{"id":51310,"date":"2026-09-25T15:55:52","date_gmt":"2026-09-25T13:55:52","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=51310"},"modified":"2026-09-25T15:55:55","modified_gmt":"2026-09-25T13:55:55","slug":"come-la-francia-e-diventata-figlia-ultima-della-chiesa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/09\/25\/come-la-francia-e-diventata-figlia-ultima-della-chiesa\/","title":{"rendered":"La Francia, da primogenita a ultima figlia della Chiesa"},"content":{"rendered":"\n

Scopri <\/em>Il Grand Continent. Idee e analisi che non troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n

Nel 1980, durante il suo primo viaggio apostolico in Francia, Giovanni Paolo II si rivolse alla folla radunata al Bourget: \u00abFrancia, figlia primogenita della Chiesa, sei fedele alle promesse del tuo battesimo?\u00bb Questa celebre esortazione esprime al tempo stesso un\u2019aspettativa e un rapporto particolare tra il papato e la Francia, che \u00e8 esistito almeno fino all\u2019inizio del XX secolo, e al contempo una perdita di influenza, se non di prestigio, della Francia nel mondo cattolico e in particolare presso la Santa Sede, osservabile nel corso del XX secolo <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n

Queste poche righe di riflessione, che non pretendono di esaurire l\u2019argomento, vertono su questo rapporto ambiguo, concentrandosi sul periodo che va dalla met\u00e0 del XIX secolo (gli albori di quella che \u00e8 stata definita la \u00abquestione romana\u00bb) fino alla fine del XX secolo: un secolo e mezzo talvolta poco conosciuto, ma di cui \u00e8 tuttavia fondamentale districarne i fili, per comprendere meglio a che punto siamo, alla vigilia della visita in Francia di papa Leone XIV.<\/p>\n\n\n\n

In questo periodo si possono individuare due fasi principali. In primo luogo, tra la Primavera dei Popoli del 1848 e la rottura delle relazioni diplomatiche con la Francia nel 1904, il papato e la Francia intrattengono rapporti particolari, fondamentalmente caratterizzati dal rapporto con l\u2019eredit\u00e0 del 1789. In secondo luogo, tra la Separazione del 1905 e la Seconda Guerra Mondiale, i rapporti tra i papi e la Francia sono caratterizzati da una progressiva riconciliazione e anche dalle conseguenze di una lenta perdita di influenza della Francia nel mondo cattolico. Alcune osservazioni conclusive riguardano infine la seconda met\u00e0 del XX secolo, quando, sulla scia del Concilio Vaticano II, si accelera il decentramento della Chiesa rispetto alle vecchie potenze europee.<\/p>\n\n\n\n

Va precisato che tali questioni sono state oggetto di un\u2019ampia produzione storiografica, legata in particolare alla progressiva apertura degli archivi della Santa Sede (a partire dal 1884, Leone XIII apr\u00ec una parte degli archivi vaticani, relativi al periodo precedente al 1814). A partire dal pontificato di Pio XI, si \u00e8 affermata l\u2019abitudine di aprire gli archivi pontificio per pontificato, fino all\u2019ultima apertura, avvenuta nel 2020 ad opera di Papa Francesco, degli archivi del pontificato di Pio XII. Negli ultimi decenni sono stati condotti studi, in particolare presso la Scuola Francese di Roma: numerose pubblicazioni trattano la storia del papato e le sue implicazioni globali, senza limitarsi alle relazioni con la Francia.<\/p>\n\n\n\n

1848-1904: un rapporto singolare, all\u2019ombra del 1789 <\/h2>\n\n\n\n

A met\u00e0 del XIX secolo, i rapporti tra il Papato e la Francia risentivano ancora dei decenni turbolenti seguiti alla Rivoluzione francese. Oltre, ovviamente, alla persecuzione del clero che caratterizza il periodo pi\u00f9 violento della Rivoluzione, ci\u00f2 che preoccupa i papi non \u00e8 in primo luogo il cambiamento di regime politico. Nel XIX secolo, i papi si esprimono poco su questo argomento e cedono solo raramente alla tentazione di una spiegazione escatologica della caduta della monarchia, alla maniera di Burke o di de Maistre (quest\u2019ultimo, invece, riservava nel suo sistema controrivoluzionario un posto di primo piano al papa).<\/p>\n\n\n\n

Ci\u00f2 che preoccupa innanzitutto i papi durante il periodo rivoluzionario e negli anni successivi \u00e8 la salvaguardia del primato del papa e della sua autorit\u00e0 sui vescovi. \u00c8 proprio questa la posta in gioco del conflitto innescato dalla Costituzione civile del clero, che pu\u00f2 essere interpretata almeno in parte come una rottura scaturita dalla Rivoluzione, ma anche come la continuazione di una forma di gallicanismo dalle radici pi\u00f9 antiche. Frutto di aspre trattative, il concordato del 1801, sebbene accompagnato dagli \u00abarticoli organici\u00bb che limitano le prerogative pontificie e nonostante un tentativo di riforma fallito durante la Restaurazione (1817), si rivela infine un compromesso che attraversa l\u2019intero secolo e i suoi diversi regimi, fino al 1905.<\/p>\n\n\n\n\n

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14 agosto 1790: Proclamazione da parte del re del decreto sulla costituzione civile del clero, allegato alla seduta dell’Assemblea nazionale costituente di luned\u00ec 12 luglio 1790.<\/figcaption> <\/figure>\n <\/a>\n \n <\/div>\n
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Stampe che contrappongono il \u00absacerdote patriota che presta in buona fede il giuramento civico\u00bb al \u00absacerdote aristocratico\u00bb che sfugge allo stesso giuramento (1790).<\/figcaption> <\/figure>\n <\/a>\n <\/div>\n <\/div>\n \n
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14 agosto 1790: Proclamazione da parte del re del decreto sulla costituzione civile del clero, allegato alla seduta dell’Assemblea nazionale costituente di luned\u00ec 12 luglio 1790.<\/figcaption> <\/figure>\n \n <\/div>\n
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Stampe che contrappongono il \u00absacerdote patriota che presta in buona fede il giuramento civico\u00bb al \u00absacerdote aristocratico\u00bb che sfugge allo stesso giuramento (1790).<\/figcaption> <\/figure>\n <\/div>\n <\/div>\n<\/div>\n\n\n\n

Non si dovrebbe tuttavia pensare che Roma abbia una visione giuridica delle conseguenze della Rivoluzione. I primi decenni del XIX secolo rappresentano per il papato l\u2019occasione per avviare l\u2019elaborazione di un corpus dottrinale sui rapporti tra la Chiesa e la modernit\u00e0, tra la Chiesa e il liberalismo \u2013 il quale, almeno in ambito filosofico e politico, tende ad essere assimilato all\u2019eredit\u00e0 dell\u2019Illuminismo e della Rivoluzione francese. \u00c8 cos\u00ec che si pu\u00f2 comprendere, in particolare, la prima condanna del \u00abcattolicesimo liberale\u00bb da parte dell\u2019enciclica Mirari vos<\/em> di Gregorio XVI nel 1832.<\/p>\n\n\n\n\n\n

