{"id":3987,"date":"2022-06-09T14:36:41","date_gmt":"2022-06-09T13:36:41","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=3987"},"modified":"2022-06-09T14:57:41","modified_gmt":"2022-06-09T13:57:41","slug":"quindici-anni-dopo-lunion-del-futuro","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2022\/06\/09\/quindici-anni-dopo-lunion-del-futuro\/","title":{"rendered":"Quindici anni dopo: l&#8217;Unione del futuro"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap\">L\u2019attuale dibattito europeo presenta allo stesso tempo vigorosi appelli alla necessit\u00e0 di nuovi progetti ambiziosi, per esempio nelle parole di Emmanuel Macron e Mario Draghi, ma anche richiami alla prudenza da parte di numerosi governi. L\u2019Unione Europea si trova quindi davanti a un trilemma. Le circostanze vorrebbero un progresso deciso nell\u2019integrazione. Tuttavia realizzare progressi importanti con il consenso di tutti i membri diventa sempre pi\u00f9 difficile. Allo stesso tempo per\u00f2 l\u2019unit\u00e0 dei 27 \u00e8 ancor pi\u00f9 che per il passato un bene prezioso da proteggere. Come sempre, la fattibilit\u00e0 dei progetti, allo stesso tempo ci\u00f2 che \u00e8 necessario e ci\u00f2 che \u00e8 fattibile, dipender\u00e0 dall\u2019evoluzione degli avvenimenti. \u00c8 quindi da l\u00ec che bisogna cominciare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nei quindici anni che ci separano dalla crisi finanziaria, l\u2019UE ha vissuto uno dei suoi periodi di pi\u00f9 intensa mutazione. Il decennio precedente che era stato il teatro di due decisioni epocali come l\u2019introduzione dell\u2019euro e il passaggio da 15 a 28 paesi membri; per quanto importanti, esse tuttavia erano annunciate da tempo, il compimento di progetti e impegni presi in precedenza in seguito alla caduta del muro di Berlino e alla dissoluzione dell\u2019URSS. Nulla di quanto \u00e8 successo pi\u00f9 recentemente era stato programmato. Abbiamo dovuto reagire agli avvenimenti e l\u2019abbiamo fatto spesso in una situazione di sostanziale vuoto giuridico e con istituzioni mal equipaggiate per far fronte a crisi di quell\u2019ampiezza. Dire che tutto ci\u00f2 \u00e8 successo sotto la guida di fatto di Angela Merkel, Cancelliera del paese pi\u00f9 importante dell\u2019Unione, \u00e8 solo in parte una semplificazione. Il percorso effettuato riflette quindi il suo stile, ma pi\u00f9 in generale la prudenza con cui la Germania si muove solo dopo aver assicurato un grado elevato di consenso interno e poi europeo. \u00c8 un modo di procedere che pu\u00f2 creare esasperazione e suggerire un\u2019analogia con quanto Churchill diceva dell\u2019America: \u201cfanno la cosa giusta solo dopo aver esaurito tutte le alternative\u201d. D\u2019altro canto, il consenso (interno ed europeo) cos\u00ec acquisito si \u00e8 poi dimostrato duraturo, in contrasto con gli ondeggiamenti che hanno caratterizzato la politica europea di altri grandi paesi come la Francia e l\u2019Italia. La Germania ha anche introdotto nel dibattito europeo un concetto di sacralit\u00e0 delle regole che \u00e8 parte integrante del suo consenso interno e riflette la volont\u00e0 di esorcizzare un drammatico passato. L\u2019altra caratteristica del percorso effettuato \u00e8 che l\u2019UE \u00e8 programmata fin dalla sua creazione per occuparsi delle crisi quando avvengono ma non di affrontare i nodi sistemici che le permetterebbero di prevedere e prevenire le crisi successive.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Gli avvenimenti a cui mi riferisco sono noti. Intorno a Brexit ci sono due narrative. Secondo la prima, l\u2019Europa ne risulta indebolita sul piano economico, politico e militare. Inoltre \u00e8 stato infranto il tab\u00f9 della perennit\u00e0. Secondo la seconda, Brexit ha effetti positivi perch\u00e9 viene a mancare uno dei paesi che in passato si erano opposti con pi\u00f9 forza a una maggiore integrazione. Entrambe le interpretazioni sono vere, ma devono anche essere relativizzate. L\u2019opposizione britannica \u00e8 spesso servita di alibi alla resistenza di altri, ma non ha mai impedito progressi che erano fortemente voluti da una maggioranza di paesi: per esempio Schengen e l\u2019euro. Inoltre, Brexit ha rafforzato l\u2019unit\u00e0 dei 27 e accresciuto il senso di appartenenza anche di chi era tradizionalmente vicino alle posizioni britanniche. D\u2019altro canto per\u00f2, l\u2019assertivit\u00e0 di questi paesi (gli scandinavi e l\u2019Olanda per esempio) \u00e8 stata rafforzata dall\u2019assenza del pi\u00f9 influente difensore del liberismo in economia e dell\u2019atlantismo in politica estera e ha dato loro quasi una \u201cnuova missione\u201d in seno all\u2019UE. Brexit ha peraltro incoraggiato la tesi di una inevitabile frattura, politica, culturale e addirittura valoriale, fra il continente europeo e un mitico \u201cmondo anglosassone\u201d. Tesi che non ha per\u00f2 fondamento reale e sottovaluta sia quanto la Gran Bretagna sia in realt\u00e0 \u201ceuropea\u201d, sia quanto una parte importante dell\u2019Europa, soprattutto a nord ma anche a est, si senta vicina storicamente, politicamente e culturalmente al mondo anglosassone. Detto questo, Brexit resta un cantiere incompiuto, mal negoziato dal governo britannico e ancora mal digerito. Ci\u00f2 non toglie che l\u2019UE e la Gran Bretagna hanno comunque bisogno l\u2019una dell\u2019altra.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda serie di avvenimenti riguarda la risposta alle ricorrenti crisi economiche: prima quella finanziaria, poi quella dovuta alla pandemia, infine quella che si annuncia in seguito alla guerra in Ucraina. \u00c8 noto quanto il percorso sia stato accidentato. \u00c8 cominciato con l\u2019illusione che si potesse fare interamente affidamento sulla sacralit\u00e0 e l\u2019automatismo delle regole, per poi proseguire con i gravi errori della \u201cpasseggiata di Deauville\u201d fra Merkel e Sarkozy, nella risposta accidentata e a momenti drammatica alla crisi greca, al \u201c<em>Whatever it takes\u201d<\/em> di Mario Draghi, alla creazione del Meccanismo Europeo di Stabilit\u00e0 (MES), all\u2019ammissione da parte della Commissione Juncker che le regole dovevano essere interpretate e applicate con flessibilit\u00e0, alla sospensione delle regole stesse durante la pandemia, fino al tab\u00f9 infranto dell\u2019indebitamento comune con il Next Generation EU. Nessuna persona sana di mente potrebbe sostenere che la risposta dell\u2019Unione sia stata in ogni momento tempestiva e brillante. Tuttavia, l\u2019UE e l\u2019euro hanno tenuto di fronte alla prova forse pi\u00f9 difficile dall\u2019inizio della costruzione europea. A ci\u00f2 si \u00e8 aggiunta la decisione di fare della transizione climatica il progetto destinato a definire la strategia economica dell\u2019UE per i prossimi anni.