{"id":52091,"date":"2026-10-01T17:20:37","date_gmt":"2026-10-01T15:20:37","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=52091"},"modified":"2026-10-01T17:37:42","modified_gmt":"2026-10-01T15:37:42","slug":"la-cina-e-gli-stati-uniti-esportano-la-loro-crisi-in-europa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/10\/01\/la-cina-e-gli-stati-uniti-esportano-la-loro-crisi-in-europa\/","title":{"rendered":"La Cina e gli Stati Uniti esportano la loro crisi in Europa"},"content":{"rendered":"\n
Scoprite <\/em>\u201cIl Grand Continent\u201d. Idee e analisi che non troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/span>Gli squilibri globali sono gli squilibri delle partite correnti. Un paese in surplus concede prestiti al resto del mondo, mentre un paese in deficit ne riceve, ad esempio per consumare o importare. Gli Stati Uniti ne sono l\u2019esempio tipico: da tempo consumano pi\u00f9 di quanto producano e finanziano la differenza prendendo in prestito dall\u2019estero.<\/p>\n\n\n\n D’altra parte, qualcuno deve pur prestare, ovvero esportare i beni che gli americani consumano. Si tratta in gran parte della Cina. Nel 2025, secondo i dati doganali, la Cina ha esportato beni per un valore di 1.200 miliardi di dollari, assorbiti dagli Stati Uniti, dall\u2019Europa e, in misura sempre maggiore, dalle economie emergenti.<\/p>\n\n\n\n L’Europa occupa una posizione intermedia. Il suo modesto surplus, in calo, riflette un risparmio leggermente superiore agli investimenti. Lo squilibrio si manifesta quindi soprattutto tra gli Stati Uniti e la Cina, ma l’Europa ne risente comunque.<\/p>\n\n\n\n Perch\u00e9 la storia dimostra che i grandi squilibri, come \u00e8 avvenuto nel 1985 o nel 2007, finiscono per provocare tensioni internazionali. Quando un paese come la Cina esporta in modo massiccio, destabilizza la capacit\u00e0 industriale dei paesi importatori. Quando queste esportazioni diventano cos\u00ec destabilizzanti come oggi, alimentano il protezionismo.<\/p>\n\n\n\n L\u2019altro rischio \u00e8 di natura finanziaria. Questi flussi commerciali hanno come contropartita dei flussi di capitali: si accumulano crediti, posizioni di finanziamento, a volte con effetto leva. Quando i volumi sono molto elevati e non si capisce pi\u00f9 bene chi finanzia cosa, l\u2019instabilit\u00e0 diventa una minaccia. \u00c8 ci\u00f2 che \u00e8 accaduto nel 2007-2008: enormi squilibri finanziati in parte dall\u2019Asia, un consistente deficit statunitense e, di conseguenza, una grave crisi. Gli stessi attori sono ancora presenti e questo tipo di rischio pu\u00f2 ripresentarsi.<\/p>\n\n\n\n La Cina potrebbe effettivamente rimproverarcelo. E bisogna ammettere che non aver previsto l\u2019aumento del rischio finanziario vent\u2019anni fa non \u00e8 certo un successo. All\u2019inizio degli anni 2000, il sistema era troppo indebitato, in particolare per finanziare il settore immobiliare statunitense. Anche in Europa, paesi in deficit e in pieno boom immobiliare, come la Spagna o l\u2019Irlanda, erano finanziati dalle economie del cuore dell\u2019area.<\/p>\n\n\n\n La crisi del 2008, la pi\u00f9 grave dagli anni \u201930, ha colpito gli Stati Uniti e poi l\u2019Europa. Questi paesi sono stati costretti a raggiungere un avanzo di bilancio al prezzo di un aggiustamento macroeconomico molto doloroso; la Grecia, un caso leggermente diverso, ha vissuto la stessa prova. La lezione da trarre da questo periodo \u00e8 che occorre prendere molto sul serio questi grandi squilibri.<\/p>\n\n\n\n La mia tesi principale, sviluppata nella relazione che abbiamo presentato al G7<\/a>, \u00e8 che, per correggere questi squilibri, occorre correggere le politiche macroeconomiche che li generano.