{"id":34642,"date":"2025-06-10T18:51:00","date_gmt":"2025-06-10T16:51:00","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=34642"},"modified":"2025-06-11T14:02:02","modified_gmt":"2025-06-11T12:02:02","slug":"vincere-la-guerra-dellindipendenza-numerica-europea","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2025\/06\/10\/vincere-la-guerra-dellindipendenza-numerica-europea\/","title":{"rendered":"Vincere la guerra dell’indipendenza numerica europea"},"content":{"rendered":"\n
Durante il discorso tenuto in occasione della consegna del Premio Carlo Magno ad Aquisgrana, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha auspicato una \u00abindipendenza europea\u00bb. Secondo lei, sarebbe possibile realizzare tale ambizione aumentando la spesa per la difesa, accelerando l’integrazione dell’Ucraina nell’Unione, sostenendo una capacit\u00e0 di innovazione tecnologica autonoma e rafforzando la democrazia. Elencando queste priorit\u00e0, la presidente suggerisce senza dubbio che esse sono strettamente interconnesse, come condizioni indispensabili per la libert\u00e0 degli europei.<\/p>\n\n\n\n
Parallelamente alla diffusione dirompente e trasformativa delle tecnologie digitali, si \u00e8 sviluppato un ecosistema mediatico di nuovo tipo. Se da un lato alimenta un certo sviluppo economico e la circolazione delle conoscenze necessarie ai cittadini nelle democrazie, dall’altro \u00e8 diventato lo strumento privilegiato di una guerra cognitiva.<\/p>\n\n\n\n
Questo \u00e8 il motivo per cui, senza indipendenza digitale, non potr\u00e0 esserci indipendenza europea.<\/p>\n\n\n\n
Ma l\u2019indipendenza digitale non si dichiara.<\/p>\n\n\n\n
Si progetta e si realizza con energia, innovazione, preparazione e visione a 360\u00b0.<\/p>\n\n\n\n
A questo proposito, serve immaginare un nuovo inizio. <\/p>\n\n\n\n
In quasi vent\u2019anni, tra il 2007 e il 2025, l\u2019Europa ha concesso alle grandi piattaforme americane un vero e proprio oligopolio sulle infrastrutture digitali che organizzano l\u2019economia della conoscenza.<\/p>\n\n\n\n
Queste piattaforme godono di un potente effetto-rete che le favorisce nei confronti di qualsiasi concorrenza, sono in grado di controllare i mercati nei quali operano e di raccogliere ingenti risorse economiche e finanziarie. Intanto, concentrano un patrimonio di dati immenso sulle persone, le organizzazioni, le loro relazioni, i loro comportamenti, i loro valori. Sicch\u00e9 sono anche fortissime nei large language model e l\u2019intelligenza artificiale generativa.<\/p>\n\n\n\n
Ma c\u2019\u00e8 di pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n
L’importanza economica e tecnologica delle aziende che controllano le grandi piattaforme si traduce ormai in un potere politico che non pu\u00f2 pi\u00f9 essere ignorato e che, da relativamente occulto, \u00e8 diventato manifesto con l’arrivo a Washington dei tecnocrati della Silicon Valley.<\/p>\n\n\n A cura di Giuliano da Empoli. Postfazione di Benjam\u00edn Labatut.<\/p>\n Con i contributi di Daron Acemo\u011flu, Sam Altman, Marc Andreessen, Lorenzo Castellani, Adam Curtis, Mario Draghi, He Jiayan, Marietje Schaake, Vladislav Sourkov, Peter Thiel, Svetlana Tikhanovska\u00efa, Jianwei Xun e Curtis Yarvin.<\/p>\n In libreria o in abbonamento.<\/p>\n\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t Ordinate il nuovo numero cartaceo<\/u><\/b><\/a> (in francese) del Grand Continent presso Gallimard o <\/b>cliccate qui per abbonarvi e ricevere tutti i nostri prodotti<\/u><\/b><\/a>.<\/b><\/p>\n\t\t\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t\n\t\t\t\t<\/div>\n\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\t\n\t\t\t\t\t\t\t \u00c8 vero che negli ultimi anni l’Europa ha modificato il proprio quadro normativo introducendo riforme profonde che impongono alle grandi piattaforme \u2014 dette \u00abgatekeeper<\/em>\u00bb \u2014 di assumersi le proprie responsabilit\u00e0 su una serie di fronti importanti riguardanti il rispetto dei diritti umani, la salvaguardia della competitivit\u00e0 dei mercati, l’equit\u00e0 dello scambio di informazioni e il rispetto dei diritti d’autore.