l\u2019oggetto della loro opposizione, non un progetto comune. Anche il campo filoisraeliano, una coalizione altrettanto frammentata, soffre della stessa incoerenza. Vi si trovano neoconservatori per i quali Israele \u00e8 una linea del fronte della civilt\u00e0 occidentale contro l\u2019islamismo; cristiani evangelici animati da impegni teologici nei confronti di Israele; sionisti di sinistra angosciati dalle vittime civili ma che, per il momento, rifiutano la qualifica di genocidio; comunit\u00e0 ebraiche che agiscono soprattutto sotto l\u2019effetto del trauma storico e della paura esistenziale; ebrei di destra che giustificano la politica del governo israeliano; nazionalisti di estrema destra, in Europa e in America, che sostengono Israele perch\u00e9 proiettano sul Paese la propria ostilit\u00e0 nei confronti delle popolazioni musulmane.<\/p>\n\n\n\n

In entrambi i casi, ci\u00f2 che tiene insieme gruppi cos\u00ec eterogenei \u00e8 l\u2019odio: l\u2019oggetto dell\u2019odio li unisce molto pi\u00f9 del discorso. Un odio alimenta l\u2019altro, al punto che odio e contro-odio sembrano essere diventati il collante di questi schieramenti e la normalit\u00e0 dello spazio pubblico.<\/p>\n\n\n\n

Il contrasto storico \u00e8 eloquente. La coalizione dreyfusarda non era priva di tensioni: anarchici, socialisti, repubblicani moderati e persino alcuni cattolici liberali vi convivevano. Ma organizzandosi, ha trovato una visione e una definizione, la legalit\u00e0 repubblicana, che \u00e8 diventata la sua vera lingua comune.<\/p>\n\n\n\n

Nel dibattito su Gaza non c’\u00e8 nulla di simile. O meglio, se man mano che la controversia si sviluppa si sta delineando un linguaggio comune, questo \u00e8 quello dell’antisionismo, un concetto politicamente povero e inetto, incapace di fornire una base filosofica o morale.<\/p>\n\n\n\n

Conclusione: il divario tra verit\u00e0 e giustizia<\/h2>\n\n\n\n

Il caso Dreyfus viene spesso citato come modello di controversia democratica, poich\u00e9 dimostra che una societ\u00e0 \u00e8 in grado di dividersi su una questione di giustizia e poi di correggersi. Il caso fu ben lungi dall\u2019essere perfetto, ma rimane esemplare in quanto ha saputo fondere giustizia ed epistemologia. Ci\u00f2 che manca alle controversie contemporanee \u00e8 proprio il desiderio di una base fattuale, di una figura di autorit\u00e0 intellettuale disinteressata, del primato dell\u2019indagine rispetto alla convinzione.<\/p>\n\n\n\n

L\u2019accusa di genocidio mobilita una fitta rete di organizzazioni, ricercatori, istituzioni e ONG che agiscono in simbiosi e sono in grado di creare, attraverso la sinergia e l\u2019isomorfismo, una realt\u00e0 potente, con categorie che sembrano scontate. Si \u00e8 costruita ignorando le regole elementari della prova. Il caso Dreyfus, invece, era stato reso possibile da un\u2019architettura della sfera pubblica in cui intellettuali disinteressati analizzavano le prove nell\u2019arco di un lungo periodo istituzionale. <\/p>\n\n\n\n

Questa economia morale \u00e8 venuta meno nel caso di Gaza. Il legame tra il fatto dimostrato<\/em> e la risposta morale<\/em> si \u00e8 spezzato. Le convinzioni morali precedono i fatti, troppi fatti si contendono lo status di argomento definitivo e troppi attori confondono la competenza con l\u2019autorit\u00e0 che un\u2019istituzione conferisce loro. La nuova architettura dell\u2019informazione permette di riunire pubblici frammentati attorno a realt\u00e0 emotive<\/em> che invadono lo spazio psichico. \u00c8 proprio questa conversione dei valori in pseudo-fattualit\u00e0 a caratterizzare il dibattito contemporaneo.<\/p>\n\n\n\n

La polemica sul caso Dreyfus si svolgeva ancora nell\u2019ambito del logos<\/em>, dell\u2019argomentazione ragionata. Alcuni disaccordi possono essere risolti e, in questo senso, sono pi\u00f9 razionali di altri. Le controversie contemporanee (sul clima, sui vaccini, sull\u2019immigrazione, sull\u2019identit\u00e0) si svolgono sempre pi\u00f9 sul terreno dell\u2019identit\u00e0 e dell\u2019affettivit\u00e0; diventano cos\u00ec al tempo stesso pi\u00f9 intense e meno risolvibili. Trattandosi di valori, identit\u00e0 e visioni morali del mondo, non possono, per principio, essere risolte. Non esiste pi\u00f9 un equivalente di quel<\/em> documento<\/em> che possa essere sottoposto a esame. La questione del genocidio a Gaza \u00e8 stata trasformata in una controversia morale, sommersa da un miscuglio confuso di fatti. La forza del campo dreyfusardo risiedeva nello stretto legame che aveva instaurato tra verit\u00e0 e giustizia: la morale non poteva separarsi dall\u2019epistemologia. Il campo che oggi si propone come quello della giustizia \u00e8 diventato indifferente alle prove e alla verit\u00e0. Dissociando le due cose, ha svuotato di sostanza le proprie rivendicazioni e le ha ridotte a una semplice gesticolazione. In questo si allinea al campo anti-dreyfusardo, che non cambi\u00f2 opinione perch\u00e9, in realt\u00e0, se ne infischiava della verit\u00e0. Coloro che credono di aver ereditato lo spirito dei dreyfusardi assomigliano piuttosto a questi ultimi. Anche loro, in fondo, se ne infischiano della verit\u00e0. La loro richiesta di giustizia non \u00e8 che una retorica vuota, priva di profondit\u00e0 e di seriet\u00e0<\/em>. Usato in modo troppo ampio, troppo vago, troppo affrettato, il termine \u00abgenocidio\u00bb funziona pi\u00f9 come un grido di battaglia politico che come una qualifica giuridica e morale. Si tratta di una grave distorsione del nostro vocabolario e della politica stessa. <\/p>\n\n\n\n

Segno dello smarrimento della nostra epoca: non ci resta che affidarci ai tribunali, sperando che facciano il loro lavoro senza pregiudizi. Nel frattempo, dobbiamo piangere i morti e sospendere il nostro giudizio. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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