<\/p>\n\n\n\n Negli Stati Uniti si tratta di una spesa di bilancio eccessiva in un\u2019economia in cui la domanda \u00e8 gi\u00e0 forte. In Cina, si tratta di una struttura degli investimenti distorta, orientata verso l\u2019industria e le esportazioni a scapito dei servizi. I consumi delle famiglie cinesi sono compressi: troppi investimenti nell\u2019industria manifatturiera e in alcuni settori tecnologici, ma non abbastanza nei servizi n\u00e9 nel consumo.<\/p>\n\n\n\n Se questi due modelli non riusciranno a ristabilire un equilibrio e se l’Europa non accelerer\u00e0 i propri investimenti produttivi e la propria crescita, gli squilibri persisteranno. Si accumuleranno quindi vulnerabilit\u00e0 finanziarie da un lato e tensioni commerciali dall’altro, il tutto difficile da gestire.<\/p>\n\n\n\n Pierre Wunsch<\/span>Il nostro articolo si articola in due fasi: la ripetizione, poi la rottura. Si potrebbero copiare e incollare brani del rapporto Draghi nei rapporti degli anni \u201970 o \u201980: \u00e8 la stessa storia di un\u2019Europa in ritardo, troppo regolamentata, che innova e cresce troppo poco. Da quaranta o cinquant\u2019anni, il dibattito europeo ripete gli stessi messaggi, con sempre la stessa risposta: \u00abpi\u00f9 Europa\u00bb e grandi progetti, senza mai risolvere davvero il problema.<\/p>\n\n\n\n Non \u00e8 stato tutto negativo. Dopo le crisi petrolifere, abbiamo fatto una scelta chiara: il mercato unico, l\u2019apertura commerciale, una politica di concorrenza rigorosa e nessuna politica industriale, perch\u00e9 i tentativi di salvare le vecchie industrie erano costati caro senza portare a risultati. Si \u00e8 formato un consenso, sia a sinistra che a destra, per affidarsi ai mercati. La politica commerciale \u00e8 stata delegata alla Commissione, che negoziava a nome degli Stati membri applicando i principi del libero scambio.<\/p>\n\n\n\n Ha funzionato piuttosto bene. In un mondo basato sulle regole, l\u2019Europa \u2013 dove il processo decisionale \u00e8 complesso, con 27 Stati membri, il Consiglio e il Parlamento \u2013 era nel suo elemento. Ci eccellavamo addirittura, al punto da esportare i nostri standard nel resto del mondo: \u00e8 il cosiddetto \u00abeffetto Bruxelles\u00bb.<\/p>\n\n\n\n Ma abbiamo continuato a perdere le onde dell\u2019innovazione. La strategia di Lisbona avrebbe dovuto renderci il continente pi\u00f9 innovativo del mondo; non lo siamo. Non figuriamo tra i \u00abSette Magnifici\u00bb e oggi, nel campo dell\u2019intelligenza artificiale e della robotica, gli Stati Uniti e la Cina sono in testa, mentre l\u2019Europa \u00e8, nella migliore delle ipotesi, terza. Resta da vedere se essere terzi sia poi cos\u00ec grave: dipender\u00e0 dalla struttura di questi mercati e dal fatto che l\u2019intelligenza artificiale diventi o meno di uso comune.<\/p>\n\n\n\n Stiamo passando da un mondo basato sulle regole a un mondo transazionale. Ogni giorno ci pone di fronte a una serie di decisioni che non rientrano in alcuna regola, mentre l’Europa si colloca all’estremo opposto: da noi, tutto \u00e8 regolato da norme.<\/p>\n\n\n\n Le scelte che ieri si sono rivelate efficaci non possono pi\u00f9 essere applicate cos\u00ec come sono. Innanzitutto perch\u00e9 l’autonomia strategica ora include l’accesso alle terre rare. In secondo luogo, a causa delle nostre norme in materia di clima: produrre in modo decarbonizzato ci rende non competitivi in alcuni settori, in particolare nell’industria pesante.