{"id":46217,"date":"2026-05-14T13:19:18","date_gmt":"2026-05-14T11:19:18","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=46217"},"modified":"2026-05-14T13:19:21","modified_gmt":"2026-05-14T11:19:21","slug":"draghi-ad-aquisgrana-trasformare-la-crisi-in-unione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2026\/05\/14\/draghi-ad-aquisgrana-trasformare-la-crisi-in-unione\/","title":{"rendered":"Draghi ad Aquisgrana: \u00abtrasformare la crisi in unione\u00bb"},"content":{"rendered":"\n
Non finger\u00f2 che ci\u00f2 che attende l’Europa sia facile. La tensione cui \u00e8 sottoposto il nostro continente \u00e8 profonda e si fa pi\u00f9 pesante di mese in mese.<\/p>\n\n\n\n
Ma questo non \u00e8 solo un momento di pericolo. \u00c8 anche un momento di rivelazione.<\/p>\n\n\n\n
Perch\u00e9 le forze che oggi mettono alla prova l’Europa stanno compiendo qualcosa che decenni di pace e prosperit\u00e0 non sono riusciti a fare: stanno spingendo gli europei a riconoscere, ancora una volta, ci\u00f2 che hanno in comune e ci\u00f2 che sono disposti a costruire insieme.<\/p>\n\n\n\n
Questo dovrebbe darci fiducia. Dovrebbe anche renderci lucidi riguardo alla portata del compito che ci attende.<\/p>\n\n\n\n
Dal 2020, gli shock esterni si sono susseguiti uno dopo l’altro, ciascuno aggravando il precedente e restringendo ulteriormente lo spazio per l’esitazione. Stiamo ancora assorbendo i dazi da parte del nostro principale partner commerciale, a livelli senza precedenti da un secolo a questa parte. Da ultimo, la guerra in Medio Oriente ha riportato l’inflazione nelle nostre economie e l’ansia nelle nostre famiglie. Anche quando lo stretto di Hormuz riaprir\u00e0, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni.<\/p>\n\n\n\n
Questi shock sarebbero difficili in qualsiasi circostanza. Ma arrivano proprio nel momento in cui il bisogno di investimenti dell’Europa \u00e8 diventato enorme. La precedente stima di circa 800 miliardi di euro l’anno di spesa strategica aggiuntiva \u00e8 salita, con gli impegni in materia di difesa degli ultimi anni, a quasi 1.200 miliardi di euro l’anno in media.<\/p>\n\n\n\n
La crescita \u00e8 quindi la precondizione per tutto ci\u00f2 che l’Europa dice oggi di dover fare: finanziare la transizione energetica, difendere il proprio continente, costruire le industrie dell’era digitale e sostenere societ\u00e0 che invecchiano.<\/p>\n\n\n\n
E il mondo che un tempo aiutava l’Europa a generare prosperit\u00e0 non esiste pi\u00f9. \u00c8 diventato pi\u00f9 duro, pi\u00f9 frammentato e pi\u00f9 mercantilista.<\/p>\n\n\n\n
Al di l\u00e0 dell’Atlantico, non possiamo pi\u00f9 dare per scontato che i custodi dell’ordine postbellico restino impegnati a preservarlo. Decisioni dalle profonde conseguenze per le economie europee vengono prese sempre pi\u00f9 unilateralmente, ignorando le regole delle quali gli Stati Uniti un tempo si facevano paladini. E per la prima volta dal 1949, gli europei devono fare i conti con la possibilit\u00e0 che gli Stati Uniti non garantiscano pi\u00f9 la nostra sicurezza alle condizioni che un tempo davamo per scontate.<\/p>\n\n\n\n
D\u2019altra parte neanche la Cina offre un’\u00e0ncora alternativa. Sta generando surplus industriali su una scala che il mondo non pu\u00f2 assorbire se non svuotando la nostra stessa base produttiva. E sta sostenendo direttamente il nostro avversario, la Russia.<\/p>\n\n\n\n
In un mondo di partnership in evoluzione, ogni dipendenza strategica deve ora essere riesaminata. Per la prima volta a memoria d\u2019uomo, siamo davvero soli insieme. L’Europa sta rispondendo a questa nuova realt\u00e0. Ma sta rispondendo all’interno di un sistema che non era stato concepito per sfide di questa portata.<\/p>\n\n\n\n
Il progetto europeo \u00e8 stato costruito, deliberatamente e saggiamente, per impedire la concentrazione del potere. Dopo le catastrofi della prima met\u00e0 del Novecento, gli europei stabilirono che nessuno Stato membro avrebbe dominato sugli altri.<\/p>\n\n\n\n
