{"id":51365,"date":"2026-09-26T06:30:00","date_gmt":"2026-09-26T04:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=51365"},"modified":"2026-09-25T22:19:28","modified_gmt":"2026-09-25T20:19:28","slug":"perche-a-sinistra-amano-putin","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/09\/26\/perche-a-sinistra-amano-putin\/","title":{"rendered":"Perch\u00e9 a sinistra amano Putin?"},"content":{"rendered":"\n

Ilya Boudra\u00eftskis e Ilya Matveev sono due ricercatori di storia e scienze politiche, rispettivamente all\u2019Universit\u00e0 di Helsinki e a Berkeley. Sono anche \u2013 e soprattutto \u2013 tra i nomi di spicco della sinistra russa.<\/em><\/p>\n\n\n\n

Attivisti contro la guerra, collaboratori e fondatori di una serie di testate di opposizione, si sono distinti per una serie di pubblicazioni sulla situazione delle forze di sinistra nello spazio post-sovietico e sull\u2019economia politica dell\u2019imperialismo russo. <\/em><\/p>\n\n\n\n

Nel settembre 2026 pubblicano presso la Stanford University Press il loro libro <\/em>Russia’s New Imperialism: Capital and Ideology <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>, che parte dall\u2019invasione dell\u2019Ucraina per ripensare l\u2019imperialismo russo dell\u2019era post-sovietica, prestando particolare attenzione all\u2019interazione tra interessi economici e obiettivi ideologici.\u00a0<\/em><\/p>\n\n\n\n

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Perch\u00e9, secondo lei, molte forze politiche di sinistra in Europa continuano ad avere difficolt\u00e0 a riconoscere l\u2019imperialismo russo? In che modo la sua interpretazione si distingue dai diversi modi esistenti di affrontare il fenomeno imperialista e dalle analisi concorrenti sull\u2019attuale politica russa?<\/h3>\n\n\n\n

Ilya Matveev<\/span>: Ci inseriamo infatti nel dibattito dell\u2019attuale sinistra. Eppure, al suo interno, si constata troppo spesso che il caso russo non viene riconosciuto come imperialismo. Al contrario, il nostro libro propone di considerarlo fin dall\u2019inizio e senza equivoci per quello che \u00e8: un imperialismo a tutti gli effetti.<\/p>\n\n\n\n

Esiste infatti un certo paradosso. Da un lato, basta anche l\u2019analisi pi\u00f9 superficiale per dimostrare il carattere imperialista del regime russo. La retorica di Vladimir Putin continua a ribadire che si tratta di recuperare le \u00abterre originarie\u00bb del Paese, ma anche che russi e ucraini costituiscono un unico popolo e dovrebbero, di conseguenza, formare un unico Stato \u2013 o, al limite, due Stati legati il pi\u00f9 strettamente possibile. \u00c8 quindi evidente che la Russia conduca una politica estera aggressiva nei confronti dell\u2019Ucraina e di numerosi paesi dello spazio post-sovietico, e non si pu\u00f2 negare il carattere imperialista di tale politica.<\/p>\n\n\n\n\n\n

\n \n \r\n \r\n \r\n \r\n <\/picture>\r\n \n
Ilya Budraitskis, Ilya Matveev, Il nuovo imperialismo russo<\/em>: capitale e ideologia<\/em>, Stanford University Press, settembre 2026.<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Tuttavia, alcuni autori di sinistra sostengono che la Russia non esporti abbastanza capitali e non corrisponda esattamente alla definizione leninista di imperialismo. Altri arrivano addirittura a dipingerla come vittima di un imperialismo americano pronto a tutto pur di espandere la NATO verso est e di fronte alle cui incursioni la Russia non farebbe altro che intraprendere azioni difensive. Lo scoppio della guerra in Ucraina sarebbe, in questo senso, solo una guerra preventiva e difensiva contro la NATO. <\/p>\n\n\n\n

Purtroppo, esiste quindi un\u2019intera fetta della sinistra internazionale che si rifiuta di considerare l\u2019imperialismo russo come tale. Si tratta talvolta di una posizione di natura politica, che riflette una mancanza di volont\u00e0 di condannare il regime di Putin, talvolta di un vero e proprio punto cieco teorico. In questa seconda prospettiva, l\u2019imperialismo potrebbe essere solo occidentale, mentre la politica degli altri paesi non potrebbe rientrare in questa definizione: potrebbe essere violenta, aggressiva, espansionista, ma mai \u00abimperialista\u00bb nel senso stretto del termine, poich\u00e9 non corrisponde a determinati criteri economici sistemici.<\/p>\n\n\n\n