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il terzo avvenimento \u00e8 la pandemia. In partenza, l\u2019UE era sprovvista di competenze e mandato chiaro in materia sanitaria. La risposta dell\u2019Europa \u00e8 stata all\u2019inizio confusa e frammentata con manifestazioni di egoismo nazionale che hanno fatto temere il peggio. Poi, con sorprendente rapidit\u00e0, la situazione \u00e8 stata raddrizzata, \u00e8 stato varato un programma comune di sviluppo e approvvigionamento di vaccini. Alla distanza, la risposta dell\u2019Europa alla pandemia non \u00e8 stata peggiore e sotto vari aspetti \u00e8 stata migliore di quella degli USA e di molti paesi asiatici, Cina compresa. Poi, la crisi forse pi\u00f9 importante di tutte, l\u2019aggressione della Russia all\u2019Ucraina. Anche questa volta, la rapidit\u00e0 con cui si \u00e8 trovata l\u2019unit\u00e0 dell\u2019Europa e della NATO \u00e8 sorprendente per quanto riguarda sia la durezza delle sanzioni sia l\u2019invio di armi sempre pi\u00f9 pesanti. Infine, la crisi a cui \u00e8 stata data la risposta pi\u00f9 insufficiente: quella di una pressione migratoria senza precedenti dall\u2019Africa e dal Medio Oriente. Per un\u2019organizzazione che, secondo il suo creatore Jean Monnet, \u00e8 destinata a \u201cprogredire nelle crisi\u201d, il minimo che si pu\u00f2 dire \u00e8 che siamo stati ben serviti.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019evoluzione dell\u2019UE non \u00e8 stata solo guidata dagli avvenimenti cos\u00ec sommariamente descritti, ma anche da un contesto internazionale profondamente mutato. La costruzione europea \u00e8 il prodotto pi\u00f9 compiuto della concezione dei rapporti internazionali sviluppata dagli Stati Uniti dopo la seconda guerra mondiale: quella di un mondo non dominato da rapporti di forza, ma da un sistema di regole accettate e condivise. Un mondo \u201ckantiano\u201d, o se vogliamo \u201cpost westfaliano\u201d. Questa visione del mondo coincideva con quella che l\u2019Europa aveva di s\u00e9 stessa: una \u201cpotenza gentile\u201d, nata da un desiderio di pace, che non aveva bisogno di una grande forza militare e che poteva espandere la sua influenza attraverso la sapiente elaborazione di regole. Regole che si sarebbero imposte per la loro saggezza ed efficacia, ma anche perch\u00e9 erano la porta d\u2019accesso al pi\u00f9 grande mercato del mondo. Poco importa se dietro questa concezione ci fosse una notevole dose di diniego, dal momento che la difesa dell\u2019Europa era stata di fatto appaltata agli Stati Uniti. L\u2019UE era cos\u00ec diventata il principale campione di un multilateralismo che non aveva inventato, ma aveva fortemente contribuito a costruire. Al crollo del comunismo era seguito un breve periodo di incontrastata egemonia americana, quindi occidentale, che aveva portato con s\u00e9 l\u2019illusione che quell\u2019ordine sarebbe presto diventato globale. Sappiamo che non \u00e8 andata cos\u00ec. Alcuni errori strategici compiuti in Medio Oriente dagli Stati Uniti, la minaccia del terrorismo islamico e soprattutto l\u2019ascesa della Cina hanno profondamente modificato la situazione. Questa diffusa situazione di instabilit\u00e0 ha permesso ad alcune potenze intermedie (L\u2019Iran, il Brasile, la Turchia e altre) di cercare di affermarsi come attori autonomi. \u00c8 un\u2019evoluzione che ha anche avuto importanti ripercussioni economiche, conducendo a una messa in discussione dei benefici della globalizzazione, o quanto meno mostrarne i limiti e la fragilit\u00e0. Oggi, chi vuole promuovere il multilateralismo \u00e8 sulla difensiva. L\u2019Europa, creatura kantiana, si \u00e8 cos\u00ec trovata confrontata a un mondo sempre pi\u00f9 hobbesiano; una sfida che per l\u2019UE \u00e8, prima ancora che politica, quasi ontologica.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019Europa \u00e8 ora costretta a trarre due conclusioni non facili da questo contesto internazionale. La prima \u00e8 che l\u2019emergere di una potenza come la Cina, poco rispettosa delle regole internazionali e campione di un capitalismo largamente sottoposto alla politica, non consente pi\u00f9 di separare le questioni economiche e commerciali da quelle geopolitiche. Tanto pi\u00f9 che anche gli Stati Uniti non esitano a usare a fini politici la loro forza economica. La seconda \u00e8 che l\u2019Europa aveva accumulato un notevole ritardo rispetto agli USA e alla Cina nella rivoluzione digitale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Questo doppio risveglio ha introdotto nella narrativa europea alcuni concetti nuovi: quello di dimensione geopolitica dell\u2019azione dell\u2019UE e quello di \u201cautonomia strategica\u201d. Il secondo in particolare, lanciato nel dibattito da Emmanuel Macron, ha creato allo stesso tempo grande interesse ma anche numerosi interrogativi. Parlare di \u201cautonomia\u201d europea o come \u00e8 anche stato fatto di \u201csovranit\u00e0\u201d, contiene una dose elevata di ambiguit\u00e0. La moderna fisica quantistica ci dice che lo stato di una particella non pu\u00f2 essere determinato a priori, ma dipende da quando, come e chi la osserva. Cos\u00ec il concetto di autonomia europea cambia a seconda che lo si guardi dall\u2019interno o dall\u2019esterno. Nel primo caso pu\u00f2 voler dire che i membri dell\u2019UE devono essere capaci di esercitare la loro sovranit\u00e0 in comune. Nel secondo che bisogna essere autonomi da qualcosa di diverso da noi. Questa seconda discussione si \u00e8 immediatamente concentrata sulle conseguenze per il rapporto con gli Stati Uniti e con la NATO. Si tratta di una delle questioni pi\u00f9 divisive del dibattito europeo che ha il potenziale di paralizzare tutto il resto.