<\/p>\n\n\n\n Vogliamo quindi produrre laddove non disponiamo di un vantaggio comparativo naturale, cosa che una soluzione puramente di mercato non consente. Occorre trovare una via di mezzo, essere in un certo senso \u00aba met\u00e0 strada\u00bb: rispettare le regole in generale, ma disporre di strumenti per i casi in cui non potremo farlo, che si tratti di sovvenzioni, di politica industriale o di barriere commerciali. Il commercio deve continuare a basarsi su regole, con dei limiti alla politica industriale per evitare una corsa all\u2019eccesso tra i paesi europei, ma a volte sar\u00e0 necessario discostarsene. Tutta la difficolt\u00e0 sta nel conciliare quarant\u2019anni di rispetto delle regole con un presidente degli Stati Uniti come Donald Trump che ogni giorno inventa qualcosa di nuovo.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 soprattutto necessario riaprire il dibattito sulla base di argomenti concreti. Il vecchio equilibrio non funziona pi\u00f9, ma non bisogna buttare via il bambino con l\u2019acqua sporca: l\u2019intervento deve rimanere eccezionale e disciplinato da regole chiare. Occorre poi valutare l\u2019efficacia degli strumenti. Una preferenza per la produzione locale pu\u00f2 essere pertinente in alcuni settori, ma non necessariamente in tutti. Spetta agli economisti confrontare gli strumenti caso per caso.<\/p>\n\n\n\n Per rispondere, far\u00f2 un esempio. Donald Trump si reca in Scozia, vede delle turbine eoliche vicino al suo campo da golf, le detesta e pensa di imporre dazi doganali proprio per questo motivo. Per noi, le turbine eoliche vicino a un campo da golf non hanno nulla a che vedere con il commercio. Per lui, tutto \u00e8 collegato a tutto. L\u2019Europa ha sempre trattato il commercio, la difesa e l\u2019ambiente come ambiti separati. Ma di fronte a qualcuno che gioca tutte le sue carte e dice a Zelensky \u00abtu non hai le carte in mano\u00bb, questo approccio non funziona pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n Bisogna trovare una via di mezzo, essere in un certo senso \u201ca met\u00e0 strada\u201d: rispettare le regole in generale, ma disporre di strumenti per i casi in cui non potremo farlo.<\/p>Pierre Wunsch<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Dobbiamo abbattere questi compartimenti stagni e costruire la nostra strategia, collegando difesa, commercio e ambiente, cosa che finora abbiamo fatto ben poco. Dobbiamo anche definire il nostro posizionamento geopolitico tra Stati Uniti e Cina, un esercizio che abbiamo a lungo evitato. La Russia sta facendo la guerra all\u2019Ucraina, noi sosteniamo l\u2019Ucraina e la Cina sostiene la Russia. In passato, questi temi rimanevano separati. Oggi sorge la domanda: possiamo ignorare il fatto che un paese che dovrebbe rispettare le nostre regole comuni sia anche il miglior alleato del nostro peggior nemico?<\/p>\n\n\n\n H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/span>Per quanto riguarda il commercio, mi pronuncio a favore di un ordine maggiormente basato sulle regole. Abbiamo tratto vantaggio dall\u2019ordine multilaterale sin dalla Seconda guerra mondiale, ed \u00e8 facile sottrarsi ad esso quando si \u00e8 il principale attore commerciale.<\/p>\n\n\n\n Ma fin dall\u2019inizio, le norme del GATT e, successivamente, dell\u2019OMC hanno riconosciuto che un libero scambio totale non sarebbe mai stato politicamente sostenibile. Gli afflussi improvvisi di importazioni possono causare danni troppo ingenti. Ecco perch\u00e9 tali norme prevedono delle clausole per far fronte a questa eventualit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n Esistono le ben note misure antidumping e quelle antisovvenzioni, piuttosto limitate, che coprono solo una piccola parte delle esportazioni cinesi. C’\u00e8 soprattutto la clausola di salvaguardia che, nello spirito stesso del GATT, autorizza l’applicazione di dazi doganali o di contingenti di fronte a un afflusso di importazioni che danneggia l’economia. Diventata troppo onerosa da attuare, viene utilizzata sempre meno.