{"id":35435,"date":"2025-06-25T16:25:37","date_gmt":"2025-06-25T14:25:37","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=35435"},"modified":"2025-06-25T16:25:39","modified_gmt":"2025-06-25T14:25:39","slug":"cosa-voleva-fare-israele-in-iran-teorie-sul-cambio-di-regime-dopo-la-guerra-dei-dodici-giorni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2025\/06\/25\/cosa-voleva-fare-israele-in-iran-teorie-sul-cambio-di-regime-dopo-la-guerra-dei-dodici-giorni\/","title":{"rendered":"Cosa voleva fare Israele in Iran? Teorie sul cambio di regime dopo la “guerra dei dodici giorni”"},"content":{"rendered":"\n

Il tab\u00f9 del cambiamento di regime \u00e8 ormai superato in Medio Oriente. Come lo spiega?<\/h3>\n\n\n\n

Per rispondere a questa domanda \u00e8 utile partire da una distinzione tra le tre epoche del cambiamento di regime.<\/p>\n\n\n\n

Il primo periodo segue la Seconda guerra mondiale e consiste nel trasformare profondamente la Germania nazista e il Giappone imperiale per trasformare questi nemici in alleati e alleati dell’impero americano. Un’operazione di questo tipo ha richiesto risorse considerevoli, una presenza di lunga durata e la volont\u00e0 di trasformare radicalmente la burocrazia e il diritto di uno Stato. In una prima fase, il Paese viene posto sotto tutela: \u00e8 noto, ad esempio, che Henry Kissinger torn\u00f2 in Germania per partecipare a un’amministrazione militare.<\/p>\n\n\n\n

La seconda fase del cambiamento di regime \u00e8 legata, in forme diverse, ai movimenti neoconservatori. Il suo culmine \u00e8 rappresentato dalle guerre in Iraq e Afghanistan.<\/p>\n\n\n\n

Questo periodo \u00e8 caratterizzato da una contraddizione fondamentale: da un lato, la volont\u00e0 di cambiare un regime con la forza; dall’altro, il rifiuto o l’impossibilit\u00e0 di mettere in atto ci\u00f2 che ha determinato il successo delle operazioni precedenti, ovvero una burocrazia di occupazione.<\/p>\n\n\n\n

Gli Stati Uniti scommettono quindi sulla capacit\u00e0 delle societ\u00e0 di produrre il proprio sistema istituzionale dopo la caduta di un regime oppressivo (i talebani o il regime baathista). Nel caso dell’Afghanistan, l’iniziale disinteresse dell’amministrazione Bush spiega errori che non saranno mai corretti, in particolare l’insediamento di \u00e9lite afghane estremamente corrotte. I fallimenti sono tanto prevedibili quanto clamorosi a causa dell’incapacit\u00e0 degli operatori internazionali di coordinare i loro programmi, della violenza delle operazioni militari e dell’assenza di un sistema politico rappresentativo. I paesi occidentali in Mali, in particolare la Francia, hanno tentato un’operazione dello stesso tipo con gli stessi risultati. Nonostante l’enormit\u00e0 delle somme mobilitate, quello che ho definito un “governo transnazionale” porta al caos.<\/p>\n\n\n\n

In cosa consisterebbe la terza epoca?<\/h3>\n\n\n\n

La terza epoca del\u00a0regime change<\/em>\u00a0consiste nel ricercare attivamente il caos.<\/p>\n\n\n\n

Non si tratta di creare una societ\u00e0 democratica dopo il rovesciamento di un regime autoritario, ma di distruggere le strutture stesse dello Stato. Il paese che ha portato questa logica alle estreme conseguenze \u00e8 Israele, le cui operazioni non mirano esattamente a provocare cambiamenti di regime, ma a indebolire le societ\u00e0 dei paesi della regione al punto che non rappresentino pi\u00f9 un rischio per Israele (nucleare in Iran, chimico in Siria). In questo caso, la pratica del regime change<\/em> si spiega con una percezione particolare del proprio ambiente. Se nel 1945 gli Stati Uniti ritenevano possibile trasformare vecchi nemici in nuovi partner, Israele \u00e8 invece convinto che gli Stati della regione siano ontologicamente contrari: l’unica soluzione \u00e8 quindi un’egemonia militare senza fine.<\/p>\n\n\n\n

