{"id":50900,"date":"2026-09-21T14:09:08","date_gmt":"2026-09-21T12:09:08","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=50900"},"modified":"2026-09-21T14:09:12","modified_gmt":"2026-09-21T12:09:12","slug":"leuropa-puo-difendersi-da-sola","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/09\/21\/leuropa-puo-difendersi-da-sola\/","title":{"rendered":"L’Europa pu\u00f2 difendersi da sola"},"content":{"rendered":"\n
In collaborazione con il CEPR <\/em> <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span> lanciamo un nuovo progetto di ampio respiro: elaborare proposte concrete per <\/em>l\u2019Europa del 2050<\/em><\/a>. Per seguire questa iniziativa e sostenere la nostra rivista indipendente,<\/em> abbonatevi alla rivista<\/em><\/a><\/p>\n\n\n\n Il primo problema della difesa europea non \u00e8 una questione di denaro, ma di coerenza. E la coerenza, a differenza di un bilancio, non pu\u00f2 essere approvata ogni anno. Le righe che seguono mirano a dimostrare che, se l\u2019Europa vuole essere in grado di difendersi nel 2050, non deve solo destinare a questo scopo un bilancio fuori dal comune, ma anche allineare la propria ricerca, le proprie attrezzature, le proprie risorse umane, la propria dottrina e la propria volont\u00e0 strategica in modo da formare un insieme coerente e credibile.<\/p>\n\n\n\n L\u2019Europa ha vissuto una parentesi storica di venticinque anni, il tempo di una generazione. La fine della Guerra Fredda sembrava confermare la tesi di Francis Fukuyama che annunciava la fine della storia<\/em> <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>: <\/em>la democrazia liberale e il mercato si erano affermati, eravamo alle soglie di un mondo in cui l\u2019economia avrebbe soppiantato la geopolitica e la politica, l\u2019interdipendenza avrebbe avuto la meglio sui conflitti e i rapporti di forza che dominavano gli Stati da secoli sarebbero scomparsi. L\u2019Europa, pi\u00f9 di qualsiasi altro suo pari, era l\u2019incarnazione pi\u00f9 brillante di questa promessa, poich\u00e9 in origine era una potenza civile e un mercato comune, un progetto pacifico fondato sull\u2019idea di integrazione, protetto dall\u2019ombrello americano, ma che ignorava in gran parte l\u2019onere della propria difesa.<\/p>\n\n\n\n La parentesi sta per chiudersi. La storia torna a farsi sentire secondo ci\u00f2 che Robert Kagan definisce \u00abil ritorno della storia e la fine dei sogni\u00bb <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>, in altre parole, il ritorno dei rapporti di forza che quella parentesi prometteva di abolire: le guerre ad alta intensit\u00e0 che si svolgono sul continente europeo, la coercizione dovuta alle dipendenze, la condizionalit\u00e0 delle alleanze che si credevano permanenti, la concorrenza aperta volta a dominare l\u2019ordine internazionale. Trent\u2019anni dopo, non si tratta di dire che Fukuyama avesse torto \u2013 la democrazia liberale non ha perso nulla del suo potere di seduzione \u2013, ma che ci\u00f2 che, secondo lui, era una condizione permanente non era altro che un momento.\u00a0<\/p>\n\n\n\n La tregua nella politica di potenza \u00e8 stata un’eccezione destinata a non durare. Eppure l’Europa si \u00e8 organizzata in funzione di tale eccezione, tanto che non \u00e8 preparata a questo ritorno alla normalit\u00e0. Nel suo saggio Il labirinto degli smarriti: L\u2019Occidente e i suoi avversari<\/em>, Amin Maalouf <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span> inizia con un monito tratto da Faulkner: \u00abThe past is never dead. It’s not even past<\/em>\u00bb, \u00abIl passato non muore mai, non bisogna nemmeno credere che sia passato\u00bb. \u00c8 esattamente ci\u00f2 che la difesa europea deve tenere a mente.<\/p>\n\n\n\n Spesso si interpreta questo ritorno come una serie di colpi di avvertimento. \u00c8 un\u2019immagine calzante, ma che tende a considerarli come crisi distinte e superabili, ciascuna delle quali sarebbe seguita da un ritorno alla normalit\u00e0. Ci\u00f2 significa dimenticare che \u00e8 cambiato il contesto stesso. La \u00abnormalit\u00e0\u00bb che questo ritorno sottintende non esiste. Gi\u00e0 nel 1887 Albert Robida<\/a> immaginava un secolo in cui la guerra non sarebbe pi\u00f9 stata un evento eccezionale, ma uno stato permanente, una condizione attorno alla quale la vita collettiva si sarebbe riorganizzata senza scosse <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Questa satira oggi sembra una diagnosi. Per la difesa, le conseguenze sono drammatiche. L\u2019Europa, concepita come una parentesi civile, post-strategica e dipendente, deve reimparare cosa significhi il potere.<\/p>\n\n\n\n Sarebbe allettante valutare questo sforzo in base al volume delle risorse impiegate, ma sarebbe un errore. Per quanto i bilanci della difesa europea possano aumentare in tutti i paesi, daranno luogo solo a capacit\u00e0 frammentate e a catene di produzione che si sovrappongono, il tutto in assenza di una visione politica coordinata.