{"id":360,"date":"2020-12-07T07:30:00","date_gmt":"2020-12-07T07:30:00","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=360"},"modified":"2021-01-30T20:12:33","modified_gmt":"2021-01-30T20:12:33","slug":"il-nuovo-protezionismo","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2020\/12\/07\/il-nuovo-protezionismo\/","title":{"rendered":"Il nuovo protezionismo"},"content":{"rendered":"\n

Durante i comizi della campagna delle presidenziali del 2020 in localit\u00e0 della cosiddetta Rust Belt (la cintura di ruggine deindustrializzata) di Michigan, Wisconsin, Pennsylvania e Ohio, Donald Trump mostrava spesso una video-collezione di dichiarazioni di Joe Biden a favore del libero commercio e di una relazione collaborativa con la Cina. Sul maxischermo si vedeva Joe Biden esprimere sostegno per il NAFTA, il controverso trattato di libero commercio con Messico e Canada del 1994, e asserire che \u201c\u00e8 nel nostro interesse che la Cina continui a crescere\u201d e \u201cl\u2019idea che la Cina ci mangi in testa \u00e8 assurda\u201d tra i fischi del pubblico, tra cui figuravano cartelli che recitavano \u201coperai per Trump\u201d. <\/p>\n\n\n\n

La politica pi\u00f9 memorabile dell\u2019amministrazione Trump rimarr\u00e0 la \u201cguerra commerciale\u201d, in particolare con la Cina. La decisione di introdurre pesanti tariffe su diversi beni cinesi e la richiesta ai cinesi di acquistare pi\u00f9 beni americani, per limitare il deficit commerciale statunitense segna una chiara rottura con l\u2019orizzonte della globalizzazione economica come destino ineluttabile. Se Trump \u00e8 ormai avviato a un\u2019uscita ingloriosa dalla Casa Bianca, il protezionismo commerciale che la sua amministrazione ha portato alla ribalta non \u00e8 destinato a sparire dal panorama politico. <\/p>\n\n\n\n

Durante la campagna elettorale Joe Biden ha puntato sullo slogan \u201cMade in America<\/a>\u201d, con la promessa di un piano di appalti pubblici da 400 miliardi di dollari focalizzati su prodotti e servizi di imprese americane. Nel suo programma elettorale Biden ha affermato che \u201cquando spendiamo il denaro dei contribuenti dobbiamo comprare prodotti americani e sostenere posti di lavoro americani\u201d. Inoltre Biden ha anche promesso che penalizzer\u00e0 le compagnie che de-localizzano posti di lavoro all\u2019estero. Anche sullo scontro commerciale sulla Cina, molti credono che cambieranno la retorica e i metodi \u2013 sussidi e regole a favore delle imprese nazionali strategiche pi\u00f9 che dazi sulle importazioni \u2013 ma che non ci sar\u00e0 un ritorno totale alla dottrina di libero mercato del periodo Clinton-Obama <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>. <\/p>\n\n\n\n

I movimenti nella politica americana sono stati segnati dal succedersi di fasi Jeffersoniane \u2013 dalla fede nel libero mercato di Thomas Jefferson \u2013 e momenti Hamiltoniani, caratterizzati dal protezionismo commerciale sostenuto da un altro grande padre fondatore degli Stati Uniti, Alexander Hamilton <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Ma questo cambiamento di clima \u00e8 un fenomeno globale. Dopo decenni segnati da sostegno bipartisan <\/em>negli Stati Uniti e in Europa per una politica di progressiva apertura commerciale, il clima sta cambiando. Viviamo in tempi di ripensamento sui vantaggi della globalizzazione e crescente domanda di maggiore protezione dell\u2019economia da imprese straniere accusate di dumping<\/em> e competizione iniqua.<\/p>\n\n\n\n

