{"id":51178,"date":"2026-09-24T13:58:05","date_gmt":"2026-09-24T11:58:05","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=51178"},"modified":"2026-09-24T14:06:42","modified_gmt":"2026-09-24T12:06:42","slug":"europa-deve-ritrovare-africa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/09\/24\/europa-deve-ritrovare-africa\/","title":{"rendered":"L&#8217;Europa deve ritrovare l&#8217;Africa"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"non-subscribers-only\"><em>Prova <\/em>Il Grand Continent e <em>scopri idee e analisi che non troverai da nessun\u2019altra parte. Ma che presto vedrai ovunque. Nella tua casella di posta <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/offre-abonnement\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\">a partire da 8 euro al mese<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-drop-cap\">Nelle grandi istituzioni si osserva spesso una certa tendenza a ripetere ci\u00f2 che si \u00e8 fatto finora, una sorta di sonnambulismo. \u00c8 proprio ci\u00f2 che sta accadendo oggi all\u2019interno dell\u2019Unione in merito alle relazioni con l\u2019Africa. \u00c8 tuttavia necessario rompere senza ulteriori indugi con questa routine per riuscire a riallacciare i rapporti con un continente che svolger\u00e0 un ruolo essenziale per il futuro del mondo nel XXI secolo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Una grande ondata di democratizzazione<\/h2>\n\n\n\n<p>Torniamo innanzitutto a ci\u00f2 che \u00e8 accaduto negli ultimi decenni in Africa. Negli anni \u201990, con la caduta del muro di Berlino e la fine della guerra fredda, nel continente africano era nata una legittima speranza: quella di vedere i regimi autocratici che vi regnavano praticamente ovunque lasciare il posto a regimi democratici.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo diversi decenni in cui i paesi africani erano stati governati prevalentemente da regimi a partito unico, tra il 1989 e il 1994 si sono tenute decine di elezioni multipartitiche nel continente. Nel corso dell\u2019ultimo decennio del XX secolo, 42 dei 48 paesi dell\u2019Africa subsahariana hanno attuato riforme democratiche. A trent\u2019anni dalla grande trasformazione storica rappresentata dall\u2019ondata delle indipendenze, si aveva la sensazione che l\u2019Africa stesse attraversando nuovamente una svolta storica. Da parte europea, questa dinamica \u00e8 stata ampiamente sostenuta all\u2019epoca, sia sul piano politico che finanziario.<\/p>\n\n\n\n<p>Le circostanze variavano da un paese all\u2019altro, ma la tendenza generale era chiara. Questo movimento trovava la sua origine principalmente in un forte senso di frustrazione delle popolazioni africane, la cui qualit\u00e0 di vita non era migliorata quasi per nulla, se non del tutto, dopo l\u2019indipendenza. Questo punto \u00e8 particolarmente importante e non \u00e8 stato sufficientemente preso in considerazione in Europa: le popolazioni africane non hanno partecipato in massa alle elezioni semplicemente perch\u00e9 amano votare o perch\u00e9 apprezzano la possibilit\u00e0 di esprimere la loro diversit\u00e0 politica alle urne. Sono andate a votare perch\u00e9 nutrivano grandi aspettative in termini di miglioramento della governance e di progresso economico e sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>Da allora, i paesi africani hanno registrato un bilancio economico che pu\u00f2 sembrare positivo in termini di crescita, ma che in realt\u00e0 \u00e8 ben meno positivo di quanto spesso si pensi. Il periodo compreso tra il 1980 e il 1995 era stato disastroso. La modesta crescita economica registrata era stata ampiamente superata dalla crescita demografica. Nel corso di quel decennio e mezzo, il reddito pro capite era nettamente diminuito.<\/p>\n\n\n\n<p>I vent&#8217;anni successivi sono stati migliori. Certamente grazie alle riforme economiche, ma soprattutto a causa della forte domanda internazionale di materie prime africane. Questo periodo \u00e8 stato inoltre caratterizzato da un afflusso di investimenti diretti esteri, che tuttavia hanno interessato principalmente il settore primario, in particolare il petrolio, il gas e i minerali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Una crescita economica significativa, ma da mettere in prospettiva<\/h2>\n\n\n\n<p>Dalla met\u00e0 degli anni \u201990 fino alla met\u00e0 degli anni 2010, la crescita economica del continente \u00e8 stata significativa, con un tasso superiore al 5% all\u2019anno. Una crescita del 5% all\u2019anno sarebbe un risultato straordinario per le economie europee, ma in Africa tale tasso va relativizzato. Per due ragioni. In primo luogo, perch\u00e9, a causa di una crescita demografica superiore al 2% all\u2019anno, la crescita reale del reddito pro capite non \u00e8 sufficiente. In secondo luogo, perch\u00e9 molte economie africane partono da un livello estremamente basso e sono quindi impegnate in un processo di recupero.