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Processione a Roma nel 1835 del Papa Gregorio XVI (1765 – 1846).<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Spesso si tende a considerare il XIX secolo francese, nell\u2019ambito del cattolicesimo, come teatro di un\u2019opposizione tra cattolicesimo liberale e intransigente. Ma si tratta di un\u2019illusione ottica. Si tratta piuttosto di due periodi del cattolicesimo, che corrispondono certamente a due tendenze. La monarchia di luglio e la breve Seconda Repubblica rappresentano il momento di massimo splendore del cattolicesimo liberale, caratterizzato da una forte connotazione intellettuale (Lamennais, Montalembert, Lacordaire, Ozanam attorno al giornale L\u2019Avenir<\/em>).<\/p>\n\n\n\n

Il cattolicesimo liberale non ha nulla a che vedere con il progressismo. \u00c8 decisamente ultramontano \u2013 il che rende la condanna ancora pi\u00f9 dolorosa \u2013 e se invoca una rigorosa separazione tra la sfera politica e quella religiosa, e persino l\u2019abbandono del concordato, \u00e8 innanzitutto per garantire la libert\u00e0 della Chiesa. Dopo la condanna da parte di Gregorio XVI del liberalismo in tutte le sue forme e della separazione tra Chiesa e Stato, i leader del cattolicesimo liberale continuano comunque a dominare l\u2019intellighenzia cattolica in Francia; si orientano verso la difesa di diverse cause, tra cui la pi\u00f9 nota \u00e8 quella della scuola cattolica.<\/p>\n\n\n\n\n\n

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L’Avenir: rivista politica, scientifica e letteraria, fondata nel 1830 e diretta da Lamennais. <\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

L\u2019ascesa al trono nel 1846 di Pio IX, considerato un liberale poich\u00e9 eletto contro il candidato sostenuto dall\u2019Austria, grande potenza cattolica conservatrice nell\u2019Europa del Congresso di Vienna, e poi la Rivoluzione del 1848, priva di anticlericalismo, suscitarono grandi speranze tra i cattolici liberali. All\u2019inizio del 1848, mentre la cosiddetta \u00abprimavera dei popoli\u00bb ha inizio nel Regno di Napoli e si estende alla penisola italiana, Pio IX annuncia la stesura di una costituzione per lo Stato Pontificio. Ma il rifiuto di avallare la rivolta contro il dominio austriaco, guidata dal re di Piemonte nel Nord Italia, induce il papa a cambiare posizione e a trascinare il re di Napoli in una logica repressiva che ben presto si diffonde in tutta la penisola.<\/p>\n\n\n\n

Per oltre vent\u2019anni, la Francia di Luigi Napoleone Bonaparte, eletto presidente della Repubblica nel 1848 e diventato Napoleone III nel 1852, si fece garante della sopravvivenza di uno Stato Pontificio sempre pi\u00f9 minacciato dall\u2019unificazione della penisola. L\u2019intensit\u00e0 del sostegno militare del Secondo Impero al papato varia a seconda delle correnti che Napoleone III cerca di conquistare alla sua causa nella politica interna e delle ambiguit\u00e0 della sua politica italiana: in realt\u00e0, l\u2019Imperatore \u00e8 sensibile alla causa dell\u2019unit\u00e0 italiana e vi vede soprattutto un modo per rimettere in discussione la preminenza austriaca e l\u2019ordine europeo scaturito dal Congresso di Vienna. Nel 1849, l\u2019invio di un corpo di spedizione per reinsediare a Roma Pio IX, cacciato dalla \u00abRepubblica Romana\u00bb di Giuseppe Mazzini, suggella l\u2019alleanza tra Luigi Napoleone Bonaparte e i conservatori. Nel 1859, mentre Napoleone III tentava di orientare il proprio potere verso un \u00abImpero liberale\u00bb, si alle\u00f2 con Cavour e intraprese nel Nord Italia una guerra contro l\u2019Austria che interruppe bruscamente, ma che permise a Cavour di ottenere, grazie a un\u2019ondata di rivolte nella penisola, numerose annessioni al Regno di Piemonte tramite plebiscito. Abile stratega, Cavour sa come agitare presso Napoleone III la minaccia che grava sul Papa a causa della spedizione dei Mille di Garibaldi nel maggio 1860, per ottenere dall\u2019Imperatore il consenso a un\u2019occupazione preventiva degli Stati Pontifici da parte del Piemonte, e la loro annessione, ad eccezione del Lazio.<\/p>\n\n\n\n

Il Secondo Impero continu\u00f2 tuttavia a difendere questo Stato Pontificio, ormai ridotto all\u2019osso, dalla minaccia garibaldina per dieci anni, fino alla caduta del regime durante la guerra del 1870: il ritiro della guarnigione francese a Roma permise allora l\u2019ingresso dei piemontesi attraverso la breccia di Porta Pia (a pochi passi dall\u2019attuale ambasciata di Francia presso la Santa Sede) e l\u2019instaurazione a Roma della capitale dell\u2019Italia interamente unificata. Pio IX ordina di consegnare Roma senza combattere e si rinchiude definitivamente nel Palazzo Vaticano, rifiutandosi di assoggettare il papa alla \u00ablegge delle garanzie\u00bb che il governo italiano adotta nei suoi confronti nel 1871. \u00c8 l\u2019inizio della \u00abquestione romana\u00bb in senso stretto, che durer\u00e0 quasi sessant\u2019anni.<\/p>\n\n\n\n

Gli anni \u201960 dell\u2019Ottocento, durante i quali Pio IX appariva particolarmente minacciato, segnarono l\u2019inizio di un rapporto sempre pi\u00f9 stretto tra i cattolici francesi e il Papa. Tale rapporto si concretizz\u00f2 nell\u2019impegno degli Zuavi pontifici al servizio del Papa. Dopo la battaglia di Castelfidardo, la grande sconfitta dei Pontifici contro i piemontesi nel 1860, l\u2019esercito del Papa, comandato dal generale de Lamorici\u00e8re, proveniente da una famiglia monarchica di Nantes, benefici\u00f2 di una mobilitazione confessionale internazionale senza precedenti, che permise l\u2019organizzazione di un battaglione e poi di un reggimento di zuavi pontifici. Tra il 1860 e lo scioglimento del reggimento nel 1870, 10.000 volontari fecero parte degli zuavi pontifici, provenienti da venticinque nazionalit\u00e0, in maggioranza olandesi, francesi e belgi. In Francia parteciparono tutti i dipartimenti, ma fu la Bretagna, in particolare la diocesi di Nantes, a fornire il maggior numero di zuavi (prima del Nord della Francia). La battaglia di Mentana, nel 1867, rappresenta la grande vittoria degli zuavi contro i garibaldini (e del resto l\u2019unica, poich\u00e9 in realt\u00e0 gli zuavi trascorrono molto tempo in attesa di un\u2019occasione per combattere\u2026).<\/p>\n\n\n\n\n\n