<\/p>\n\n\n\n<p>Sulla base di quanto precede, \u00e8 interessante ora vedere non tanto la bont\u00e0 e i difetti di ci\u00f2 che \u00e8 stato fatto, ma piuttosto quanto tutto ci\u00f2 ha modificato i rapporti di forza all\u2019interno dell\u2019UE, il suo modo di operare, i suoi interessi strategici e la sua identit\u00e0. Quei recenti, drammatici avvenimenti hanno tra l\u2019altro condotto a superare o addirittura a smentire un certo numero di analisi su cui erano basati sia consensi dati per acquisiti, sia dissidi a volte difficili da sanare.<\/p>\n\n\n\n<p>La prima questione riguarda i valori fondanti. L\u2019Unione Europea \u00e8 un\u2019organizzazione che comprende paesi che, pur con strutture costituzionali diverse, condividono gli stessi valori democratici, liberali e il rispetto dello stato di diritto. Tuttavia, non essendo una compiuta unione politica, non dispone degli strumenti per imporne il rispetto dai suoi membri. Fino a tempi recenti ci\u00f2 era considerato implicito, al punto che il principio di supremazia del diritto europeo su quelli nazionali era basato sul presupposto che la Corte di Giustizia europea avrebbe \u201cper definizione\u201d rispettato nei suoi giudizi i diritti fondamentali che sono alla base delle costituzioni degli stati membri. L\u2019esperienza con i nuovi membri dell\u2019est ha scosso questo equilibrio. Il cammino verso una compiuta democrazia liberale si \u00e8 rivelato per alcuni di loro (Polonia e Ungheria ma non solo) pi\u00f9 accidentato del previsto. Ne sono risultate alcune gravi anomalie nel rispetto ai principi dello stato di diritto che sono mal percepite dall\u2019opinione pubblica degli altri paesi la quale non capisce perch\u00e9 si possano sanzionare mancanze molto meno gravi e non veri attentati alla democrazia. Il problema \u00e8 che gli strumenti di cui l\u2019UE dispone per combattere le deviazioni sono molto deboli, essenzialmente di natura finanziaria, e difficili da usare quando i paesi \u201cdevianti\u201d sono pi\u00f9 d\u2019uno.<\/p>\n\n\n\n<p>La seconda questione riguarda l\u2019idea di un\u2019Unione irrimediabilmente divisa da un dissidio fra liberisti (o ordoliberisti) da una parte e keynesiani e interventisti dall\u2019altra; come \u00e8 stato anche detto, fra cicale e formiche. Questa supposta frattura, ha assunto il carattere di una lacerazione nord-sud. A parte il fatto che fra il \u201cliberismo\u201d e l\u2019ordo-liberismo prevalente in Germania e in gran parte dell\u2019Europa ci sono colossali differenze e che i sacerdoti di Francoforte si trovano difficilmente a loro agio a Chicago, la gestione concreta della crisi ha permesso di de-ideologizzare il dibattito. Nessuno sembra pi\u00f9 pensare che le regole siano per definizione n\u00e9 sacre (come vorrebbero alcuni) n\u00e9 \u201cstupide\u201d (come le aveva definite Romano Prodi, allora Presidente della Commissione). Inoltre la creazione di strumenti di solidariet\u00e0 come il MES e Next Generation EU, pur senza rappresentare il \u201cmomento Hamiltoniano\u201d rivendicato da alcuni, costituiscono un\u2019innovazione di cui nessuno pu\u00f2 sottovalutare l\u2019importanza. Allo stesso modo, affrontare il ritardo che si \u00e8 creato nella rivoluzione digitale e la contemporanea sfida di un mondo in cui le regole multilaterali sono messe sempre pi\u00f9 in discussione, richiede un ruolo dell\u2019intervento pubblico maggiore di quanto si considerava auspicabile fino a poco tempo fa. L\u2019atteggiamento verso la globalizzazione, in particolare a causa della fragilit\u00e0 delle filiere di produzione, \u00e8 sottoposto a revisione. Su queste questioni, tradizionalmente oggetto di forti contestazioni, si constata una notevole convergenza anche fra due paesi tradizionalmente su fronti opposti come Francia e Germania. D\u2019altro canto, \u00e8 anche chiara la percezione che fra le grandi aree economiche l\u2019UE \u00e8 quella che pi\u00f9 dipende dal commercio internazionale e non pu\u00f2 quindi isolarsi dal resto del mondo. Nonostante la sua dimensione e l\u2019attrattiva del suo mercato, non pu\u00f2 nemmeno illudersi di poter regolare in piena libert\u00e0 tecnologie che non possiede. Nessuno quindi pensa che ci\u00f2 possa significare il ritorno a forme di politiche industriali simili a quelle praticate in Francia, in Italia e altrove fino agli anni \u201980 del secolo scorso.<\/p>\n\n\n\n<p>Le questioni che seguono riguardano il superamento della distinzione fra dimensione economica e strategica dell\u2019integrazione; quindi il concetto di Europa \u201cgeopolitica\u201d, o di autonomia strategica. La politica estera, grande assente nel disegno iniziale di Jean Monnet, ha fatto prepotentemente irruzione nel dibattito europeo. Il caso pi\u00f9 importante, quello che ci obbliga al pi\u00f9 grande ripensamento, sono i rapporti con la Russia alla luce dell\u2019aggressione all\u2019Ucraina. Dopo il crollo dell\u2019URSS era prevalsa in Occidente la speranza che anche la Russia potesse, se non diventare compiutamente democratica e occidentale, almeno avere un\u2019evoluzione compatibile con un ordine europeo stabile e consensuale. Soprattutto dopo l\u2019avvento di Putin al potere i segnali di involuzione, troppo noti per enumerarli tutti si erano moltiplicati. Tuttavia molti paesi europei, soprattutto Germania, Francia e Italia avevano preferito decidere che il dialogo con Mosca restasse prioritario; sposavano cos\u00ec la teoria tedesca del <em>Wandel durch Handel, <\/em>il cambiamento attraverso il commercio. In altri termini, legare a noi la Russia sul piano economico ne avrebbe facilitato un\u2019evoluzione nella direzione auspicata. Ne \u00e8 seguita una dipendenza massiccia dalle importazioni di idrocarburi dalla Russia. In questa ottica, un\u2019invasione dell\u2019Ucraina era considerata improbabile se non impossibile.