<\/p>\n\n\n\n Cominciamo con un quadro della situazione che, onestamente, fa riflettere. L\u2019Europa non pu\u00f2 difendersi se non ha il sostegno n\u00e9 i mezzi degli Stati Uniti. Sappiamo bene come si traduca questa dipendenza: supporto strategico, intelligence, sorveglianza e ricognizione, trasporti, ombrello nucleare. Eppure, negli ambienti della difesa, la dipendenza pi\u00f9 strutturale \u2013 e quella di cui si parla meno \u2013 \u00e8 di natura digitale.<\/p>\n\n\n\n La potenza militare moderna \u00e8 sempre pi\u00f9 legata all\u2019informatica. Il comando e controllo, l\u2019individuazione degli obiettivi, l\u2019integrazione delle informazioni di intelligence, la guerra elettronica, la logistica e la connettivit\u00e0 sul campo di battaglia si basano su un\u2019infrastruttura ormai essenzialmente digitalizzata, nonch\u00e9 sulle persone o sui programmi che la configurano e la mantengono. \u00c8 proprio qui che sta il problema. Una difesa che non controlla il proprio codice non controlla le proprie forze. Se l\u2019Europa non padroneggia la propria infrastruttura digitale e non garantisce le competenze da cui dipende la sua sovranit\u00e0, si condanna a una vera e propria asservimento. Va sottolineata la dimensione umana di questa necessit\u00e0. \u00c8 sempre possibile procurarsi materiale, ma non \u00e8 possibile formare una generazione di ingegneri dall\u2019oggi al domani. <\/p>\n\n\n\n Stiamo parlando di una dipendenza concreta che sta diventando sempre pi\u00f9 evidente. Le forze armate europee e gli Stati che le sostengono si affidano alle infrastrutture digitali statunitensi: il cloud e i servizi digitali sono forniti dagli hyperscaler <\/em>americani, cos\u00ec come la maggior parte dei software per l\u2019ufficio e il lavoro collaborativo. Questa vulnerabilit\u00e0 non \u00e8 affatto teorica. In Ucraina, la connettivit\u00e0 satellitare commerciale di una zona di combattimento ha gi\u00e0 subito i capricci di un fornitore. Uno studio del 2026 ha stimato che l\u2019aumento del prezzo dei software cloud ammonti a 140 miliardi di euro all\u2019anno per l\u2019Europa tra il 2026 e il 2030, di cui 93 miliardi non apporteranno alcun beneficio all\u2019economia europea. Un sistema di difesa che esternalizza la propria rete digitale si espone a interruzioni imposte da terzi. Due esempi recenti lo dimostrano. Nell\u2019agosto 2021, Google ha sospeso i servizi online del governo afghano nel giro di un minuto dalla presa di Kabul da parte dei talebani, il che equivale a premere il pulsante di spegnimento di un intero Stato con la motivazione che il potere \u00e8 cambiato. Il 20 agosto 2025, il Tesoro statunitense ha sanzionato Nicolas Guillou, giudice francese presso la Corte penale internazionale, interrompendogli l\u2019accesso ai servizi digitali statunitensi, con lo stesso effetto a livello individuale. Questo tipo di ingerenza \u00e8 quindi possibile e ipotizzabile; l\u2019unica incognita \u00e8 la portata con cui verr\u00e0 attuata <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n A questa dipendenza si aggiunge una seconda debolezza: la frammentazione. Da un lato, abbiamo una potenza che utilizza un unico sistema; dall\u2019altro, un\u2019Europa in cui proliferano sistemi incompatibili tra loro. I dati, ormai accertati, sono schiaccianti: l\u2019Unione europea utilizza circa 178 sistemi d\u2019arma distinti, tra cui una dozzina di famiglie di carri armati da combattimento e altrettanti modelli di fregate, mentre gli Stati Uniti ne utilizzano una trentina <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Appena il 18% della spesa europea per le attrezzature \u00e8 legata a programmi di cooperazione, e circa 1 euro su 2 va a fornitori situati al di fuori dell\u2019Europa, di cui un terzo negli Stati Uniti.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Samuel Faure parla di \u00abarcipelizzazione\u00bb della difesa europea per indicare quella molteplicit\u00e0 di poli nazionali che hanno gli stessi obiettivi ma agiscono senza coordinarsi, al punto che, anzich\u00e9 ottenere economie di scala, i loro bilanci possono aumentare e ritorcersi contro l\u2019Europa <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Ogni duplicazione corrisponde a una catena di produzione distinta, a una logistica distinta e a un percorso formativo distinto, tanto che ogni volta si sacrificano le economie di scala e l\u2019interoperabilit\u00e0. Spendere di pi\u00f9, senza porre rimedio a questa frammentazione, significa moltiplicare questo tipo di sovrapposizioni. Se c\u2019\u00e8 una lezione da trarre dalla guerra in Ucraina, \u00e8 che la massa, la tenuta e la capacit\u00e0 di produrre munizioni valgono pi\u00f9 dell\u2019eleganza di una piattaforma isolata, eppure sono proprio questi tre punti di forza che la frammentazione mette a repentaglio. Ci\u00f2 implica un cambiamento pi\u00f9 profondo del ritmo della guerra.