Crearono invece un modello di governance diverso, condiviso e diffuso. Ci si affid\u00f2 ad agenzie indipendenti, processi basati su regole e mercati finanziari per svolgere un lavoro che, altrove, avrebbe richiesto una scelta politica aperta. Laddove occorreva trovare accordi tra i governi, la governance europea li avvolgeva in strati di procedura che li privavano della loro carica politica. Decisioni che in un altro contesto sarebbero state divisive hanno finito per apparire amministrative.<\/p>\n\n\n\n
I risultati di quel sistema sono stati straordinari. La pace su un continente un tempo definito dalla guerra. Il ritorno di nazioni che avevano trascorso generazioni dietro la Cortina di Ferro in una comunit\u00e0 di popoli liberi. Il mercato unico. L’euro. La libert\u00e0 di muoversi attraverso confini che per secoli avevano diviso gli europei gli uni dagli altri.<\/p>\n\n\n\n
Per settant’anni, questa architettura ha portato avanti l’Europa. Ci ha permesso di raggiungere qualcosa di storicamente raro: l’integrazione senza subordinazione. Ma si basava su due assunti fondamentali.<\/p>\n\n\n\n
La prima era che l’Europa avesse costruito un’economia davvero aperta in cui lo Stato non avesse bisogno di dirigere la crescita: libero scambio al suo interno attraverso il mercato unico, e libero scambio all’esterno attraverso un ordine internazionale basato su regole.<\/p>\n\n\n\n
La seconda era che l’Europa non avrebbe mai pi\u00f9 dovuto affrontare le questioni pi\u00f9 difficili sul potere e sulla sicurezza, perch\u00e9 sarebbero state risolte per noi.<\/p>\n\n\n\n
Entrambi gli assunti si sono ora rivelati fallaci. E man mano che vengono meno, le questioni politiche che l’Europa aveva cercato di attenuare stanno tornando al cuore del progetto europeo.<\/p>\n\n\n\n
Nulla rende tutto questo pi\u00f9 visibile delle contraddizioni del modello economico europeo.<\/p>\n\n\n\n
All’esterno, abbiamo smantellato le barriere commerciali, accolto le catene di approvvigionamento globali e costruito la pi\u00f9 aperta delle grandi economie mondiali. All’interno, per\u00f2, non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo: abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione.<\/p>\n\n\n\n
C’\u00e8 dell’ironia in tutto questo. L’Europa si \u00e8 affidata ai mercati per svolgere un lavoro che l’autorit\u00e0 politica comune non era stata messa in condizione di compiere. A quei mercati, per\u00f2, abbiamo negato la scala continentale di cui avevano bisogno per avere successo. Il risultato \u00e8 stato non una vera economia di mercato, ma un’economia asimmetrica. E da questa asimmetria derivano molte delle vulnerabilit\u00e0 che l’Europa si trova oggi ad affrontare.<\/p>\n\n\n\n
La prima vulnerabilit\u00e0 \u00e8 la nostra esposizione alla domanda esterna. Le imprese europee sono state spinte verso l’esterno in cerca della crescita che l’Europa stessa non riusciva a fornire. Dal 1999, il commercio in percentuale del PIL \u00e8 salito dal 31% al 55% nell’area euro. Negli Stati Uniti e in Cina, al contrario, si \u00e8 a malapena mosso. Gli uni e l\u2019altra restano molto meno esposti al commercio.<\/p>\n\n\n\n
La nostra sensibilit\u00e0 ai cambiamenti nelle politiche americane e cinesi non \u00e8 quindi semplicemente una sfortuna imposta dall’esterno. \u00c8 il riflesso del nostro stesso fallimento nel costruire un mercato interno sufficientemente profondo.<\/p>\n\n\n\n
La seconda vulnerabilit\u00e0 \u00e8 la nostra crescente dipendenza strategica. Nessuna economia avanzata pu\u00f2 eliminarla completamente. Anche gli Stati Uniti hanno le loro esposizioni, anche in materia di minerali critici. Ma la posizione dell’Europa \u00e8 di un ordine diverso.<\/p>\n\n\n\n