Se Trump \u00e8 ormai avviato a un\u2019uscita ingloriosa dalla Casa Bianca, il protezionismo commerciale che la sua amministrazione ha portato alla ribalta non \u00e8 destinato a sparire dal panorama politico. <\/p>Paolo Gerbaudo<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Protezionismi del tipo pi\u00f9 diverso si stagliano sull\u2019orizzonte della politica contemporanea. Oltre al protezionismo esplicito di Trump ed al tentativo di \u201cde-globalizzarsi\u201d del Regno Unito attraverso la Brexit, basti pensare al mercantilismo a lungo praticato da Germania e Giappone il cui modello di crescita \u00e8 basato sul perseguimento di surplus commerciali; o al capitalismo di stato cinese a cui si possono attribuire molte caratteristiche protezioniste. Oppure si pensi alle tante varianti del protezionismo eco-socialista, come il protezionismo solidale proposto da Jean-Luc M\u00e9lenchon in Francia o dai gruppi ecologisti che chiedono una ri-localizzazione dell\u2019economia e maggiore sovranit\u00e0 energetica e alimentare. In anni recenti si \u00e8 anche parlato di una svolta europea verso il protezionismo, come espresso nello slogan \u201cUn\u2019Europa che protegge\u201d coniato dal Presidente francese Emmanuel Macron<\/a>.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Indifferentemente dal colore politico e dall\u2019obiettivo di questi diversi protezionismi, quello che segnalano \u00e8 che l\u2019orizzonte di apertura incondizionata, competitivit\u00e0 internazionale, e integrazione commerciale globale che ha dominato incontrastato durante gli ultimi tre decenni di dominio neoliberista sta lasciando spazio a una visione differente dell\u2019economia, in cui le necessit\u00e0 di sviluppo locale e di difesa di industrie strategiche tornano a guadagnare importanza.\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Una globalizzazione a pezzi<\/strong><\/h2>\n\n\n\n

Nel summit del G20 convocato a Washington il 15 novembre 2008, i leader dei primi 20 paesi industriali promisero che non sarebbero \u201ccaduti negli errori del passato\u201d, e non avrebbero innalzato barriere commerciali, come successo negli anni \u201930 dopo il marted\u00ec nero di Wall Street. Questa promessa fu presto messa da parte: come spesso succede in fasi di crisi, l\u2019istinto protezionista ha avuto la meglio. Il sito Global Trade Alert<\/em>, creato dal think-tank<\/em> statunitense Centre for Economic Policy Research proprio per monitorare le politiche commerciali intraprese a seguito della crisi del 2008, ha documentato a oggi un totale di 19.687 misure discriminatorie attuate da vari governi, a fronte di 7.886 misure di liberalizzazione del commercio <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Conclusioni simili si possono trovare nei rapporti dell\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio sulle barriere commerciali<\/a>, che non hanno smesso di aumentare negli ultimi anni.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Questi numeri riflettono un contesto in cui il clima internazionale \u00e8 molto meno favorevole all\u2019integrazione commerciale rispetto ai decenni precedenti. Se prima del 2008 il commercio internazionale era cresciuto a un tasso superiore alla crescita economica globale, durante la Grande Recessione succeduta al crash finanziario dei \u201cmutui spazzatura\u201d ha attraversato una fase di stallo, ed \u00e8 addirittura crollato nel 2015 (se misurato in dollari). Alcuni esperti hanno cominciato a parlare di \u201cslowlisation<\/em>\u201d (ovvero globalizzazione rallentata), se non di vera e propria \u201cde-globalizzazione\u201d, per esprimere questa inaspettata inversione di rotta.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

La crisi del commercio globale si \u00e8 ulteriormente aggravata durante la crisi del coronavirus. Nel secondo quadrimestre le esportazioni sono cadute del 17,7%, e le importazioni del 16,7%, rispetto al primo quadrimestre <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Per l\u2019intero anno 2020 si prevede che il commercio internazionale perder\u00e0 il 9,2% secondo l\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio e il 10,4% secondo il Fondo Monetario Internazionale. Durante la crisi del coronavirus diversi paesi hanno introdotto misure protezioniste, come ostacoli all\u2019esportazione di materiali medici e sussidi a favore delle proprie aziende per incentivare la produzione locale. Alcuni paesi come il Regno Unito si sono anche interrogati sui rischi per la loro sicurezza alimentare in vista di future crisi, come quelle legate al cambiamento climatico. <\/p>\n\n\n\n