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Come ha osservato Olivier Schmitt<\/a> <\/span>9<\/sup><\/a><\/span><\/span>, i conflitti odierni sono al tempo stesso pi\u00f9 rapidi e pi\u00f9 lenti: dal punto di vista tattico, si accelerano \u2013 i droni, i sensori e gli attacchi di precisione riducono i tempi decisionali \u2013, ma dal punto di vista operativo e strategico, si rallentano perch\u00e9 sono la logistica, la capacit\u00e0 industriale e la resistenza a determinare l\u2019esito dei conflitti. La conclusione \u00e8 inequivocabile. L\u2019Europa deve imparare a combattere pi\u00f9 rapidamente, ma deve anche imparare a resistere. Una difesa ottimizzata, che punta alla rapidit\u00e0 tattica ma manca di resistenza strategica, di industria, di munizioni, di logistica, di riserve e di una coesione dell\u2019alleanza a lungo termine, \u00e8 una difesa che vince le battaglie ma perde le guerre.<\/p>\n\n\n\n In occasione dell\u2019ultimo vertice di Ankara, l\u20198 luglio 2026, l\u2019Alleanza si \u00e8 impegnata a stanziare ulteriori 50 miliardi di dollari per nuovi acquisti, facendo leva sull\u2019aumento di 139 miliardi di dollari previsto per il 2025. Ancora pi\u00f9 significativo \u00e8 il fatto che si sia impegnata a creare un \u00abcloud di combattimento\u00bb interoperabile su scala transatlantica e ad adottare potenti modelli di intelligenza artificiale, il tutto concepito come una capacit\u00e0 comune <\/span>10<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Le architetture incentrate sui dati e sullo zero-trust<\/em> richieste dalla tecnologia quantistica e dall\u2019IA agentica consentono di progettare cloud e modelli di IA perfettamente sovrani e interoperabili, connessi dove l\u2019Europa sceglie di collegarli e chiusi dove devono rimanere tali. Ankara si \u00e8 quindi limitata a enunciare ci\u00f2 che \u00e8 necessario, senza per\u00f2 specificare chi debba attuarlo n\u00e9 a partire da quale infrastruttura. Anzich\u00e9 affidarsi ancora una volta agli hyperscaler<\/em> statunitensi, \u00e8 essenziale trarre vantaggio da questa apertura e cogliere le opportunit\u00e0 che offre.<\/p>\n\n\n\n Non \u00e8 possibile costruire la difesa del 2050 senza confrontarla con le minacce individuate nel 2026. Entro venticinque anni, le sfide pi\u00f9 grandi che dovremo affrontare si presenteranno sotto forma di rotture strategiche e discontinuit\u00e0 che non saranno solo un\u2019intensificazione dei rischi esistenti, ma punti di svolta che modificheranno la natura stessa di tali rischi, spesso a causa di reazioni a catena impossibili da prevedere finch\u00e9 non si verificheranno. Sono stati individuati quattro ambiti \u2013 tecnologico, sociale, geopolitico e ambientale \u2013 che non costituiscono un inventario delle minacce, ma una mappa delle incertezze su cui l\u2019Europa deve imparare a orientarsi. Ciascuno di questi ambiti deve consentire di mettere alla prova la capacit\u00e0 dell\u2019Europa di far evolvere le proprie organizzazioni, le proprie competenze e la propria dottrina in modo integrato, piuttosto che separatamente. Perch\u00e9 non c\u2019\u00e8 nulla di meglio delle fratture per mettere alla prova la coerenza.<\/p>\n\n\n\n La tecnologia \u00e8 l\u2019ambito pi\u00f9 evidente. L\u2019intelligenza artificiale agentica non \u00e8 un nuovo strumento da integrare nelle forze gi\u00e0 esistenti, ma rappresenta una svolta che comporta un\u2019evoluzione delle organizzazioni, delle competenze e della dottrina. Un esercito che si dota di un sistema autonomo di supporto decisionale, senza ripensare le proprie strutture di comando, n\u00e9 proporre una formazione adeguata, n\u00e9 rivedere la propria dottrina, non acquisisce alcuna capacit\u00e0 aggiuntiva. L\u2019informatica quantistica rappresenta una seconda svolta epocale, poich\u00e9 stravolge le architetture digitali esistenti e impone l\u2019adozione del concetto di \u201czero trust\u201d<\/em>, nonch\u00e9 una sicurezza incentrata sui dati. Inoltre, i suoi effetti non si limitano alla crittografia, ma si estendono al rilevamento, alla navigazione e al calcolo. La rivoluzione tecnologica \u00e8 innanzitutto una sfida digitale che l\u2019Europa potr\u00e0 superare solo se avr\u00e0 il controllo delle proprie infrastrutture informatiche e degli esperti che le gestiscono. Detto questo, la storia ci invita a dare prova di umilt\u00e0: la promessa secondo cui i dati e gli algoritmi avrebbero \u00abottimizzato\u00bb il processo decisionale militare, ampiamente messa in atto dagli Stati Uniti negli anni 2000, non \u00e8 stata mantenuta. In realt\u00e0, non era sostenibile, anche se i programmi sono stati mantenuti a lungo <\/span>11<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Non che la tecnologia fosse destinata al fallimento, ma concentrarsi su hardware e software, tralasciando l\u2019organizzazione, la dottrina e l\u2019addestramento, significa sviluppare una capacit\u00e0 di facciata, e non una capacit\u00e0 reale.