Nei suoi lavori sull’Afghanistan, lei spiega che i fallimenti della costruzione dello Stato (state building<\/em>) sono anche il risultato delle peculiarit\u00e0 dell’azione pubblica americana, in particolare della permeabilit\u00e0 tra interessi privati e pubblici. Oggi,\u00a0lo Stato americano che Donald Trump sta smantellando\u00a0\u00e8 in grado di migliorare il funzionamento di altri Stati, come l’Iran?<\/h3>\n\n\n\n

In primo luogo, in Iraq e in Afghanistan, le operazioni di state building<\/em> condotte dagli Stati Uniti hanno di fatto portato a trasformare il denaro pubblico in profitti privati, in particolare per le grandi aziende americane. Gli Stati Uniti dei neoconservatori avevano la capacit\u00e0 e la volont\u00e0 di mobilitare risorse per trasformare il mondo, cosa che non \u00e8 il caso delle attuali amministrazioni. Oggi sarebbe impensabile, nel contesto di bilancio americano, investire centinaia di miliardi in un’operazione di controinsurrezione o di state building<\/em>.<\/p>\n\n\n\n

La terza epoca del\u00a0regime change<\/em>\u00a0consiste nel ricercare attivamente il caos.<\/p>Gilles Dorronsoro<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

In secondo luogo, l’amministrazione americana sta sistematicamente distruggendo tutti gli strumenti che le consentivano di proiettare il proprio potere: la solidit\u00e0 delle sue alleanze militari, i media come Voice of America<\/em>, USAID, l’accoglienza degli studenti internazionali, ecc. Gli Stati Uniti di Donald Trump non hanno alcun progetto per il futuro dell’Iran o di qualsiasi altro Paese della regione (il Libano, ad esempio).<\/p>\n\n\n\n

Oggi, nessuno nella cerchia decisionale che circonda Donald Trump sostiene una trasformazione politica del Medio Oriente. Trump vuole porre fine rapidamente ai conflitti con accordi, anche a costo di creare una situazione pericolosa a lungo termine \u2013 lo stesso breve termine caratterizza anche la sua politica in Ucraina.<\/p>\n\n\n\n

Bisogna interpretare gli attacchi israeliani solo alla luce del timore che l’Iran sviluppi un programma di armamento pericoloso per Israele?<\/h3>\n\n\n\n

L’argomento centrale di Israele \u00e8 che era urgente intervenire, il che non corrisponde alle analisi dei servizi americani, secondo i quali la leadership iraniana non aveva deciso di costruire una bomba, ma stava giocando sull’ambiguit\u00e0 per ottenere un vantaggio strategico.<\/p>\n\n\n\n

Netanyahu chiede attacchi contro l’Iran da vent’anni: l’urgenza era quindi relativa.<\/p>\n\n\n\n

L’operazione condotta da Israele, poi dagli Stati Uniti, rientra in una pratica gi\u00e0 consolidata: la dottrina Begin per Israele. Ma, al di l\u00e0 dell’impresa militare, gli obiettivi dei due paesi sono probabilmente diversi. Da un lato, Israele mirava a una destabilizzazione pi\u00f9 generale del regime, se non addirittura a rivolte o a una guerra civile. Dall’altro, la decisione di Trump di imporre rapidamente un cessate il fuoco e di avviare negoziati riflette la sua volont\u00e0 di evitare di impegnarsi in una guerra lunga, che sarebbe largamente respinta dal suo elettorato.<\/p>\n\n\n\n