<\/p>\n\n\n\n<p>A questa narrativa se ne contrapponeva un\u2019altra, portata soprattutto dai paesi baltici, dalla Polonia e da altri paesi dell\u2019est. Secondo questa analisi gli \u201caperturisti\u201d, obnubilati dal loro illuminismo, avevano gravemente torto. La deriva adottata da Putin aveva invece radici profonde. L\u2019obiettivo era di ristabilire un\u2019identit\u00e0 russa libera da corruzioni occidentali e basata su un nazionalismo allo stesso tempo etnico, territoriale e religioso che si rifaceva alle radici autocratiche, ortodosse e imperiali della storia russa. L\u2019ostilit\u00e0 ai valori occidentali intesi come la principale minaccia al ritorno della Russia alle sue radici, era quindi irriducibile. In questa ottica, la Russia non era solo un partner difficile, ma una minaccia concreta. Ristabilire il controllo sulle antiche repubbliche della Georgia, della Moldavia e soprattutto dell\u2019Ucraina non era solo un modo per ristabilire una sfera imperiale, ma anche per difendersi dalla contaminazione da eventuali evoluzioni democratiche e occidentali di quei popoli. Questo \u00e8 del resto il vero senso dell\u2019ossessiva, quasi paranoica, opposizione all\u2019allargamento della NATO.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La risposta degli altri europei fu di comprendere i timori storici della Polonia e degli altri, ma di considerarli anche con un po\u2019 di condiscendenza eccessivamente estremisti. Per calmare le loro paure, si favor\u00ec l\u2019ingresso nella NATO e nell\u2019UE, ma per il resto continu\u00f2 l\u2019atteggiamento di diniego della minaccia. Persino Angela Merkel, che pure aveva di Putin una visione molto lucida, scelse di non modificare sostanzialmente la politica tedesca e europea. Nemmeno l\u2019espansione della Russia nel Medio Oriente, nel Mediterraneo e in Africa condusse a sostanziali ripensamenti. Questa risposta insufficiente, concretizzata nella reazione velleitaria e ambigua alla richiesta di Ucraina e Georgia di adesione alla NATO, consolidava la convinzione di Putin della decadenza e divisione dell\u2019occidente. D\u2019altro canto gli permise di eccitare ancor pi\u00f9 i sentimenti nazionalisti all\u2019interno con la tesi dell\u2019accerchiamento dovuto all\u2019allargamento della NATO e delle umiliazioni inflitte alla Russia dai vincitori della guerra fredda.<\/p>\n\n\n\n<p>Oggi \u00e8 doveroso ammettere che la Polonia e i suoi amici avevano ragione e la maggior parte degli altri paesi avevano torto. Il risultato \u00e8 la guerra a cui stiamo assistendo. Non \u00e8 qui il posto adatto per analizzarne gli sviluppi. Baster\u00e0 costatare che la combinazione delle insufficienze militari dell\u2019esercito russo, delle terribili atrocit\u00e0 commesse, della imprevista capacit\u00e0 di resistenza degli ucraini, e della altrettanto sorprendente risposta unitaria dell\u2019occidente e dell\u2019Europa, rendono un negoziato di pace molto improbabile nel prevedibile futuro. Resta la possibilit\u00e0 di una tregua provvisoria e precaria, inevitabilmente seguita da una lungo periodo di tensione che da molti punti di vista sar\u00e0 non dissimile dalla guerra fredda. La prospettiva di un nuovo e condiviso sistema di sicurezza europea, \u00e8 realisticamente tramontata. Per questo sar\u00e0 necessario che cambi quello che \u00e8 diventato l\u2019equivalente russo del <em>Sonderweg <\/em>tedesco, l\u2019ossessiva ricerca di un\u2019identit\u00e0 speciale distinta e in opposizione all\u2019occidente. Permane per\u00f2, come ai tempi della guerra fredda la necessit\u00e0 di un sistema di regole del gioco condivise per evitare che il conflitto latente si trasformi in conflitto aperto.<\/p>\n\n\n\n<p>Ne discendono un certo numero di conseguenze. Putin \u00e8 stato fermato, oltre che dall\u2019eroismo degli ucraini e dai suoi stessi errori, dall\u2019unit\u00e0 dell\u2019occidente. Il rapporto fra NATO e autonomia europea ne risulta profondamente modificato. \u00c8 infatti stato dimostrato aldil\u00e0 di ogni possibile dubbio che non esiste, oggi e per un avvenire prevedibile, una risposta militare efficace dell\u2019Europa al di fuori della NATO. Uno sviluppo confermato e rafforzato dalla storica decisione di Finlandia e Svezia di aderire all\u2019alleanza. \u00c8 stata comunque clamorosamente smentita la favola di un\u2019America che voltava le spalle all\u2019Europa per pensare solo al Pacifico. D\u2019altro canto per\u00f2 si \u00e8 anche visto che l\u2019unit\u00e0 dell\u2019Europa \u00e8 indispensabile per rafforzare l\u2019efficacia della risposta occidentale. Il mantenimento dell\u2019impegno americano in Europa dipende oggi anche da un concreto rafforzamento dell\u2019impegno europeo. Senza l\u2019UE, sanzioni di quella portata non sarebbero state possibili.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Se l\u2019unit\u00e0 dell\u2019occidente \u00e8 dunque fondamentale, nasce spontanea la domanda se il tempo giochi a favore nostro o di Putin. A medio termine, gioca sicuramente a nostro favore. Le sanzioni mostrano infatti di avere pesanti effetti sull\u2019economia russa e quindi anche sulla sua capacit\u00e0 militare. A breve termine la risposta \u00e8 meno certa, anche perch\u00e9 le sanzioni hanno bisogno di tempo per operare e una sconfitta militare della Russia sul campo non \u00e8 ipotizzabile. Il consenso intorno alla strategia adottata dall\u2019occidente \u00e8 al momento solido, anche perch\u00e9 in assenza di serie prospettive di tregua non ha alternative. Tuttavia la situazione in alcuni paesi importanti come l\u2019Italia e la Francia \u00e8 fragile a causa di una forte polarizzazione politica interna. Anche la posizione tedesca presenta ancora elementi di incertezza. Assistiamo quindi al paradosso di paesi che, pur sostanzialmente sulla stessa linea, adottano retoriche pubbliche a volte divergenti e comunque ambigue. Ci\u00f2 \u00e8 visibile soprattutto in Italia e in Francia, ma anche in Germania. Adattare il discorso alle condizioni politiche locali fa parte del realismo politico. In questo caso tuttavia, l\u2019opinione pubblica pu\u00f2 essere indotta a dubitare dell\u2019unit\u00e0 dell\u2019occidente, o addirittura a convincersi che l\u2019ostacolo alla tregua sta da noi e non a Mosca. Un cedimento del consenso interno in alcune importanti nazioni europee avrebbe effetti potenzialmente devastanti non solo per l\u2019unit\u00e0 dell\u2019Europa, ma anche per le prospettive della sicurezza e della pace. L\u2019unit\u00e0 dell\u2019occidente \u00e8 quindi oggi un bene supremo da preservare, sia per convincere Putin dell\u2019inanit\u00e0 delle sue minacce, sia per consolidare il consenso della nostra opinione pubblica. \u00c8 uno sforzo che richiede da parte di tutti collaborazione nel linguaggio e nei comportamenti.