<\/p>\n\n\n\n L\u2019automazione e la robotizzazione si collocano al crocevia tra il campo tecnologico e quello sociale. Esse sollevano sia questioni etiche sia problemi relativi all\u2019uso della forza militare (dottrina). Inoltre, mettono in luce, in modo particolarmente acuto, il dilemma \u00abintegrazione o coordinamento\u00bb: ad esempio, \u00e8 nell\u2019interesse delle nazioni europee integrare, o semplicemente coordinare, la dottrina che disciplina l\u2019uso dei sistemi autonomi e robotici? Non \u00e8 possibile improvvisare una risposta ogni volta che si profila una crisi.<\/p>\n\n\n\n La dimensione sociale \u00e8 strategica anche nella misura in cui un esercito trae la propria forza dalla societ\u00e0 da cui proviene. Si distinguono tre punti di rottura. La lotta per l\u2019informazione e la fiducia, la disinformazione, la sfiducia dei cittadini e la minore legittimit\u00e0 delle istituzioni hanno trasformato la coesione di ogni popolazione in una linea del fronte. L\u2019allentamento del legame tra le forze armate e la nazione, le difficolt\u00e0 nel reclutamento, la diminuzione delle riserve e l\u2019erosione della cultura della resistenza nazionale indeboliscono la base umana su cui poggia la difesa. Infine, il declino demografico riduce il bacino di talenti proprio nel momento in cui la capacit\u00e0 ne richiede di pi\u00f9. A prescindere dal proprio bilancio, una societ\u00e0 divisa, diffidente o indifferente non pu\u00f2 avere una difesa credibile.<\/p>\n\n\n\n La linea geopolitica punta sul riequilibrio delle grandi potenze mondiali. L\u2019alleanza statunitense, ormai condizionata, rappresenta una rottura che crea una situazione di emergenza. A ci\u00f2 si aggiunge la militarizzazione dell\u2019interdipendenza, che trasforma le catene di approvvigionamento, i minerali pi\u00f9 indispensabili e l\u2019accesso alle tecnologie in strumenti di coercizione, come la Cina si \u00e8 dimostrata pronta a fare, nonch\u00e9 la strumentalizzazione dei flussi energetici e migratori per esercitare pressione sulle societ\u00e0 europee. La lotta per il controllo dei colli di bottiglia strategici, dal Mar Rosso allo Stretto di Ormuz, dimostra che sconvolgimenti lontani possono mettere improvvisamente a rischio l\u2019Europa da un giorno all\u2019altro. L\u2019Europa \u00e8 destinata a muoversi in un mondo in cui l\u2019unit\u00e0 stessa degli occidentali non sar\u00e0 pi\u00f9 scontata.<\/p>\n\n\n\n La questione ambientale ci impone di ripensare le missioni affidate alle forze armate, nonch\u00e9 le condizioni in cui potrebbero operare. La pressione climatica che grava sulle regioni periferiche dell\u2019Europa, sul Sahel, sul bacino del Mediterraneo e sul Medio Oriente alimenta l\u2019instabilit\u00e0 e i flussi migratori che le forze armate sono sempre pi\u00f9 spesso chiamate a controllare. L\u2019accesso alle risorse, quali l\u2019acqua o i minerali critici, \u00e8 diventato fonte di conflitto. Infine, l\u2019apertura di nuovi spazi, in particolare l\u2019Artico, i fondali marini e lo spazio extra-atmosferico, crea arene ambite, assenti fino a poco tempo fa dalla mappa operativa.<\/p>\n\n\n\n Nessuno di questi quattro assi pu\u00f2 essere affrontato separatamente. La loro interazione costituisce la matrice del contesto strategico del 2050, e non converge verso una minaccia prevedibile alla quale la difesa europea potrebbe prepararsi. \u00c8 proprio qui che sta la sfida. Il contesto del 2050 sar\u00e0 dominato dall\u2019incertezza, dall\u2019interazione di punti di svolta che nessun modello \u00e8 in grado di anticipare e da scenari che sembrano improbabili fino al giorno in cui si verificano. La difesa europea deve trarre la propria forza dalla sua capacit\u00e0 di assorbire gli shock, di guadagnare tempo e di coordinarsi per adattarsi, pi\u00f9 che dalla sua capacit\u00e0 di prevederli. Ci\u00f2 richiede, al di l\u00e0 del materiale e della dottrina, una mentalit\u00e0 improntata alla volont\u00e0 di organizzarsi per la discontinuit\u00e0 piuttosto che per la continuit\u00e0, di prepararsi alle sorprese strategiche, di garantire la solidit\u00e0 delle istituzioni e di mantenere riflessi di comando in grado di reagire rapidamente. Un\u2019Europa che si prepara esclusivamente alle minacce che ha anticipato non prepara la propria difesa all\u2019incertezza del mondo.