D’altra parte, l’efficacia dell’intervento militare \u00e8 dubbia.<\/p>\n\n\n\n

Questo \u00e8 infatti un punto di dibattito oggi.<\/h3>\n\n\n\n

\u00c8 noto che i bombardamenti contro il programma nucleare di Saddam Hussein hanno ritardato di alcuni anni l’avanzamento del programma, ma non avrebbero impedito all’Iraq di ottenere la bomba probabilmente a met\u00e0 degli anni ’90.<\/p>\n\n\n\n

Lo stesso vale per il programma iraniano, che \u00e8 stato pi\u00f9 volte compromesso dagli omicidi di scienziati e da virus informatici come Stuxnet. Non \u00e8 infatti possibile dimenticare in 80 anni le conoscenze acquisite e la tecnologia necessaria per fabbricare una bomba nucleare: le competenze esistono e circolano, almeno in parte, a livello internazionale.<\/p>\n\n\n\n

Si spingerebbe a dire che gli attacchi contro l’Iran hanno avuto un effetto controproducente?<\/h3>\n\n\n\n

Il regime iraniano \u00e8 molto indebolito, ma probabilmente non croller\u00e0. Da un punto di vista strategico, ha solo un’opzione per garantire la sua sovranit\u00e0: la deterrenza nucleare.<\/p>\n\n\n\n

Pensa che questa “guerra dei dodici giorni” abbia aumentato il rischio di proliferazione nella regione?<\/h3>\n\n\n\n

L’esempio della Corea del Nord mostra senza ambiguit\u00e0 tutti i vantaggi che si possono trarre dallo status di potenza nucleare. In particolare, \u00e8 improbabile che gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica possano tornare in Iran per verificare la natura delle attivit\u00e0 nucleari del regime. Col senno di poi,\u00a0si pu\u00f2 pensare che l’accordo del 2015 fosse la soluzione meno peggiore possibile per controllare il programma nucleare.<\/p>\n\n\n\n

Pi\u00f9 in generale, la decostruzione dell’ordine internazionale incoragger\u00e0 alcuni Stati ad acquisire armi nucleari o a posizionarsi sulla soglia dell’acquisizione. Infatti, il Trattato di non proliferazione aveva senso solo se l’ordine internazionale garantiva la stabilit\u00e0 dei confini: \u00e8 stato un \u201cerrore\u201d, ad esempio, da parte dell’Ucraina rinunciare alle sue armi nucleari in cambio di un trattato internazionale che garantiva la sua integrit\u00e0 territoriale. Al di fuori dell’Iran, anche la Turchia o l’Arabia Saudita potrebbero diventare candidati e, data l’imprevedibilit\u00e0 della leadership americana, il Giappone e la Corea del Sud hanno pi\u00f9 volte indicato che la questione non \u00e8 pi\u00f9 tab\u00f9.<\/p>\n\n\n\n

Il regime iraniano ha ormai una sola opzione strategica per garantire la propria sovranit\u00e0: la deterrenza nucleare.<\/p>Gilles Dorronsoro<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Concretamente, in che modo Israele ha indebolito le strutture statali in Siria?<\/h3>\n\n\n\n

Lo Stato siriano \u00e8 estremamente indebolito da diversi anni. Nel 2013 \u00e8 sopravvissuto solo grazie all’intervento di Hezbollah e al rifiuto degli Stati Uniti di intervenire dopo l’uso di armi chimiche.<\/p>\n\n\n\n

Gli attacchi israeliani dopo il 7 ottobre miravano principalmente a Hezbollah, ma hanno portato in modo imprevisto alla caduta del regime nel dicembre 2024. L’autorizzazione della Turchia a lanciare un’operazione limitata su Aleppo su richiesta di Al-Sharaa ha rivelato la debolezza dello Stato siriano, che era diventato una rete criminale occupata principalmente nel traffico di una droga sintetica: il captagon.<\/p>\n\n\n\n