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Da dieci anni, per ragioni diverse, si osserva nuovamente una crescita economica pi\u00f9 modesta. Si tratta di un tasso compreso tra il 3 e il 4% all&#8217;anno, che, una volta considerata la crescita demografica, rappresenta poco pi\u00f9 dell&#8217;1% pro capite. A ci\u00f2 si aggiunge il fatto che l&#8217;Africa \u00e8, insieme all&#8217;America Latina, la regione del mondo in cui le disuguaglianze sono pi\u00f9 marcate. E queste disuguaglianze non sono diminuite negli ultimi tre decenni. Si tratta di uno dei fattori pi\u00f9 importanti che continua a frenare lo sviluppo del continente.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Africa \u00e8 in realt\u00e0 estremamente eterogenea, e bisogna diffidare dei discorsi troppo generici al riguardo. Conta infatti una cinquantina di paesi con storie, climi, culture e realt\u00e0 politiche molto diverse. Ma per comprendere le dinamiche politiche africane, comprese quelle internazionali, \u00e8 necessario rendersi conto che gran parte della popolazione africana continua a provare una forte frustrazione riguardo alle proprie prospettive economiche e sociali.<\/p>\n\n\n\n<p>La popolazione africana \u00e8 la pi\u00f9 giovane del pianeta. \u00c8 ambiziosa e possiede gli stessi talenti che si trovano in qualsiasi altra parte del mondo, nonostante un livello di istruzione pi\u00f9 basso. Quando esamina la propria situazione attuale e il percorso compiuto negli ultimi decenni, il sentimento che prevale \u00e8 quello di ribellione. In Africa regna un clima di profonda insoddisfazione, non solo nei confronti degli stessi leader, ma anche dei loro alleati tradizionali. \u00c8 qui che entra in gioco l\u2019Europa.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Un&#8217;Europa distratta<\/h2>\n\n\n\n<p>Negli ultimi decenni, l\u2019Europa si \u00e8 dimostrata ben poco capace di comprendere la situazione del continente e di adattarsi ai cambiamenti che esso ha subito. L\u2019Unione non \u00e8 rimasta inattiva in questo periodo, ma \u00e8 stata distratta.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fin dall\u2019inizio dell\u2019integrazione europea e delle indipendenze africane si era instaurato con l\u2019Africa un rapporto incentrato sull\u2019aiuto allo sviluppo, con le convenzioni di Yaound\u00e9, poi di Lom\u00e9 e infine l\u2019accordo di Cotonou. \u00c8 stato essenzialmente attraverso questi meccanismi, inizialmente promossi in larga misura dalla Francia, che si \u00e8 operata un\u2019europeizzazione delle relazioni economiche con l\u2019Africa. Tuttavia, il fulcro delle relazioni politiche \u00e8 rimasto concentrato a Parigi e a Londra pi\u00f9 che a Bruxelles. In altre parole, l\u2019architettura delle relazioni tra l\u2019Unione e i paesi africani era tecnocratica e incentrata sullo sviluppo economico, ma non presentava una dimensione politica significativa e non ha creato alcuna dinamica a tale livello.<\/p>\n\n\n\n<p>A partire dagli anni \u201990, dopo la fine della guerra fredda, l\u2019Europa si \u00e8 chiusa in se stessa, concentrandosi sul compito storico di riunificare il continente europeo. All\u2019interno della Commissione, tuttavia, alcune migliaia di funzionari continuavano a dedicarsi, in modo tecnocratico, alla promozione di progetti di cooperazione con i paesi africani. Sebbene i testi degli accordi mettessero sempre pi\u00f9 in evidenza la dimensione politica di questa relazione, il dialogo rimaneva in realt\u00e0 essenzialmente di natura tecnica. La volont\u00e0 di interazione politica era molto limitata da parte delle istituzioni europee e gli incontri erano generalmente condotti da direttori generali o capi divisione, anche quando, dall\u2019altra parte del tavolo, sedevano presidenti, primi ministri o ministri.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">I nuovi paesi europei non conoscono l&#8217;Africa<\/h2>\n\n\n\n<p>Nel 2004 l\u2019Unione ha vissuto un grande allargamento con l\u2019adesione di dieci nuovi paesi, di cui otto dell\u2019Europa centrale e orientale, ai quali si sono aggiunti poco dopo la Romania, la Bulgaria e la Croazia. Nessuno di questi nuovi Stati membri intrattiene relazioni politiche significative con il continente africano. Inevitabilmente, il baricentro dell\u2019Unione si \u00e8 spostato verso est e verso nord. Paesi come la Spagna, il Portogallo, la Francia o l\u2019Italia hanno fatto il possibile affinch\u00e9 l\u2019Africa e il Mediterraneo rimanessero componenti importanti della politica europea, ma l\u2019allargamento ha agito in modo massiccio in senso contrario.