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Raffigurazione di Luigi Napoleone Bonaparte e Pio IX; ai piedi dell’albero, l’Italia tiene un discorso a Vittorio Emanuele II.<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Dietro l\u2019impegno militare degli zuavi, si assiste a un impegno multiforme dei cattolici francesi a sostegno del Papa e del suo potere temporale, un impegno spirituale, ma anche finanziario (con la riattivazione nel 1859 del Denaro di San Pietro). \u00c8 proprio attorno alla figura di Pio IX (anche in modo molto concreto, con la diffusione della sua immagine e dei suoi messaggi, resa possibile dalle tecniche moderne) che si afferma la costruzione di un papato venerato e onnipresente nel mondo cattolico, ci\u00f2 che Philippe Boutry ha definito il \u00abmovimento verso Roma\u00bb.<\/p>\n\n\n\n

In Francia, \u00e8 il momento in cui si forma quella sintesi tra eredit\u00e0 controrivoluzionaria, ultramontanismo, opposizione al liberalismo e alla secolarizzazione che viene definita \u00abintransigente\u00bb o \u00abcattolicesimo intransigente\u00bb (l\u2019espressione \u00e8 stata coniata da \u00c9mile Poulat), che diventa progressivamente dominante nel cattolicesimo francese nella seconda met\u00e0 del XIX secolo. Fondamentale \u00e8 la percezione del papa come di un sovrano il cui trono \u00e8 minacciato. Figure come Louis Veuillot, direttore del giornale L\u2019Univers<\/em>, che non hanno la statura intellettuale, va detto, dei grandi leader del \u00abcattolicesimo liberale\u00bb, escono allora dall\u2019ombra di questi ultimi e diventano i portavoce della difesa del \u00abpapa-re\u00bb. Pio IX, dal canto suo, si esprime molto spesso sulla Francia e approva pi\u00f9 volte esplicitamente le prese di posizione di Louis Veuillot.<\/p>\n\n\n\n\n\n

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Prima edizione de \u201cL’Univers\u201d di marted\u00ec 16 aprile 1867.<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

In Pio IX si riscontra anche questa forte convinzione che il papato sia minacciato da una monarchia, il Piemonte, liberale e anticlericale (\u00e8 proprio questa la connotazione che Cavour volle attribuirgli negli anni Cinquanta dell\u2019Ottocento, per assicurarsi la collaborazione della borghesia del Nord Italia nell\u2019opera di unificazione attorno al Piemonte); il Piemonte incarna la modernit\u00e0 in tutto ci\u00f2 che di essa \u00e8 riprovevole e, in fondo, l\u2019eredit\u00e0 del 1789. Il confronto tra la Santa Sede e l\u2019Italia liberale costituisce una spiegazione fondamentale della dimensione intransigente assunta dal papato a partire dalla seconda met\u00e0 del XIX secolo e almeno fino all\u2019inizio del XX secolo. E la terza posizione occupata dalla Francia, sia il potere ufficiale di Napoleone III, che alternava atteggiamenti favorevoli e ostili nei confronti dello Stato Pontificio, sia il cattolicesimo francese, che si evolveva verso un ultramontanismo sempre pi\u00f9 marcato, ha avuto un\u2019influenza altrettanto determinante sull\u2019elaborazione del pensiero del papa in materia politica.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 cos\u00ec che la pubblicazione del famoso Syllabus<\/em> in allegato all\u2019enciclica Quanta cura <\/em>del dicembre 1864 (che riprende diverse decine di proposizioni che condannano la modernit\u00e0, il liberalismo e l\u2019eredit\u00e0 della Rivoluzione, gi\u00e0 apparse in precedenti documenti pontifici) va in parte compresa nel contesto della \u00abquestione romana\u00bb. Sebbene fosse in preparazione da circa dieci anni, la pubblicazione del Syllabus<\/em> costituisce una reazione diretta alla conclusione, tre mesi prima, di un accordo franco-italiano che prevedeva (senza consultare Pio IX) un ritiro progressivo delle truppe francesi che proteggevano ci\u00f2 che restava dello Stato Pontificio. Del resto, Napoleone III viet\u00f2 la lettura pubblica del testo, che era percepito come un attacco al suo regime e alla sua politica. Il Syllabus<\/em>, d\u2019altra parte, appare ai cattolici intransigenti come una conferma dei loro impegni e, a causa della spaccatura che la sua accoglienza suscita nel cattolicesimo francese, viene spesso descritto come il vero atto di nascita dell\u2019intransigismo cattolico, di fronte alle posizioni liberali ancora una volta condannate.<\/p>\n\n\n\n

Il Syllabus<\/em>, che alla fine del XIX secolo divenne una vera e propria carta dell\u2019intransigenza cattolica in Francia, non fungeva solo da contrappeso che cristallizzava la posizione cattolica in un rifiuto unilaterale della modernit\u00e0. Suscita anche, sotto la Terza Repubblica, una dinamica di innovazioni intellettuali, politiche e sociali attraverso le quali il cattolicesimo intende trovare una propria risposta agli \u00aberrori moderni\u00bb. \u00c8 il caso, in particolare, del \u00abcattolicesimo sociale\u00bb, che rappresenta una risposta radicata nell\u2019intransigenza, spesso legittimista, alle evoluzioni sociali scaturite dalla rivoluzione industriale, ma anche una risposta al timore della rivoluzione in s\u00e9 e per s\u00e9 suscitato dalla Comune di Parigi (1871). L\u2019esperienza e le riflessioni dei \u00abcattolici sociali\u00bb del Belgio, della Svizzera, della Germania e soprattutto della Francia sono all\u2019origine dell\u2019enciclica Rerum novarum<\/em> (1891), pietra miliare di quella che oggi viene definita la \u00abdottrina sociale della Chiesa\u00bb.<\/p>\n\n\n\n

La distinzione che spesso si tende a fare, per il periodo che ci interessa, tra papi diplomatici o realisti e papi intransigenti, va sfumata. L\u2019intransigenza era quindi diventata, anche a Roma, un fondamento dottrinale nel rapporto con la modernit\u00e0 liberale. Ci\u00f2 che cambia \u00e8 la questione se sia necessario affrontarla in modo diretto (come fece Pio IX, o, in un certo senso, anche Pio X nel 1906-1907) oppure in modo indiretto, attraverso una sorta di riconquista dalla base della societ\u00e0, di ricristianizzazione attraverso le opere (questa \u00e8 la strategia privilegiata da Leone XIII o da Pio XI). E anche in questo caso il rapporto con gli affari di Francia \u00e8 un elemento rivelatore fondamentale. Leone XIII non ha nulla di un papa liberale. Riprende la posizione elaborata da Pio IX del papa \u00abprigioniero in Vaticano\u00bb. Il \u00abmovimento verso Roma\u00bb si conferma sotto il suo pontificato; il moltiplicarsi dei pellegrinaggi, facilitato dallo sviluppo delle ferrovie, \u00e8 anche un modo, per i pellegrini, di dimostrare il proprio attaccamento al papa, di occupare la citt\u00e0 di Roma spogliata dal Regno d\u2019Italia e di ricordarne il ruolo di capitale del cattolicesimo.<\/p>\n\n\n\n