<\/p>\n\n\n\n La produzione normativa europea \u00e8 partita dal General Data Protection Regulation (GDPR) e si \u00e8 poi sviluppata con il Digital Services Act (DSA), il Digital Markets Act (DMA), l\u2019AI Act.<\/p>\n\n\n\n La UE ha inoltre investito decine di miliardi per ricerca e infrastrutture destinate alla costruzione di una produzione europea di intelligenza artificiale. Ha anche avviato una discussione sull\u2019intera filiera elettronica e digitale, dalla produzione di chip al rilancio della forza delle compagnie di telecomunicazioni e della manifattura di prodotti elettronici.<\/p>\n\n\n\n Ma non ha ancora sviluppato una strategia per affrontare il nodo essenziale del problema delle piattaforme: il loro potere appare privo di reali contrappesi.<\/p>\n\n\n\n Questa onnipotenza ha profonde conseguenze sulle persone che le usano, i mercati sui quali insistono e gli stati con i quali si confrontano. Si pu\u00f2 regolamentare il comportamento delle piattaforme esistenti, ma la loro potenza \u00e8 tale che molte misure decise nei loro confronti risultano deboli.\u00a0<\/p>\n\n\n\n L’Unione non ha ancora sviluppato una strategia per affrontare il nodo essenziale del problema delle piattaforme: il loro potere appare privo di reali contrappesi.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n In realt\u00e0, la strada maestra per limitare il potere delle BigTech \u00e8 quella di creare in Europa piattaforme alternative e superiori a quelle esistenti: piattaforme nuove nelle quali il pubblico possa trovare servizi di valore, nativamente coerenti con il rispetto dei diritti umani, pi\u00f9 adatte a difendere e valorizzare il modo di vivere, produrre, consumare e discutere degli europei.<\/p>\n\n\n\n Certo, a prima vista, la creazione di nuove piattaforme appare molto difficile, proprio per il motivo che spinge a riflettere sulla loro creazione: il potere delle piattaforme esistenti<\/p>\n\n\n\n Tuttavia, Internet \u00e8 forse ancora uno dei pochi ambiti in cui non \u00e8 mai molto saggio sottovalutare la nostra capacit\u00e0 di stravolgere un sistema.<\/p>\n\n\n\n In questo articolo si discutono le possibilit\u00e0 di sviluppare piattaforme digitali innovative europee che possano risanare l\u2019ecosistema dei media e avviare una fase evolutiva di maggiore qualit\u00e0 culturale, tecnologica, economica, politica, sociale, democratica.<\/p>\n\n\n\n I difetti delle piattaforme esistenti, se sono sentiti dagli utenti, possono essere la base per la realizzazione di alternative che ne siano prive. E oltre a questo, non va escluso che qualcuno possa trovare idee alle quali i progettisti delle piattaforme esistenti non hanno pensato.<\/p>\n\n\n\n Per esplorare queste possibilit\u00e0, \u00e8 necessario che il mondo digitale si apra a nuove forme di concorrenza, almeno in Europa.<\/p>\n\n\n\n\n \u00c8 legittimo chiedersi se la morsa monopolistica \u2013 o, per essere pi\u00f9 precisi, oligopolistica (ma gli effetti sono gli stessi) \u2013\u00a0costituita dalle visioni distopiche della Silicon Valley e del Partito Comunista Cinese\u00a0nel campo delle piattaforme digitali sia davvero destinata a durare per sempre.Tuttavia, Internet \u00e8 forse ancora uno dei pochi settori in cui non \u00e8 mai molto saggio sottovalutare la nostra capacit\u00e0 di sconvolgere un sistema.<\/p>\n\n\n\n Diversi motivi inducono a pensarlo.<\/p>\n\n\n\n La potenza tecnologica delle piattaforme esistenti \u00e8 enorme grazie al numero di utenti e ai dati che raccolgono, ma il loro potere deriva anche dall’enorme quantit\u00e0 di capitali di cui dispongono per sviluppare le loro strategie.<\/p>\n\n\n\n D’altra parte, in Europa non disponiamo di risorse comparabili. Inoltre, secondo molti osservatori, avremmo la spiacevole abitudine di concentrarci pi\u00f9 sulla regolamentazione che sull’innovazione.<\/p>\n\n\n\n Infine, le sanzioni europee sono troppo lente ad essere applicate rispetto alla velocit\u00e0 di innovazione delle piattaforme e ai danni che possono causare a breve termine. La minaccia del diritto europeo non sembra quindi essere, per il momento, una spada di Damocle particolarmente efficace per modificare le scelte strategiche dei giganti del web.<\/p>\n\n\n\n A queste considerazioni si aggiunge la mancanza di un senso di urgenza sulla questione.