<\/p>\n\n\n\n Il nostro rapporto propone di tornare a questo spirito originario e di facilitarne l’utilizzo. Essa protegge temporaneamente un’economia, il tempo necessario affinch\u00e9 questa si adatti. \u00c8 inoltre non discriminatoria, poich\u00e9 fedele al principio della nazione pi\u00f9 favorita, e si applica a tutte le importazioni di un settore, il che la rende pi\u00f9 accettabile dal punto di vista politico. \u00c8 sul piano giuridico che rimane complessa ed \u00e8 proprio l\u00ec che occorre migliorarla.<\/p>\n\n\n\n Gli Stati Uniti seguono un\u2019altra linea, ma una parte considerevole del commercio mondiale non li riguarda. Se il resto del mondo si coordinasse, rispettasse le regole e le adeguasse nello spirito del GATT senza abbandonarle, queste tensioni sarebbero notevolmente ridotte.<\/p>\n\n\n\n H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/span>\u00c8 l\u2019altro versante: il mondo in cui \u00abposso costringervi perch\u00e9 dipendete da me\u00bb. L\u2019Europa deve proteggersi da questo rischio individuando i punti di strozzatura dell\u2019economia mondiale, quei nodi chiave da cui dipendiamo. Si tratta, ad esempio, del dollaro nel sistema finanziario internazionale o delle terre rare e dei minerali critici necessari all\u2019elettrificazione, che sono in gran parte controllati dalla Cina.<\/p>\n\n\n\n Si tratta di un\u2019altra forma di difesa: diversificare gli approvvigionamenti con i propri alleati o produrre autonomamente per impedire che si creino tali dipendenze nelle nostre catene del valore. \u00c8 ci\u00f2 che si osserva attualmente, sia negli Stati Uniti che in Europa.<\/p>\n\n\n\n Pierre Wunsch<\/span>\u00c8 proprio questo che rende complesse queste questioni, anche se l\u2019Europa disponeva gi\u00e0 di alcuni strumenti. Per molto tempo questi argomenti non sono stati affatto discussi; ci eravamo abituati a questo sistema. Ora \u00e8 necessario riconsiderare l\u2019uso di questi strumenti.<\/p>\n\n\n\n Un giornalista giapponese mi ha chiesto di recente se l\u2019Europa avrebbe escluso le imprese giapponesi dal proprio mercato in nome delle proprie regole. La situazione non \u00e8 paragonabile. Concedersi del tempo di fronte alla concorrenza di numerosi paesi \u00e8 una cosa; affrontare un unico paese molto grande che non rispetta le regole \u00e8 un\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n La Cina non \u00e8 un’economia di mercato e ha perseguito una politica industriale volta a dominare determinati settori. Il primo \u00abshock cinese\u00bb ha colpito alcuni paesi, come il Portogallo, molto pi\u00f9 del resto d\u2019Europa. Oggi la Cina ha una politica industriale in ogni settore e non lo nasconde: vuole essere autonoma in tutti i campi e non importare pi\u00f9 nulla.<\/p>\n\n\n\n Si discute se la Cina manipoli il proprio tasso di cambio, ma i dati cinesi presentano alcune zone d\u2019ombra. Tuttavia, un paese non pu\u00f2 avere un vantaggio comparativo in tutti i settori senza manipolare pesantemente la propria valuta. Se la Cina superasse tutti su tutti i fronti, ci\u00f2 si rifletterebbe nei dati; per il momento, non \u00e8 proprio cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n La mia posizione \u00e8 quindi la seguente: costruiamo alleanze e manteniamo il libero scambio con i partner che rispettano le regole, ma la Cina \u00e8 un caso a s\u00e9 stante. Non bisogna agire con precipitazione, poich\u00e9 queste scelte avranno delle conseguenze. <\/p>\n\n\n\n H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/span>S\u00ec, ma bisogna capirne il motivo. L’avanzo cinese \u00e8 dovuto alla combinazione di politiche attuate a Pechino. Il settore delle esportazioni ha beneficiato di aiuti mirati. Parallelamente, una grave crisi immobiliare ha ridotto drasticamente i consumi delle famiglie, senza che venissero adottate misure di stimolo fiscale adeguate, in particolare nel settore dei servizi.