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualche anno dopo \u00e8 scoppiata la grande crisi finanziaria. Per diversi anni, i vertici europei si sono concentrati sul salvataggio dell\u2019euro e di diverse economie, suscitando le controversie che ben conosciamo. Poi sono seguite l\u2019annessione della Crimea da parte della Russia, l\u2019immensa complessit\u00e0 delle relazioni transatlantiche dall\u2019arrivo di Donald Trump a Washington, la pandemia di Covid-19 e infine l\u2019invasione russa dell\u2019Ucraina. Dall\u2019inizio degli anni \u201990 ad oggi, l\u2019Africa \u00e8 ben lungi dall\u2019essere una delle priorit\u00e0 dei decisori politici europei.<\/p>\n\n\n\n<p>Prevaleva inoltre l\u2019idea che le relazioni tra l\u2019Europa e l\u2019Africa fossero nel complesso stabilizzate, nonostante le crisi che questo o quel Paese del continente africano potesse attraversare. In molti casi, le \u00e9lite africane avevano studiato in Europa e vi mandavano i propri figli all\u2019universit\u00e0, in particolare in Francia o nel Regno Unito. L\u2019Europa rimaneva un punto di riferimento per le popolazioni africane e non sembrava necessario prestare molta attenzione alle dinamiche interne al continente, tanto pi\u00f9 che per gli europei c\u2019erano altre urgenze pi\u00f9 pressanti.<\/p>\n\n\n\n<p>In altre parole, per l\u2019Unione le relazioni con l\u2019Africa proseguivano come di consueto, sotto la guida di tecnocrati. Questi ultimi erano convinti che i milioni di euro destinati ai progetti di sviluppo sarebbero stati sufficienti a risolvere tutti gli eventuali problemi o malintesi.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il nodo gordiano delle migrazioni<\/h2>\n\n\n\n<p>Torniamo al continente africano per precisare le sfide che deve affrontare. La prima riguarda la demografia. La crescita demografica vi rimane significativa e contrasta con la stagnazione demografica dell\u2019Europa e con il netto rallentamento osservato quasi ovunque altrove. Nel 1950, la popolazione europea era pi\u00f9 del doppio di quella del continente africano. Intorno al 2000, la popolazione africana ha superato quella europea. Oggi, alla fine del primo quarto del XXI secolo, l\u2019Africa conta circa il doppio degli abitanti rispetto all\u2019Europa. Entro un quarto di secolo, la popolazione africana raggiunger\u00e0 i 2,5 miliardi di abitanti, ovvero pi\u00f9 del triplo della popolazione europea, che sar\u00e0 pari a 700 milioni.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"iframe-container wp-block-image wp-block-image-medium  iframe-dw\">\n\t<div>\n\t\t<iframe class=\"absolute w-full h-full pin-t pin-l\" title=\"titolo\" aria-label=\"Interactive line chart\" src=\"\/\/datawrapper.dwcdn.net\/0v5Pl\/\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\"><\/iframe>\n\t<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p>L\u2019Africa \u00e8 di gran lunga il continente pi\u00f9 giovane del pianeta. Oggi l\u2019et\u00e0 mediana \u00e8 di 19,5 anni. Circa il 60% degli africani ha meno di 25 anni. Nella regione del Sahel, questa percentuale raggiunge addirittura il 70%. Questa situazione \u00e8 radicalmente diversa da quella dell\u2019Europa, dove solo il 25% della popolazione ha meno di 25 anni. Non si tratta semplicemente di una differenza statistica: queste realt\u00e0 diverse hanno un impatto profondo sul modo in cui europei e africani percepiscono il mondo e si percepiscono a vicenda.<\/p>\n\n\n\n<p>Per la stragrande maggioranza degli africani nati negli ultimi decenni, la cosa principale che sanno dell\u2019Europa \u00e8 che \u00e8 estremamente difficile ottenere un visto per andarci. Sanno anche che l\u2019unico modo per cercare opportunit\u00e0 nelle economie europee sviluppate \u00e8 mettere a rischio la propria vita attraversando il deserto del Sahara e il Mediterraneo, oppure imbarcandosi su piroghe per raggiungere le Canarie.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Africa \u00e8 il continente pi\u00f9 giovane, mentre l\u2019Europa \u00e8 quello con la popolazione pi\u00f9 anziana: entro il 2050, quasi un europeo su tre avr\u00e0 pi\u00f9 di 65 anni. Le conseguenze saranno evidenti: ci saranno sempre meno giovani a provvedere al sostentamento di un numero crescente di pensionati.