<\/p>\n\n\n\n Sembra infatti che gli europei abbiano passivamente accettato il pregiudizio secondo cui il monopolio delle piattaforme sarebbe il risultato legittimo della loro competitivit\u00e0. Queste considerazioni appaiono tuttavia molto deboli se si considera che le piattaforme sono oggi molto pi\u00f9 che semplici servizi: sono luoghi da cui si esercita il potere.<\/p>\n\n\n\n Tuttavia, \u00e8 proprio questa massiccia concentrazione di potere che fa s\u00ec che ci siano tante ragioni per sperare di poter cambiare il corso delle cose.<\/p>\n\n\n\n Da un lato, le piattaforme americane sottraggono una parte importante del valore dell’economia europea senza restituire altrettanto in termini di investimenti nella ricerca, nelle competenze, nelle entrate fiscali e nella disponibilit\u00e0 dei dati.<\/p>\n\n\n\n D’altro canto, la concezione delle piattaforme americane \u00e8 ormai chiaramente e manifestamente associata a un deterioramento del benessere degli adolescenti e a un degrado generalizzato della qualit\u00e0 dell’informazione.<\/p>\n\n\n\n Oggi le piattaforme sono molto pi\u00f9 che semplici servizi: sono luoghi da cui si esercita il potere.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Infine, l’influenza esercitata dalle potenze straniere su queste piattaforme, sulle quali si svolge gran parte della comunicazione degli europei e che costituiscono il teatro della guerra cognitiva, non \u00e8 compatibile con l’indipendenza europea in materia di difesa.<\/p>\n\n\n\n Ecco perch\u00e9 le ragioni che inducono a pensare che un cambiamento radicale sia possibile sono altrettanto evidenti.<\/p>\n\n\n\n In primo luogo, il panorama geopolitico \u00e8 cambiato.<\/p>\n\n\n\n Mentre le alleanze tradizionali non sono pi\u00f9 affidabili, una risorsa strategica come l’infrastruttura digitale \u00e8 ormai parte integrante di qualsiasi prospettiva di indipendenza per un sistema politico. Le normative europee sono cambiate e consentono di aprire una nuova fase nella transizione digitale europea.<\/p>\n\n\n\n In secondo luogo, gli europei hanno l’opportunit\u00e0 di riprendere il comando nella corsa all’IA.<\/p>\n\n\n\n Per farlo, invece di cercare di imitare gli americani, dovrebbero orientarsi verso modelli basati su architetture diverse, meno energivore e basate su conoscenze pi\u00f9 affidabili, come i dati prodotti costantemente dalla robotica industriale e dall’industria manifatturiera europea.<\/p>\n\n\n\n La scienza europea \u00e8 sempre pi\u00f9 consapevole della propria forza. Secondo i dati della Fondazione Bertelsmann, supera la scienza americana in termini di numero di pubblicazioni in un momento in cui quest’ultima \u00e8 messa in difficolt\u00e0 dall’amministrazione Trump.<\/p>\n\n\n\n Si sta aprendo una finestra di opportunit\u00e0: la probabilit\u00e0 che gli europei possano intervenire per contribuire alla creazione di piattaforme europee sembra aumentare.<\/p>\n\n\n\n Infatti, mentre gli europei cercano di diventare autonomi in materia di difesa, non possono farlo senza estendere gli investimenti necessari alle tecnologie che servono a difendere la sicurezza dei cittadini nella guerra cognitiva.<\/p>\n\n\n\n Allo stesso modo, mentre sono chiamati a prendere decisioni fondamentali per le grandi sfide del secolo \u2013 dal clima alle migrazioni, passando per le disuguaglianze sociali \u2013 non possono deliberare democraticamente basandosi su piattaforme progettate per un contesto americano e gestite dagli Stati Uniti.<\/p>\n\n\n\n Mentre gli europei cercano di diventare autonomi in materia di difesa, non possono riuscirci senza aumentare gli investimenti necessari nelle tecnologie che servono a difendere la sicurezza dei cittadini nella guerra cognitiva.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n I valori europei, fondati sui diritti umani e sostenuti dallo Stato sociale, dalla sanit\u00e0 all’istruzione, non sono compatibili con l’ipercompetitivit\u00e0, la manipolazione e la\u00a0distruzione spettacolare\u00a0che prevalgono sui social network odierni.<\/p>\n\n\n\n La colonizzazione cognitiva che abbiamo permesso che avvenisse cedendo la nostra indipendenza agli americani aveva forse un senso all’epoca in cui la leadership culturale era detenuta da un Paese che era nostro alleato strategico e condivideva i nostri valori democratici.