<\/p>\n\n\n\n Abbiamo beneficiato dell’ordine multilaterale sin dalla Seconda guerra mondiale, ed \u00e8 facile sottrarsi a esso quando si \u00e8 il principale attore commerciale.<\/p>H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n In un\u2019economia che combina un immenso settore delle esportazioni con un consumo interno molto basso, l\u2019unico equilibrio possibile passa attraverso un tasso di cambio reale fortemente sottovalutato. A farne le spese sono le famiglie: il loro consumo non \u00e8 sostenuto e lo scoppio della bolla immobiliare ha ridotto in modo duraturo il loro patrimonio.<\/p>\n\n\n\n Gran parte della politica industriale viene decisa a livello regionale e i dirigenti locali sono incentivati a creare i propri \u201ccampioni\u201d, in particolare nel settore dei veicoli elettrici. Tuttavia, i governi regionali traggono la maggior parte delle loro entrate dalla tassazione della produzione industriale locale. Quando un settore viene dichiarato prioritario, ogni regione cerca quindi di massimizzare la propria produzione, per poi ripetere il processo con il settore successivo.<\/p>\n\n\n\n Questo modello di governance \u00e8 difficile da riformare, come ogni equilibrio consolidato, sia in Cina che in Europa o negli Stati Uniti. La sovrapproduzione che ne deriva deprezza il renminbi in termini reali, non tanto a causa del tasso di cambio nominale, che rimane abbastanza stabile, quanto piuttosto a causa della deflazione dei prezzi alla produzione, come avviene nel settore automobilistico. Non baster\u00e0 quindi rivalutare la moneta: occorre affrontare la causa, ovvero l\u2019insieme delle politiche.<\/p>\n\n\n\n Non all\u2019infinito, e Pechino lo sa bene. A forza di esportare molto e importare poco, i mercati di sbocco si riducono, tanto pi\u00f9 che le esportazioni hanno un peso sempre minore nell\u2019economia cinese. Se il resto del mondo diventa pi\u00f9 protezionista, come sta accadendo attualmente, la Cina si trover\u00e0 di fronte a un ostacolo insormontabile. A ci\u00f2 si aggiungono le preoccupazioni relative all\u2019occupazione: i germi di un cambiamento esistono, resta da vedere come e quando.<\/p>\n\n\n\n Pierre Wunsch<\/span>\u00c8 proprio questo il problema del bilancio. In mancanza di margini a livello europeo, la politica industriale, non appena autorizzata, torna a essere gestita a livello nazionale. Nel settore siderurgico, ad esempio, la Commissione ha autorizzato gli Stati membri a sovvenzionare gli investimenti verdi. Risultato: il Belgio stanzia una somma modesta, la Germania 700 milioni. Si corre cos\u00ec il rischio di frammentare il mercato unico, poich\u00e9 gli Stati si sostituiscono a un\u2019Europa priva di mezzi.<\/p>\n\n\n\n Se il resto del mondo dovesse diventare pi\u00f9 protezionista, come sta accadendo attualmente, la Cina si trover\u00e0 di fronte a un ostacolo insormontabile.<\/p>H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Per agire nel modo giusto, bisognerebbe combinare strumenti commerciali e industriali, scegliendo il pi\u00f9 efficace settore per settore, e dubito che l\u2019attuale sistema lo consenta. Finch\u00e9 il bilancio europeo rimarr\u00e0 al livello attuale, una politica industriale efficace a livello dell\u2019Unione rimarr\u00e0 molto limitata. Siamo costretti a scegliere strumenti compatibili con la mancanza di risorse finanziarie, che non sono necessariamente i migliori. Per questo motivo occorrer\u00e0 affrontare anche la questione dei dazi doganali, senza escluderli a priori.