Il nostro libro si oppone a questo approccio. Abbiamo constatato che esso impediva a troppi autori di sinistra, compresi i pi\u00f9 informati e competenti, di proporre un\u2019analisi corretta degli eventi in corso. Ricordo che alla vigilia del 24 febbraio 2022 c\u2019erano ancora gruppi di persone che negavano tout court, e con la massima fermezza, la possibilit\u00e0 stessa di un\u2019invasione dell\u2019Ucraina. Tra questi gruppi figuravano in particolare \u2013 e in posizione di rilievo \u2013 alcuni autori di sinistra pronti a proclamare a gran voce che una simile invasione fosse impossibile, inimmaginabile. La loro reazione si spiega in gran parte con quella cecit\u00e0 teorica di cui parliamo nel libro: come potrebbe la Russia attaccare se l\u2019imperialismo \u00e8 un fenomeno esclusivamente occidentale? Se solo l\u2019Occidente \u00e8 offensivo, mentre il resto del pianeta si limita a difendersi?<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 evidente che la Russia conduca una politica estera aggressiva nei confronti dell\u2019Ucraina e di numerosi paesi dello spazio post-sovietico, e non si pu\u00f2 negare il carattere imperialista di tale politica.<\/p>Ilya Matveev<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Quando l\u2019invasione \u00e8 effettivamente avvenuta, ho letto sulla rivista britannica Salvage<\/em>, cofondata da China Mi\u00e9ville, un\u2019analisi editoriale piuttosto approfondita e interessante della situazione in corso, ma in cui la Russia figurava solo come uno specchio dell\u2019Occidente. Invocando pretesti umanitari per attaccare l\u2019Ucraina, la Russia non farebbe altro che imitare le pratiche dell\u2019Occidente \u2013 in Serbia, ad esempio. Questa analisi non \u00e8 del tutto errata, ma ne emerge che l\u2019imperialismo russo sarebbe, in definitiva, della stessa natura della politica estera aggressiva degli Stati Uniti.<\/p>\n\n\n\n

Per noi si tratta di un problema indissolubilmente politico e teorico. Abbiamo quindi voluto mettere in luce le specificit\u00e0 dell\u2019imperialismo russo, a cominciare da quelle che lo distinguono dall\u2019imperialismo americano, affinch\u00e9 le analisi critiche possano riconoscerlo meglio e combatterlo. <\/p>\n\n\n\n

Qual \u00e8 il contributo di questo paradigma analitico? Cosa ci rivela riguardo all\u2019attuale situazione politica russa? <\/h3>\n\n\n\n

Ilya Boudra\u00eftskis:<\/span> Nei dibattiti sull\u2019imperialismo, cos\u00ec come nell\u2019uso comune di questo termine, si tende generalmente a ridurre il fenomeno a motivazioni puramente economiche. In questa prospettiva, l\u2019aggressione imperialista viene analizzata attraverso la lente di una concezione dello Stato come \u00abagente\u00bb o come semplice \u00abcomitato esecutivo\u00bb della classe dirigente, dalla quale riceverebbe una sorta di \u00abordine\u00bb per la ridistribuzione dei mercati esteri, che esso eseguirebbe mediante l\u2019espansione militare. A nostro avviso, questa definizione classica dell\u2019imperialismo merita di essere profondamente rivista, sia alla luce della guerra russo-ucraina, sia alla luce delle varie avventure militari imperialiste del mondo odierno, in particolare in Iran.<\/p>\n\n\n\n

Prendendo spunto dal caso russo, procediamo cos\u00ec a un\u2019importante revisione della teoria dell\u2019imperialismo. Torniamo alle origini stesse di questo dibattito, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, quando l\u2019imperialismo era ancora considerato sotto due aspetti: quello economico e quello politico. Questa prospettiva duale implica che l\u2019imperialismo non rientri solo in una forma di razionalit\u00e0 economica, ma anche in una nuova razionalit\u00e0 politica dello Stato, che non sempre \u2013 e talvolta per nulla \u2013 coincide con gli interessi economici propriamente detti. Basti osservare la politica imperialista dell\u2019Impero coloniale britannico: molto spesso essa ha assunto un carattere del tutto irrazionale dal punto di vista economico. Si spiega piuttosto con una sorta di virata dello Stato verso una logica di espansione infinita. Ci basiamo anche sulla famosa analisi dell\u2019imperialismo proposta da Hannah Arendt in Le origini del totalitarismo<\/em>. In quest\u2019opera, l\u2019autrice richiama l\u2019attenzione su questa svolta della razionalit\u00e0 statale, ovvero su quel momento in cui l\u2019espansione continua dello Stato, inizialmente un semplice mezzo, diventa poco a poco un fine in s\u00e9.<\/p>\n\n\n\n

Dal punto di vista della storia dell\u2019imperialismo russo post-sovietico, ci \u00e8 sembrato utile distinguere due periodi che corrispondono a questa dimensione economicamente razionale dell\u2019imperialismo e a quella politicamente razionale, ovvero motivata politicamente e ideologicamente. Dimostriamo che, se la politica condotta nei confronti dei paesi dello spazio post-sovietico nel corso dei primi due mandati di Vladimir Putin pu\u00f2 essere considerata come una politica di espansione economica, volta a promuovere gli interessi del grande capitale russo, il 2014 segna invece una svolta verso una logica di un nuovo ordine, che non si spiega pi\u00f9 solo con motivazioni economiche. Di fatto, a partire dal 2014, il capitale russo non ha smesso di subire le conseguenze della politica espansionistica russa, senza che ci\u00f2 impedisse allo Stato di condurre interventi sempre pi\u00f9 aggressivi nello spazio post-sovietico. <\/p>\n\n\n\n

Riteniamo quindi che il regime putiniano abbia rinunciato nel 2014 a questa posizione \u201cpragmatica\u201d nel senso della teoria delle relazioni internazionali, una posizione economicamente razionale, ma anche del tutto cinica, nel senso che riduce la politica a puri giochi di interesse, senza il minimo fondamento morale. Infatti, \u00e8 proprio da questa prospettiva che la maggior parte dei ricercatori analizzava il primo \u00abputinismo\u00bb, quello del periodo 2000-2014. <\/p>\n\n\n\n