<\/p>\n\n\n\n Ma l’alleanza \u00e8 crollata e la democrazia in America potrebbe essere agli sgoccioli.<\/p>\n\n\n\n Dopo l’elezione di Trump, sono emerse diverse proposte europee per affrontare la questione.<\/p>\n\n\n\n Il rapporto EuroStack <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span> propone quindi di combattere la dipendenza tecnologica creando un’infrastruttura digitale sovrana europea che consentirebbe all’Europa di essere autonoma lungo tutta la catena di approvvigionamento, cosa che attualmente \u00e8 ben lungi dall’essere una realt\u00e0.<\/p>\n\n\n\n Perch\u00e9 non \u00e8 sempre stato cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n Fino al 2007, la maggior parte dei dispositivi digitali pi\u00f9 importanti al mondo, ovvero\u00a0i telefoni cellulari<\/a>, era prodotta in Europa.<\/p>\n\n\n\n Gli europei erano allora nella posizione strategica pi\u00f9 vantaggiosa nell’intera catena di approvvigionamento, dai componenti elettronici per le comunicazioni mobili alle tecnologie di rete, passando per i software operativi. La sola Nokia aveva raggiunto una quota di mercato mondiale del 41% dei telefoni cellulari. Ericsson, Alcatel e Siemens completavano il dominio europeo in questo settore.<\/p>\n\n\n\n Questo esempio dimostra chiaramente che, dal punto di vista tecnologico, economico e scientifico, l’Europa non \u00e8 destinata a rimanere indietro. Tuttavia, in termini di potere politico, le\u00a0Big Tech<\/em>\u00a0americane giocano in un altro campionato, anche rispetto alle migliori aziende europee.<\/p>\n\n\n\n Fino al 2007, la maggior parte dei dispositivi digitali pi\u00f9 importanti al mondo, ovvero\u00a0i telefoni cellulari, era prodotta in Europa.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Indubbiamente, il punto di forza degli Stati Uniti \u00e8 la disponibilit\u00e0 di risorse finanziarie che possono essere investite per preservare il potere assoluto delle grandi piattaforme.<\/p>\n\n\n\n Ci sono almeno due ragioni per questo. Da un lato, i tecnocrati sono in grado di generare profitti colossali sui mercati che controllano. D’altra parte, il denaro immesso nell’economia americana durante l’allentamento quantitativo che ha seguito la crisi del 2007-2008, e poi dopo la crisi pandemica \u2014 stimato in 7.000 miliardi di dollari \u2014 \u00e8 andato meno all’economia reale che alla finanza. La polarizzazione del mercato finanziario ha finito per favorire le grandi imprese digitali nella corsa all’attrazione di questi ingenti capitali.<\/p>\n\n\n\n Naturalmente, anche in Europa abbiamo attuato politiche simili all’allentamento quantitativo. Ma non disponevamo di imprese cos\u00ec abili nel concentrare le risorse immesse nel sistema. E non siamo riusciti a impedire che, a lungo termine, anche i capitali iniettati finissero sul mercato americano,\u00a0come dimostra chiaramente il rapporto Draghi<\/a>.<\/p>\n\n\n\n Le conseguenze di questa asimmetria sono ormai note.<\/p>\n\n\n\n Come dimostrano numerose ricerche, da quelle dedicate alla questione della sorveglianza sollevata da Shoshana Zuboff <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>, al colpo di Stato digitale denunciato da Marietje Schaake <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>passando per le strategie digitali delle autocrazie ricostituite da Anne Applebaum <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span> \u2014 il successo delle\u00a0Big Tech<\/em>\u00a0si \u00e8 tradotto in un rafforzamento del potere politico di strutture fuori da ogni controllo.<\/p>\n\n\n\n Questo potere sta ridisegnando i sistemi in cui riesce ad affermarsi con un progetto di compressione dei diritti umani, di limitazione della concorrenza attraverso pratiche monopolistiche, di frammentazione degli aggregati sociali e di privatizzazione di funzioni che un tempo erano prerogativa degli Stati, dai viaggi spaziali all’emissione di moneta.<\/p>\n\n\n\n Di contro, l’Unione continua a difendere i diritti umani, prosegue i suoi sforzi in materia di diritto della concorrenza per limitare i monopoli, crede nello Stato sociale e, soprattutto, investe ingenti risorse pubbliche per favorire lo sviluppo dell’economia in una direzione compatibile con i grandi obiettivi delle sue popolazioni.