Ma mentre si mostrava inflessibile nei confronti del Regno d\u2019Italia, Leone XIII adottava un atteggiamento pragmatico nei confronti della Francia. Molto ben informato, riceve numerosi visitatori provenienti dalla Francia, siano essi \u00abcattolici sociali\u00bb di stampo legittimista o intellettuali cattolici di orientamento liberale (\u00c9tienne Lamy, Ferdinand Bruneti\u00e8re). Dal 1879 i repubblicani hanno preso il potere in Francia, dopo quasi un decennio di governo monarchico che non \u00e8 riuscito a ripristinare la monarchia. La morte del principale pretendente, il conte di Chambord, nel 1883, seguita dalle ripetute vittorie elettorali del campo repubblicano, esclude definitivamente la possibilit\u00e0 di una restaurazione. Per quasi quarant\u2019anni, la destra rimane esclusa dal potere. Negli anni Ottanta dell\u2019Ottocento i repubblicani portano a termine un\u2019opera considerevole che comprende un programma di laicizzazione della societ\u00e0 e, in primo luogo, della scuola.<\/p>\n\n\n\n

Durante tutta la Terza Repubblica, l\u2019anticlericalismo (che, tra l\u2019altro, negli anni Ottanta del XIX secolo assume soprattutto la forma di un anticongregazionismo) appare come il collante di un insieme repubblicano le cui orientazioni sono, per il resto, sempre pi\u00f9 diversificate. Negli anni Novanta dell\u2019Ottocento, lo sviluppo di correnti politiche con ambizioni pi\u00f9 avanzate dal punto di vista sociale \u2013 i radicali e persino i socialisti \u2013 provoca una frattura nel campo repubblicano, con alcuni moderati che vengono spinti verso il centro.<\/p>\n\n\n\n

Allo stesso modo, alcuni cattolici, ancora molto pochi, ritengono che l\u2019opposizione incondizionata al regime sia sterile e che, di fronte al pericolo sociale, sia necessaria un\u2019integrazione nel gioco politico, attraverso alleanze con i moderati. \u00c8 proprio questa evoluzione che Leone XIII intende favorire incoraggiando l\u2019\u00abadesione\u00bb dei cattolici alla Repubblica, in particolare attraverso l\u2019enciclica Au milieu des sollicitudes<\/em> (1892), fedele al pensiero dei suoi predecessori, che non avevano mai manifestato una preferenza per il regime monarchico, ma desiderosi di restituire ai cattolici la capacit\u00e0 di agire politicamente. Ma l\u2019appello al \u00abralliamento\u00bb viene accolto male dalla maggioranza dei cattolici impegnati in politica, che preferiscono abbandonare l\u2019arena parlamentare piuttosto che disobbedire al Papa, mentre alcuni si dedicano all\u2019azione sociale.<\/p>\n\n\n\n

Cosa ci resta da ricordare di questa seconda met\u00e0 del XIX secolo? Innanzitutto un forte legame, nel bene e nel male, tra la Francia e i papi, senza eguali nel resto dell\u2019epoca contemporanea. Il papa svolge un ruolo importante nella politica condotta dalla Francia. La sua presenza nel cattolicesimo francese si fa sempre pi\u00f9 marcata man mano che trionfa un ultramontanismo alimentato, tra l\u2019altro, dall\u2019immagine di un sovrano martirizzato. A sua volta, la Francia \u00e8 presente nelle udienze e nel pensiero dei papi, e questo \u00e8 un elemento fondamentale per comprendere l\u2019elaborazione della posizione pontificia di fronte alla modernit\u00e0, che, del resto, paradossalmente, sfocia in un certo senso nella dottrina sociale della Chiesa.<\/p>\n\n\n\n

1905-1945: dalla separazione alla riconciliazione, un\u2019influenza che si affievolisce<\/h2>\n\n\n\n

La prima met\u00e0 del XX secolo, che ha inizio con la separazione tra Chiesa e Stato, \u00e8 invece caratterizzata da un allontanamento dalla Francia, ormai in perdita di influenza nel mondo cattolico. L\u2019affare Dreyfus chiude definitivamente il capitolo dello spirito favorevole al \u00abralliement\u00bb degli anni Novanta dell\u2019Ottocento. Esso determina una nuova e fortissima polarizzazione tra la sinistra repubblicana e la destra nazionalista. Come conseguenza, tra l\u2019altro, del clamore antidreyfusista (e naturalmente apertamente antisemita) di alcune voci e organi di stampa cattolici (in particolare quelli degli Agostiniani dell\u2019Assunzione), l\u2019anticlericalismo torna a essere un elemento fondamentale delle coalizioni di sinistra che governano la Francia a partire dal 1899.<\/p>\n\n\n\n

Si assiste alla ripresa di una politica ancora pi\u00f9 aggressiva di quella degli anni Ottanta del XIX secolo, ancora una volta rivolta in primo luogo contro le congregazioni. \u00c8 il caso della legge del 1901, che prevede un regime di libert\u00e0 per tutte le associazioni, tranne le congregazioni religiose, le quali devono ottenere un\u2019autorizzazione prevista dalla legge \u2013 negata nella stragrande maggioranza dei casi. L\u2019ascesa al potere nel 1902 di una maggioranza radicale (il Blocco di sinistra), guidata dal presidente del Consiglio \u00c9mile Combes, comport\u00f2 un\u2019interpretazione molto severa della legge, la chiusura di numerose scuole e la partenza di molte congregazioni verso l\u2019esilio.<\/p>\n\n\n\n

\u00c9mile Combes riprende il tema della separazione tra Chiesa e Stato, caro alla maggioranza radicale, che rimanda alla Rivoluzione francese e alla Comune di Parigi. In un primo momento, tuttavia, si tratta soprattutto di un tema mobilitante e di uno strumento per esercitare pressione sul Papa. Ci\u00f2 che Combes cerca nel 1902-1903, al contrario della separazione, \u00e8 di poter utilizzare il concordato come uno strumento pi\u00f9 efficace di controllo sulla Chiesa e in particolare sulle nomine episcopali. A tal fine, intende abolire con la forza le prassi di conciliazione tra il governo e la Santa Sede consolidate dall\u2019inizio del XIX secolo, quella che viene chiamata \u00abl\u2019intesa preliminare\u00bb per la nomina dei vescovi, e imporre una versione pi\u00f9 radicale del diritto di nomina riconosciuto al governo dal concordato, cos\u00ec come interpretato dagli \u00abarticoli organici\u00bb, secondo cui il papa, in base a tale interpretazione, dovrebbe limitarsi a concedere \u00abl\u2019investitura canonica\u00bb.<\/p>\n\n\n\n\n\n