<\/p>\n\n\n\n<p>Il principale pericolo per il mantenimento dell\u2019unit\u00e0 dell\u2019occidente e dell\u2019Europa, il fattore che pi\u00f9 di altri pu\u00f2 compromettere il consenso interno, \u00e8 di natura economica e sociale. Il conflitto ci impone allo stesso tempo di accelerare il disimpegno dalla dipendenza dagli idrocarburi russi e la transizione climatica, ma senza compromettere le fragili possibilit\u00e0 di ripresa economica che si intravedevano prima della crisi. Si tratta di una sfida, aggravata da forti tensioni inflazioniste, che richiede un impegno eccezionale nazionale e collettivo dei paesi europei. L\u2019architettura stessa del governo della moneta e dell\u2019economia ne sar\u00e0 condizionata.<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019altra conseguenza del conflitto \u00e8 di aver posto in termini nuovi il problema dello sforzo specificamente europeo per la difesa comune. In questo caso, il principale attore di cambiamento \u00e8 la Germania che ha annunciato una <em>Zeitenwende,<\/em> una svolta epocale nel suo atteggiamento verso le spese militari. Questa svolta, sia pure accompagnata da esitazioni e ambiguit\u00e0 tipiche del funzionamento del sistema politico tedesco, permette per la prima volta di dare un senso concreto e urgente alla prospettiva di una difesa europea. Prospettiva tanto pi\u00f9 concreta che la svolta tedesca vuole esplicitamente conciliare impegni europei e impegni atlantici. Anche in questo caso, la tecnologia ha cambiato i termini della questione. Per gli europei non si tratta tanto o solo di costruire in comune qualche aereo o qualche sottomarino, ma di prepararsi a conflitti ibridi che smentiscono l\u2019antico detto di Cicerone: <em>inter pacem et bellum nihil medium, <\/em>non c\u2019\u00e8 nulla fra la pace e la guerra. Conflitti quindi che possono rappresentare un continuo fra disinformazione, provocazioni di varia natura, sanzioni economiche, hackeraggio, uso militare delle tecnologie spaziali e dell\u2019intelligenza artificiale, fino all\u2019uso delle tecnologie militari classiche e dell\u2019arma nucleare. Una prospettiva che modifica profondamente anche il concetto di deterrenza.<\/p>\n\n\n\n<p>Molto \u00e8 stato scritto sul fatto che la NATO ha riunito importanti alleati fuori delle sue frontiere (Giappone, Australia e altri ancora), ma che un gran numero di paesi emergenti hanno dichiarato la loro neutralit\u00e0. Questo fenomeno<em> <\/em>\u00e8 in realt\u00e0 naturale e comprensibile. Anche durante la guerra fredda gran parte dell\u2019umanit\u00e0 era neutrale. Essere neutrali in questo caso non vuol dire schierarsi a favore della Russia e tanto meno della Cina; semplicemente, questa \u201cnon \u00e8 la loro guerra\u201d. Tra l\u2019altro le motivazioni di questa posizione sono molto dissimili, per esempio fra asiatici, africani o latino americani. Ci\u00f2 non toglie che si tratta di motivazioni di cui dobbiamo tenere conto, per esempio facendo il massimo sforzo per far fronte alla penuria alimentare che il conflitto ucraino rischia di provocare in parti dell\u2019Africa.<\/p>\n\n\n\n<p>Di particolare importanza sono le motivazioni dei pasi asiatici, per esempio dell\u2019India, che sono naturalmente determinate pi\u00f9 che dal conflitto in s\u00e9 dal ruolo della Cina. Per molti paesi dell\u2019area e per gli Stati Uniti, il conflitto in Ucraina \u00e8 anche una metafora del problema di Taiwan. L\u2019alleanza fra la Russia e la Cina non \u00e8 stata provocata da noi. \u00c8 il prodotto della naturale convergenza fra due grandi paesi la cui politica \u00e8 nutrita da un forte nazionalismo, dal rifiuto dei valori occidentali e dalla volont\u00e0 di sovvertire l\u2019ordine e le regole che l\u2019occidente ha stabilito nel corso dei decenni passati. La convergenza \u00e8 quindi basata su ragioni oggettive. La \u201cquestione cinese\u201d rappresenta il fallimento dell\u2019altra grande illusione di un mondo che, grazie a commerci liberi e aperti, si riunirebbe facilmente attorno al multilateralismo e ai valori occidentali. Tuttavia gli interessi di due attori come Russia e Cina che sono peraltro in un rapporto molto squilibrato fra loro, coincidono solo in parte. La prova \u00e8 che il sostegno cinese all\u2019aggressione russa \u00e8 stato finora poco pi\u00f9 che verbale e alcuni sperano che la Cina possa avere un ruolo attivo nella ricerca di una tregua. La realt\u00e0 \u00e8 che per molti attori asiatici e per gli americani, il confronto con la Cina resta la sfida che caratterizzer\u00e0 pi\u00f9 di ogni altra il corso del secolo. Per quanto riguarda l\u2019Europa, una conseguenza importante \u00e8 che non possiamo pi\u00f9 considerare i teatri europeo e asiatico come completamente distinti. Non possiamo nemmeno continuare a considerare la \u201cquestione cinese\u201d sotto un angolo unicamente economico e commerciale. Ci\u00f2 si aggiunge alla lista dei dinieghi europei che devono essere superati; ci\u00f2 vale soprattutto per la Germania, ma non solo. Ugualmente velleitaria sarebbe la tentazione di volersi porre come mediatori fra Cina e USA. Realizzare una politica unitaria verso la Cina \u00e8 per\u00f2 ancora pi\u00f9 difficile che verso la Russia.<\/p>\n\n\n\n<p>Un\u2019altra conseguenza del conflitto in Ucraina \u00e8 il flusso di qualche milione di rifugiati, in prevalenza donne e bambini, verso l\u2019Europa. Si tratta di cifre senza precedenti, come senza precedenti \u00e8 la reazione di apertura e di accoglienza di molti membri dell\u2019UE. Resta da vedere se questa grande manifestazione di solidariet\u00e0 che contrasta con il permanente atteggiamento di chiusura verso l\u2019immigrazione dall\u2019Africa e dal Medio Oriente, faciliter\u00e0 il raggiungimento di un maggiore consenso europeo sulla politica migratoria.