<\/p>\n\n\n\n<p>Il tema delle migrazioni \u00e8 politicamente scottante in Europa. Purtroppo, viene spesso strumentalizzato in modo demagogico per alimentare paure e odio. Uno sguardo sereno e realistico permette di mettere in luce altre realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019evoluzione demografica dell\u2019Europa \u00e8 difficilmente sostenibile senza l\u2019immigrazione. La forza della dinamica demografica africana rende inoltre ridicola l\u2019idea di costruire muri nel deserto o in mare per impedire i flussi migratori verso l\u2019Europa. Affinch\u00e9 i flussi migratori possano essere controllati senza che i giovani africani debbano correre rischi straordinari per raggiungere il continente europeo, \u00e8 fondamentale che l\u2019Africa registri una forte crescita economica, crei numerosi posti di lavoro e offra migliori prospettive future ai propri giovani. Senza ci\u00f2, sarebbe illusorio immaginare che possano instaurarsi relazioni sane in materia di migrazione tra l\u2019Africa e l\u2019Europa.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono altri due aspetti da sottolineare riguardo ai flussi migratori africani. La stragrande maggioranza delle migrazioni africane avviene all\u2019interno dello stesso continente, e non tra l\u2019Africa e l\u2019Europa. Si conta infatti un numero di africani che emigrano verso altri paesi africani pi\u00f9 che verso l\u2019Europa. La crescita dei flussi migratori intra-africani \u00e8 di gran lunga superiore a quella delle migrazioni verso l\u2019Europa. Va inoltre ricordato che gli europei migrano molto pi\u00f9 degli africani. Circa il 3% degli africani vive fuori dal proprio paese di nascita, contro oltre il 10% degli europei. Sebbene la popolazione africana sia doppia rispetto a quella europea, sono quasi 90 milioni gli europei che vivono fuori dal proprio paese di nascita, contro circa 40 milioni di africani. E, considerando il totale dei migranti nel mondo, solo il 14% \u00e8 africano, contro oltre il 40% di asiatici e circa il 30% di europei&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-1-51178' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote note-digits-1'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/09\/24\/europa-deve-ritrovare-africa\/#easy-footnote-bottom-1-51178' title='Dati tratti da Nazioni Unite, Dipartimento degli Affari Economici e Sociali, Divisione Popolazione, 2021; &lt;em&gt;International Migration 2020 Highlights&lt;\/em&gt; e Organizzazione Internazionale per le Migrazioni, 2025, &lt;em&gt;World Migration Report&lt;\/em&gt;.'><sup>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n<p>Il dibattito politico e mediatico d\u00e0 talvolta l\u2019impressione che l\u2019Europa sia minacciata da vaste orde di africani desiderosi di invaderla. Si tratta di un\u2019idea errata. In realt\u00e0, i flussi migratori tra i due continenti rimangono relativamente modesti. \u00c8 nostro dovere respingere le manipolazioni a fini politici ed esaminare con sincerit\u00e0 i dati e le tendenze reali. Ci\u00f2 non significa che non ci sia lavoro da fare, perch\u00e9 evidentemente c\u2019\u00e8. Ma ci sbagliamo profondamente se pensiamo che questa sia la sfida pi\u00f9 grande che l\u2019Europa si trova ad affrontare.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Rimediare all\u2019ingiustizia climatica<\/h2>\n\n\n\n<p>Il riscaldamento globale ha conseguenze particolarmente gravi in Africa.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Si tratta evidentemente di una profonda ingiustizia: l\u2019Africa \u00e8 responsabile di circa il 3% delle emissioni totali di carbonio, eppure \u00e8 proprio in questo continente che si osservano alcuni dei cambiamenti pi\u00f9 rapidi. Inoltre, l\u2019agricoltura \u00e8 uno dei settori pi\u00f9 colpiti dai cambiamenti climatici e l\u2019Africa conta, in proporzione, un numero maggiore di lavoratori in questo settore rispetto agli altri continenti. In altre parole, i cambiamenti climatici hanno un impatto negativo sull\u2019intero pianeta, ma colpiscono in modo sproporzionato il continente africano.<\/p>\n\n\n\n<p>Se guardiamo al Sahel, in questa vasta regione esiste da secoli un rapporto complesso tra allevatori e agricoltori. Alcune popolazioni vivono di agricoltura stanziale, mentre altre praticano la transumanza di mandrie di bovini e caprini per centinaia di chilometri, seguendo il ritmo delle stagioni. Quando le mandrie degli allevatori attraversano i terreni agricoli, causano danni agli agricoltori, ma tradizionalmente tali danni vengono risarciti. Storicamente, le tensioni tra agricoltori e allevatori derivanti da questi diversi stili di vita sono documentate in molti modi, ma si conoscono anche innumerevoli esempi di convivenza e di ricerca pacifica di soluzioni vantaggiose per entrambe le parti.