La crisi del commercio globale \u00e8 ben rappresentata dallo stato confusionale dell\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio. Creata nel 1993 per sostituire il GATT, l\u2019OMC \u00e8 stato uno dei pilastri della globalizzazione economica e non a caso \u00e8 stata spesso oggetto di proteste da parte del movimento anti-globalizzazione attivo tra tardi anni \u201990 e primi 2000. Se ha contribuito a portare i dazi commerciali ai minimi storici (al momento i dazi medi mondiali sulle importazioni sono tra il 4% e il 5%), il progetto di creazione di un mercato globale basato su regole comuni negoziate a livello multilaterale \u00e8 entrato in seria crisi.\u00a0\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Il Doha Round che, cominciato nel 2001, intendeva ridurre ulteriormente le barriere al commercio internazionale e includere nuovi settori commerciali, in particolare i servizi, non \u00e8 mai giunto a una conclusione. La disfunzionalit\u00e0 dell\u2019OMC si \u00e8 acuita con l\u2019inoperativit\u00e0 dell\u2019organo d\u2019appello dell\u2019OMC che si dovrebbe incaricare di dirimere le dispute commerciali tra diversi paesi. Nel 2020 gli Stati Uniti non hanno nominato i loro nuovi consiglieri, in segno di protesta contro le pratiche commerciali di altri paesi a partire dalla Cina, bloccando cos\u00ec di fatto il funzionamento dell\u2019organo. La crisi dell\u2019OMC \u00e8 stata ulteriormente aggravata dalle dimissioni a sorpresa del suo direttore generale Roberto Azevedo lo scorso maggio. Se l\u2019OMC \u00e8 stato spesso visto come l\u2019istituzione simbolo della globalizzazione neoliberista, il suo stato precario di salute suggerisce che la globalizzazione \u00e8 in grave difficolt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

Se l\u2019OMC \u00e8 stato spesso visto come l\u2019istituzione simbolo della globalizzazione neoliberista, il suo stato precario di salute suggerisce che la globalizzazione \u00e8 in grave difficolt\u00e0.<\/p>Paolo Gerbaudo<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Un mondo regionalizzato?<\/strong><\/h2>\n\n\n\n

Se il progetto di un mercato unico globale, su cui l\u2019Organizzazione Mondiale del Commercio avrebbe dovuto fare da arbitro, sembra segnato da una fase di impasse,<\/em> la crisi della globalizzazione economica potrebbe portare a una pi\u00f9 forte integrazione al livello di \u201cregioni del mondo\u201d (continenti o sub-continenti). \u00c8 in questo senso che pu\u00f2 essere letta la recente conclusione del trattato commerciale RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership) tra Cina, Giappone, Australia, Filippine, Corea del Sud, Indonesia e altri paesi dell\u2019area Asia-Pacifico <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>. In un mondo multipolare, quale quello in cui siamo di fatto gi\u00e0 entrati, \u00e8 probabile che le diverse potenze regionali cercheranno prima di tutto di costruirsi un solido mercato primario a livello regionale, su cui poter contare anche in momenti di crisi internazionale. E che questi mercati primari godranno di un certo grado di protezione dalla competizione internazionale.  <\/p>\n\n\n\n

Forse la manifestazione pi\u00f9 plateale di un passaggio dal libero mercato al protezionismo a livello di regioni del mondo \u00e8 offerta dalle tendenze protezioniste che si stanno facendo lentamente strada anche all\u2019interno dell\u2019Unione Europea. La UE \u00e8 stata a lungo considerata alfiere del libero mercato e della globalizzazione neoliberista e ha sostenuto l\u2019abbassamento delle barriere tariffarie e regolative al commercio, a dispetto del fatto che alcune sue iniziative, come la politica agricola comune (PAC), siano sempre state fortemente protezioniste. In un mondo segnato dalla crescente rivalit\u00e0 economica tra Stati Uniti e Cina, aumenta il desiderio di proteggere il mercato europeo che conta oltre 400 milioni di consumatori e di sviluppare una politica industriale a livello continentale. <\/p>\n\n\n\n