A partire da quella data, siamo quindi passati a un nuovo Stato, caratterizzato da un\u2019espansione militare aggressiva e dal primato della politica sugli interessi economici. Questa svolta segna anche il passaggio da quella che chiamiamo una \u00abideologia parziale\u00bb, ovvero un\u2019ideologia pragmatica, che subordina la politica a puri interessi, verso una \u00abideologia totale\u00bb, in altre parole una visione del mondo al tempo stesso globale e coerente, sulla quale si modellano ormai le azioni della politica estera russa. <\/p>\n\n\n\n

Se tutta questa politica estera \u00e8 economicamente irrazionale, come \u00e8 potuto avvenire questo cambiamento di rotta delle \u00e9lite russe e secondo quali dinamiche? <\/h3>\n\n\n\n

Ilya Boudra\u00eftskis: S<\/strong>i tratta di<\/strong><\/span> una transizione tanto pi\u00f9 difficile da analizzare in quanto esistevano gi\u00e0 dei presupposti. Alcuni frammenti di questa \u00abideologia totale\u00bb sono, in realt\u00e0, gi\u00e0 presenti negli anni 2000. \u00c8 il caso, ad esempio, del concetto di \u00abmondo russo\u00bb, che vede la luce fin dai primissimi passi di Putin alla presidenza. Allo stesso modo, l\u2019idea secondo cui il crollo dell\u2019Unione Sovietica sarebbe stata \u00abla pi\u00f9 grande catastrofe geopolitica del XX secolo\u00bb, le cui conseguenze nefaste dovrebbero essere superate al pi\u00f9 presto, emerge abbastanza presto, cos\u00ec come l\u2019idea che esista un \u00abOccidente collettivo\u00bb animato da progetti di annientamento della Russia. Tutte queste idee sono state formulate gi\u00e0 all\u2019inizio degli anni 2000, in particolare nei think tank<\/em> vicini al Cremlino. Tuttavia, erano ancora ben lontane dall\u2019esercitare un\u2019influenza determinante sul processo decisionale politico. Quel periodo, il primo decennio del putinismo, era ancora dominato da una cinica ideologia basata sui puri interessi: un\u2019ideologia, quindi, nel senso di visione ideologica della realt\u00e0, ma che non rimandava a una teoria ben definita. Non si trattava certamente di un\u2019ideologia intellettuale, ma di un\u2019ideologia tratta dall\u2019esperienza, dalla pratica e, in primo luogo, dalla grande spartizione post-sovietica delle propriet\u00e0 statali, dal banditismo capitalista degli anni \u201990 e dalle strutture burocratiche della fine dell\u2019era sovietica: tutte esperienze condivise dall\u2019intera \u00e9lite dirigente della generazione di Vladimir Putin. Ne \u00e8 emersa un\u2019ideologia pratica e cinica, fondata sull\u2019idea di un diritto del pi\u00f9 forte, di un diritto naturale del pi\u00f9 forte.<\/p>\n\n\n\n

Gli anni 2011-2014 hanno svolto qui un ruolo importante, con le manifestazioni in piazza Bolotnaja a Mosca, che hanno rappresentato una sfida significativa per il regime prima del terzo mandato presidenziale di Vladimir Putin, poi le Primavere arabe, che hanno convinto l\u2019\u00e9lite russa che l\u2019Occidente stesse tramando da ogni parte piani di cambio di regime, anche in Russia, e infine gli eventi di Maidan, una sorta di pietra angolare che ha permesso a tutti i pezzi del puzzle di incastrarsi. L\u2019ideologia cinica che aveva prevalso fino ad allora ha trovato la sua prima formulazione intellettuale attingendo all\u2019insieme delle idee conservatrici, reazionarie e imperialiste che erano maturate negli anni precedenti.<\/p>\n\n\n\n

Ilya Matveev<\/span>: Vorrei aggiungere che il quadro analitico dominante per il regime di Putin \u00e8 stato a lungo quello della cleptocrazia: \u00e8 quanto si legge, in particolare, nel libro di riferimento di Karen Dawisha, Putin\u2019s Kleptocracy<\/em> <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Nelle scienze politiche, all\u2019epoca si parlava di rent-seeking<\/em>, ovvero della ricerca di rendite, in questo caso attraverso il furto. Questa spiegazione era fondata? Certamente: una parte considerevole dell\u2019operato delle cerchie ristrette del presidente russo, e dello stesso Vladimir Putin, si spiega innanzitutto con una sete insaziabile di arricchimento materiale, senza contare che la corruzione svolge un ruolo assolutamente centrale nella storia del regime russo.<\/p>\n\n\n\n

Ma questa interpretazione solleva immediatamente una domanda: se la Russia \u00e8 una cleptocrazia, perch\u00e9 il regime di Putin ha deliberatamente accettato che i propri beni in Occidente venissero confiscati? Prima nel 2014, poi in modo molto pi\u00f9 radicale con la guerra in Ucraina, che ha fatto perdere alla classe dirigente russa gran parte dei propri beni in Occidente. Se il furto \u00e8 la motivazione principale, perch\u00e9 l\u2019\u00e9lite russa ha accettato di farsi spogliare dei propri beni? Da un punto di vista strettamente \u00abcleptocratico\u00bb, la logica avrebbe voluto che non ci fosse mai stata una guerra. A meno che, ovviamente, non si trattasse di una cleptocrazia particolarmente stupida. Eppure, Putin non poteva ignorare che i beni russi sarebbero stati congelati, che tutti gli yacht, le ville e gli altri beni degli oligarchi, del presidente e dei suoi stretti collaboratori sarebbero stati confiscati. Non poteva ignorarlo, ma ha comunque compiuto quel passo. <\/p>\n\n\n\n