<\/p>\n\n\n\n I cambiamenti citati non si limitano ai nuovi strumenti, ma modificano il modo stesso di condurre la guerra. Da qui sorgono tre domande.<\/p>\n\n\n\n In primo luogo, fino a che punto la struttura delle forze che abbiamo ereditato \u00e8 ancora pertinente? Essendo il campo di battaglia ucraino trasparente e saturo di droni, offre una visibilit\u00e0 molto rischiosa sulle concentrazioni di mezzi corazzati e sulle grandi formazioni statiche. D\u2019altra parte, la precisione, che comporta costi inferiori, compromette la capacit\u00e0 di sopravvivenza delle vecchie piattaforme sofisticate. Non si tratta di eliminare i sistemi di fascia alta, ma di riequilibrarli combinando le \u00abarmi decisive\u00bb con le \u00abarmi di logoramento\u00bb, pi\u00f9 accessibili e pi\u00f9 facili da sviluppare.<\/p>\n\n\n\n In secondo luogo, la guerra \u00e8 meno costosa? Dal punto di vista tattico, s\u00ec. Un drone FPV, che costa poche centinaia di euro, pu\u00f2 distruggere un veicolo del valore di diversi milioni di euro. Dal punto di vista strategico, no: non \u00e8 possibile vincere senza disporre di una difesa aerea su larga scala che comprenda diversi livelli (gli intercettori sono spesso pi\u00f9 costosi delle minacce che neutralizzano), senza il controllo degli spazi marittimi (dalla superficie alle profondit\u00e0 marine) e senza proteggere le proprie retrovie nel lungo periodo. I costi si sono spostati dalla piattaforma al sistema, quindi alla produzione, alle scorte e alla resilienza.<\/p>\n\n\n\n In terzo luogo, la Russia e l\u2019Ucraina, che registrano scarsi progressi sul fronte, cercano piuttosto di prevalere sulle retrovie sferrando attacchi a lungo raggio contro le infrastrutture energetiche, i nodi di trasporto e il morale della popolazione, ben oltre la linea di contatto. La guerra sta diventando una sfida di profondit\u00e0 e resistenza, non solo di manovre frontali. Un\u2019Europa che guarda solo alla linea del fronte \u00e8 un\u2019Europa che fraintende la guerra: occorre difendere la profondit\u00e0, le reti energetiche, i nodi logistici, le infrastrutture digitali e il morale dei civili con la stessa seriet\u00e0 con cui si difendono i confini. Ci\u00f2 che i paesi europei hanno vissuto nel 2026 senza che fosse sparato un solo colpo sul loro territorio ne \u00e8 un esempio. \u00c8 bastata un\u2019ondata di droni sopra i territori alleati, probabilmente proveniente dalle navi di una \u00abflotta ombra\u00bb operante in acque internazionali, per rivelare tutte le lacune della difesa aerea, dell\u2019autorit\u00e0 giuridica e della coesione politica, ma anche per comprendere che la soglia di risposta collettiva \u00e8 pi\u00f9 alta di quanto raccomandato dalla deterrenza europea <\/span>12<\/sup><\/a><\/span><\/span>. La difesa delle retrovie \u00e8 anche una questione di disciplina logistica, come riassume il detto ripreso dai pianificatori europei: \u00abLa fanteria vince le battaglie, la logistica vince le guerre\u00bb. Le vie di proiezione devono essere protette dai droni e dai sabotaggi, sparsi e ricorrenti, ben pi\u00f9 che ipotetici <\/span>13<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Una logica di attacco in profondit\u00e0 che ci obbliga a riformulare i termini della difesa europea: il retro \u00e8 diventato un fronte al quale bisogna prepararsi.<\/p>\n\n\n\n Se si segue il metodo di questa relazione, che non \u00e8 altro che il \u00abmetodo di Singapore\u00bb, non bisogna partire da ci\u00f2 che \u00e8 politicamente possibile oggi, ma dal 2050, e ragionare a ritroso. Ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 importante in quanto le iniziative di difesa europea, basate sui piani \u00abReArm Europe\u00bb e successivamente \u00abReadiness 2030\u00bb, sono caratterizzate da un senso di urgenza, in particolare per quanto riguarda il rifornimento delle scorte di munizioni. Tuttavia, senza un obiettivo a lungo termine, l\u2019urgenza induce ad accumulare risorse senza una direzione precisa. Da qui l\u2019importanza di avere anche un orizzonte temporale di venticinque anni.<\/p>\n\n\n\n Entro il 2050, il nucleo centrale dell\u2019Europa sar\u00e0 in grado di difendersi. Non ha bisogno n\u00e9 di raggiungere un accordo n\u00e9 di disporre di un esercito europeo. D\u2019altra parte, a lungo termine, ha bisogno di qualcosa di pi\u00f9 specifico: un\u2019Europa dotata di capacit\u00e0 coerenti e coordinate, nonch\u00e9 di una volont\u00e0 politica comune di dissuadere e, se necessario, di agire su tutto lo spettro, dalla difesa convenzionale agli attacchi informatici, economici e informativi. La sicurezza dell\u2019Europa non deve pi\u00f9 essere \u00abesternalizzata\u00bb. Stiamo parlando di una sovranit\u00e0 sostanziale, non di una sovranit\u00e0 simbolica e dichiarativa.