Se avessimo adottato le misure necessarie per integrare la nostra economia, i mercati dei capitali avrebbero incanalato una quota maggiore dei risparmi europei verso il rischio produttivo interno. L’energia si sposterebbe pi\u00f9 liberamente attraverso i confini, supportata da reti, interconnettori e stoccaggi. La decarbonizzazione sarebbe pi\u00f9 alla nostra portata, e le nostre economie meno sensibili agli shock dei combustibili fossili: dall’inizio del conflitto in Iran, i cittadini dei paesi con quote pi\u00f9 elevate di energia pulita hanno pagato, in media, circa la met\u00e0 dei prezzi all’ingrosso dell’elettricit\u00e0 rispetto a quelli con quote inferiori.<\/p>\n\n\n\n
Ma l’Europa ha scelto un percorso pi\u00f9 difensivo. Abbiamo cercato di tenere a bada le perturbazioni. Abbiamo limitato il consolidamento, vincolato il rischio e rinviato gli investimenti transfrontalieri. Ma il risultato non \u00e8 stato un maggiore controllo. \u00c8 stata la dipendenza.<\/p>\n\n\n\n
Oggi, met\u00e0 del capitale investito attraverso i fondi europei rifluisce negli Stati Uniti, dove sia i rischi che i rendimenti sono maggiori. Dipendiamo dall’America per il 60% delle nostre importazioni di GNL. Persino nelle tecnologie pulite, l’Europa non riesce ancora a dispiegare la sua transizione verde su larga scala senza aumentare la dipendenza dalle catene di approvvigionamento cinesi.<\/p>\n\n\n\n
La terza debolezza, e forse la pi\u00f9 importante, \u00e8 il deterioramento della posizione dell’Europa nelle tecnologie che definiranno il prossimo decennio.<\/p>\n\n\n\n
Dal 2019, il divario di produttivit\u00e0 oraria tra l’Europa e gli Stati Uniti si \u00e8 ampliato di 9 punti percentuali, a parit\u00e0 di potere d’acquisto e a prezzi costanti. Questo non misura, di per s\u00e9, le differenze nel tenore di vita. Ma indica una crescente divergenza nella capacit\u00e0 produttiva, che riflette non solo le maggiori dimensioni del settore tecnologico americano, ma la pi\u00f9 profonda digitalizzazione delle imprese e dei flussi di lavoro negli USA.<\/p>\n\n\n\n
L’intelligenza artificiale si aggiunge ora a quel divario.<\/p>\n\n\n\n
Gli scenari dell’OCSE suggeriscono che circa la met\u00e0 della crescita della produttivit\u00e0 nel prossimo decennio potrebbe derivare dall’IA e dalla sua diffusione nell’economia. In nessun momento, nella memoria recente, una parte cos\u00ec grande del nostro futuro economico \u00e8 dipesa da una singola trasformazione tecnologica.<\/p>\n\n\n\n
Ma l’IA non \u00e8 semplicemente l\u2019ennesimo strumento digitale da adottare. Richiede una mobilitazione industriale su una scala mai vista da generazioni: enormi investimenti in energia, semiconduttori, infrastrutture di calcolo e capitale. E qui l’Europa \u00e8 in ritardo.<\/p>\n\n\n\n
Gli Stati Uniti sono avviati a spendere circa cinque volte pi\u00f9 dell’Europa nella costruzione di data center entro il 2030. La Cina si sta mobilitando su scala analoga. Se l’Europa volesse eguagliare quell’ambizione, la domanda di energia potrebbe aumentare del 20-30% rispetto ad oggi.<\/p>\n\n\n\n
L’Europa possiede i risparmi, i talenti e il potenziale energetico latente per competere in questa trasformazione. Ma le stesse barriere e vincoli che hanno prodotto la nostra esposizione e le nostre dipendenze ci impediscono ora di mobilitarci alla scala che il momento richiede.<\/p>\n\n\n\n
Questo non \u00e8 un divario che possiamo permetterci di lasciar allargare. A differenza dell’elettricit\u00e0 o di internet, l’IA migliora con l’uso. Ogni ciclo di implementazione genera i dati e le capacit\u00e0 che rendono il ciclo successivo ancora pi\u00f9 potente. Le economie che combineranno per prime questi vantaggi si porteranno avanti in modo permanente.<\/p>\n\n\n\n
Tutte e tre le conseguenze rimandano alla stessa fonte. L’Europa si \u00e8 aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno. \u00c8 diventata troppo dipendente dalla domanda estera, troppo dipendente da capacit\u00e0 controllate altrove e troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala.<\/p>\n\n\n\n