Come conciliare, quindi, queste diverse interpretazioni? <\/h3>\n\n\n\n

Ilya Matveev:<\/span> Mi sembra che si possa fare nel modo seguente. Il fondamento di questa logica cleptocratica \u00e8 l\u2019impulso di rubare per sconfiggere i propri nemici, di disarmarli in un modo o nell\u2019altro, di appropriarsi dei beni con ogni mezzo, compresa la forza. Si tratta di una presa di controllo, di un\u2019incursione<\/em>, in linea con il concetto di \u00abre\u00efderstvo\u00bb,<\/em> cos\u00ec centrale nel capitalismo selvaggio russo degli anni 1990-2000. Il \u00abre\u00efderstvo\u00bb<\/em> \u00e8 ci\u00f2 che in inglese si chiama \u00abhostile takeover<\/em>\u00bb, con la differenza che \u00e8 accompagnato dal ricorso a mezzi di coercizione, dagli scagnozzi alle milizie private, passando per le societ\u00e0 di sicurezza. Ora, la logica sottostante \u00e8 binaria: o prendo io, o mi prendono. Col passare del tempo, mi sembra che Vladimir Putin e una parte del suo entourage abbiano finito per considerare la Russia stessa come una sorta di attore a tutti gli effetti che deve o effettuare acquisizioni ostili, o subirle. In altre parole, o l\u2019America procede a un\u2019acquisizione<\/em> ostile<\/em> della Russia, oppure la Russia ne effettua una su un altro territorio. <\/p>\n\n\n\n

Si tratta quindi anche di una questione di immaginario sociale e politico? <\/h3>\n\n\n\n

Ilya Matveev<\/span>: Esatto. L\u2019immaginario si \u00e8 sviluppato in questa direzione. E Vladimir Putin non fa che confermarcelo. Ricordate la sua osservazione sulle \u00aborche e gli orsi polari\u00bb davanti a un gruppo di insegnanti. Afferma che al Polo Nord le orche \u00absi avventano in branco\u00bb sugli orsi e \u00abli mangiano come se fossero pesciolini\u00bb. L\u2019obiettivo era spiegare ai bambini affinch\u00e9 capissero \u00abperch\u00e9 stiamo conducendo l\u2019operazione militare speciale\u00bb. Di fronte alle minacce di una presa di controllo ostile da parte delle orche nei confronti degli orsi, questi ultimi dovevano compierne una a loro volta contro le orche. Chi colpisce per primo \u00e8 l\u2019unico a sopravvivere, mentre gli altri vengono divorati. Quando questa logica si sistematizza, assume la forma di ci\u00f2 che chiamiamo una \u00abideologia totale\u00bb. <\/p>\n\n\n\n

Da un punto di vista strettamente \u201ccleptocratico\u201d, la logica avrebbe voluto che non ci fosse mai stata alcuna guerra.<\/p>Ilya Matveev<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Cos\u00ec, quando gli Stati Uniti annunciano che non intendono divorare n\u00e9 conquistare nessuno, ma trovare un compromesso, come lo percepisce Vladimir Putin? Ci vede solo una menzogna, l\u2019ennesimo inganno, senza altro scopo se non quello di assumere il controllo della Russia. E questa percezione suscita una sola reazione: fingere di negoziare, mentire costantemente come si sospetta che faccia l\u2019avversario, ma per preparare al meglio un\u2019azione diretta, un\u2019intimidazione che faccia ben capire all\u2019avversario che la Russia \u00e8 pronta a tutto. <\/p>\n\n\n\n

Partendo da questa logica, si comincia a capire come l\u2019\u00e9lite russa abbia potuto decidere di intraprendere azioni del genere. Bisogna dimostrare la propria forza e difendere i propri interessi, altrimenti si rischia di essere divorati, distrutti, annientati. Vladimir Putin si esprime costantemente in questi termini. Tutti i suoi discorsi si inseriscono in una retorica esistenziale, indipendentemente dall\u2019argomento: non pu\u00f2 parlare di intelligenza artificiale senza collegarla alla sopravvivenza stessa della Russia; lo stesso vale per l\u2019invasione dell\u2019Ucraina.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 qui che entra in gioco l\u2019ultimo elemento, quando si tratta di spiegare i motivi che spingerebbero l\u2019Occidente a mentire e ingannare la Russia per poterla meglio divorare. Proprio in questo momento, le opere di ideologi come Ivan Iline o Aleksandr Dugin trovano tutta la loro utilit\u00e0. Da esse si attingono teorie che spiegano perch\u00e9 l\u2019Occidente odi cos\u00ec tanto la Russia. E ci si mette cos\u00ec in grado di rivestire di costruzioni teoriche l\u2019idea semplicistica da cui parte tutta la politica russa: o divori, o vieni divorato. <\/p>\n\n\n\n

Ilya Boudra\u00eftskis Va<\/span> inoltre precisato<\/span> che, quando si parla in genere del nucleo di un\u2019ideologia, si presuppone che essa debba presentare un carattere dottrinale e una certa coerenza. Ma il rapporto tra quella che chiamiamo \u00abideologia di primo livello\u00bb e quella di \u00absecondo livello\u00bb si costruisce in modo del tutto diverso. Nell\u2019\u00e9lite russa esiste una convinzione: quella che esistano leggi della natura \u2013 che sarebbero anche leggi della storia, e questa confusione cancella la differenza tra natura e storia \u2013 dalle quali trarremmo i nostri insegnamenti pi\u00f9 vitali. Queste \u00abverit\u00e0 della vita\u00bb hanno quindi come unico scopo quello di essere confermate da tutto ci\u00f2 che ne consegue. Le tesi di Dugin, di Ilin o ancora di Sol\u017eenicyn traggono quindi la loro validit\u00e0 proprio dal fatto che non ci insegnano nulla di fondamentalmente nuovo. Non si impara nulla dalla lettura dei volumi di Dugin; vi si trova solo la conferma di una visione del mondo gi\u00e0 consolidata, ma che non aveva ancora ricevuto un\u2019adeguata forma intellettuale e retorica. <\/p>\n\n\n\n