<\/p>\n\n\n\n In termini molto concreti, l\u2019orizzonte del 2050 consente di liberarsi dai vincoli odierni per trasformare mentalit\u00e0 e organizzazioni. Implica innanzitutto una sovranit\u00e0 digitale, ovvero il controllo delle infrastrutture e degli esperti che consentono di condurre una guerra definita dal software e sostenuta dal metallo. \u00c8 coerente e preciso e permette di tradurre una volont\u00e0 strategica comune in un\u2019azione coordinata, senza che si verifichi alcuna paralisi. L\u2019orizzonte temporale \u00e8 sufficientemente lontano affinch\u00e9 lo sforzo bellico possa contare su una vera potenza industriale, scorte, riserve, una logistica resiliente, nonch\u00e9 un\u2019alleanza politicamente solida, sapendo che le guerre che \u00e8 destinato a scoraggiare saranno una questione tanto di resistenza quanto di reattivit\u00e0. Rimane saldamente ancorato e pienamente integrato nell\u2019alleanza transatlantica, in qualit\u00e0 di partner che si assume pienamente le proprie responsabilit\u00e0. Infine, \u00e8 flessibile, poich\u00e9 strutturato e concepito per reagire alle sorprese strategiche e all\u2019incertezza, e per garantire un\u2019azione coerente di fronte a un\u2019ampia gamma di scenari impossibili da prevedere. Ciascuna delle domande che seguono rappresenta una tappa del metodo che consiste nel partire da questo punto di arrivo per tornare alle decisioni da prendere fin da ora.<\/p>\n\n\n\n A quale livello di impegno in materia di difesa dovrebbe puntare l\u2019Europa? \u00c8 questa la prima domanda che sorge spontanea. Sarebbe logico rispondere in termini di quota del PIL: 2%, 3% o addirittura 5%, ma sarebbe un po\u2019 semplicistico. Una quota del PIL corrisponde a un contributo, non a una capacit\u00e0. Ci\u00f2 dice ben poco sul potenziale di difesa di un paese.<\/p>\n\n\n\n Ci\u00f2 che costituisce la forza di un esercito e la resistenza di un paese \u00e8 la coerenza e la simultaneit\u00e0 di diverse dimensioni: ricerca e sviluppo, equipaggiamento, risorse umane e condizioni di vita dei soldati, dottrina e addestramento. Un esercito che si procura materiale senza disporre di un team ad hoc, che adotta una dottrina per la quale non \u00e8 stato addestrato o piattaforme che la propria industria non \u00e8 in grado di mantenere, non \u00e8 un esercito forte, indipendentemente dal suo livello di spesa. Al contrario, un esercito in cui questi elementi si rafforzano a vicenda genera una potenza di gran lunga superiore a quella che si potrebbe dedurre dalla sua dotazione di bilancio. L\u2019obiettivo a cui l\u2019Europa deve puntare non \u00e8 quindi una cifra, ma uno standard, un livello di impegno sostenibile entro il 2050, valutato in base alla coerenza e ai risultati che produce piuttosto che alla quota di ricchezza nazionale che assorbe.<\/p>\n\n\n\n Questo nuovo approccio ha una conseguenza molto concreta. Anzich\u00e9 obbligare i paesi europei a deliberare ogni anno per fissare percentuali che i rispettivi cicli politici finiranno per compromettere, li incoraggia a riflettere su come costruire un sistema di difesa coerente e resiliente. La prima opzione si riduce semplicemente a una routine. La seconda, invece, implica sottostare alla disciplina richiesta dal cambiamento che stiamo vivendo.<\/p>\n\n\n\n L\u2019interoperabilit\u00e0 e il coordinamento sono sufficienti, oppure l\u2019Europa ha bisogno di una vera integrazione? \u00c8 questo il nocciolo della questione, ma non \u00e8 possibile rispondere a questa domanda seguendo una logica binaria. L\u2019Europa ha bisogno di coordinamento a certi livelli e di integrazione ad altri. Si tratta di tracciare la linea di demarcazione nel punto giusto.<\/p>\n\n\n\n Le forze armate devono essere coordinate, non fuse. Le forze armate di una nazione devono rimanere radicate nella societ\u00e0 e nella tradizione di comando di quella nazione, nonch\u00e9 nella responsabilit\u00e0 che a essa incombe. Questo radicamento \u00e8 una fonte di potere e di legittimit\u00e0, non un ostacolo che si dovrebbe cercare di eliminare. L\u2019obiettivo da perseguire \u00e8 l\u2019interoperabilit\u00e0 tra forze coordinate, norme comuni, esercitazioni, una dottrina e la capacit\u00e0 di accordarsi tra loro.<\/p>\n\n\n\n\n\n D\u2019altra parte, quando si tratta di decisioni strategiche, l\u2019Europa deve puntare all\u2019\u00abintegrazione\u00bb del processo decisionale politico, nel senso di una visione condivisa dei propri interessi vitali. Il principale punto debole del Vecchio Continente non \u00e8 la mancanza di coordinamento tra le sue forze armate, ma l\u2019assenza di una visione strategica comune che consenta di agire di conseguenza. Da qui l\u2019urgenza di un\u2019intenzione politica condivisa, che implica una stessa interpretazione delle minacce e una stessa definizione degli obiettivi che ne guida l\u2019attuazione. \u00c8 preferibile un\u2019intenzione strategica comune, la cui esecuzione sia coordinata, piuttosto che chiss\u00e0 quante unit\u00e0 interoperabili che dipendono da ventisette decisioni distinte. Il divario da colmare non riguarda tanto le capacit\u00e0 quanto ci\u00f2 che Samuel Faure definisce la distanza tra la decisione e l\u2019attuazione, l\u2019\u00abintimit\u00e0 strategica\u00bb tra gli Stati che permette di tradurre una stessa interpretazione in azioni e impegni con scadenze precise e vincolanti, piuttosto che lasciarli allo stato di semplici dichiarazioni.