Il mandato di Ursula Von Der Leyen potrebbe segnare un primo parziale cambiamento di fase in questo senso. La nuova presidente della Commissione Europea ha fatto proprio lo slogan \u201cUn\u2019Europa che protegge<\/em>\u201d coniato dal presidente francese Emmanuel Macron. L\u2019Unione Europea si \u00e8 dotata di un capo negoziazione sul commercio internazionale e l\u2019ex commissario per il commercio Phil Hogan (sostituito da Valdis Dombrovskis dopo le sue dimissioni) ha dichiarato l\u2019intenzione di proteggere le imprese europee dall\u2019avanzata delle multinazionali statunitensi del digitale. Il desiderio di garantire protezione di fronte alla pressione delle compagnie digitali americane e della manifattura cinese hanno generato forti lamentele dai partner commerciali cinesi e statunitensi che lamentano il rischio di una \u201cfortezza Europa\u201d, dedita all\u2019isolazionismo economico.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Questa svolta protezionista \u00e8 stata accelerata dalla bellicosit\u00e0 di Trump sul fronte commerciale. Nel giugno 2018 Trump ha esteso tariffe sull\u2019alluminio (25%) e l\u2019acciaio (10%) all\u2019Unione Europea, oltre al Canada e al Messico. La UE ha risposto introducendo tasse su 3 miliardi di dollari di prodotti statunitensi. Ma il principale fronte di scontro commerciale con gli Stati Uniti ha riguardato la competizione tra le imprese del settore aviazione Boeing e Airbus. Gli Stati Uniti hanno accusato Airbus di trarre beneficio da sussidi statali e introdotto tasse su 7 miliardi e mezzo di dollari di prodotti europei; non solo aeroplani ma anche prodotti alimentari come olive e formaggio. La UE ha a sua volta accusato la Boeing di godere di aiuti di stato grazie agli sgravi fiscali di cui gode nello stato di Washington e applicato \u201ctariffe rappresaglia\u201d.\u00a0<\/p>\n\n\n\n\n\n