<\/p>\n\n\n\n<p>Con il cambiamento climatico, tuttavia, i percorsi di transumanza subiscono variazioni su brevi periodi e gli allevatori entrano cos\u00ec in contatto con popolazioni con cui non sono abituati a risolvere questi problemi. Ci\u00f2 provoca conflitti. Tradizionalmente, nel Sahel, gli allevatori sono per lo pi\u00f9 Peul (o Fulbe o Peulh), e questi nuovi conflitti assumono cos\u00ec una dimensione etnica in un contesto di estrema fragilit\u00e0 dell\u2019autorit\u00e0 e delle capacit\u00e0 dello Stato. \u00c8 cos\u00ec che negli ultimi quindici anni si \u00e8 assistito allo sviluppo di gruppi insurrezionali islamisti radicali. Non bisogna credere che l\u2019adesione a questi gruppi jihadisti sia il risultato di un\u2019ondata di radicalismo religioso. Essa si spiega soprattutto con la carenza di risorse e di prospettive future per i giovani, attratti da queste insurrezioni dalla promessa di una vita migliore.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image wp-block-image-large\"\n    data-shadow=\"false\"\n    data-use-original-file=\"false\">\n    <a\n        data-pswp-src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2026\/09\/Carte-langue-peul-et-conflits-italien.png\"\n        class=\"inline-block gallery-item no-underline \"\n        data-pswp-width=\"8433\"\n        data-pswp-height=\"2692\">\n                                        <picture>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2026\/09\/Carte-langue-peul-et-conflits-italien-330x105.png\"\r\n                media=\"(max-width: 374px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2026\/09\/Carte-langue-peul-et-conflits-italien-690x220.png\"\r\n                media=\"(max-width: 989px)\" \/>\r\n                    <source\r\n                srcset=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2026\/09\/Carte-langue-peul-et-conflits-italien-1340x428.png\"\r\n                media=\"(min-width: 990px)\" \/>\r\n                <img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/wp-content\/uploads\/sites\/12\/2026\/09\/Carte-langue-peul-et-conflits-italien-125x40.png\" \/>\r\n        <\/picture>\r\n                            \n                    <figcaption class=\"pswp-caption-content \">Mappe delle aree in cui si parla una lingua peul in Africa. \u00a9 Il Grand Continent<\/figcaption>\n            <\/a>\n<\/figure>\n\n\n<p>Sono soprattutto i giovani Fulani, sempre pi\u00f9 emarginati e con minori prospettive future a causa dei cambiamenti climatici, ad ingrossare le file dei jihadisti. Ci\u00f2 rafforza l\u2019idea, diffusa in alcuni altri settori della popolazione nonch\u00e9 tra alcuni militari e paramilitari, secondo cui tutti i Peul siano terroristi. Ne conseguono attacchi di natura genocida contro villaggi e popolazioni peul.<\/p>\n\n\n\n<p>Quando si parla di cambiamento climatico in Africa, non si tratta solo della diminuzione dei terreni coltivabili \u2013 cosa che sarebbe gi\u00e0 di per s\u00e9 molto grave \u2013 ma anche dell\u2019accelerazione degli squilibri interni a societ\u00e0 gi\u00e0 estremamente fragili. L\u2019esempio che ho citato proviene dal Sahel, ma dinamiche simili legate al cambiamento climatico si riscontrano in molte altre regioni del continente. \u00c8 il caso, in particolare, della tragica guerra civile in Sudan, dove si contano dodici milioni di sfollati e dove pi\u00f9 di duecentomila, se non addirittura quattrocentomila persone, hanno gi\u00e0 perso la vita negli ultimi tre anni.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Esistono opportunit\u00e0 per interessi convergenti<\/h2>\n\n\n\n<p>Il continente africano deve affrontare sfide colossali e centinaia di milioni di africani vivono in condizioni di estrema precariet\u00e0, intrappolati in circoli viziosi di povert\u00e0 e insicurezza. Le strutture coloniali e il malgoverno postcoloniale hanno dato origine a numerosi Stati estremamente fragili, la cui capacit\u00e0 di esercitare le proprie funzioni sovrane e di fornire beni pubblici di base alla propria popolazione \u00e8 molto limitata.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma vi si trovano anche paesi ben governati, dove l\u2019energia dei giovani rappresenta un indubbio vantaggio demografico e una promessa per il futuro. Inoltre, i cambiamenti avvenuti nel contesto mondiale offrono nuove prospettive all\u2019Africa.