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La separazione tra Chiesa e Stato, autore anonimo, 1905.<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Gi\u00e0 nel 1902 Combes entra in un braccio di ferro con Pio X, nominando o trasferendo unilateralmente dei vescovi; il papa rifiuta di cedere e di conferire le investiture. I rapporti con la Santa Sede si deteriorano fino al 1904. Combes scatena deliberatamente un incidente diplomatico permettendo che venga organizzata la visita a Roma del presidente della Repubblica \u00c9mile Loubet (nell\u2019ambito della politica di alleanze orchestrata dal ministro degli Affari esteri Th\u00e9ophile Delcass\u00e9 volta a isolare la Germania): ed \u00e8 la prima volta dal 1870 che un capo di Stato cattolico si reca a Roma per rendere visita al re d\u2019Italia, senza fare visita al papa. Nello stesso anno, Pio X convoca a Roma due vescovi francesi, uno dei quali \u00e8 un dichiarato repubblicano, affinch\u00e9 possano difendersi in relazione a casi di natura morale o amministrativa: \u00c9mile Combes esige il ritiro delle convocazioni che ritiene contrarie al concordato, la Santa Sede rifiuta, il governo annuncia quindi la rottura delle relazioni diplomatiche, l\u2019ambasciata di Francia presso la Santa Sede viene chiusa e il nunzio apostolico lascia Parigi. Combes continua a sventolare, sperando cos\u00ec di far cedere Pio X, la minaccia della separazione, anche dopo la sua uscita di scena nel gennaio 1905. \u00c8 cos\u00ec che, in un certo senso, trascinata dal proprio slancio, la separazione tra Chiesa e Stato diventa una realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

La legge del 1905 \u00e8 oggi considerata un caposaldo del sistema giuridico francese, che sancisce alcuni grandi principi. Innanzitutto, all\u2019articolo 1, garantisce la libert\u00e0 di culto. \u00c8 fondamentale ricordare che essa inizia cos\u00ec: \u00e8 in virt\u00f9 di questo principio che il governo si trova obbligato a fare tutto il possibile per consentire l\u2019organizzazione del culto cattolico, anche se, in un primo momento, la Chiesa rifiuta la legge. Inoltre, l\u2019articolo 2 della legge afferma l\u2019assenza di riconoscimento e di finanziamento dei culti da parte degli enti pubblici. La legge del 1905 non introduce la laicit\u00e0 (del resto il termine \u00e8 assente dal testo e entra nell\u2019uso comune solo a partire dal periodo tra le due guerre), ma piuttosto porta a compimento un processo di progressiva laicizzazione iniziato venticinque anni prima.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 fondamentale non dimenticare che la legge del 1905 \u00e8 sempre stata oggetto di divergenze interpretative, tra l\u2019interpretazione massimalista sostenuta durante i dibattiti da alcuni esponenti della sinistra e dell\u2019estrema, che vogliono fare della legge uno strumento per favorire l\u2019indebolimento o addirittura l\u2019implosione della Chiesa cattolica, e un\u2019interpretazione liberale che pone l\u2019accento sulla libert\u00e0 di culto e cerca, per quanto possibile, di rendere la legge accettabile per la Chiesa. \u00c8 questa seconda interpretazione, grazie all\u2019opera di Aristide Briand, relatore del testo, a prevalere nel testo di legge. Per quanto riguarda lo spirito del testo, invece, le due interpretazioni hanno continuato a contrapporsi, in vari modi, oscillando talvolta in modo inaspettato tra le diverse sensibilit\u00e0 politiche, fino ai giorni nostri. Ecco perch\u00e9 \u00e8 saggio guardarsi dal pretendere di possedere una definizione univoca di ci\u00f2 che oggi chiamiamo \u00ablaicit\u00e0\u00bb: ci\u00f2 che lo storico pu\u00f2 apportare \u00e8 proprio una contestualizzazione storica di questo concetto complesso, che metta in luce la diversit\u00e0 delle sue interpretazioni e delle sue evoluzioni nel corso della storia.<\/p>\n\n\n\n

Il motivo per cui Pio X rifiuta categoricamente il testo non \u00e8 innanzitutto la rottura unilaterale del concordato che esso rappresenta (ci\u00f2 che gli oppositori definiscono un \u00abdivorzio\u00bb). \u00c8 proprio il contenuto del testo e l\u2019istituzione delle \u00abassociazioni di culto\u00bb, che ne costituiscono il nucleo centrale, che il Papa rifiuta. Oltre alla soppressione del bilancio destinato ai culti, l\u2019obiettivo principale della legge del 1905 \u00e8 quello di trasferire l\u2019organizzazione giuridica dei culti dal diritto pubblico (secondo il regime degli \u00abistituti pubblici di culto\u00bb, in vigore sin dal concordato) al diritto delle associazioni, poich\u00e9 gli \u00abistituti pubblici di culto\u00bb sono chiamati a costituire associazioni particolari, dette \u00abcultuali\u00bb, che devono subentrare loro. La questione del mantenimento dell\u2019autorit\u00e0 episcopale su queste associazioni, che devono essere costituite da laici, \u00e8 al centro dei dibattiti nel 1905.<\/p>\n\n\n\n

Nell\u2019enciclica Vehementer nos<\/em>, pubblicata nel febbraio 1906, Pio X condanna tali associazioni, ritenendo che i diritti dell\u2019autorit\u00e0 gerarchica non siano in alcun modo garantiti. Il 1906 si svolge all\u2019insegna di accesi dibattiti: la maggioranza dei vescovi e dell\u2019intellighenzia cattolica, pur prendendo atto della condanna di principio di Pio X, si dichiara comunque favorevole a un compromesso nella pratica, di fronte al rischio di perdere la maggior parte dei beni ecclesiastici in assenza di associazioni cultuali che potessero accoglierli. Nel maggio 1906 si tenne, su richiesta di Pio X, la prima assemblea plenaria dell\u2019episcopato francese (riunioni di questo tipo erano escluse sotto il regime concordatario) e essa si pronunci\u00f2 a favore della sperimentazione di associazioni cosiddette \u00abcanonico-legali\u00bb, ovvero associazioni religiose che, garantendo l\u2019autorit\u00e0 episcopale, fossero conformi al diritto canonico. Ma Pio X prefer\u00ec condannare qualsiasi conciliazione di questo tipo in una seconda enciclica, la Gravissimo officii<\/em>, nell\u2019agosto del 1906. La Chiesa cattolica entra cos\u00ec, per quasi vent\u2019anni, in una sorta di vuoto giuridico, perdendo in tale occasione gran parte dei propri beni.<\/p>\n\n\n\n