<\/p>\n\n\n\n Come affermano i relatori dello\u00a0European Democracy Shield<\/em> <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>, questo approccio \u00e8 corretto e deve essere difeso contro la disinformazione e le diverse forme di ingerenza straniera nell’ecosistema dell’informazione europeo. Non si tratta solo di difendere gli attori tradizionali della produzione di informazioni, ma anche di cercare di ridurre l’onnipotenza delle piattaforme esistenti, richiamandole alle loro responsabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 qui che entra in gioco la proposta della\u00a0Social Data Science Alliance<\/em>\u00a0(SDSA) <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span> per una strategia che favorisca la creazione di nuove piattaforme in Europa. Queste piattaforme sarebbero organizzate in modo da non ostacolare la libera espressione delle idee e aumentare gli spazi di circolazione di informazioni di qualit\u00e0, attualmente soffocati dalle piattaforme americane.<\/p>\n\n\n\n\n Il punto centrale della proposta \u00e8 che possiamo promuovere un tipo di imprenditoria volta a lanciare nuove piattaforme, a condizione che siano interoperabili e strutturate in modo da garantire la libera circolazione delle persone tra le piattaforme stesse.<\/p>\n\n\n\n Le piattaforme europee non sarebbero quindi orientate in modo organico verso la monopolizzazione della loro zona di influenza, ma disegnerebbero un ecosistema innovativo, libero, competitivo, pluralista, senza un’eccessiva concentrazione di valore aggiunto e di potere.<\/p>\n\n\n\n Possiamo promuovere un tipo di imprenditoria volta a lanciare nuove piattaforme, a condizione che siano interoperabili e strutturate in modo da garantire la libera circolazione delle persone tra le piattaforme stesse.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Questa proposta affronta il nocciolo della questione: l’eccessivo potere delle piattaforme generato dall’assenza di concorrenza.<\/p>\n\n\n\n Il passaggio a un sistema di piattaforme interoperabili renderebbe meno vincolante l’effetto rete delle grandi piattaforme esistenti e faciliterebbe la creazione di nuove piattaforme alternative.<\/p>\n\n\n\n Ci\u00f2 non sarebbe ovviamente sufficiente, ma la relazione della\u00a0Social Data Science Alliance<\/em>\u00a0osserva che se le grandi piattaforme non accettassero le norme europee in materia di concorrenza, potrebbero anche essere soggette a sanzioni significative, non solo multe, ma anche la chiusura temporanea delle loro attivit\u00e0, come \u00e8 gi\u00e0 avvenuto in Brasile nei confronti di X e come gli Stati Uniti hanno minacciato di fare con TikTok.<\/p>\n\n\n\n In breve, la concorrenza si difende con le regole: in assenza di regole che la proteggano, in particolare nell’ambiente digitale, i pi\u00f9 forti diventano sempre pi\u00f9 forti e impediscono l’emergere di qualsiasi concorrenza.<\/p>\n\n\n\n Parallelamente all’applicazione rigorosa del diritto della concorrenza, \u00e8 necessario investire per favorire l’emergere delle piattaforme alternative necessarie al raggiungimento degli obiettivi sistemici.<\/p>\n\n\n\n Reimagine Europa<\/em> <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span> ha elaborato una proposta volta a convincere le istituzioni dell’Unione a impegnarsi a creare un’infrastruttura che consenta la creazione di nuove piattaforme.<\/p>\n\n\n\n Il contesto che pu\u00f2 consentire questo tipo di impegno da parte dell’Europa \u00e8 quello che ha portato alla definizione di una strategia per l’IA. Le imprese europee, anche in questo settore, sembrano nettamente in ritardo rispetto ai giganti americani.<\/p>\n\n\n\n Da questo punto di vista, l’Unione non si \u00e8 tirata indietro.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 convinta che la questione dell’intelligenza artificiale lasci spazio a diverse interpretazioni della tecnologia, alcune delle quali pi\u00f9 adatte al sistema europeo, che ha i suoi punti di forza. La robotica industriale, la capacit\u00e0 produttiva e la scienza europee sono pi\u00f9 avanzate di quelle degli Stati Uniti e possono costituire una base per lo sviluppo di intelligenze artificiali efficaci ed economicamente sostenibili.