Allo stesso tempo, si comprende meglio la natura dell\u2019influenza reale di Dugin o degli altri ideologi. Essi non sono percepiti come pensatori all\u2019origine di qualcosa di originale, n\u00e9 come maestri di pensiero, ma, al massimo, come coloro che insegnano a Putin ci\u00f2 che lui stesso aveva gi\u00e0 compreso senza formularlo esplicitamente. In questo senso, il loro ruolo \u00e8 secondario, senza per questo essere irrilevante, poich\u00e9 questa componente intellettuale finisce, a un certo punto, per acquisire una reale importanza.<\/p>\n\n\n\n

Perch\u00e9 proprio l\u2019Ucraina \u00e8 arrivata a ricoprire questo ruolo centrale nella politica imperialista russa? Che ruolo hanno in tutto questo le motivazioni ideologiche?<\/h3>\n\n\n\n

Ilya Boudra\u00eftskis:<\/span> Ci sono tutta una serie di ragioni. Innanzitutto, ragioni socio-economiche che fanno dell\u2019aggressione russa una sorta di prosecuzione dei processi gi\u00e0 avviati negli anni 2000 a livello di relazioni tra Russia e Ucraina. Ma esiste anche una componente politica e ideologica legata al fatto che, in questa visione imperiale, l\u2019Ucraina appare effettivamente come parte della Russia storica. Secondo questa logica, i processi interni, la politica interna ucraina, sono percepiti come il riflesso o l\u2019anticipazione del futuro della stessa Federazione Russa. \u00c8 per questo motivo che gli eventi di Maidan sono stati percepiti come un atto che, in un certo senso, rientrava nella politica estera russa: un\u2019avanzata dell\u2019Occidente verso i confini della Russia \u2013 non solo in senso militare, ma anche in senso mentale, nel senso dell\u2019immaginario politico \u2013 e una sfida lanciata al regime russo all\u2019interno stesso del Paese. In questo senso, non esisteva, all\u2019interno di questa coscienza ideologica, un confine netto tra Maidan e le manifestazioni di piazza Bolotnaja, poich\u00e9 tutto ci\u00f2 rientrava in un unico e medesimo processo, una sorta di guerra informativa e mentale condotta dall\u2019Occidente contro la Russia, fondata sull\u2019imposizione di \u00abfalsi valori\u00bb. E l\u2019idea stessa dell\u2019indipendenza dell\u2019Ucraina costituisce un \u00abfalso valore\u00bb al pari dell\u2019idea che anche la Federazione Russa debba avere elezioni trasparenti e un\u2019alternanza di potere.<\/p>\n\n\n\n

Ilya Matveev: Senza<\/span> contare che l\u2019Ucraina \u00e8 anche il punto di incontro tra l\u2019imperialismo russo e il nazionalismo russo. L\u2019Ucraina, infatti, non \u00e8 una semplice e lontana provincia imperiale che si controllerebbe per le sue risorse o per qualsiasi altro scopo puramente strumentale \u2013 ad esempio, quello di contenere un\u2019invasione occidentale. L\u2019Ucraina \u00e8 percepita come parte della nazione russa, una nazione a tre teste, come si leggeva gi\u00e0 nelle teorie del passato, dell\u2019epoca pre-rivoluzionaria. In altre parole, essa rappresenta una componente essenziale della stessa potenza russa. Se si sottrae l\u2019Ucraina da questa equazione, crolla l\u2019intero edificio di quella che i suoi sostenitori definiscono la \u00abRussia storica\u00bb. In questa visione profondamente nazionalista, la nazione russa include, in un modo o nell\u2019altro, la nazione ucraina, non necessariamente sotto forma di un\u2019unica e stessa nazione, ma in ogni caso all\u2019interno di una logica nazionale unitaria. Ed \u00e8 per questo che, quando l\u2019Ucraina diventa totalmente ostile alla Russia, \u00e8 la Russia stessa a perdersi, a diventare in qualche modo estranea a se stessa. <\/p>\n\n\n\n

L\u2019Ucraina assume cos\u00ec il significato di un\u2019ultima resistenza<\/em>, come ha scritto Andrei Tsygankov gi\u00e0 nel 2015 in un articolo sulla Crimea <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>. In quell\u2019occasione egli formulava molto giustamente il concetto affermando che, in questa prospettiva, perdere l\u2019Ucraina significava perdere tutto, perdere la Russia stessa. Senza l\u2019Ucraina, non ci sarebbe pi\u00f9 la Russia; ci sarebbe solo una \u00abFederazione Russa\u00bb, qualcosa che Vladimir Putin considera piuttosto dubbio e indefinibile. Se ritiene che il crollo dell\u2019Unione Sovietica sia stato \u00abla pi\u00f9 grande catastrofe geopolitica\u00bb del XX secolo, \u00e8 perch\u00e9 l\u2019Unione Sovietica coincideva con la Russia storica. Ma questo non \u00e8 realmente il caso della Federazione Russa e lo sarebbe ancora meno se l\u2019Ucraina si trasformasse in uno Stato ostile alla Russia. Un\u2019Ucraina pienamente \u00abamica\u00bb della Russia, come lo \u00e8 oggi la Bielorussia, sarebbe, a mal che non vada, accettabile: la nazione a tre teste potrebbe ancora sopravvivere in forma frammentata. Ma un\u2019Ucraina ostile, che aderisse alla NATO o in cui trionfassero i \u00abvalori geoculturali stranieri, la dissolutezza e il satanismo che regnano in Occidente\u00bb, segnerebbe la fine della Russia. \u00c8 proprio questa la fonte dell\u2019ossessione di Vladimir Putin e di molti dei suoi stretti collaboratori per l\u2019Ucraina.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Dalla lettura dei volumi di Dugin non si impara nulla; vi si trova solo la conferma di una visione del mondo gi\u00e0 consolidata.<\/p>Ilya Budraitskis<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