Pio X \u00e8 particolarmente influenzato dall\u2019intransigismo francese, che esercita su di lui una forte influenza. Il papa \u00e8 un grande lettore di monsignor Pie, il defunto vescovo di Poitiers, grande difensore dell\u2019infallibilit\u00e0 pontificia e figura di spicco dell\u2019intransigismo; talvolta riprende letteralmente i suoi testi nelle sue omelie. Il periodo 1904-1907 corrisponde inoltre esattamente al culmine della crisi modernista: l\u2019enciclica Pascendi<\/em>, che condanna l\u2019uso dei metodi di critica storica per lo studio della Bibbia, risale al 1907. Tutto ci\u00f2 \u00e8 collegato nella mente di Pio X e degli interlocutori intransigenti ai quali egli presta ascolto: ai suoi occhi, la Francia del 1900 sta sprofondando nuovamente, e in modo ancora pi\u00f9 radicale che sotto Pio IX, nel secolarismo, nel naturalismo e nello scientismo, ed \u00e8 importante preservarne la Chiesa.<\/p>\n\n\n\n

Si entra in un decennio, o almeno cos\u00ec si prospetta, di irrigidimento intellettuale del magistero, caratterizzato dalla lotta antimodernista. La corrente cosiddetta \u00abintegrista\u00bb che si forma in quel periodo (studiata da \u00c9mile Poulat) affonda le sue radici in un intransigismo radicale e non \u00e8 priva di legami, sul piano politico, con l\u2019Action fran\u00e7aise. Non \u00e8 inutile ricordare che l\u2019Action fran\u00e7aise ebbe un ruolo particolarmente mobilitante nel contesto delle manifestazioni contro gli inventari dei beni ecclesiastici, all\u2019inizio del 1906 a Parigi, che convinsero il papa a pubblicare la Vehementer nos<\/em>. Queste reti si intrecciano, in particolare nell\u2019entourage francese di Pio X. L\u2019intransigenza dimostrata dal magistero suscita, nel corso di quel decennio, divisioni nel clero e tra gli intellettuali cattolici in Francia, tra coloro che la sostengono e coloro che la deplorano.<\/p>\n\n\n\n

La prima guerra mondiale, sebbene gli appelli alla pace di Benedetto XV, considerati filo-tedeschi, siano stati accolti particolarmente male anche tra i cattolici, rappresenta un periodo di riconciliazione nazionale forgiato dal fuoco della guerra, che sancisce l\u2019integrazione dei cattolici nella Repubblica. La contesa religiosa non riacquista il ruolo centrale che aveva regolarmente ricoperto nel periodo precedente (la politica anticlericale del Cartello di sinistra del 1924, caratterizzata da tentativi di applicare la separazione in Alsazia-Mosella e di interrompere nuovamente le relazioni diplomatiche con la Santa Sede, costituisce un\u2019eccezione, ma incontra una vivacissima opposizione da parte dei cattolici conservatori, riuniti nella Federazione nazionale cattolica del generale de Castelnau).<\/p>\n\n\n\n

Infatti, l\u2019elezione nel 1919 di una maggioranza di centro-destra (per la prima volta in quarant\u2019anni), il Blocco Nazionale, rese possibile una politica di pacificazione religiosa caratterizzata dalla tolleranza nei confronti del ritorno delle congregazioni e, soprattutto, dal ripristino delle relazioni diplomatiche tra la Francia e la Santa Sede nel 1920-1921. Questa ripresa port\u00f2, nel 1924, a un accordo sullo status giuridico della Chiesa in Francia, fondato sulla costituzione di \u00abassociazioni diocesane\u00bb (ci\u00f2 sarebbe stato possibile, ed era stato preso in considerazione, nell\u2019ambito delle \u00abnorme canonico-legali\u00bb del 1906), e sulla concessione da parte del Papa di una procedura detta di \u00abnotifica preventiva\u00bb che sostituisce il \u00abconsenso preventivo\u00bb nell\u2019ambito della nomina dei vescovi.<\/p>\n\n\n\n

Sotto Pio XI, sembra esserci un clima di riconciliazione con la Repubblica, ci\u00f2 che gli storici hanno definito il \u00absecondo riavvicinamento\u00bb, contrassegnato in particolare dalla condanna dell\u2019Action fran\u00e7aise nel 1926 \u2013 un evento vissuto con grande dolore, ma spesso con spirito di obbedienza, dai cattolici coinvolti. Il pontificato di Pio XI corrisponde a un lungo periodo di concordia per quanto riguarda i rapporti ufficiali con la Francia, in particolare sul tema della pace, soprattutto quando Aristide Briand era ministro degli Affari esteri (carica di fatto inamovibile negli anni Venti). Briand conduce al contempo una politica risoluta di pacificazione religiosa e di riconciliazione franco-tedesca, che lo rende ormai un interlocutore particolarmente apprezzato dai nunzi apostolici Bonaventura Cerretti e Luigi Maglione.<\/p>\n\n\n\n

Ma Pio XI non per questo \u00e8 meno un papa caratterizzato dall\u2019intransigenza. Il suo pontificato \u00e8 improntato a una vasta teologia politica incentrata sulla figura di Cristo Re. L\u2019obiettivo \u00e8 quello di garantire una riconquista cristiana della societ\u00e0, ma partendo dal basso, attraverso le opere, in particolare grazie allo sviluppo dell\u2019Azione Cattolica, che costituisce un asse portante del pontificato. Pio XI difende una rigorosa autonomia della sfera religiosa rispetto a quella politica, nel contesto di un\u2019affermazione pi\u00f9 forte che mai del potere del papa e della sua autonomia rispetto agli Stati. Sotto Pio XI, la Santa Sede sa trarre vantaggio sia dalla perdita del potere temporale, sia dalla ricomposizione dell\u2019ordine internazionale conseguente alla fine della Prima guerra mondiale e all\u2019emergere del multilateralismo, per affermarsi definitivamente come una potenza morale e diplomatica senza pari, che intende negoziare su un piano di parit\u00e0 con gli Stati. Il cardinale Gasparri, segretario di Stato di Benedetto XV e poi di Pio XI, fa ampio ricorso al nuovo Codice di diritto canonico (1917) come diritto comune opponibile agli Stati e garante delle prerogative pontificie, che da allora in poi permea i numerosi concordati firmati con gli Stati.<\/p>\n\n\n\n