<\/p>\n\n\n\n Direi che questo aumento deriva da una buona notizia: un\u2019economia dinamica e una crescita degli investimenti. Resta da vedere se questi investimenti saranno redditizi. Dopo un lungo periodo di eccesso di risparmio a livello mondiale, siamo passati bruscamente a una carenza di risparmio, il che esercita una pressione sulle finanze pubbliche.<\/p>\n\n\n\n Siamo d’accordo sulla soluzione ideale: che gli Stati Uniti e la Cina riequilibrino il proprio risparmio e i propri investimenti. La vera domanda \u00e8 questa: e se non lo facessero? L\u2019instabilit\u00e0 aumenterebbe quindi in un contesto di tassi in rialzo. Sono preoccupato per i paesi, compresi quelli europei, che presentano ingenti deficit pubblici e non dispongono di alcun margine di manovra per assorbire uno shock.<\/p>\n\n\n\n Mi preoccupa inoltre l\u2019equilibrio tra il mercato unico, gli obiettivi climatici e il libero scambio. Temo che alcune aziende chiudano stabilimenti in Germania o in Belgio per riaprirli negli Stati Uniti, in Medio Oriente o in Cina a causa della nostra politica climatica, senza che ci\u00f2 comporti una riduzione delle emissioni globali. Si tratterebbe di un problema grave, innanzitutto per la Germania, ma senza dubbio anche per il Belgio.<\/p>\n\n\n\n Alcuni imprenditori mi hanno confidato che non acquistavano mai attrezzature cinesi, ma che la pressione era diventata troppo forte: i prodotti sono di buona qualit\u00e0 e costano circa un terzo del prezzo europeo. Come spiegare ai lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro a causa dei prodotti cinesi, mentre la Cina sostiene la Russia nella sua guerra contro l\u2019Ucraina e accumula surplus colossali? A lungo termine, non avremo pi\u00f9 una narrativa credibile e le conseguenze politiche sono preoccupanti. Siamo d\u2019accordo sulla soluzione ideale, ma se questa rimane lontana, il periodo di transizione sar\u00e0 politicamente molto pericoloso.<\/p>\n\n\n\n H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/span>Sono molteplici. Il boom dell’intelligenza artificiale sta creando una forte domanda di investimenti, non solo negli Stati Uniti, ma anche in economie come quella della Corea del Sud. Per quanto riguarda i tassi a breve termine, l’inflazione rimane persistente a causa dei prezzi dell’energia e le banche centrali hanno dovuto reagire, come nel 2022.<\/p>\n\n\n\n Dal punto di vista dei mutuatari, l\u2019economia mondiale ricorre ampiamente al credito: i giganti del cloud stanno crescendo molto rapidamente e gli Stati, a cominciare dagli Stati Uniti, contraggono prestiti su larga scala. Ci\u00f2 potrebbe spingere i tassi al rialzo. Non si osserva ancora un effetto di spiazzamento marcato, ma \u00e8 necessario tenerlo sotto controllo.<\/p>\n\n\n\n Se i capitali affluiscono negli Stati Uniti e l\u2019intelligenza artificiale genera aumenti di produttivit\u00e0 abbastanza rapidi, non c\u2019\u00e8 alcun problema: si sar\u00e0 creato valore. Il pericolo sarebbe quello di assistere nuovamente a operazioni finanziarie opache, come nel 2007, che finiscono per crollare e provocare effetti a catena. \u00c8 questo il rischio da tenere d\u2019occhio.<\/p>\n\n\n\n Pierre Wunsch<\/span>In linea di principio, non posso che essere d\u2019accordo. Tuttavia, ho lavorato alla definizione delle esigenze comuni, fino ai caschi dei soldati, e passare ad acquisti collettivi tra 27 paesi mi sembra troppo ambizioso: era gi\u00e0 molto difficile tra Francia e Germania. Diffido anche dell\u2019idea di provare per cinque anni per vedere come va, poich\u00e9 in alcuni settori i danni possono manifestarsi rapidamente. La mia cautela deriva anche da una politica commerciale che \u00e8 stata percepita come troppo poco protettiva nei confronti dei perdenti della globalizzazione.