<\/p>\n\n\n\n L’Europa ha trovato il modo di sostenere questa ipotesi investendo in infrastrutture adeguate: supercomputer, centri dati, AI Factory e AI Gigafactory sono infrastrutture pubbliche che i centri di ricerca, le imprese e le start-up europee possono utilizzare gratuitamente per formare i propri modelli senza disporre dei capitali privati di cui beneficiano le imprese americane.<\/p>\n\n\n\n Questo modello potrebbe anche servire da base per una strategia.<\/p>\n\n\n\n Infrastrutture pubbliche essenziali, con un ruolo di facilitatori, sarebbero cos\u00ec in grado di garantire la difesa dei diritti e della sicurezza dei cittadini favorendo l’emergere di piattaforme alternative a quelle americane.<\/p>\n\n\n\n Non assorbendo la maggior parte delle risorse, lascerebbero inoltre un grande valore aggiunto alle nuove piattaforme applicative che, a loro volta, dovrebbero competere in un contesto di interoperabilit\u00e0, innovando senza sperare di conquistare un monopolio, ma con l’obiettivo di offrire servizi che le persone vogliono davvero utilizzare. In questo contesto, sono anche maggiori le possibilit\u00e0 di vedere nascere piattaforme impegnate nel miglioramento della qualit\u00e0 delle informazioni in circolazione.<\/p>\n\n\n\n Il confronto tra lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e l’evoluzione dei social network \u00e8 piuttosto pertinente.<\/p>\n\n\n\n Questi ultimi sono infatti ormai inglobati nel \u201cmondo\u201d dell’intelligenza artificiale. Non solo perch\u00e9 i contenuti sono sempre pi\u00f9 spesso creati a partire da modelli generativi e perch\u00e9 servono a raccogliere una moltitudine di dati essenziali per lo sviluppo dei modelli generativi, ma anche e soprattutto perch\u00e9 il traffico \u00e8 gestito e manipolato da IA che applicano in modo personalizzato algoritmi di raccomandazione.<\/p>\n\n\n\n Da anni ormai sappiamo quanto questi algoritmi si siano rivelati socialmente pericolosi: progettati per creare contenuti divisivi\u00a0by design<\/em>, hanno aumentato la polarizzazione, la radicalizzazione e la frammentazione delle opinioni dei cittadini.<\/p>\n\n\n\n\n Allo stesso modo, gli algoritmi di raccomandazione sono spesso responsabili del successo di messaggi emotivamente coinvolgenti, anche se completamente falsi: le organizzazioni che producono disinformazione conoscono bene questa circostanza e la sfruttano per attaccare i paesi avversari, diffondendo informazioni che mettono in difficolt\u00e0 le democrazie.<\/p>\n\n\n\n Tuttavia, la disinformazione non pu\u00f2 essere sconfitta contrapponendo una verifica dei fatti a ogni informazione falsa in circolazione: si combatte con l’educazione, ma anche lottando contro gli algoritmi di raccomandazione e la centralit\u00e0 delle piattaforme che li propongono agli utenti, spesso inconsapevoli del pericolo.<\/p>\n\n\n\n L’introduzione di alternative senza sistemi di raccomandazione \u2014 o con sistemi di raccomandazione volti a migliorare il servizio, ad esempio contestualizzando le informazioni o presentando diversi punti di vista \u2014 potrebbe ridurre la forza della disinformazione, in particolare perch\u00e9 favorirebbe la circolazione di informazioni diverse, forse ben documentate e affidabili, in grado di contestualizzare o fornire punti di vista alternativi, erodendo complessivamente il potere delle poche piattaforme attuali.<\/p>\n\n\n\n La disinformazione si combatte con l’educazione, ma anche contrastando gli algoritmi di raccomandazione e la centralit\u00e0 delle piattaforme che li propongono agli utenti, spesso inconsapevoli del pericolo.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Il RGPD fornisce gi\u00e0 un punto di partenza per la creazione di queste infrastrutture essenziali: i cittadini europei hanno il diritto di scaricare tutti i propri dati personali dalle piattaforme che utilizzano, di salvarli in un formato standard su server sotto il loro controllo e di utilizzarli per accedere a piattaforme concorrenti.<\/p>\n\n\n\n Questo concetto, gi\u00e0 sviluppato in India, \u00e8 attualmente allo studio in Europa.