Questa evoluzione della Santa Sede all\u2019inizio del XX secolo, sfuggita alla diplomazia francese, \u00e8 all\u2019origine di una sorta di malinteso al momento della ripresa delle relazioni diplomatiche. Negli anni Venti il Quai d\u2019Orsay rimane legato a una mentalit\u00e0 concordataria che lo spinge a sperare di ritrovare, con le relazioni diplomatiche, la possibilit\u00e0 di far ratificare dalla Santa Sede una serie di decisioni, e quindi una forma di controllo sulla gerarchia cattolica. Queste speranze vengono per lo pi\u00f9 deluse. D\u2019altra parte, per quanto riguarda queste relazioni diplomatiche del periodo tra le due guerre, molte delle questioni pi\u00f9 importanti riguardavano gli spazi coloniali e missionari in generale \u2013 ed \u00e8 proprio tenendo conto di questi spazi che ci si pu\u00f2 rendere conto dell\u2019indebolimento della posizione francese.<\/p>\n\n\n\n

Infatti, a partire dalla fine del XIX secolo, parlare della Francia non significa solo riferirsi a Parigi e alla metropoli, e per la Santa Sede questo \u00e8 fondamentale: c\u2019\u00e8 lo spazio coloniale in senso stretto, la cui organizzazione sotto la Terza Repubblica favorisce l\u2019insediamento dei missionari; oltre allo spazio coloniale francese vero e proprio, vi sono le schiere di missionari, uomini e donne: nel 1900, un missionario cattolico su due nel mondo \u00e8 francese. Infine c\u2019\u00e8 quello che viene chiamato il \u00abprotettorato cattolico\u00bb della Francia, dalle origini oscure e sempre pi\u00f9 contestato dalle altre potenze (in particolare dall\u2019Italia), in virt\u00f9 del quale la Francia rivendica il diritto di garantire la \u00abprotezione consolare\u00bb ai cattolici di ogni rito, nell\u2019Impero ottomano e in Estremo Oriente. La Terza Repubblica, nonostante la legislazione laica e persino dopo la legge del 1905, continu\u00f2 a voler fare affidamento su questo formidabile strumento di influenza rappresentato dalla presenza missionaria d\u2019oltremare e dal \u00abprotettorato cattolico\u00bb.<\/p>\n\n\n\n

Ma questo atteggiamento ambiguo si scontra con due ostacoli nella prima met\u00e0 del XX secolo: innanzitutto, la rapida diminuzione della percentuale di missionari francesi, dovuta in primo luogo alla chiusura delle case di formazione in seguito alla legge del 1901, e anche alle stragi della Grande Guerra. Secondo ostacolo: l\u2019evoluzione dell\u2019atteggiamento della stessa Santa Sede, che cerca di centralizzare l\u2019organizzazione missionaria sotto la propria autorit\u00e0 (cos\u00ec come, del resto, l\u2019intera Chiesa, sulla base del Codice di diritto canonico). Si mostra sempre pi\u00f9 critico nei confronti della convergenza tra missione e colonizzazione che si \u00e8 delineata a cavallo del secolo (lo storico Claude Prudhomme parla di una \u00abnazionalizzazione delle missioni\u00bb). Gi\u00e0 l\u2019apostolica Maximum illud<\/em> (1919) aveva come oggetto la denuncia del nazionalismo dei missionari francesi.<\/p>\n\n\n\n

La centralizzazione a Roma delle opere missionarie francesi (tra cui l\u2019Opera per la Propagazione della Fede, il principale ente di raccolta fondi per le missioni a livello mondiale) all\u2019interno di una nuova struttura ad hoc, le Opere Pontificie Missionarie, nel 1922, accolta molto male dal governo francese, \u00e8 una chiara testimonianza della perdita di influenza della Francia nel mondo missionario e della nuova libert\u00e0 acquisita dalla Santa Sede. Ma una tale decisione \u00e8 forse contestabile? Dal dopoguerra, le donazioni raccolte in Francia non costituiscono nemmeno pi\u00f9 la maggioranza dei fondi raccolti dall\u2019Opera, dove gli americani diventano la maggioranza. In generale, dal periodo tra le due guerre fino ai giorni nostri, l\u2019influenza del cattolicesimo americano sulla Santa Sede si \u00e8 progressivamente affermata, in particolare attraverso la mobilitazione finanziaria mediata da potenti organizzazioni come i Knights of Columbus.<\/p>\n\n\n\n

In ultima analisi, la prima met\u00e0 del XX secolo segna una svolta nei rapporti tra la Francia e il Papato. Mentre per i cattolici si conclude il \u00abmovimento verso Roma\u00bb, nel contesto di una centralizzazione senza precedenti della Chiesa attorno al Papa, dal punto di vista istituzionale la posizione della Francia si indebolisce, poich\u00e9 la legislazione laica le impediva in modo duraturo di mantenere nel mondo cattolico un ruolo che tuttavia \u2013 per suprema ironia \u2013 il Quai d\u2019Orsay avrebbe ben voluto conservare. <\/p>\n\n\n\n

Dal 1945: una preoccupazione che \u00e8 diventata un problema<\/h2>\n\n\n\n

Qualche breve parola, a titolo di conclusione, sul periodo successivo alla Seconda guerra mondiale, che \u00e8 senza dubbio pi\u00f9 noto. Due riflessioni: dal dopoguerra, la Francia continua a essere oggetto dell\u2019attenzione dei papi, ma tale attenzione \u00e8 anche fonte di preoccupazione.<\/p>\n\n\n\n

Il tema della \u00abvocazione cristiana\u00bb della Francia, gi\u00e0 presente in Leone XIII, diventa sempre pi\u00f9 ricorrente nel discorso dei papi, man mano che la secolarizzazione della Francia si accentua e sembra rendere meno evidente tale \u00abvocazione\u00bb. Pio XII ne parla volentieri, e questo gi\u00e0 prima del suo pontificato. Sebbene non visiti la Francia in veste di papa, il cardinale Pacelli, allora segretario di Stato, vi si reca due volte in visita ufficiale come legato pontificio: nel 1935 a Lourdes e nel 1937 a Lisieux e Parigi, in occasione della quale il cardinale pronuncia un memorabile sermone a Notre-Dame sulla vocazione della Francia.<\/p>\n\n\n\n\n\n

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Il cardinale Pacelli, futuro papa Pio XII, a Notre-Dame di Parigi nel 1937. <\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Giovanni Paolo II, salito al trono pontificio mentre la Francia era immersa nella \u00abcrisi cattolica\u00bb (Denis Pelletier), caratterizzata da un crollo duraturo della pratica religiosa (come ha recentemente dimostrato lo storico Guillaume Cuchet) e da un\u2019accelerazione della secolarizzazione, riprende spesso il tema della vocazione della Francia nel corso delle sue sette visite apostoliche in terra francese, ricorrendo anche all\u2019espressione \u00abfiglia primogenita della Chiesa\u00bb. \u00c8 del resto interessante notare che questa famosa espressione non \u00e8 priva di connotazioni politiche: si tratta di una trasposizione contemporanea del titolo di \u00abfiglio maggiore della Chiesa\u00bb, che si era diffuso nell\u2019epoca moderna per designare il re di Francia, l\u2019espressione \u00abfiglia maggiore\u00bb si \u00e8 diffusa nel discorso cattolico per indicare la Francia, in concomitanza con la politica laica degli albori della Terza Repubblica.<\/p>\n\n\n\n