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 il caso della transizione energetica e della transizione digitale, che possono offrire nuove opportunit\u00e0 all\u2019Africa e alle sue relazioni con l\u2019Europa. Queste transizioni dipendono in particolare dall\u2019accesso ai minerali critici. Ebbene, \u00e8 proprio nel continente africano che si trova la maggiore concentrazione di questi minerali, con circa un terzo delle riserve totali mondiali, di cui il 55 % di cobalto, il 70 % di manganese, l\u201980% di platino, il 62% di cromo e il 25% di grafite naturale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In teoria, ci\u00f2 potrebbe rappresentare un vantaggio fondamentale per il continente africano nel XXI secolo. A condizione, tuttavia, che gli Stati africani riescano a controllare l\u2019attivit\u00e0 mineraria, a sviluppare catene del valore e ad adottare tecnologie avanzate per diventare economie esportatrici di prodotti ad alta tecnologia. Finora, tuttavia, i minerali critici e le terre rare sembrano destinati a non apportare benefici concreti allo sviluppo del continente, proprio come \u00e8 avvenuto in passato per i combustibili fossili, nonostante la loro abbondanza in Africa.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">In Africa si registrano (molto) nuovi attori<\/h2>\n\n\n\n<p>Mentre in Europa ci perdevamo nelle nostre dispute interne, in Africa sono arrivati nuovi attori, portando con s\u00e9 investimenti e proposte innovative. Essi occupano lo spazio lasciato libero dalla distrazione dell\u2019Europa e dalla sua incapacit\u00e0 di instaurare con l\u2019Africa un rapporto adeguato ai nostri tempi.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"iframe-container wp-block-image wp-block-image-medium  iframe-dw\">\n\t<div>\n\t\t<iframe class=\"absolute w-full h-full pin-t pin-l\" title=\"titolo\" aria-label=\"Interactive line chart\" src=\"\/\/datawrapper.dwcdn.net\/NDgEP\/1\/\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\"><\/iframe>\n\t<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p>Da tre decenni la Cina si sta posizionando per trarre il massimo vantaggio dalle opportunit\u00e0 legate allo sfruttamento delle risorse africane, che si tratti di petrolio, gas o materiali fondamentali per le tecnologie all\u2019avanguardia. In tutto il continente si possono vedere edifici pubblici, come parlamenti o ministeri, costruiti e donati dalla Cina. Ci\u00f2 non significa tuttavia che Pechino abbia finora contribuito in modo significativo allo sviluppo del continente africano e, in alcuni paesi, l\u2019eccessivo indebitamento causato dalla Cina \u00e8 fonte di tensioni. Ma quando si parla con i leader africani, questi apprezzano quello che considerano un atteggiamento rispettoso da parte dei cinesi, cos\u00ec come il fatto che mantengano le promesse.<\/p>\n\n\n\n<p>La Turchia, che all\u2019inizio di questo secolo contava 12 ambasciate in Africa, oggi ne ha 44. Nei paesi in conflitto, la Turchia vende armi, in particolare droni, che oggi si trovano su tutti i fronti. Ma negli altri paesi, che costituiscono la maggioranza del continente, si osserva una rapida crescita dell\u2019influenza turca in numerosi settori dell\u2019economia. Turkish Airlines serve direttamente quasi 50 destinazioni in Africa, il che significa che sempre pi\u00f9 africani che desiderano viaggiare fuori dal continente, o anche all\u2019interno di esso, transitano per Istanbul. Nel Sahel e nell\u2019Africa occidentale, \u00e8 ormai impossibile non notare la presenza turca negli aeroporti e negli alberghi. Anche nel settore dell\u2019istruzione si osserva l\u2019apertura di scuole turche in numerose capitali africane, e una quota crescente dei figli delle \u00e9lite africane parte per studiare nelle universit\u00e0 turche.<\/p>\n\n\n\n<div class=\"iframe-container wp-block-image wp-block-image-medium  iframe-dw\">\n\t<div>\n\t\t<iframe class=\"absolute w-full h-full pin-t pin-l\" title=\"titolo\" aria-label=\"Interactive line chart\" src=\"\/\/datawrapper.dwcdn.net\/8X1J7\/\" scrolling=\"no\" frameborder=\"0\"><\/iframe>\n\t<\/div>\n<\/div>\n\n\n\n<p>Gli Emirati Arabi Uniti rappresentano forse l\u2019esempio pi\u00f9 significativo dell\u2019interesse rivolto all\u2019Africa negli ultimi anni. Gli Emirati, che cercano di garantire il proprio futuro dopo l\u2019esaurimento dei combustibili fossili, sono oggi la principale fonte di investimenti nel continente. Si stima che ogni anno transitino per Dubai circa 30 miliardi di dollari di oro africano non dichiarato, aggirando cos\u00ec le normative vigenti nei paesi europei. Oggi si contano 30.000 imprese africane registrate presso la Camera di commercio di Dubai, e la citt\u00e0 \u00e8 diventata il principale centro di riciclaggio di denaro per le \u00e9lite politiche ed economiche africane.