<\/p>\n\n\n\n Se i cittadini controllano i propri dati personali attraverso un sistema unico di certificazione dell’identit\u00e0 da loro controllato e che possono utilizzare per accedere a qualsiasi piattaforma, sono soddisfatti i presupposti per l’interoperabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n Questo portafoglio contenente documenti di identit\u00e0 e dati personali \u2014 e persino gli euro digitali che potrebbero essere messi in circolazione in futuro \u2014 potrebbe essere uno strumento fondamentale per la libert\u00e0 nel mondo digitale, a condizione che i dati siano controllati dai cittadini e non da aziende private o autorit\u00e0 pubbliche.<\/p>\n\n\n\n Una prima applicazione di tale portafoglio potrebbe servire a correggere i problemi che i social network causano ai cittadini minorenni.<\/p>\n\n\n\n A luglio l’Unione lancer\u00e0 un’applicazione per la verifica dell’et\u00e0, concepita per rafforzare la protezione dei minori online. Questo strumento consentir\u00e0 di confermare l’et\u00e0 degli utenti senza che questi siano obbligati a fornire dati personali alle piattaforme. Sebbene l’Unione non imponga un metodo unico di verifica, essa richiede che i siti che trattano contenuti sensibili adottino misure adeguate.<\/p>\n\n\n\n Questa applicazione, che precede il portafoglio digitale previsto per il 2026, fornir\u00e0 all’Unione uno strumento supplementare per esigere maggiore rigore da parte delle piattaforme. Henna Virkkunen, commissaria europea responsabile per il digitale, ha sottolineato in un’intervista al\u00a0Financial Times<\/em> <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span> che la protezione dei minori deve essere una priorit\u00e0 e che le grandi aziende del settore digitale devono raddoppiare gli sforzi.<\/p>\n\n\n\n A partire dal portafoglio per i dati personali, la soluzione potrebbe proseguire con la creazione di piattaforme di pubblicazione, anche open source, che potrebbero essere utilizzate per generare reti di relazioni digitali innovative, distribuite, con valore locale o settoriale per i partecipanti.<\/p>\n\n\n\n Un’infrastruttura basata su questi principi mobiliterebbe solo una parte delle risorse delle piattaforme applicative, che potrebbero cos\u00ec funzionare con modelli economici meno costosi.<\/p>\n\n\n\n Ci\u00f2 pu\u00f2 moltiplicare il numero di iniziative e consentire anche applicazioni meno industriali e di migliore qualit\u00e0 per gli utenti, in particolare al servizio dell’innovazione sociale, per iniziative educative e culturalmente significative, per informazioni di qualit\u00e0 al servizio della salute o dei trasporti, ecc.<\/p>\n\n\n\n Se i cittadini controllano i propri dati personali attraverso un unico sistema di certificazione dell’identit\u00e0 e possono utilizzarlo per accedere a qualsiasi piattaforma, sono soddisfatti i presupposti per l’interoperabilit\u00e0.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Grazie alle vaste possibilit\u00e0 offerte dall’intelligenza artificiale indipendente, potrebbero emergere start-up specializzate nella gestione di conoscenze di qualit\u00e0 basate su dati controllati. Queste servirebbero a contestualizzare le informazioni, tradurre, generare informazioni basate su dati quantitativi, ecc. Sarebbero create reti di nuova generazione, facili da usare ma anche da creare, per ogni tipo di innovazione sociale e culturale, con un modello economico razionale: non una nuova piattaforma gigantesca, ma un numero gigantesco di nuove piattaforme per trasformare un sistema monopolizzato da pochi giganti in un mercato competitivo, aperto e ricco di innovazioni.<\/p>\n\n\n\n Fatta questa constatazione, cosa spiega la riluttanza delle autorit\u00e0 a impegnarsi a favore della creazione di piattaforme alternative europee autonome?<\/p>\n\n\n\n L’ipotesi secondo cui non ne vedrebbero l’importanza \u00e8 senza dubbio errata: l’Unione ha ampiamente legiferato nel corso dell’ultima legislatura per limitare il potere delle piattaforme esistenti.<\/p>\n\n\n\n Una seconda ipotesi \u00e8 che\u00a0la Commissione ritenga che, in fondo, sarebbe troppo difficile battere le piattaforme americane: competere con i monopoli americani, considerati molto potenti, molto ricchi e molto efficienti dal punto di vista tecnologico, sarebbe un fallimento certo.