La domanda ora \u00e8 come correggere questo squilibrio. In tutta Europa, stanno emergendo risposte diverse.<\/p>\n\n\n\n
Per alcuni, la risposta \u00e8 non cambiare: mentre altri si ritirano dall’apertura, l’Europa dovrebbe cogliere le opportunit\u00e0 che lasciano dietro di s\u00e9, espandere il commercio con il resto del mondo e diventare il principale difensore del sistema basato su regole.<\/p>\n\n\n\n
L’Europa pu\u00f2 ancora guadagnare da un’ulteriore liberalizzazione degli scambi. Ma sui limiti di quest\u2019ultima dobbiamo essere onesti. Secondo una stima, anche se l’Europa concludesse con successo tutti i negoziati commerciali in corso, la spinta a lungo termine sul nostro PIL ammonterebbe a meno dello 0,5%.<\/p>\n\n\n\n
Il problema pi\u00f9 profondo \u00e8 politico. Concordare nuovi accordi commerciali \u00e8 pi\u00f9 facile che affrontare il lavoro incompiuto in casa, perch\u00e9 questo lavoro impone scelte che l’Europa ha a lungo preferito evitare: confrontarsi con le posizioni di rendita consolidate e gli interessi acquisiti che traggono vantaggio da un mercato unico incompleto e da mercati energetici frammentati. Se l’apertura rimane la nostra unica risposta, diventa l’assenza di una decisione.<\/p>\n\n\n\n
Per altri, la risposta \u00e8 reintrodurre nei mercati uno Stato strategico. In tutta Europa, c’\u00e8 un rinnovato appetito per la politica industriale, per orientare il capitale verso le tecnologie che non siamo riusciti a costruire, per proteggere i settori strategici dalle pressioni esterne e per usare dazi e sostegno statale per proteggere in casa la crescita che stiamo perdendo all’estero.<\/p>\n\n\n\n
Queste posizioni sono comprensibili. Per molti aspetti, sono necessarie. Tutte le grandi economie del mondo stanno oggi dispiegando la propria politica industriale su una scala che fa sembrare ridicola l’idea di un campo di gioco livellato a livello globale. L’Europa deve navigare dipendenze sempre pi\u00f9 complesse sia dagli Stati Uniti che dalla Cina. Non possiamo permetterci la rigidit\u00e0 ideologica.<\/p>\n\n\n\n
Ma questi strumenti non produrranno ci\u00f2 che i loro sostenitori sperano, a meno che l’Europa non risolva anche l’incoerenza al cuore del proprio modello economico.<\/p>\n\n\n\n
Pensiamo a cosa accade se l’Europa adotta una postura commerciale pi\u00f9 assertiva. Le ritorsioni invitano controritorsioni, costi che l’Europa, nella sua forma attuale, \u00e8 poco attrezzata ad assorbire. Stiamo gi\u00e0 assistendo agli effetti dei dazi americani: dal Liberation Day, le esportazioni europee verso gli Stati Uniti sono diminuite di circa il 17%.<\/p>\n\n\n\n
Eppure, quando guardiamo dall’altra parte dell’Atlantico, vediamo un’economia capace di preservare la propria crescita dalle perturbazioni che essa stessa contribuisce a creare. Nonostante le crescenti tensioni commerciali, l’inflazione e il conflitto in Medio Oriente, il FMI ha rivisto al rialzo le sue previsioni di crescita per gli Stati Uniti per il prossimo anno, mentre ha rivisto al ribasso quelle dell’Europa.<\/p>\n\n\n\n
La lezione \u00e8 che la durezza esterna richiede profondit\u00e0 interna. All’interno dell’Europa, gli Stati membri differiscono significativamente per profondit\u00e0 di integrazione. La ricerca della BCE suggerisce che, se tutti si avvicinassero al livello gi\u00e0 raggiunto da chi oggi fa registrare le performance migliori, i guadagni di benessere a lungo termine potrebbero superare il 3%, circa quattro volte l’impatto sulla crescita previsto da dazi americani pi\u00f9 elevati.<\/p>\n\n\n\n
“Made in Europe” dovrebbe essere visto anche in quest’ottica: come un modo per utilizzare la domanda europea in modo pi\u00f9 deliberato. Dovrebbe offrire alle industrie con orizzonti di investimento lunghi, come semiconduttori, tecnologie pulite e difesa, un mercato abbastanza grande e stabile da investire qui. Senza una propria domanda, l’Europa non pu\u00f2 sostenere una postura credibile all’estero.<\/p>\n\n\n\n