<\/p>\n\n\n\n Il dilemma non \u00e8 una novit\u00e0. L\u2019obiettivo non \u00e8, e non deve essere, quello di costituire un esercito europeo integrato. Non \u00e8 n\u00e9 auspicabile n\u00e9 necessario. \u00c8 ci\u00f2 che la Comunit\u00e0 europea di difesa ha cercato di fare dal 1950 al 1954: integrare le truppe fino al livello di battaglione. In assenza di una comunit\u00e0 politica che sostenesse la decisione, l\u2019iniziativa si \u00e8 rivelata un fallimento. All\u2019epoca, i militari francesi non erano d\u2019accordo su nulla o quasi, se non sull\u2019ordine delle priorit\u00e0: un esercito comune, se mai dovesse vedere la luce, avrebbe dovuto nascere solo al termine di un processo politico, \u00abper coronare l\u2019edificio\u00bb, certamente non per fungerne da fondamenta <\/span>14<\/sup><\/a><\/span><\/span>. La lezione si applica direttamente, ma in senso inverso rispetto a quello usuale: non \u00e8 l\u2019esercito che va integrato, bens\u00ec la decisione politica che consiste nel difendere, insieme, i valori e gli spazi territoriali, digitali, spaziali e marittimi che gli europei condividono. Le forze devono rimanere coordinate, non fuse. D\u2019altra parte, la decisione di agire per difendere questi valori e questi spazi non pu\u00f2 essere frammentata in ventisette sotto-decisioni.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 proprio qui che entrano in gioco la logica dell\u2019integrazione differenziata e la \u00abcoalizione dei volontari\u00bb. Esigere l\u2019unanimit\u00e0 di tutti i membri ogni volta che occorre ricorrere alla forza \u00e8 il modo migliore per paralizzare tutto. Il realismo impone che vi sia un nucleo duro che concordi su un obiettivo strategico e agisca di conseguenza, pur rimanendo aperto agli altri, piuttosto che un trattato che dipenda dalla revoca di un veto finale.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 fondamentale che questo nucleo centrale abbia il potere, sia politico che militare, di decidere di impiegare le forze e, se necessario, senza il consenso degli Stati Uniti n\u00e9 di alcun altro alleato. Allo stato attuale, la struttura di comando della NATO non lo garantisce: la regola del consenso implica che un alleato, chiunque esso sia, possa negare la propria autorizzazione, indipendentemente da quanto la catena di comando sia stata europeizzata. L\u2019autonomia non pu\u00f2 quindi derivare dalla struttura integrata della NATO, ma dalla \u00abcapacit\u00e0 di pianificazione e condotta militare\u00bb dell\u2019Unione e dalla sua \u00abcapacit\u00e0 di dispiegamento rapido\u00bb, oppure da coalizioni ad hoc<\/em> poste sotto comando nazionale o multinazionale. Non si tratta di una rottura con l\u2019Alleanza, ma della possibilit\u00e0 di agire nel caso in cui quest\u2019ultima non lo facesse, ovvero di un\u2019autonomia strategica in senso operativo.<\/p>\n\n\n\n La governance della deterrenza nucleare \u00e8 la questione pi\u00f9 spinosa e richiede una risposta precisa. L\u2019opzione pi\u00f9 realistica e responsabile consiste nel non condividere la forza di dissuasione. Questa si fonda sull\u2019unit\u00e0 e sulla credibilit\u00e0 della decisione di una nazione. Diluirla in un meccanismo collettivo la indebolirebbe e ridurrebbe una garanzia concreta a un gesto simbolico.<\/p>\n\n\n\n La posizione, al tempo stesso lucida e significativa, \u00e8 quella della \u00abdissuasione avanzata<\/a>\u00bb, o estesa, definita dal presidente della Repubblica all\u2019\u00cele Longue nel marzo 2026 <\/span>15<\/sup><\/a><\/span><\/span>. La forza di dissuasione francese ha, per definizione, una dimensione europea, poich\u00e9 tutela interessi vitali difficili da separare da quelli dei suoi vicini pi\u00f9 prossimi. La \u00abdissuasione avanzata<\/a>\u00bb ha quindi una portata perfettamente tangibile. Coinvolge i partner europei attraverso misure di accompagnamento, il dispiegamento di aerei francesi a doppia funzione, esercitazioni nucleari congiunte, consultazioni strutturate e un sostegno convenzionale in materia di intelligence e allerta precoce, riservando al solo Presidente la decisione di ricorrere alla forza. Funziona da Stato a Stato, indipendentemente dall\u2019Unione, e consolida la posizione europea senza trasferire la decisione a un altro soggetto, senza \u00abcondividere\u00bb l\u2019arma n\u00e9 intaccare il nucleo sovrano da cui dipende ogni deterrenza credibile.