In realt\u00e0, ci si potrebbe tuttavia chiedere a quale titolo il confine ucraino dovrebbe rivestire questa importanza specifica. Anche se, ammettiamo, l\u2019Ucraina aderisse alla NATO (cosa che \u00e8 sempre stata e rimane tuttora un\u2019ipotesi dalla probabilit\u00e0 quasi nulla), in che cosa il confine ucraino sarebbe diverso da quello dei Paesi baltici, Stati membri della NATO situati al confine con la Russia? Perch\u00e9 ci si astiene dal dispiegare missili con testate nucleari nei Paesi baltici? <\/p>\n\n\n\n

La stessa osservazione vale per il mercato ucraino: per quale motivo rappresenterebbe un interesse vitale per l\u2019economia russa? Perch\u00e9 si \u00e8 dovuto spingere l\u2019Ucraina a entrare a tutti i costi nell\u2019unione doganale con la Russia, che \u00e8 proprio il punto di partenza del Maidan e degli eventi che ne sono seguiti? Il Maidan \u00e8 iniziato a causa delle iniziative aggressive della Russia, intraprese gi\u00e0 nel 2013, quando ha cercato di costringere l\u2019Ucraina ad aderire a quella che \u00e8 poi diventata l\u2019Unione economica eurasiatica. Eppure, numerosi studi economici di cui parliamo nel nostro libro dimostrano che, anche se l\u2019Ucraina avesse effettivamente aderito a quell\u2019unione doganale, tale decisione non avrebbe cambiato nulla di fondamentale per l\u2019economia russa. Ci\u00f2 non ha impedito alla Russia di farne una questione di principio, una priorit\u00e0 nazionale, un tema ossessivo. <\/p>\n\n\n\n

Perch\u00e9?<\/h3>\n\n\n\n

Ilya Matveev<\/span> Ancora una volta, questa ossessione si spiega con l\u2019immaginario nazionalista secondo cui, senza l\u2019Ucraina, la Russia non esisterebbe pi\u00f9. Senza l\u2019Ucraina, rimarrebbe solo una struttura informe, ultimo sintomo di una sconfitta storica assoluta. Tanto pi\u00f9 che Vladimir Putin \u00e8 convinto che esista una continuit\u00e0 storica dello Stato russo, di quella grande Russia storica che ha sempre incluso l\u2019Ucraina, che \u00e8 esistita per mille anni e rischia di giungere al termine. \u00c8 questa logica che lo porta a ritenere che, per mantenere il controllo sull\u2019Ucraina, si debba essere pronti a sacrificare tutto e qualsiasi cosa. Qui risiede la fonte del suo radicalismo, del suo ostinato rifiuto di qualsiasi negoziazione di fronte a un conflitto che si trascina da tempo e che non giova a nessuno. Questo obiettivo riveste per lui un carattere assoluto. Senza l\u2019Ucraina, \u00e8 la fine di tutto. Non si tratterebbe quindi solo di una sconfitta personale, ma della fine di una civilt\u00e0 russa millenaria.<\/p>\n\n\n\n

Si notano attualmente delle crepe nel sistema russo? <\/h3>\n\n\n\n

Ilya Matveev:<\/span> La tendenza pi\u00f9 significativa oggi proviene dalla popolazione russa. Quest\u2019ultima non ha mai abbracciato pienamente la logica imperialista e nazionalista sostenuta da Vladimir Putin. Il suo articolo del 2021 sull\u2019unit\u00e0 tra russi e ucraini era gi\u00e0 in contrasto con ci\u00f2 in cui crede \u2013 e, pi\u00f9 fondamentalmente, con ci\u00f2 a cui \u00e8 interessata \u2013 la stragrande maggioranza della popolazione russa. Nel complesso, quest\u2019ultima identifica la Russia con la Federazione Russa. L\u2019idea di una \u00abRussia storica\u00bb e di un\u2019Ucraina di importanza esistenziale \u00e8 ben lungi dal prevalere tra la popolazione, sia prima della guerra che oggi.<\/p>\n\n\n\n

La guerra stessa ha goduto di un certo sostegno, ma in realt\u00e0 piuttosto limitato. I sondaggi disponibili, condotti con diverse metodologie, confermano che i russi sono piuttosto contrari alla guerra, favorevoli ai negoziati, anche con concessioni reciproche, e che non desiderano nemmeno parteciparvi in prima persona \u2013 soprattutto negli ultimi tempi. Quando viene loro chiesto se sarebbero disposti ad andare al fronte, sempre pi\u00f9 russi sono pronti a rispondere negativamente, mentre fino a poco tempo fa la norma sociale li spingeva a rispondere: \u00abS\u00ec, se venissi chiamato\u00bb. Oggi anche questa risposta \u00e8 cambiata. In sintesi, la guerra non \u00e8 mai stata molto popolare e lo sta diventando sempre meno. La popolazione \u00e8 stanca delle difficolt\u00e0 che la guerra le infligge nella vita quotidiana e dei drammi che genera: la perdita di persone care, di parenti, di amici. <\/p>\n\n\n\n