La politica industriale affronta una versione diversa dello stesso problema.<\/p>\n\n\n\n
Se gli Stati membri dell’Europa tenteranno una politica industriale su larga scala nell’attuale struttura del mercato unico, falliranno. Spenderanno in modo inefficiente, frammenteranno gli investimenti lungo linee nazionali e si imporranno costi a vicenda. Studi del FMI rilevano che i sussidi concessi in uno Stato membro sopprimono la crescita in altri, con esternalit\u00e0 negative che erodono i guadagni originali in appena due anni.<\/p>\n\n\n\n
La risposta ideale sarebbe coordinare gli aiuti di Stato a livello europeo. Ma non \u00e8 l’unico modo per ridurre queste distorsioni. Un’economia europea davvero integrata cambierebbe di per s\u00e9 il campo su cui opera la politica industriale.<\/p>\n\n\n\n
Anche se gli aiuti di Stato fossero ancora concessi entro i confini nazionali, i loro beneficiari sarebbero sempre pi\u00f9 spesso imprese gi\u00e0 testate in tutta Europa. Le aziende leader in ciascuna giurisdizione avrebbero meno probabilit\u00e0 di essere operatori nazionali protetti, e pi\u00f9 probabilit\u00e0 di essere imprese di scala europea che competono l\u00e0 dove il capitale, l’energia, le competenze e le catene di approvvigionamento sono pi\u00f9 forti.<\/p>\n\n\n\n
A differenza dei fallimenti degli anni ’70, \u00e8 cos\u00ec che i veri campioni europei hanno pi\u00f9 probabilit\u00e0 di emergere: esposti alla concorrenza continentale e supportati da una strategia politica a livello europeo.<\/p>\n\n\n\n
Questo a sua volta darebbe ai governi segnali pi\u00f9 chiari su dove si trovano i veri punti di forza competitivi dell’Europa. Il denaro pubblico avrebbe meno probabilit\u00e0 di sostenere imprese senza prospettive di crescita, e pi\u00f9 probabilit\u00e0 di rafforzare le capacit\u00e0 di cui l’Europa ha davvero bisogno. L’intervento potrebbe diventare pi\u00f9 mirato, meno costoso e pi\u00f9 efficace.<\/p>\n\n\n\n
Pi\u00f9 l’Europa si riforma, meno dovr\u00e0 affidarsi al debito, nazionale o comune, per compensare la propria frammentazione.<\/p>\n\n\n\n
Ecco perch\u00e9 il mercato unico e la politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali. Se correttamente concepiti, l\u2019uno rafforza l’altra.<\/p>\n\n\n\n
Ma quanto pi\u00f9 l’Europa si addentra nella politica industriale e nelle tecnologie strategiche, tanto pi\u00f9 \u00e8 difficile evitare il fatto esterno centrale della nostra epoca: il nostro rapporto con gli Stati Uniti \u00e8 cambiato.<\/p>\n\n\n\n
L’Europa non pu\u00f2 rimpatriare da sola ogni tecnologia critica. Il costo sarebbe proibitivo. Avremo bisogno di accordi preferenziali con partner fidati: garanzie di acquisto, standard comuni, investimenti condivisi e catene di approvvigionamento sicure. Gli Stati Uniti rimarranno centrali in questo sforzo. Il Memorandum d’intesa UE-USA sui minerali critici ne \u00e8 un primo esempio.<\/p>\n\n\n\n
Eppure il partner da cui ancora dipendiamo \u00e8 diventato pi\u00f9 conflittuale e imprevedibile. L’Europa ha cercato la negoziazione e il compromesso. Per lo pi\u00f9 non ha funzionato. Ogni volta che assorbiamo uno shock senza risposta, abbassiamo il costo di quello successivo. Una postura pensata per de-escalare sta invece invitando ulteriore escalation.<\/p>\n\n\n\n
Per ora, l’Europa ha bisogno della capacit\u00e0 di rispondere in modo pi\u00f9 assertivo per riportare la partnership su basi pi\u00f9 eque. Ci\u00f2 che ci frena \u00e8 la sicurezza. Un’alleanza in cui l’Europa dipende dagli Stati Uniti per la propria difesa \u00e8 un’alleanza in cui la dipendenza in materia di sicurezza pu\u00f2 estendersi a ogni altra negoziazione: commerciale, tecnologica, energetica.<\/p>\n\n\n\n