<\/p>\n\n\n\n<p>Le questioni che precedono hanno in comune la caratteristica di porre in termini nuovi problemi che gi\u00e0 esistevano e di porre tutte con forza la necessit\u00e0 di un rapporto stretto con gli Stati Uniti, allo stesso tempo sul piano strategico ed economico. Fra le due rive dell\u2019Atlantico ci sono inevitabili divergenze di percezione e di interessi contingenti, ma esse si manifestano all\u2019interno di una sostanziale convergenza strategica allo stesso tempo sui valori e sugli interessi. Le condizioni attuali dei rapporti transatlantici sono le migliori da moltissimo tempo. Lo sforzo di dialogo dell\u2019amministrazione Biden \u00e8 innegabile. Anche la politica francese, forse il partner europeo pi\u00f9 difficile da questo punto di visto ha subito una notevole evoluzione. \u00c8 interessante esaminare l\u2019evoluzione della retorica macroniana, dalla constatazione di \u201cmorte cerebrale\u201d della NATO fino a una gestione della crisi ucraina in sostanziale coordinamento con gli alleati. Tuttavia permane in Europa una forte diffidenza verso l\u2019affidabilit\u00e0 degli USA, alimentata dall\u2019esperienza traumatica della presidenza Trump, ma anche da incertezze o errori della politica americana che datano da ben prima di Trump. Il timore di un secondo Trump \u00e8 a volte agitato da parte dei nemici europei dell\u2019unit\u00e0 occidentale come una profezia di cui in fondo si auspica la liberatoria realizzazione. Speculare a tutto ci\u00f2 \u00e8 una diffusa diffidenza americana verso l\u2019affidabilit\u00e0 degli alleati europei. Si tratta quindi di convincere gli americani che non potranno affrontare il mondo turbolento che si prepara senza l\u2019apporto europeo. Per gli europei si tratta invece di capire che autonomia non vuol dire distacco, ma piuttosto l\u2019emancipazione di un partner diventato adulto. Sul piano economico, entrambi i partner dovrebbero prendere coscienza che, mentre la tendenza alla globalizzazione rester\u00e0 forte, un certo grado di disconnessione tecnologica dalla Cina \u00e8 ineluttabile ed \u00e8 del resto gi\u00e0 in atto. N\u00e9 gli USA, n\u00e9 l\u2019Europa, n\u00e9 i nostri alleati in Asia sono in grado di realizzare da soli la regolamentazione di cui internet ha bisogno o la riorganizzazione delle filiere di produzione e approvvigionamento di alcune componenti critiche. Una vera convergenza strategica non sar\u00e0 n\u00e9 facile n\u00e9 automatica. Per realizzarla e mantenerla ci vorr\u00e0 un costante sforzo di dialogo e di volont\u00e0 politica. Sviluppando anche strumenti di coordinamento permanente che in parte si stanno creando come per esempio il <em>Trade and Technology Council<\/em>, ma che per il momento esistono in modo solo parziale.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ciascuna delle sfide di cui abbiamo parlato porrebbe di per s\u00e9 problemi formidabili a un sistema fragile e imperfetto come quello dell\u2019UE. Tutte insieme possono sembrare insormontabili. Esse sono per\u00f2 largamente interconnesse: affrontarne una aiuter\u00e0 a trattare le altre. Se l\u2019evoluzione degli avvenimenti ha profondamente modificato i termini di molti problemi e rende possibili convergenze prima considerate impossibili, bisogna ora vedere quanto l\u2019UE sia preparata a rispondere concretamente a tutte queste sfide. La prima risposta spontanea \u00e8 negativa. La struttura istituzionale resta barocca e poco comprensibile dall\u2019opinione pubblica e troppe decisioni importanti richiedono il consenso unanime degli stati membri. In queste condizioni, realizzare in tempi rapidi un consenso a 27 \u00e8 spesso estremamente difficile.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Una difficolt\u00e0 spesso sottovalutata \u00e8 l\u2019assenza di un vero dibattito politico europeo. Mai come oggi sarebbe necessario non solo che le autorit\u00e0 spieghino senza compiacenza la verit\u00e0 all\u2019opinione pubblica, ma anche che lo facciano in modo coerente con i partner europei. La \u201cConvenzione\u201d che si \u00e8 appena conclusa e che ha organizzato il dibattito fra qualche centinaio di cittadini europei, costituisce un tentativo generoso e utile, ma dimostra anche i limiti dell\u2019esercizio. \u00c8 stato detto che gli Stati Uniti hanno cominciato a esistere come entit\u00e0 politica solo nei primi decenni dell\u2019800, quando la tecnologia ha reso possibili la stampa di giornali a grande diffusione. Oggi la tecnologia non \u00e8 certo un problema. Il principale ostacolo al dibattito transnazionale sono le barriere linguistiche che rafforzano il carattere nazionale della politica. Quel tanto di dibattito transnazionale che pure esiste \u00e8 per definizione limitato a un\u2019\u00e9lite. Per esempio, sar\u00e0 necessario spiegare in modo coerente all\u2019opinione pubblica le ragioni e i limiti della nostra politica di contrasto all\u2019aggressione russa, ma anche che accelerare il disimpegno dalla dipendenza dagli idrocarburi russi, richiede qualche arbitrato difficile con la strategia di transizione climatica. Ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 importante dal momento che la guerra attuale avviene in parte anche sul terreno dell\u2019informazione e della disinformazione. Il modo con cui si sviluppa il confronto politico in Europa \u00e8 anche molto diverso. In alcuni paesi, soprattutto a sud e in quelli in cui la politica \u00e8 pi\u00f9 polarizzata, le questioni tendono a essere discusse in termini di alternative radicali, di cambi di paradigma. In altri, soprattutto a nord, le scelte sono discusse in termini di cambiamenti incrementali. Abbiamo assistito a una campagna elettorale francese che contrapponeva radicali scelte di societ\u00e0, preceduta da una campagna elettorale tedesca in cui Scholz, candidato dell\u2019opposizione, si presentava come un continuatore\u2026 di Angela Merkel con la quale peraltro governava fino a prima delle elezioni.