<\/p>\n\n\n\n Non di per s\u00e9. Senza riforme strutturali, indebitarsi non risolve nulla. Occorre cercare nuovi strumenti di finanziamento piuttosto che trasporre a livello europeo gli strumenti nazionali. Non escluderei, ad esempio, l\u2019introduzione di dazi doganali moderati, che garantirebbero una certa protezione e risorse per finanziare queste politiche. Pi\u00f9 la politica industriale e quella della concorrenza saranno organizzate a livello europeo, meglio sar\u00e0; altrimenti, si ricadr\u00e0 nel sistema dei \u00abcampioni nazionali\u00bb.<\/p>\n\n\n\n Come spiegare ai lavoratori che stanno perdendo il posto di lavoro a causa dei prodotti cinesi, mentre la Cina sostiene la Russia nella sua guerra contro l\u2019Ucraina e accumula surplus colossali?<\/p>Pierre Wunsch<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n H\u00e9l\u00e8ne Rey<\/span>L’anno scorso, insieme ad alcuni colleghi, abbiamo proposto che una coalizione di paesi contragga prestiti congiunti per finanziare il recupero del ritardo nei settori della difesa aerea, del cloud militare e della tecnologia quantistica. Queste tecnologie hanno senso su scala europea: che senso ha avere un satellite in Germania e un altro in Francia? Esse beneficiano di economie di scala e sono spesso a duplice uso.<\/p>\n\n\n\n Il prestito comune finanzierebbe la fase di recupero, della durata di circa dieci anni. Successivamente, una volta estinto il debito iniziale, subentrerebbe un finanziamento strutturale, tramite un debito o un’imposta europea, per far fronte a esigenze pi\u00f9 modeste.<\/p>\n\n\n\n Il nostro primo compito era quello di formulare una diagnosi condivisa, cosa che non era affatto scontata. Alcuni vedevano in questi squilibri una questione di manipolazione dei tassi di cambio, mentre altri la consideravano una questione di politica industriale. Al termine di numerosi scambi, \u00e8 emersa una diagnosi pi\u00f9 condivisa: sono le combinazioni di politiche macroeconomiche a spiegarne la persistenza. Per quanto riguarda le risposte, ritrovare lo spirito delle regole e ridare spazio a questi strumenti ha, credo, ispirato in parte ci\u00f2 che si sta facendo oggi. Non ce ne attribuiremo il merito, ma vi abbiamo contribuito, e il 2026 dovrebbe portare nuovi progressi.<\/p>\n\n\n\n Ne sono convinto. L\u2019emissione di debito comune consente di creare un\u2019attivit\u00e0 sicura, il che pu\u00f2 contribuire all\u2019internazionalizzazione dell\u2019euro. Entrano in gioco molte altre condizioni, in particolare la profondit\u00e0 dei mercati, ma l\u2019interesse per queste tematiche \u00e8 reale e sono in corso diverse iniziative. Sar\u00e0 inoltre necessario garantire parit\u00e0 di condizioni competitive in materia di regolamentazione, sia per le banche che per gli operatori non bancari.<\/p>\n\n\n\n I sintomi rimangono simili. Quando gli squilibri sono significativi, il rischio si nasconde da qualche parte nel settore finanziario: nelle banche, sui mercati obbligazionari o altrove. \u00c8 quindi necessario tenerli sotto controllo per individuare dove una correzione dei prezzi potrebbe diventare sistemica e ripercuotersi sui cittadini.<\/p>\n\n\n\n Se un titolo quotato subisce una correzione e le perdite vengono ripartite tra gli investitori senza danneggiare il resto dell\u2019economia, questo scenario \u00e8 gestibile. Se invece gli operatori non bancari sono strettamente interconnessi con le banche e una loro difficolt\u00e0 si propaga al sistema bancario, ci si ritroverebbe in una situazione simile a quella del 2007-2008, con conseguenze molto gravi.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 proprio questo che stiamo cercando di monitorare. Non \u00e8 semplice, perch\u00e9 disponiamo di molti meno dati sul settore non bancario rispetto a quelli relativi alle banche: questa \u00e8 una delle nostre principali lacune statistiche.