Ecco perch\u00e9 il cambiamento di atteggiamento americano sulla sicurezza europea non dovrebbe essere visto solo come un pericolo. \u00c8 anche un necessario risveglio. Se gli Stati Uniti chiedono all’Europa di assumersi maggiori responsabilit\u00e0 per la difesa del nostro continente e dei nostri vicini, allora l’Europa deve anche acquisire maggiore autonomia nel modo in cui quella difesa \u00e8 organizzata, e con quell’autonomia verr\u00e0 una maggiore forza nelle sue relazioni commerciali ed energetiche.<\/p>\n\n\n\n
Questo non deve indebolire la relazione transatlantica o la NATO. Al contrario, porrebbe entrambe su basi pi\u00f9 solide. Un’Europa in grado di difendersi potrebbe persino essere un alleato pi\u00f9 prezioso. E una partnership fondata sulla forza reciproca sar\u00e0 sempre pi\u00f9 matura di una fondata sulla dipendenza asimmetrica.<\/p>\n\n\n\n
Per l’Europa stessa, l’opportunit\u00e0 \u00e8 sostanziale. Assumersi maggiori responsabilit\u00e0 per la nostra difesa significa anche ricostruire la base industriale e tecnologica da cui quella difesa dipende. La R&S europea nel settore della difesa \u00e8 appena un decimo dei livelli americani. I governi europei spendono da 40 a 70 miliardi di euro l’anno in armi americane, e il nostro fallimento nel consolidare la domanda spreca ulteriori 60 miliardi in economie di scala mancate.<\/p>\n\n\n\n
Ma importanti cambiamenti sono gi\u00e0 in corso.<\/p>\n\n\n\n
L’Europa ha compiuto la sua scelta strategica pi\u00f9 significativa degli ultimi decenni: investire nella propria difesa. Entro la fine di questo decennio, la sola Germania spender\u00e0 pressappoco quanto la Russia spende ora per la sua economia di guerra pienamente mobilitata.<\/p>\n\n\n\n
E l’Ucraina sta guidando una forma di integrazione pratica della difesa che l’Europa ha a lungo faticato a realizzare per disegno. I paesi stanno ordinando le stesse attrezzature perch\u00e9 non possono permettersi di aspettare varianti nazionali su misura. Le imprese europee producono in territorio alleato sistemi progettati dall’Ucraina.<\/p>\n\n\n\n
La cooperazione in materia di difesa si sta allargando rapidamente: un recente esercizio di mappatura ha identificato pi\u00f9 di 160 accordi di difesa bilaterali e plurilaterali tra Stati europei, il Regno Unito e l’Ucraina, la maggior parte dei quali firmati dopo l’invasione russa. Sei partnership recano una clausola di difesa reciproca.<\/p>\n\n\n\n
Il compito ora \u00e8 trasformare questo mosaico in impegni chiari e vincolanti. Se uno Stato membro viene attaccato, la risposta dell’Europa dovrebbe essere inequivocabile anche prima che la crisi abbia inizio.<\/p>\n\n\n\n
Ci sono due percorsi per dare sostanza a quell’impegno, e non devono necessariamente escludersi a vicenda.<\/p>\n\n\n\n
Uno passa attraverso coalizioni pi\u00f9 ridotte di paesi accomunati gi\u00e0 oggi da capacit\u00e0 e percezioni della minaccia affini. In pratica, gran parte della risposta militare europea \u00e8 gi\u00e0 sostenuta da un gruppo centrale: Germania, Polonia, Francia e Regno Unito, insieme agli Stati nordici e baltici che sono pi\u00f9 vicini alla minaccia.<\/p>\n\n\n\n
Non tutti i paesi devono contribuire nello stesso modo. L’Ucraina ha dimostrato che la difesa moderna non si esaurisce pi\u00f9 in carri armati, aerei e artiglieria. Dipende anche da batterie, sensori, software e dalla capacit\u00e0 di adattare rapidamente le tecnologie civili. Alcuni paesi forniranno forze; altri forniranno componenti di droni, capacit\u00e0 cyber o logistica; altri ancora aiuteranno finanziariamente.<\/p>\n\n\n\n
L’altro percorso \u00e8 dare sostanza operativa all’articolo 42, paragrafo 7, la clausola di difesa reciproca dell’UE, che, sebbene giuridicamente definita e una volta invocata, non \u00e8 ancora stata tradotta in piani concreti, capacit\u00e0 e strutture di comando.<\/p>\n\n\n\n