Il rapporto tra il cattolicesimo francese e i papi \u00e8 anche di natura intellettuale, in particolare con Giovanni XXIII (che era molto ben introdotto negli ambienti intellettuali quando era nunzio a Parigi nel dopoguerra) e ancor pi\u00f9 con Paolo VI, legato personalmente a numerose personalit\u00e0 della \u00abnuova teologia\u00bb o dell\u2019ambiente delle \u00abSources chr\u00e9tiennes\u00bb (Congar, Bouyer, ma anche Guitton, Gilson e Maritain, che incarn\u00f2, in qualit\u00e0 di ambasciatore presso la Santa Sede nel 1945, in particolare con la fondazione del Centre Saint-Louis, questa dimensione intellettuale e culturale dei rapporti tra Francia e Santa Sede). <\/p>\n\n\n\n\n\n

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Robert Schuman e Angelo Roncalli, futuro papa Giovanni XXIII, nel 1953.<\/figcaption>\n <\/a>\n<\/figure>\n\n\n

Nel 1964, tra una sessione e l\u2019altra del Concilio, Paolo VI, in visita a Saint-Louis-des-Fran\u00e7ais, dichiar\u00f2 che \u00abla Francia \u00e8 il forno in cui si cuoce il pane intellettuale dell\u2019intera cristianit\u00e0\u00bb. In realt\u00e0, tutti i papi qui citati hanno una forma di vicinanza culturale, intellettuale e persino linguistica con la Francia, che Joseph Ratzinger (Benedetto XVI), eletto membro associato dell\u2019Accademia delle scienze morali e politiche nel 1992, incarna ancora in modo eminente. Ma bisogna constatare che oggi la situazione non \u00e8 pi\u00f9 la stessa.<\/p>\n\n\n\n\n

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Viaggio apostolico di Papa Giovanni Paolo II in Francia, a Parigi, il 1\u00b0 giugno 1980.<\/figcaption> <\/figure>\n <\/a>\n \n <\/div>\n
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Visita di Papa Benedetto XVI all\u2019Institut de France il 13 settembre 2008<\/figcaption> <\/figure>\n <\/a>\n <\/div>\n <\/div>\n \n
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Viaggio apostolico di Papa Giovanni Paolo II in Francia, a Parigi, il 1\u00b0 giugno 1980.<\/figcaption> <\/figure>\n \n <\/div>\n
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Visita di Papa Benedetto XVI all\u2019Institut de France il 13 settembre 2008<\/figcaption> <\/figure>\n <\/div>\n <\/div>\n<\/div>\n\n\n\n\n
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Il papa Benedetto XVI celebra una messa all’aperto sull’Esplanade des Invalides a Parigi, il 13 settembre 2008. \u00a9 AP\/Alberto Pizzoli.<\/figcaption> <\/figure>\n <\/a>\n \n <\/div>\n
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Il papa Benedetto XVI celebra una messa all’aperto sull’Esplanade des Invalides a Parigi, il 13 settembre 2008. \u00a9 AP\/Alberto Pizzoli.<\/figcaption> <\/figure>\n \n <\/div>\n
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Dopo la guerra, anche la Francia \u00e8 motivo di preoccupazione per il Papa, mentre la secolarizzazione fa s\u00ec che quest\u2019ultimo venga considerato con maggiore distacco, se non addirittura con ostilit\u00e0, anche da parte di alcuni cattolici. Gli anni \u201950, \u201960 e \u201970 sono anni di polarizzazione che il cattolicesimo francese incarna in modo particolare, anche per quanto riguarda il rapporto con il Papa: dalla condanna dei sacerdoti-operai (1954) alla formazione di un progressismo cattolico negli ambienti sindacali e dell\u2019Azione Cattolica (in particolare in occasione della guerra d\u2019Algeria), fino alle reazioni al Concilio, in particolare con la fondazione della Fraternit\u00e0 San Pio X (1970), la figura del Papa \u00e8 venerata o respinta (o entrambe le cose allo stesso tempo, in un certo senso, con un\u2019abilit\u00e0 che caratterizza i lefebvriani).<\/p>\n\n\n\n

Ma a partire dall\u2019enciclica Humanae vitae<\/em> (1968), che condanna la contraccezione e che fu accolta molto male da numerosi cattolici, compresi alcuni membri del clero, sono le questioni di \u00abbioetica\u00bb a costituire il principale motivo di contesa: dal PACS al \u00abmatrimonio per tutti\u00bb, che ha provocato una mini-crisi diplomatica ai tempi del presidente Hollande e di papa Francesco; dall\u2019aborto al \u00absuicidio assistito\u00bb, a cui potrebbe alludere Leone XIV.<\/p>\n\n\n\n

La frattura che queste questioni rappresentano \u00e8 evidente dal punto di vista delle relazioni ufficiali tra la Francia e la Santa Sede, ma soprattutto, pi\u00f9 in generale, dal punto di vista dei rapporti tra la Chiesa e la societ\u00e0 francese che, come la maggior parte delle societ\u00e0 occidentali, si sta allontanando sempre pi\u00f9 dal sistema di valori morali difeso dal papato e dalla Chiesa gerarchica nella sua maggioranza. Ma in quel piccolo residuo del cattolicesimo francese, all\u2019interno del quale la sensibilit\u00e0 che Yann Raison du Cleuziou ha definito \u00abosservanti\u00bb tende ad essere percepita come dominante, l\u2019importanza della figura del Papa e l\u2019ambizione dichiarata di essere fedeli al suo insegnamento, in particolare in materia morale, costituiscono dei punti di riferimento.<\/p>\n\n\n\n

Mentre dal 2013 si susseguono papi non originari dell\u2019Europa e si accelera, la globalizzazione della Chiesa, gi\u00e0 in germe dalla met\u00e0 del XX secolo, il papato sembra spostare la propria attenzione dalle vecchie potenze cattoliche, tra cui la Francia. Non si pu\u00f2 immaginare che il rapporto tra Francia e Santa Sede ritrovi la centralit\u00e0 che aveva nel magistero pontificio cento o centocinquanta anni fa. Evitando in genere di menzionare ufficialmente i punti di disaccordo, la Santa Sede e la Francia mettono in evidenza una serie di convergenze geopolitiche, sul tema dell\u2019ecologia, della pace (in particolare in Medio Oriente, dove l\u2019influenza della Francia, sebbene in declino, continua a farsi sentire), o ancora della difesa di un diritto internazionale minacciato dalla politica del presidente americano. In questo contesto, sar\u00e0 interessante prestare attenzione, nei discorsi che pronuncer\u00e0 Leone XIV, ai due aspetti del rapporto tra la Francia e la Santa Sede: forse la sua figlia maggiore, ma in ogni caso non la pi\u00f9 fedele, secondo l\u2019ironica espressione di Papa Francesco.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

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