Sebbene le elezioni alla Duma non avessero alcuna possibilit\u00e0 di portare a qualcosa di interessante, dato che queste elezioni perfettamente controllate sono ormai prive di significato, si osserva comunque una certa forma di politicizzazione. In questo contesto repressivo, non c\u2019\u00e8 alcuna possibilit\u00e0 di esprimere apertamente il proprio malcontento, ma non esiste nemmeno un vero sostegno al regime. Pertanto, la frustrazione manifesta della societ\u00e0 russa cerca vie di espressione.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 per questo motivo che tutti si sono improvvisamente schierati a favore del partito Iabloko, una formazione che \u00e8 sempre stata debole e marginale. Un sondaggio ha rivelato che quasi il 24% della popolazione si dichiara disposto a votare per questo partito che, dagli anni \u201990, non ha mai superato, n\u00e9 tantomeno sfiorato, la soglia del 10% nelle elezioni nazionali. Che Iabloko possa raccogliere il 24% delle intenzioni di voto \u00e8 semplicemente inconcepibile. Se tuttavia ci\u00f2 dovesse verificarsi, \u00e8 perch\u00e9 Iabloko \u00e8 diventato il simbolo della posizione contro la guerra. Non c\u2019\u00e8 quindi nulla di sorprendente nel fatto che il partito sia stato eliminato dalle schede elettorali ed escluso dal voto, poich\u00e9 anche la minima breccia nell\u2019apparato rischierebbe di far riversare immediatamente tutto il malcontento accumulato.<\/p>\n\n\n\n

Le reazioni che si osservano in Armenia, in Azerbaigian o in alcuni paesi dell\u2019Asia centrale sono forse il segno di un indebolimento dell\u2019imperialismo russo?<\/h3>\n\n\n\n

Ilya Boudra\u00eftskis:<\/span> \u00c8 evidente che stiamo assistendo a un indebolimento dell\u2019egemonia russa nello spazio post-sovietico. Oltre alla potenza economica della Russia e ai legami economici ereditati, tale egemonia si basava anche su un patrimonio culturale comune. Tuttavia, poich\u00e9 la Russia ha trasformato la questione culturale in un argomento di espansione militare, facendo della lingua russa \u2013 un tempo semplice strumento di soft power<\/em> \u2013 un argomento militare, sostenendo che l\u2019esercito russo avrebbe il diritto di intervenire ovunque si parli russo per \u00abdifendere\u00bb i diritti dei russofoni, \u00e8 chiaro che di questa specifica egemonia non rimane pi\u00f9 nulla. Pertanto, Stati come il Kazakistan, dove sussiste una popolazione di lingua russa relativamente numerosa e in prossimit\u00e0 dei confini russi, iniziano a preoccuparsi seriamente per la loro integrit\u00e0 territoriale. Cercano quindi di ottenere ulteriori garanzie di sicurezza stringendo relazioni con altri centri di potere.<\/p>\n\n\n\n

Un fenomeno analogo si verifica nel Caucaso meridionale, dove la questione dell\u2019influenza economica russa si sta trasformando in un fattore di pressione diretta. Si assiste cos\u00ec a una definitiva disgregazione dello spazio post-sovietico in quanto spazio di egemonia non militare della Russia, ereditato dall\u2019Unione Sovietica.<\/p>\n\n\n\n

In un contesto caratterizzato da importanti elezioni in Europa, in particolare in Francia, in che termini sarebbe opportuno porre la questione dell\u2019imperialismo russo al centro del dibattito?<\/h3>\n\n\n\n

Ilya Matveev <\/span>Ci sono due opzioni da considerare. Prima opzione: la Russia rappresenta una minaccia; occorre quindi proteggersi in un modo o nell\u2019altro. Dal punto di vista politico, ci\u00f2 pone la sinistra di fronte a difficili dilemmi. Infatti, cosa significa questo in pratica? Bisogna sostenere il settore militare, favorire la militarizzazione? In tal caso, in che forma, visto che si parla proprio di industrie degli armamenti e che la sinistra \u00e8 sempre stata favorevole alla smilitarizzazione? \u00c8 una questione complessa sotto ogni punto di vista. Seconda opzione: non esiste alcuna minaccia russa; si tratta solo di uno spauracchio agitato dalla classe dirigente per giustificare lo smantellamento delle conquiste sociali dei lavoratori francesi o europei. <\/p>\n\n\n\n

A nostro avviso, la scelta giusta \u00e8 purtroppo la prima. Per l\u2019Europa, la minaccia russa \u00e8 ben reale. Forse non direttamente per la Francia, ma per l\u2019Europa nel suo complesso, che Putin considera il suo nemico. Il suo obiettivo \u00e8 quello di frammentare l\u2019unit\u00e0 europea per costringere ogni singolo paese, preso isolatamente, a concedere il massimo possibile nei negoziati con la Russia, anche sul piano militare. Ci\u00f2 potrebbe portare, ad esempio, all\u2019uscita dalla NATO di tutti i paesi che vi hanno aderito a partire dagli anni \u201990, oppure a una riduzione generale delle forze armate europee, o addirittura a una presenza militare russa in alcuni paesi dell\u2019Europa orientale. In sintesi, una radicale rimessa in discussione dell\u2019intero ordine mondiale.<\/p>\n\n\n\n