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 conduce a riaprire una discussione sulle istituzioni europee che era sopita dopo il fallimento dei referendum francese e olandese sul progetto di \u201ccostituzione\u201d. Le questioni da discutere sono molte, ma la pi\u00f9 importante \u00e8 sicuramente quella dell\u2019esigenza di unanimit\u00e0 che ancora esiste per materie importanti come la politica estera, la difesa e la fiscalit\u00e0. Leader importanti come Macron e Draghi ne hanno ufficialmente chiesto l\u2019abbandono. La difficolt\u00e0 pi\u00f9 grande in Europa resta sempre quella di riunire una maggioranza, ma \u00e8 innegabile che il diritto di veto pu\u00f2 paralizzare o comunque ritardare decisioni importanti. Basti pensare ai problemi ora posti dall\u2019Ungheria. In un\u2019organizzazione come l\u2019UE che riunisce stati sovrani prevarr\u00e0 sempre il riflesso di ricercare il consenso, ma la possibilit\u00e0 concreta di votare cambia completamente la strategia negoziale di tutti gli attori perch\u00e9 spinge ad anticipare la ricerca dei compromessi che consentono di far parte di un\u2019eventuale maggioranza. Questa riforma sarebbe quindi altamente auspicabile ed \u00e8 bene che la discussione cominci. Bisogna tuttavia essere coscienti che le prospettive di progresso a breve termine sono modeste. Non solo la questione \u00e8 per definizione controversa, ma la reticenza a lanciarsi in una nuova operazione di riforma dei trattati \u00e8 ancora molto diffusa. Non si tratta solo di cattiva volont\u00e0. Alcune delle materie per cui si dovrebbe poter votare, sono vicine al cuore della sovranit\u00e0 dei nostri paesi. Anche se non ottimali e a volte complicati da attuare, i modi per aggirare i veti esistono e ne conosciamo diversi esempi. Alcuni sono molto importanti, come Schengen e l\u2019euro. E\u2019 una pratica di cui sono state date definizioni diverse; le pi\u00f9 comuni sono geometria variabile e differenziazione. Almeno finch\u00e9 l\u2019UE non avr\u00e0 raggiunto una forma stabile di unione politica compiuta, questo rester\u00e0 uno dei percorsi principali per far progredire l\u2019integrazione: l\u2019azione di avanguardie che mostrano il cammino, pronte in seguito ad accogliere i ritardatari. Tuttavia, l\u2019esperienza di Brexit dovrebbe averci insegnato che la pratica della geometria variabile \u00e8 per definizione precaria, difficile da gestire e non pu\u00f2 durare eternamente. Prima o poi, la scelta fra ricomposizione e rottura non potr\u00e0 essere evitata.<\/p>\n\n\n\n<p>Le cose si complicano quando si vuole trasformare questo modo di procedere, da pragmatico in strutturale. \u00c8 la teoria dei cosiddetti \u201ccerchi concentrici\u201d per cui i paesi membri dell\u2019UE si raggrupperebbero in cerchi caratterizzati, dall\u2019esterno verso l\u2019interno, da gradi maggiori d\u2019integrazione; ognuno essendo dotato di una propria struttura istituzionale, aperta ma distinta. Ne parliamo qui perch\u00e9 alcuni ne hanno voluto vedere tracce nel discorso di Macron a Strasburgo. Si tratta di un\u2019idea intellettualmente attraente, ma densa di pericoli che possono condurre a gravi fratture. Per prima cosa, l\u2019idea di cerchi concentrici non corrisponde alla realt\u00e0 delle cose. Se prendiamo quelli pi\u00f9 importanti, Schengen, l\u2019euro, le cooperazioni rafforzate in materia di difesa, definire un nucleo centrale sulla base di uno di essi sarebbe impossibile perch\u00e9, se di cerchi si tratta, essi si intersecano piuttosto che sovrapporsi. Inoltre, la gestione del mercato unico, che per definizione dovrebbe comprendere l\u2019intero cerchio esterno dei 27, non \u00e8 una zona di libero scambio che funziona da sola, ma un insieme integrato cha ha bisogno di essere governato politicamente, giuridicamente e finanziariamente. La sua gestione non \u00e8 facilmente separabile da, per esempio, quella dell\u2019euro o dalla decisione di applicare sanzioni economiche a paesi ostili. Se non si vuole che l\u2019Unione vada incontro a fratture insanabili, \u00e8 quindi necessario che la differenziazione sia gestita da una struttura istituzionale unitaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Ci sono per\u00f2 ragioni pi\u00f9 profonde che incitano alla prudenza. L\u2019Unione ha bisogno di un motore. Per molto tempo si \u00e8 pensato che dovesse essere la coppia franco-tedesca. Essa resta essenziale, ma ormai lungi dall\u2019essere sufficiente. Tutto il sistema \u00e8 diventato politicamente molto pi\u00f9 complesso e sarebbe pericoloso sottovalutare le spinte centrifughe. Sappiamo tutti che durante la crisi dell\u2019euro si \u00e8 creata una forte tensione nord-sud. Sappiamo anche che molti a nord delle Alpi hanno a lungo pensato che un euro liberato dal peso delle cicale meridionali sarebbe stato pi\u00f9 stabile e sicuro. La svolta \u00e8 avvenuta quando, posti di fronte a un dilemma concreto, si \u00e8 deciso di resistere alla tentazione che pure esisteva di escludere la Grecia dall\u2019euro. Oggi, uno dei pochi punti di consenso unanime a proposito del governo dell\u2019economia \u00e8 che le soluzioni e i compromessi devono tener conto degli interessi e delle esigenze, non solo di tutti i membri dell\u2019euro ma anche di quelli che ancora non ne fanno parte. Il senso politico della recente presentazione di un documento ispano-olandese non \u00e8 sfuggito a nessuno. Non sar\u00e0 facile, ma alcuni sviluppi fanno pensare che una nuova iniziativa volta a finanziare in comune la risposta alle nuove sfide come la transizione energetica e il rinnovato sforzo a rafforzare la difesa europea, possa maturare in tempi non troppo lunghi.<\/p>\n\n\n\n<p>La dimensione est\/ovest \u00e8 pi\u00f9 complicata. A suo tempo tutti giudicarono l\u2019allargamento a est come il naturale complemento della fine della guerra fredda e il ricongiungimento in nome della democrazia di due parti dell\u2019Europa artificialmente separate. Mentre sul piano economico l\u2019operazione pu\u00f2 essere considerata un successo, sul piano politico il cammino \u00e8 stato molto pi\u00f9 accidentato. Il modo tradizionale e un po\u2019 burocratico con cui era stato affrontato il processo di allargamento, aveva sottovalutato le difficolt\u00e0 politiche di integrazione per popoli la cui tradizione democratica era pi\u00f9 fragile e recente di quella della parte occidentale del continente. Popoli inoltre per cui il nazionalismo non era tanto percepito come un male da superare, ma spesso come un valore da conservare perch\u00e9 simbolo di una libert\u00e0 ritrovata. Ci eravamo dimenticati che quell\u2019arco di popoli che va dal Baltico all\u2019Adriatico \u00e8 il luogo in cui sono nate due guerre mondiali e avvenuti alcuni degli orrori pi\u00f9 atroci della nostra storia. Una storia la loro condizionata da un costante conflitto fra il mondo germanico, quello ottomano e quello russo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quando abbiamo scoperto che l\u2019integrazione era molto pi\u00f9 complicata del previsto, abbiamo ascoltato le spiegazioni di alcuni intellettuali come Ivan Krastev che cercavano di educarci alla complessit\u00e0 e alle contraddizioni delle vicende di quei popoli e ai pericoli che rappresentavano anche per noi occidentali, ma lo abbiamo fatto con condiscendenza e un po\u2019 di fastidio. In fondo, ci dicevamo, quella gente deve solo adeguarsi. Ci siamo comportati come in Italia quei piemontesi e lombardi che, dopo il 1860, hanno creduto che l\u2019impresa di Garibaldi volesse solo dire una nazione pi\u00f9 grande e non anche profondamente diversa. L\u2019aggressione russa all\u2019Ucraina suona il risveglio. Non \u00e8 pi\u00f9 possibile concepire una politica verso la Russia, oggi il nostro principale test di politica estera, senza prendere pienamente in conto ci\u00f2 che pensano i baltici, la Polonia, altri paesi dell\u2019est e anche gli scandinavi.