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A questi interessi si accompagnano una crescente influenza e un impegno politico sempre maggiore. A cominciare dalla guerra civile in Sudan, dove gli Emirati Arabi Uniti sostengono molto attivamente i ribelli delle Forze di Sostegno Rapido. La feroce concorrenza tra i paesi del Golfo si traduce anche in una maggiore presenza dell\u2019Arabia Saudita e del Qatar nel continente. Per il momento, tuttavia, questi paesi hanno effettuato solo investimenti sporadici, ma si orienteranno sicuramente verso un impegno pi\u00f9 significativo.<\/p>\n\n\n\n<p>In quanto europei, dobbiamo interrogarci sull\u2019interesse che altre potenze nutrono per l\u2019Africa. Non possiamo pi\u00f9 considerare il continente africano come un dominio riservato. Dobbiamo accettare la presenza di questi altri attori sul continente: l\u2019era coloniale del possesso e del controllo \u00e8 finita da diversi decenni. I rapporti neocoloniali che spesso si sono instaurati in seguito tra gli ex colonizzatori e numerosi paesi sono malsani e sempre pi\u00f9 respinti dalle popolazioni africane. \u00c8 un fatto positivo: dobbiamo prendere molto sul serio i discorsi sovranisti critici nei confronti del paternalismo europeo formulati dalle \u00e9lite e soprattutto dalle popolazioni africane. La volont\u00e0 di difendere e far prevalere i propri interessi \u00e8 del tutto legittima. \u00c8 un punto di vista che condividiamo, in particolare nei nostri rapporti attuali con gli Stati Uniti o la Cina.<\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo tuttavia dei punti di forza che derivano dalla nostra storia comune e dalla nostra vicinanza geografica. Un primo ministro del Sahel, estremamente critico nei confronti dell\u2019Europa, mi ha confidato che, ciononostante, preferiva di gran lunga lavorare con gli europei piuttosto che con i cinesi. Secondo lui, quando dialogava con noi riusciva a cogliere il significato nascosto dietro le parole, cosa che non accadeva con i suoi interlocutori cinesi.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Bisogna contrastare la presenza della Russia in Africa<\/h2>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 un altro Paese la cui presenza e attivit\u00e0 in Africa non possono essere ignorate: la Russia. A differenza degli altri attori citati finora, la Russia non ha praticamente mai contribuito alla costruzione di una scuola, di una clinica o di un pozzo. La Russia ha un\u2019unica motivazione per la sua presenza rafforzata in Africa negli ultimi anni: creare difficolt\u00e0 al fianco meridionale dell\u2019Europa. Per Mosca, il continente africano non \u00e8 un vero e proprio partner, ma una regione che pu\u00f2 essere manipolata per seminare zizzania, ad esempio strumentalizzando i flussi migratori, seguendo cos\u00ec il modello gi\u00e0 utilizzato dalla Bielorussia. Per la Russia, l\u2019Africa \u00e8 utile solo nella misura in cui pu\u00f2 servire a favorire divisioni e conflitti in Europa.<\/p>\n\n\n\n<p>La Russia opera principalmente in Africa attraverso i mercenari, in particolare quelli della Wagner, che oggi fanno parte dell\u2019Africa Corps. Si tratta delle stesse persone, ma sottoposte a una catena di comando pi\u00f9 diretta che parte dal Cremlino. Questi mercenari sono molto presenti soprattutto nel Sahel, ma il loro impatto reale \u00e8 limitato, poich\u00e9 i conflitti in questa regione sono impossibili da risolvere solo con la forza bruta. L\u2019altro prodotto di esportazione russo verso l\u2019Africa \u00e8 il know-how in materia di manipolazione e disinformazione, come si \u00e8 potuto constatare durante gli eventi che hanno portato le truppe francesi a lasciare il Sahel.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 quindi opportuno distinguere tra la crescente presenza di vari attori internazionali in Africa \u2013 che deriva in particolare dall\u2019incapacit\u00e0 dell\u2019Europa di rispondere alle aspirazioni e alle esigenze del continente \u2013 e la presenza russa in Africa, che \u00e8 specificamente diretta contro l\u2019Europa. Dobbiamo fare i conti con i primi, ma dobbiamo contrastare questa presenza russa, anche se ci\u00f2 deve avvenire in modo intelligente e non diretto.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Un nuovo approccio europeo nei confronti dell\u2019Africa?