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" Comprendere i meccanismi invisibili della nuova configurazione geoeconomica<\/p>\n","protected":false},"author":61106,"featured_media":52087,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-interviews.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":true,"_trash_the_other_posts":false,"_yoast_wpseo_estimated-reading-time-minutes":21,"_lgc_tts_voice":"","_lgc_tts_publish":false,"_lgc_tts_history_item_id":"","_lgc_tts_generated_at":"","_lgc_tts_status":"","_lgc_tts_error":"","footnotes":""},"categories":[1],"tags":[],"staff":[2166],"editorial_format":[2352],"serie":[],"audience":[],"geo":[],"class_list":["post-52091","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-uncategorised","staff-karel-lannoo","editorial_format-interviste"],"acf":{"open_in_webview":false,"accent":"default","_thumbnail_id":52087,"excerpt":"Comprendere i meccanismi invisibili della nuova configurazione geoeconomica","display_date":"","new_abstract":true},"yoast_head":"\nH\u00e9l\u00e8ne Rey, lei ha presieduto il gruppo di lavoro sugli squilibri globali<\/a> in occasione dell\u2019ultimo G7. Potrebbe spiegarci perch\u00e9, al di l\u00e0 dell\u2019aspetto tecnico, si tratta di uno degli elementi chiave di questo momento geopolitico in relazione alla globalizzazione? <\/h3>\n\n\n\n
Perch\u00e9 dovremmo preoccuparcene?<\/h3>\n\n\n\n
Nel 2007, tuttavia, l\u2019Europa non si preoccupava dei propri surplus. Non c\u2019\u00e8 forse un doppio standard nell\u2019analisi che facciamo dello sviluppo cinese?<\/h3>\n\n\n\n
Cosa proponete?<\/h3>\n\n\n\n
Pierre Wunsch, il suo articolo <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span> evoca un ritorno dell\u2019\u00abeurosclerosi\u00bb degli anni \u201970-\u201980. Non \u00e8 forse una diagnosi esagerata?<\/h3>\n\n\n\n
Allora, cosa \u00e8 cambiato?<\/h3>\n\n\n\n
Bisogna assumere una posizione a favore dell’Europa?<\/h3>\n\n\n\n
Come dovrebbe comportarsi l’Europa nei confronti degli Stati Uniti?<\/h3>\n\n\n\n
L’Europa dispone degli strumenti necessari per reagire?<\/h3>\n\n\n\n
E di fronte alla coercizione economica?<\/h3>\n\n\n\n
Non esiste un consenso europeo sulla Cina, e l’industria tedesca continua a tenere molto al proprio accesso al mercato cinese, anche se questo sta diventando sempre meno importante. Come procedere?<\/h3>\n\n\n\n
Il renminbi \u00e8 quindi notevolmente sottovalutato?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Perch\u00e9 Pechino non cambia rotta?<\/h3>\n\n\n\n
Questo modello pu\u00f2 durare?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
La Commissione sta orientandosi verso una politica industriale pi\u00f9 attiva. L’Unione dispone dei mezzi necessari?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
I tassi d’interesse stanno risalendo sui mercati obbligazionari. \u00c8 forse un segnale premonitore di una crisi?<\/h3>\n\n\n\n
Quali sono i fattori alla base di questo aumento dei tassi?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Di fronte a Trump, Xi e Putin, \u00e8 necessaria un\u2019industria della difesa europea finanziata congiuntamente?<\/h3>\n\n\n\n
Il prestito congiunto potrebbe quindi essere una soluzione?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
A che punto \u00e8 il dialogo all\u2019interno del G7?<\/h3>\n\n\n\n
Un debito comune rafforzerebbe il ruolo internazionale dell’euro?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Il rischio si \u00e8 spostato verso gli istituti finanziari non bancari, soggetti a una regolamentazione meno rigorosa rispetto alle banche?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n