Molto dipender\u00e0 da chi si unir\u00e0 a questo sforzo comune. Ogni comunit\u00e0 politica \u00e8 in ultima analisi plasmata dalla sua comprensione dell’obbligo reciproco, da ci\u00f2 che i suoi membri ritengono di doversi l’un l’altro quando accade il peggio. Per settant’anni, l\u2019Europa ha potuto lasciare questa domanda in parte senza risposta. Ora dobbiamo rispondervi noi stessi.<\/p>\n\n\n\n
I primi segni si iniziano gi\u00e0 a vedere. Quando la Russia ha invaso l’Ucraina, l’Europa ha scelto di stare al fianco di una nazione che combatte per la propria libert\u00e0, e ha mantenuto quell’impegno anno dopo anno. Quando la Groenlandia \u00e8 stata minacciata, l’Europa ha tenuto testa al suo alleato pi\u00f9 stretto e, cos\u00ec facendo, ha scoperto capacit\u00e0 che non sapeva di avere. Persino i partiti che hanno costruito la loro identit\u00e0 sulla sovranit\u00e0 nazionale riconoscono ora che nessuna nazione europea pu\u00f2 difenderla da sola.<\/p>\n\n\n\n
Ma la pressione per il cambiamento viene ora da ogni direzione. L’Europa \u00e8 costretta a prendere decisioni finora evitate. E per la prima volta da molti anni, le condizioni per fare quelle scelte stanno cominciando a esistere.<\/p>\n\n\n\n
C’\u00e8 un’unit\u00e0 di diagnosi che \u00e8 autenticamente nuova. La natura della difficile situazione dell’Europa \u00e8 ora ampiamente compresa da governi e cittadini. La tabella di marcia per l’azione esiste e, in alcune aree, la Commissione europea sta gi\u00e0 agendo.<\/p>\n\n\n\n
Sotto la pressione di questi anni, agli europei vengono riportati alla mente valori che avevano cominciato a dare per scontati: solidariet\u00e0, democrazia, stato di diritto, protezione delle minoranze. Questa \u00e8 l’eredit\u00e0 dell’Europa del dopoguerra. E stanno tornando visibili perch\u00e9 vengono messi alla prova.<\/p>\n\n\n\n
Questo riconoscimento \u00e8 pi\u00f9 potente di qualsiasi programma politico, perch\u00e9 d\u00e0 agli europei una ragione per agire. E i cittadini hanno gi\u00e0 chiara la direzione che l’Europa deve prendere: nove su dieci intervistati dall’Eurobarometro vogliono che l’Unione agisca con maggiore unit\u00e0; tre quarti vogliono che abbia pi\u00f9 risorse per affrontare le sfide future.<\/p>\n\n\n\n
Ma quando i cittadini chiedono pi\u00f9 Europa, non stanno semplicemente chiedendo di pi\u00f9 dell’Europa che abbiamo. N\u00e9 stanno chiedendo un progetto istituzionale astratto. Stanno chiedendo miglioramenti pratici nel modo in cui l’Europa li protegge e li responsabilizza, in modi che possono veder funzionare e di cui possono chiedere conto. Il punto \u00e8 come trasformare questa domanda di azione in forme decisionali in grado di soddisfarla.<\/p>\n\n\n\n
La nostra esperienza attuale \u00e8 che l’azione al livello dei ventisette spesso non riesce a fornire ci\u00f2 che il momento richiederebbe. Il problema non \u00e8 la mancanza di ambizione tra i leader. \u00c8 ci\u00f2 che accade dopo che l’ambizione entra nel meccanismo. Gli accordi vengono elaborati attraverso comitati che diluiscono e ritardano finch\u00e9 il risultato non assomiglia pi\u00f9 a quel che era stato previsto.<\/p>\n\n\n\n
Il risultato \u00e8 un’azione che pu\u00f2 risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’inazione. E un’UE che rivendica responsabilit\u00e0 ma delude ripetutamente entra in un ciclo da cui non riesce a uscire: la debolezza nella realizzazione erode la legittimit\u00e0, e la debolezza della legittimit\u00e0 rende la realizzazione ancora pi\u00f9 difficile.<\/p>\n\n\n\n
Dobbiamo spezzare questo ciclo.<\/p>\n\n\n\n
I paesi che sentono il peso di questo momento in modo pi\u00f9 acuto, e capiscono che la finestra per l’azione non rimarr\u00e0 aperta indefinitamente, devono essere liberi di andare avanti. Questo \u00e8 ci\u00f2 che ho chiamato federalismo pragmatico.<\/p>\n\n\n\n