Si pu\u00f2 semplicemente liquidare la questione con un gesto della mano? Noi pensiamo di no, e tutto il nostro libro sostiene che \u00e8 impossibile ignorare la minaccia russa, cos\u00ec come \u00e8 impossibile evitare il dibattito sulla militarizzazione. Opporsi ciecamente a questo significa ripetere un errore gi\u00e0 commesso una prima volta, prima del 24 febbraio, quando si sosteneva che l\u2019invasione dell\u2019Ucraina fosse semplicemente impossibile. Forti di questa esperienza passata, abbiamo tutte le ragioni per prendere sul serio la minaccia russa ed evitare di respingere ogni proposta di rafforzamento della difesa europea come un\u2019assurdit\u00e0 imposta dai partiti dominanti.<\/p>\n\n\n\n

L\u2019Europa sar\u00e0 costretta a ritagliarsi un nuovo ruolo nel mondo. Al momento, dipende ancora troppo dagli Stati Uniti, attore imperialista per eccellenza, come abbiamo visto ancora di recente in Iran. L\u2019Europa si ritrova costantemente trascinata nelle avventure degli Stati Uniti, sui quali continua a far poggiare la propria sicurezza. Deve rafforzare la propria sicurezza per affrancarsi da questa dipendenza. <\/p>\n\n\n\n

Pi\u00f9 in generale, mi sembra che l\u2019Europa sia un attore imperialista solo nella misura in cui rimane subordinata agli Stati Uniti. Sebbene alcuni elementi imperialisti, frutto di una lunga storia, siano ben lungi dall\u2019essere scomparsi \u2013 a cominciare da quelli della Francia in Africa \u2013, mi sembra che l\u2019imperialismo europeo esista soprattutto nel quadro di un imperialismo transatlantico. Un\u2019Europa veramente indipendente potrebbe benissimo diventare qualcos\u2019altro, liberarsi dal fatto imperiale stesso. <\/p>\n\n\n\n

Ilya Boudra\u00eftskis<\/span> Allo stesso tempo, il nostro libro cerca di rompere con le tendenze all\u2019esotizzazione della Russia che spesso dominano il dibattito pubblico, in altre parole con l\u2019idea che la Russia porti in s\u00e9 una storia millenaria di \u00abdispotismo orientale\u00bb, che oggi si manifesterebbe nelle azioni di Vladimir Putin. Cos\u00ec come occorre rompere con l\u2019idea che la Russia sia stata particolarmente penalizzata dopo il crollo dell\u2019Unione Sovietica e che cerchi semplicemente di recuperare ci\u00f2 che le spetta. In realt\u00e0, dimostriamo che questo processo di ideologizzazione non ha nulla di unico. Da un lato, \u00e8 certamente legato alla congiuntura di circostanze storiche specifiche del caso russo e all\u2019evoluzione propria del regime putiniano, ma costituisce anche il riflesso di tendenze globali pi\u00f9 ampie.<\/p>\n\n\n\n

Un\u2019Europa veramente indipendente potrebbe benissimo trasformarsi in qualcos\u2019altro, liberarsi dal fatto imperiale stesso. <\/p>Ilya Matveev<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Allo stesso modo, nemmeno la descrizione dell\u2019ideologia putiniana e del legame tra i suoi due livelli (l\u2019intreccio tra un cinismo estremo e idee messianiche e altri \u00abvalori tradizionali\u00bb) ha nulla di unico. Si potrebbero ricondurre a essa molti processi osservabili in Europa. <\/p>\n\n\n\n

A questo proposito, l\u2019ascesa del Rassemblement National, dell\u2019AfD in Germania e di altri partiti di estrema destra europei si spiega non tanto con un tentativo del Cremlino di strumentalizzarli per far crollare l\u2019Unione europea, quanto piuttosto con il peso di rappresentazioni ideologiche comuni che li avvicinano oggettivamente alla Russia di Putin. L\u2019avversario di Putin non \u00e8 quindi semplicemente l\u2019Unione in quanto progetto militare, economico o politico, ma anche in quanto portatrice ideologica di valori presumibilmente \u00abestranei\u00bb, valori che, dal punto di vista di Vladimir Putin, sarebbero \u00abipocriti\u00bb, poich\u00e9 nasconderebbero una realt\u00e0 autentica fatta di leggi naturali o storiche, secondo le quali ogni paese veramente sovrano, ogni vero \u00abpredatore\u00bb, avrebbe il diritto di ottenere ci\u00f2 che gli spetta e di raggiungere i propri fini. <\/p>\n\n\n\n

In fondo, l\u2019obiettivo di Vladimir Putin, cos\u00ec come lui lo concepisce, consiste nel restituire a ogni grande nazione europea la sua autentica sovranit\u00e0. Paesi come la Germania o la Francia sarebbero cos\u00ec chiamati a tornare ad essere realmente sovrani. Al contrario, coloro che non possono vantare una vera sovranit\u00e0, come la maggior parte dei paesi dell\u2019Europa dell\u2019Est, dovrebbero tornare ad essere ci\u00f2 che sono sempre stati e che sono nel profondo del loro essere, ovvero colonie di questa o quella grande nazione. Questa logica rappresenta proprio il cuore della politica estera russa e si inserisce oggi nella dinamica pi\u00f9 ampia della svolta verso destra e l\u2019estrema destra che si sta verificando in Europa e nel resto del mondo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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