Dalla caduta del regime di Assad, la politica israeliana si \u00e8 concentrata su tre dimensioni: la distruzione dell’apparato militare siriano (basi militari, aerei), la conquista di un’ulteriore parte del territorio siriano, il sostegno a diverse minoranze, drusi, alawiti, per favorire una cantonalizzazione e quindi un indebolimento radicale dello Stato centrale.<\/p>\n\n\n\n

E in Iraq?<\/h3>\n\n\n\n

Il caso dell’Iraq \u00e8 piuttosto diverso.<\/p>\n\n\n\n

Gli Stati Uniti hanno commesso una serie di errori politici, in particolare la brutale emarginazione dei sunniti, lo scioglimento dell’esercito e l’etnicizzazione o la confessionalizzazione del sistema politico. L’Iran \u00e8 stato il principale beneficiario del nuovo sistema e, attraverso le milizie sciite, ha un ruolo dominante nella scena politica, impedendo la ricostruzione dello Stato centrale iracheno.<\/p>\n\n\n\n

Direbbe che stiamo assistendo a una “retranslatio imperii<\/em>“, a un ritorno delle logiche imperiali che si osservano negli Stati Uniti, in Turchia, in Russia, in Cina?<\/h3>\n\n\n\n

Dal 1945, la stabilit\u00e0 dei territori politici \u00e8 la norma. La decolonizzazione ha portato alla creazione di nuovi confini, ma non ha modificato in modo significativo quelli esistenti. Infatti, i tentativi di ridisegnare i territori con la forza sono stati finora sanzionati dalla potenza dominante: gli Stati Uniti. Cos\u00ec, le conquiste territoriali dell’Argentina e dell’Iraq hanno portato alla caduta di quei regimi e la Russia, anche se la reazione americana all’annessione della Crimea \u00e8 stata incredibilmente debole, oggi paga a caro prezzo il suo progetto imperiale.<\/p>\n\n\n\n

Come interpreta le dichiarazioni esplicitamente imperialiste di Trump?<\/h3>\n\n\n\n

Rimango scettico di fronte a un progetto di espansionismo territoriale degli Stati Uniti e l’incredibile caos dell’amministrazione americana impedisce di parlare di un piano coerente.<\/p>\n\n\n\n

Trump minaccia di annettere la Groenlandia, mentre gli Stati Uniti hanno accordi che consentirebbero loro di costruire liberamente basi militari in quel territorio. Allo stesso modo, l’annessione del Canada non ha alcun senso strategico. Non siamo quindi di fronte a un grande progetto imperiale, come quelli del Regno Unito, che \u00e8 il modello in materia, della Francia o dei Paesi Bassi.<\/p>\n\n\n\n

In sintesi, i discorsi di Trump non porteranno direttamente a un nuovo ordine internazionale, ma il rifiuto delle norme finora accettate sta gi\u00e0 avendo degli effetti.<\/p>\n\n\n\n

In che senso?<\/h3>\n\n\n\n

L’assenza di condanna, o addirittura l’incoraggiamento, alla violazione del diritto umanitario legittima le pratiche pi\u00f9 estreme. Il fatto che il presidente degli Stati Uniti si dichiari favorevole alla deportazione di due milioni di abitanti di Gaza rappresenta una rottura importante \u2013 la pulizia etnica \u00e8 un crimine secondo il diritto internazionale \u2013 e spiega perch\u00e9 il governo Netanyahu ne abbia fatto la sua politica ufficiale.<\/p>\n\n\n\n

L’attuale destabilizzazione dell’ordine internazionale pu\u00f2 quindi portare, come si vede gi\u00e0 a Gaza, a una maggiore violenza contro i civili, all’espulsione delle ONG e delle organizzazioni dell’ONU, alla presa di mira dei giornalisti.<\/p>\n\n\n\n

La guerra civile \u00e8 una guerra che non finisce mai veramente<\/p>Gilles Dorronsoro<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Tuttavia, questo nuovo discorso della potenza dominante non ha portato finora a una rimessa in discussione dei confini internazionali da parte della Cina, dell’Unione o dei paesi africani. Si tratta infatti, nella maggior parte dei casi, di creare una zona di influenza in un paese vicino. Il Ruanda, ad esempio, sostenendo l’M23 nella RDC, non ha come obiettivo una conquista territoriale.<\/p>\n\n\n\n