<\/p>\n\n\n\n<p>Una difficolt\u00e0 dello stesso genere si presenta per la gestione della lunga lista di paesi nei Balcani occidentali, a cui si aggiungono ora Ucraina, Moldavia e Georgia, che sono candidati all\u2019adesione. Non c\u2019\u00e8 dubbio che la lezione degli errori compiuti nell\u2019ultimo allargamento debba essere oggetto di attenta riflessione. I tempi interminabili obbiettivamente richiesti dalla complessit\u00e0 dei problemi concreti, si scontrano con aspettative emotive sempre pi\u00f9 forti che rischiano di produrre ingranaggi infernali che non consentono di affrontare i problemi pi\u00f9 importanti che sono quelli politici. Un paio di anni fa, su iniziativa della Francia, si era deciso di adottare un metodo diverso, pi\u00f9 flessibile e progressivo che mettesse in primo piano la gestione politica dell\u2019adesione e rendesse possibile graduare le forme di appartenenza all\u2019UE secondo il grado di maturazione politica ed economica. Un processo allo stesso tempo incentivante e reversibile. Era sicuramente la strada giusta.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel discorso di Strasburgo, Macron ha proposto di dare a ci\u00f2 anche una veste istituzionale con la creazione di una forma di \u201cComunit\u00e0 politica\u201d, una specie di cerchio esterno dell\u2019UE. Il valore simbolico di questa proposta, che in Italia \u00e8 formulata anche da Enrico Letta, \u00e8 innegabile. Prima di intraprendere quella strada vale per\u00f2 la pena di chiederci quali sono i reali vantaggi di sovrapporre una struttura istituzionale comune a un processo politico necessariamente differenziato. All\u2019atto pratico, essa rischia di essere la tipica \u201ccattiva buona idea\u201d e di comportare pi\u00f9 inconvenienti che vantaggi. Un\u2019istituzione richiede una lunga discussione sulle sue strutture e rischia rapidamente di diventare una macchina pesante e burocratica. L\u2019esperienza della \u201cUnione del Mediterraneo\u201d avrebbe dovuto insegnarci qualcosa. Pi\u00f9 seri sono i rischi politici. I paesi candidati sono quasi tutti in condizioni, con aspirazioni e problemi molto diversi fra loro. Un\u2019istituzione comune contiene implicitamente la domanda di gestirli in modo unitario e coordinato. Bastano due esempi per illustrare i pericoli. Cosa si fa con la Turchia, paese importantissimo ma sappiamo quanto difficile per l\u2019Europa? La sua candidatura \u00e8 forse la pi\u00f9 antica, ma tutti da Ankara a Stoccolma sanno che non ha ormai nessuna probabilit\u00e0 di arrivare a compimento. Come \u00e8 possibile mettere nella stessa istituzione, che si vuole per definizione \u201cpolitica\u201d, l\u2019Ucraina e la Serbia storicamente alleata e ancora oggi molto vicina alla Russia?<\/p>\n\n\n\n<p>Abbiamo detto che la coppia franco-tedesca resta essenziale per fare avanzare l\u2019Europa. Dopo un lungo periodo di un processo guidato dalla prudenza tedesca, un po\u2019 di decisionismo francese non guasta. Tuttavia la leadership non richiede solo di indicare gli obiettivi, ma anche e soprattutto acquisire il consenso per realizzarli. Bisogna prendere atto che la difficolt\u00e0 di conciliare il valore supremo dell\u2019unit\u00e0 dei 27 con la possibilit\u00e0 di permettere ad alcune avanguardie di progredire, \u00e8 pi\u00f9 grande che in passato. La crisi dell\u2019euro ha fatto riscoprire la necessit\u00e0 di dare spazio anche ad altri grandi paesi come l\u2019Italia e la Spagna; ma anche questo non basta. Come abbiamo detto, la crisi ucraina rende impossibile una politica estera in cui la Polonia e i baltici non abbiano un ruolo centrale. Questa nuova centralit\u00e0 della Polonia, obiettivamente non facile da gestire, comporta per\u00f2 il vantaggio di introdurre un cuneo importante fra Polonia e Ungheria, i due principali problemi per la questione dello stato di diritto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 ormai nemmeno pi\u00f9 possibile pensare solo in termini di \u201cgrandi paesi\u201d. Aggregazioni come il gruppo dei cosiddetti \u201cfrugali\u201d che va dall\u2019Olanda agli scandinavi fino all\u2019Austria, non \u00e8 solo come alcuni pensano con fastidio e disprezzo un\u2019escrescenza del rigorismo tedesco, ma la manifestazione di una volont\u00e0 di esistere. A fronte di questa complessit\u00e0, si leggono invece sui media analisi di suprema arroganza che, riferendosi a Germania, Francia, Italia e Spagna, parlano \u201cdell\u2019Europa che conta\u201d.&nbsp; La prudenza tedesca nell\u2019era di Angela Merkel era a volte eccessiva, ma era anche ispirata dalla consapevolezza imposta dalla storia e dalla geografia di quanto sia necessario tener conto di tutte le variabili del gioco europeo. Sarebbe bene che un po\u2019 di questo senso della complessit\u00e0 attraversasse il Reno e le Alpi per approdare anche a Parigi e a Roma. In Europa, la leadership \u00e8 come uno spazzaneve. In caso di forte nevicata, se lo spazzaneve non c\u2019\u00e8 o va troppo lentamente, la neve si accumuler\u00e0 e la strada rester\u00e0 bloccata. Se per\u00f2 la velocit\u00e0 con cui lo spazzaneve si muove \u00e8 superiore alla potenza con cui riesce e a liberare il terreno, rester\u00e0 intrappolato lui stesso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Si tratta di un paradosso ben conosciuto e collaudato: mentre sembra incapace di produrre cambiamenti strutturali, l&#8217;Unione reagisce sempre meglio e pi\u00f9 rapidamente alle crisi. 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