<\/p>\n\n\n\n Questa distinzione, che rappresenta pi\u00f9 una posizione condivisa che un dito in comune sul grilletto, corrisponde a una logica il cui obiettivo collettivo \u00e8 ambizioso, pur rimanendo onesto riguardo all\u2019irriducibilit\u00e0 di ci\u00f2 che costituisce una nazione. Una logica che integra, ma non sostituisce, l\u2019ombrello americano, il quale, del resto, costituisce un contributo fondamentale che solo la Francia, tra le potenze europee, \u00e8 in grado di fornire.<\/p>\n\n\n\n Oltre alle capacit\u00e0, ai bilanci e alle strutture di comando, il fondamento della difesa \u00e8 costituito dalla coesione e dall\u2019unicit\u00e0 dello strumento militare. Queste caratteristiche sono beni immateriali, ma non certo astrazioni, poich\u00e9 sono proprio esse a giustificare il fatto che una nazione mantenga un esercito, faccia la guerra e sappia cosa \u00e8 disposta a difendere. Non \u00e8 possibile immaginare di costruire un\u2019architettura di difesa europea senza questi due elementi, troppo spesso trascurati.<\/p>\n\n\n\n La coesione opera su due livelli distinti, che richiedono azioni diverse e non devono essere confusi. Il primo \u00e8 la coesione nazionale, ovvero il legame, all\u2019interno di ogni paese, tra la popolazione, le istituzioni e le forze armate, la volont\u00e0 di difendersi, la resilienza della societ\u00e0, l\u2019idea che la forza sia legittima. Da questo punto di vista, l\u2019azione \u00e8 esclusivamente nazionale. Il secondo livello \u00e8 quello della coesione europea, ovvero il legame tra le nazioni europee, la comprensione di ci\u00f2 che hanno in comune e la loro volont\u00e0 di difenderlo insieme. In questo caso, si tratta di azioni volte a stabilire una base di valori e interessi vitali comuni e a concordare il grado di solidariet\u00e0 che unisce queste nazioni. L\u2019una non pu\u00f2 sostituirsi all\u2019altra. La coesione europea non pu\u00f2 essere imposta per decreto se le fondamenta nazionali sono fragili, n\u00e9 una forte coesione nazionale si integra automaticamente in un insieme europeo. Cosa unisce le nazioni europee? La domanda non \u00e8 fuori luogo, ma la risposta \u00e8 pi\u00f9 culturale che istituzionale. Come scriveva Milan Kundera, l\u2019Europa \u00e8 un valore, non una geografia <\/span>16<\/sup><\/a><\/span><\/span>; essere europei significa provare il senso di appartenenza a una cultura comune, che l\u2019Est un tempo \u00absottrasse\u00bb a un\u2019Europa centrale che non aveva mai smesso di essere occidentale. La difesa europea si basa innanzitutto su ci\u00f2 che \u00abunisce\u00bb, indipendentemente dai mezzi messi in comune.<\/p>\n\n\n\n Al centro stesso di questa difesa si trova quella che potremmo definire la \u00absingolarit\u00e0 militare\u00bb, ovvero l\u2019idea che solo le forze armate abbiano il diritto di uccidere su ordine (fondamento dello status militare). Nessuna istituzione pubblica possiede tale potere. Al di l\u00e0 dello statuto, questa singolarit\u00e0 comporta conseguenze strutturali che qualsiasi architettura europea deve rispettare. Essa influenza la governance nella misura in cui la catena di legittimit\u00e0 che autorizza il ricorso alla forza letale non pu\u00f2 essere indebolita n\u00e9 presentare ambiguit\u00e0; per questo motivo \u00e8 possibile prendere decisioni strategiche, mentre l\u2019uso della forza e la deterrenza si basano su un nucleo nazionale irriducibile. Essa influenza l\u2019organizzazione delle forze armate, fondata sulla disciplina, la gerarchia e il sacrificio, piuttosto che su logiche proprie delle istituzioni civili. Influisce sulla disponibilit\u00e0 degli uomini, fondata su un impegno incondizionato, impossibile da paragonare a un normale contratto di lavoro. Infine, stravolge il rapporto civile\/militare nel momento in cui il legame storico \u00abesercito-nazione\u00bb subisce la pressione sociale sopra menzionata. \u00c8 giunto il momento di rinnovare il rapporto civile-militare e di sostituire il vecchio modello con un legame consapevole tra le forze armate e la societ\u00e0 che esse servono, piuttosto che comportarsi come se si trattasse di un legame organico e scontato a priori.<\/p>\n\n\n\nLa dipendenza digitale e la frammentazione strategica<\/h2>\n\n\n\n
I quattro assi da perseguire entro il 2050<\/h2>\n\n\n\n
Se la conduzione della guerra viene stravolta, cosa ci resta?<\/h2>\n\n\n\n
Per un\u2019Europa in grado di difendersi<\/h2>\n\n\n\n
Dal bilancio alla coerenza<\/h2>\n\n\n\n
Coordinare o integrare <\/h2>\n\n\n\n
\r\n <\/picture>\r\n \n Dissuasione nucleare: non tanto \u201ccondivisa\u201d, quanto \u201cavanzata\u201d<\/h2>\n\n\n\n
Fondamenti umani e morali, coesione e specificit\u00e0 militare<\/h2>\n\n\n\n