Tornando al Medio Oriente, esiste una peculiarit\u00e0 iraniana rispetto ai casi iracheno e siriano? E Israele ne tiene conto?<\/h3>\n\n\n\n

Nel periodo contemporaneo, la rivoluzione del 1979 ha profondamente riorganizzato la societ\u00e0. Si \u00e8 passati da un dominio dei persanofoni (opposti alle minoranze etniche azere, curde o baluchi) a una gerarchia religiosa: gli sciiti sono diventati il gruppo dominante anche se appartengono, come l’ayatollah Khamenei, alla minoranza azera.<\/p>\n\n\n\n

La differenza tra la Siria e l’Iran \u00e8 che la Repubblica islamica ha una base sociale limitata, ma reale.<\/p>\n\n\n\n

Un certo numero di individui trae vantaggio dall’attuale regime e coloro che hanno partecipato alla repressione possono giustamente temere ritorsioni in caso di cambiamento di regime.<\/p>\n\n\n\n

La stragrande maggioranza dei religiosi iraniani ha quindi interesse a che la Repubblica islamica rimanga in piedi. Allo stesso modo, cosa ne sarebbe delle grandi fondazioni religiose, dei Guardiani della Rivoluzione e delle loro famiglie? In un certo senso, la situazione iraniana non \u00e8 cos\u00ec diversa da quella della Turchia di Erdogan: si tratta di un regime autoritario e impopolare, ma che ha saputo costruirsi una base sociale, in questo caso attraverso gli ambienti religiosi e quelli economici.<\/p>\n\n\n\n

D’altra parte, lo Stato iraniano ha una lunga storia e rimane relativamente funzionale, in grado in ogni caso di reprimere con una certa efficacia i movimenti sociali che da anni chiedono una liberalizzazione del regime. L’unica cosa che si potrebbe immaginare sarebbero manifestazioni di massa in Iran, che per definizione non possono essere previste n\u00e9 organizzate dall’esterno.<\/p>\n\n\n\n

Pensa che Israele potrebbe sostenere le minoranze in Iran per favorire le divisioni nella societ\u00e0, come ha detto prima a proposito dei drusi e dei curdi in Siria?<\/h3>\n\n\n\n

Oggi non esiste un’opposizione strutturata e credibile. Il partito curdo iraniano non \u00e8 una forza militare e quindi non pu\u00f2 essere considerato, in questa fase, una potenziale forza insurrezionale. Il PKK (compresa la sua branca iraniana) \u00e8 in fase di dissoluzione.<\/p>\n\n\n\n

Lei ha appena pubblicato Le pire des maux. Sociologie des guerres civiles<\/em> (2025), perch\u00e9 questo titolo e quali sono oggi i rischi di un aumento del numero di guerre civili?<\/h3>\n\n\n\n

Il titolo \u00e8 tratto da un pensiero di Pascal che riprende un luogo comune del pensiero classico. Questa formula mette il dito su una dimensione chiave delle guerre civili: il loro effetto deleterio a lungo termine sulle societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

La guerra civile, in sostanza, \u00e8 una guerra che non finisce mai veramente.<\/p>\n\n\n\n

Mentre le guerre tra Stati possono servire a costruire un’identit\u00e0 nazionale \u2013 la Prima guerra mondiale, ad esempio, per la Francia \u2013 le guerre civili tendono a creare fratture nella memoria, anche se possono dare inizio a un processo di centralizzazione statale, come hanno dimostrato le guerre di religione.<\/p>\n\n\n\n