La sua virt\u00f9 \u00e8 che pu\u00f2 ricostruire insieme la capacit\u00e0 di realizzazione e la legittimit\u00e0 democratica. I paesi con la volont\u00e0 di agire dovrebbero approfondire la cooperazione in aree concrete, attraverso strumenti che producano risultati che i cittadini possano vedere e misurare. E ciascuno dovrebbe entrare attraverso una scelta nazionale deliberata, approvata dal proprio elettorato, in modo che i cittadini sappiano a cosa si \u00e8 impegnato il loro governo e possano chiederne conto.<\/p>\n\n\n\n
La realizzazione costruisce legittimit\u00e0. La legittimit\u00e0 rende possibile una cooperazione pi\u00f9 profonda. E man mano che cresce l’abitudine di agire insieme, cresce anche il senso di scopo comune.<\/p>\n\n\n\n
Questo approccio sar\u00e0 necessariamente sperimentale. Alcune iniziative funzioneranno; altre no. Ecco perch\u00e9 \u00e8 pragmatico. Ma \u00e8 anche federalismo, perch\u00e9 gli esperimenti non sono casuali. Sono guidati da una destinazione condivisa: la convinzione che gli europei debbano imparare a esercitare il potere insieme se vogliono preservare i propri valori.<\/p>\n\n\n\n
L’euro mostra come questo possa accadere. Quanti erano disposti sono andati avanti. Hanno costruito istituzioni comuni con un\u2019autorit\u00e0 vera. Quando l’impegno \u00e8 stato messo alla prova fin quasi al punto di rottura, la solidariet\u00e0 richiesta si \u00e8 rivelata di gran lunga maggiore di quanto molti avevano immaginato. Il quadro ha retto, i paesi hanno continuato ad aderire e il sostegno all’euro \u00e8 ora ai massimi storici. Per le societ\u00e0 che lo condividono, uscirne \u00e8 diventato quasi impensabile.<\/p>\n\n\n\n
\u00c8 questo che rende duraturi gli impegni europei. Non le parole scritte una volta in un trattato, ma l’esperienza dell\u2019agire insieme, dell\u2019essere messi alla prova insieme e dello scoprire attraverso il successo che la solidariet\u00e0 pu\u00f2 funzionare.<\/p>\n\n\n\n
Il nostro compito ora \u00e8 creare di nuovo quella stessa dinamica nell’energia, nella tecnologia e nella difesa. I leader europei sanno dove si trova il lavoro da fare. Devono ora decidere se sono disposti a mettere la sostanza prima del processo, e a scegliere gli strumenti che possono realizzarla.<\/p>\n\n\n\n
Abbiamo raggiunto un punto in cui le decisioni che l’Europa deve prendere non possono pi\u00f9 essere contenute nel quadro istituzionale che abbiamo ereditato. Alcune richiedono una scala che solo l’Europa pu\u00f2 fornire. Altre richiedono un grado di legittimit\u00e0 democratica che va costruito dalle fondamenta.<\/p>\n\n\n\n
Insieme, richiedono che i leader europei facciano un passo in pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n
In tutto il nostro continente, gli europei stanno dimostrando di volere che l’Europa agisca. Vogliono che l’Unione europea difenda la loro libert\u00e0, prosperit\u00e0 e solidariet\u00e0. E continuano a sostenere, con passione, i valori che rendono l’Europa degna di essere costruita e che, oggi, la rendono unica.<\/p>\n\n\n\n
Il compito ora \u00e8 rispondere a quella fiducia con coraggio e dimostrare che l’Europa pu\u00f2 di nuovo trasformare la crisi in unione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"
Il discorso integrale di Aquisgrana.<\/p>\n","protected":false},"author":10,"featured_media":46214,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-speeches.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":true,"_trash_the_other_posts":false,"_yoast_wpseo_estimated-reading-time-minutes":23,"footnotes":""},"categories":[2265],"tags":[],"staff":[1572],"editorial_format":[2350],"serie":[],"audience":[],"geo":[2086],"class_list":["post-46217","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-rapporto-draghi-un-dibattito-europeo","staff-il-grand-continent","editorial_format-discorsi","geo-europa"],"acf":{"open_in_webview":false,"accent":"default","_thumbnail_id":46214,"excerpt":"Il discorso integrale di Aquisgrana.","display_date":"","new_abstract":true},"yoast_head":"\n