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Un fronte decisivo nello scontro con gli Stati Uniti \u00e8 l\u2019economia digitale, su cui gli USA godono di una posizione di evidente supremazia. La comunit\u00e0 internazionale attraverso il G20 e l\u2019OCSE sta discutendo da tempo una tassa sulle entrate delle compagnie digitali. Tuttavia, la lentezza dei negoziati ha spinto la Commissione Europea a dichiarare che, in assenza di un accordo globale nel 2021, potrebbe proporre l\u2019introduzione di una \u201cweb tax<\/em>\u201d a livello europeo che servirebbe non solo a ricavare introiti per il bilancio europeo, ma anche a rendere le compagnie digitali europee pi\u00f9 competitive.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Simili frizioni commerciali stanno anche emergendo con la Cina. Nel giugno 2020 la UE ha applicato per la prima volta dazi su imprese di propriet\u00e0 cinese nella Special Economic Zone (SEZ) di Suez in Egitto. Lo scorso ottobre l\u2019Unione Europea ha introdotto dazi del 48% sull\u2019alluminio cinese e aperto un\u2019indagine su aiuti di stato nel settore che consentirebbero alla Cina di vendere a un prezzo artificialmente basso. Inoltre la UE sta approntando misure per difendere le imprese europee da acquisizioni da parte di compagnie extra-europee e sta riflettendo sull\u2019introduzione di una \u201cCarbon Adjustment Tax<\/em>\u201d sulle imprese di Paesi terzi che non hanno limiti stringenti sulle emissioni di CO2.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Cos\u00ec anche la UE sta tornando ad adottare misure tipiche del protezionismo \u201csviluppista\u201d, a lungo abbandonate dai paesi industrializzati quando godevano di supremazia sul mercato globale. Questo crescente protezionismo dell\u2019Unione Europea potrebbe riflettere il ritorno a quella che il Premio Nobel per l\u2019Economia Maurice Allais aveva definito ‘pr\u00e9f\u00e9rence europ\u00e9enne<\/em>‘ (ovvero la scelta esplicita di favorire le imprese europee a discapito di quelle extra-europee). Ci\u00f2 tuttavia presupporrebbe un cambio di attitudine, non solo da parte della Francia \u2013 da sempre ben disposta verso questo tipo di politiche \u2013 ma soprattutto della Germania, che da circa vent\u2019anni registra surplus commerciali enormi. L\u2019esito di un passaggio alla \u201cpreferenza europea\u201d sarebbe quello di concentrare di pi\u00f9 gli scambi all\u2019interno del mercato unico, per garantire pi\u00f9 sicurezza economica in un tempo di grandi pericoli di instabilit\u00e0 globale.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Cos\u00ec come la Cina sta puntando di pi\u00f9 sul mercato interno in base alla politica della \u201cdoppia circolazione\u201d (shuang xun huan<\/em>), con il consumo nazionale destinato a assorbire una quantit\u00e0 pi\u00f9 alta del prodotto nazionale, cos\u00ec in qualche modo tanto gli USA (anche sotto Biden) quanto l\u2019Unione Europea sembrano intenzionati ad adottare una simile strategia.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Questo crescente protezionismo dell\u2019Unione Europea potrebbe riflettere il ritorno a quella che il Premio Nobel per l\u2019Economia, Maurice Allais, aveva definito ‘pr\u00e9f\u00e9rence europ\u00e9enne’ (ovvero la scelta esplicita di favorire le imprese europee a discapito di quelle extra-europee). Ci\u00f2 tuttavia presupporrebbe un cambio di attitudine<\/p>Paolo Gerbaudo<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Tuttavia realizzare questa strategia in Europa \u00e8 tutt\u2019altro che semplice. Innanzitutto, richiederebbe un aumento dei salari dei lavoratori in modo tale da permettere maggiori consumi e sostenere quindi la crescita del mercato unico. In secondo luogo, sarebbe necessario non solo aumentare gli investimenti pubblici ma anche dirigerli esplicitamente verso beni e servizi forniti da imprese europee. Tutto questo \u00e8 fumo negli occhi per buona parte della classe politica europea, ancora legata a una visione ortodossa di conservatorismo fiscale e laissez faire<\/em> commerciale.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

In futuro \u00e8 probabile che questo ritorno del protezionismo continuer\u00e0 a manifestarsi a causa del mutato contesto geopolitico. \u00c8 vero che dentro l\u2019amministrazione Biden molti desiderano un ritorno al multilateralismo sotto egida USA. Ma tale multilateralismo \u00e8 di difficile attuazione in un contesto di feroce competizione economica globale. Anche la spinta annunciata da diversi paesi verso una transizione post-petrolio richiede alcune forme di protezionismo per evitare di diventare oggetto di forme di dumping<\/em> economico e ambientale. Dunque, piuttosto che chiedersi se il protezionismo commerciale continuer\u00e0 a essere un fattore importante negli anni a venire, bisognerebbe interrogarsi su quale forma e livello di protezionismo sia accettabile e desiderabile.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Quello che c\u2019\u00e8 da augurarsi \u00e8 che il ritorno a un\u2019economia pi\u00f9 protezionista non avvenga nella forma di una guerra di dazi, come quella intrapreso dagli Stati Uniti contro la Cina, in cui a perdere sono spesso le classi popolari che devono pagare un prezzo pi\u00f9 alto per i propri consumi. Piuttosto, sarebbe necessario che le principali potenze economiche arrivassero ad un nuovo punto di equilibrio, riconoscendo l\u2019importanza di proteggere i diritti dei lavoratori, l\u2019ambiente e le loro regioni pi\u00f9 in difficolt\u00e0, mantenendo al contempo quegli scambi commerciali che possono portare mutui benefici. Se cos\u00ec non fosse, quelli che alcuni sperano saranno i \u201920 ruggenti rischiano di trasformarsi in una lunga depressione con conseguenze negative per tutti i paesi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Ritorna la “preferenza europea”?<\/p>\n

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