Cos\u00ec, la guerra civile <\/em>americana \u00e8 una chiave di lettura essenziale del funzionamento politico degli Stati Uniti fino ad oggi, ad esempio la ricomposizione politica dei grandi partiti con il passaggio del Sud, democratico fino agli anni ’60, al partito repubblicano. Anche il caso francese \u00e8 interessante: la Vandea esiste come entit\u00e0 politica solo grazie alla rivoluzione francese. Il dibattito sul “genocidio vandeano”, emerso in occasione del bicentenario della Rivoluzione, si inserisce quindi nello sviluppo di un pensiero ultraconservatore che diventa progressivamente dominante.<\/p>\n\n\n\n

Se la chiave, nella terza epoca del regime change<\/em>, non \u00e8 la conquista territoriale ma la fragilit\u00e0 e la solidit\u00e0 delle societ\u00e0, l’Unione non ha forse un ruolo da svolgere in quanto istituzione in grado di rafforzare gli Stati che vi aderiscono?<\/h3>\n\n\n\n

L’Unione europea, nonostante la sua burocrazia e il suo amore per le procedure giuridiche, \u00e8 stata uno strumento di trasformazione delle societ\u00e0 assolutamente rivoluzionario.<\/p>\n\n\n\n

Le “conquiste” europee si realizzano cos\u00ec con “l’arma di costruzione massiccia” che \u00e8 la novit\u00e0 comunitaria, instaurando un sistema di norme vincolanti per i nuovi arrivati.<\/p>\n\n\n\n

Nessun altro insieme politico \u00e8 stato in grado di trasformare cos\u00ec profondamente le societ\u00e0 in un movimento di integrazione pacifica di tipo federale.<\/p>\n\n\n\n

In questo senso, si assiste sia a un rafforzamento dello Stato di diritto sia a una rinuncia a parte della sovranit\u00e0 a favore di Bruxelles. Nonostante le sue numerose carenze, questo progetto inedito\u00a0ha saputo conquistare la fiducia di una forte maggioranza dei cittadini europei a causa della percezione di una crescente ostilit\u00e0 da parte degli Stati Uniti e di una minaccia militare russa<\/a>.<\/p>\n\n\n\n

L’Unione rimane infine una barriera ancora efficace contro i movimenti autoritari che prosperano, ad esempio in Ungheria.<\/p>\n\n\n\n

Durer\u00e0?<\/h3>\n\n\n\n

Da alcuni anni l’Unione \u00e8 entrata in una fase \u201crealistica\u201d \u2013 o piuttosto cinica \u2013 nei suoi rapporti con la periferia, in particolare a causa della sua difficolt\u00e0 a gestire le crisi migratorie. In particolare, non ha proseguito con uno sforzo sufficiente e coerente per trasformare il suo contesto regionale.<\/p>\n\n\n\n

La Tunisia avrebbe potuto diventare l’esempio di una primavera araba riuscita. Era facile sviluppare programmi europei di ampio respiro grazie alle dimensioni ridotte della popolazione e alla reale vicinanza culturale, per farne un modello di avvicinamento tra il Maghreb e l’Unione europea. Tuttavia, si \u00e8 scelto di esternalizzare il controllo delle migrazioni e di proporre una gestione delle frontiere a distanza, senza ambizioni e senza grandi risultati per il momento.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Siamo entrati in una terza era del regime change<\/em>?<\/p>\n

Da due anni Israele sta abilmente sfruttando i propri successi militari per alimentare in modo proattivo il caos politico nei paesi vicini, dall’Iraq alla Siria fino all’Iran.<\/p>\n

Torniamo con il ricercatore Gilles Dorronsoro sulle implicazioni di questa strategia per la regione e per il mondo.<\/p>\n","protected":false},"author":47071,"featured_media":35425,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-interviews.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"_trash_the_other_posts":false,"footnotes":""},"categories":[2328],"tags":[],"staff":[2124],"editorial_format":[],"serie":[],"audience":[],"geo":[2183],"class_list":["post-35435","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-iran-israele-il-medio-oriente-in-guerra","staff-pierre-ramond","geo-asie-intermedie"],"acf":{"open_in_webview":false,"accent":false},"yoast_head":"\nCosa voleva fare Israele in Iran? 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