<\/h2>\n\n\n\n<p>L\u2019Africa \u00e8 ben pi\u00f9 ricca e complessa di quanto sia stato possibile sintetizzare in questa sede, ma concludiamo questo lavoro con quattro idee chiave per un nuovo approccio europeo nei confronti di questo continente.<br><\/p>\n\n\n\n<p>Innanzitutto, dobbiamo riconoscere che l\u2019Europa ha un interesse diretto a impegnarsi per la pace, la prosperit\u00e0 e la stabilit\u00e0 del continente africano. La solidariet\u00e0 \u00e8 certamente un sentimento molto nobile, ma non facciamoci illusioni: se l\u2019Africa non conosce pace, prosperit\u00e0 e stabilit\u00e0, ne subiremo le conseguenze. Non sono i buoni sentimenti, ma proprio questo interesse diretto, che deve costituire la nostra principale motivazione all\u2019azione.<\/p>\n\n\n\n<p>In secondo luogo, dobbiamo ammettere che il nostro approccio attuale \u00e8 completamente superato. Le mediocri prassi dei nostri tecnocrati non consentono ai leader europei e africani di incontrarsi regolarmente per discutere in modo rispettoso e condividere le loro preoccupazioni e i loro interessi. Cambiare questa situazione richiede tuttavia una volont\u00e0 politica da parte dei nostri leader. Non devono necessariamente passare il tempo a girare per il continente africano, ma devono riconoscere l\u2019importanza dei nostri vicini del Sud e prendersi il tempo di ascoltare ci\u00f2 che hanno da dire. Se non ne siamo capaci, non dobbiamo stupirci se gli africani continuano a voltare le spalle all\u2019Europa.<\/p>\n\n\n\n<p>Dobbiamo inoltre dimostrarci disposti a investire su scala ben pi\u00f9 ampia nei vari settori economici. Proprio come gli americani hanno investito nel Piano Marshall dopo la Seconda guerra mondiale, poich\u00e9 hanno riconosciuto che la prosperit\u00e0 e la sicurezza degli Stati Uniti dipendevano dalla ripresa economica del nostro continente, dobbiamo ammettere che, dopo gli stessi africani, siamo noi i primi interessati alla prosperit\u00e0 e allo sviluppo dell\u2019Africa.<\/p>\n\n\n\n<p>Da alcuni anni, gli aiuti allo sviluppo stanno subendo un netto calo, in particolare quelli destinati all\u2019Africa. Questa situazione \u00e8 in parte dovuta a difficolt\u00e0 di bilancio, ma soprattutto alla disillusione, sia in Africa che in Europa, di fronte ai risultati di questi aiuti pubblici allo sviluppo. \u00c8 l\u2019occasione per ripensare seriamente il modo in cui investiamo nel continente africano.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 significa concentrare il sostegno economico sui settori che contano: l\u2019istruzione, la sanit\u00e0, i settori che generano molti posti di lavoro, nonch\u00e9 quelli che consentono di integrare nuove catene del valore, come i minerali critici. Il resto verr\u00e0 da s\u00e9.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>I nostri partner chiave devono essere l\u2019Unione Africana, con il suo grande piano per l\u2019Africa all\u2019orizzonte del 2063, nonch\u00e9 le comunit\u00e0 economiche regionali. Abbiamo bisogno di maggiori risorse finanziarie, ma a lungo termine tali risorse si tradurranno in notevoli risparmi e costituiranno un vantaggio fondamentale se i nostri vicini saranno prosperi, stabili e in pace.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Infine, dobbiamo investire in modo molto pi\u00f9 serio nella pace e nella stabilit\u00e0. Le piccole missioni di addestramento militare e di sicurezza europea dispiegate nel continente africano non hanno la portata necessaria per avere un impatto significativo. E se continuiamo ad adottare atteggiamenti assurdi, come addestrare i militari rifiutandoci per\u00f2 di fornire loro le armi, non dobbiamo stupirci se poi vanno a procurarsele altrove, dai russi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Lo sviluppo di un\u2019Europa della difesa passa attraverso il consolidamento di partenariati sempre pi\u00f9 solidi con i paesi africani. Dovremmo cercare di sviluppare un\u2019alleanza difensiva con l\u2019intera Africa occidentale, oggi minacciata da forze destabilizzanti. Abbiamo un ruolo da svolgere e dobbiamo essere all\u2019altezza delle nostre responsabilit\u00e0 e dei nostri interessi.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019avvicinamento all\u2019Africa \u00e8 al tempo stesso un imperativo geopolitico e una questione di credibilit\u00e0 per l\u2019Unione, ma sar\u00e0 possibile solo se rompiamo con lo status quo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Secondo il nuovo direttore del Collegio di Bruges,   \u00e8 necessaria una nuova 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