<\/p>\n\n\n\n Le piattaforme che beneficiano dell’effetto rete sono imbattibili. Ma come ha dimostrato Bernardo Huberman nei suoi studi sulle \u00ableggi del web\u00bb <\/span>9<\/sup><\/a><\/span><\/span>, l’effetto rete si applica a tutte le categorie di servizi. In altre parole, \u00e8 sempre possibile creare piattaforme che offrono un servizio diverso da quelli gi\u00e0 esistenti. Non si tratta di rifare Google o Instagram, ma di creare piattaforme completamente diverse, che possano tuttavia attirare l’attenzione con proposte pi\u00f9 sensate e razionali dal punto di vista umano rispetto a quelle delle piattaforme americane.<\/p>\n\n\n\n Una terza ipotesi potrebbe attingere a ragioni pi\u00f9 ideologiche: nei corridoi della Commissione potrebbe ancora prevalere l’idea che le attivit\u00e0 concorrenziali delle piattaforme dovrebbero essere regolate dal mercato, cio\u00e8 dagli imprenditori e dai privati, piuttosto che dallo Stato.<\/p>\n\n\n\n A livello puramente teorico, \u00e8 vero che si tratta di un’attivit\u00e0 economica che non si svolge in condizioni di fallimento del mercato, cos\u00ec come \u00e8 vero che \u00e8 piuttosto complicato intervenire politicamente nel mondo dei media senza rischiare di aggravare la situazione democratica e la libert\u00e0 di espressione.<\/p>\n\n\n\n Nei corridoi della Commissione potrebbe ancora prevalere l’idea che le attivit\u00e0 concorrenziali delle piattaforme dovrebbero essere regolate dal mercato, ovvero dagli imprenditori e dai privati, piuttosto che dallo Stato.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Va tuttavia ammesso che ci\u00f2 sarebbe in contraddizione con il fatto innegabile che molti paesi democratici europei dispongono di un sistema pubblico di radiodiffusione, che fornisce un servizio pubblico in nome della democrazia, del pluralismo e dell’informazione come servizio universale.<\/p>\n\n\n\n In altre parole, questo approccio parte da un presupposto errato: il mondo dei social network non \u00e8 perfettamente competitivo. Si potrebbe addirittura affermare che, impedendo l’emergere di nuovi attori, esso pu\u00f2 essere considerato un mercato inefficiente.<\/p>\n\n\n\n Esiste una quarta ipotesi: quella che vede i politici e le parti interessate non voler affrontare uno strumento che \u00e8 ancora, per loro, un formidabile strumento di propaganda.<\/p>\n\n\n\n Si tratta di un tema che interessa maggiormente i politici estremisti, che sono quelli che traggono il massimo vantaggio dai social network. I politici che non potrebbero fare a meno degli attuali social network sono quelli che vivono di polarizzazione, che non approfondiscono i temi, che si accontentano di intercettare ogni forma di malcontento. I social network attuali accentuano la visibilit\u00e0 dei messaggi puramente emotivi e rendono invisibili le informazioni documentate, esigenti e razionali. L’Unione dovrebbe tuttavia garantire che i cittadini europei prestino maggiore attenzione a informazioni di migliore qualit\u00e0 e pi\u00f9 approfondite rispetto a quelle che prevalgono sui social network.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 possibile una nuova strategia europea per i social network.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 necessario trovare motivi di unit\u00e0 politica in un mondo digitale che ha fatto di tutto per dividere le popolazioni e frammentare i gruppi sociali, fino a generare una vera e propria epidemia di solitudine.<\/p>\n\n\n\n Si tratta di pensare a cose che non sono ancora state fatte, di introdurre nel sistema mediatico logiche di innovazione che, senza imporre contenuti specifici, alimentino metodi che consentano di rendere l’informazione un servizio pubblico. Le diverse forme di crisi della democrazia \u2013 dal calo della partecipazione elettorale all’esplosione dei movimenti estremisti e antisistema, passando per la circolazione di informazioni distruttive \u2013 sono fenomeni compatibili con una concezione dei social network che si rivela particolarmente adatta ad essere sfruttata da potenze straniere che desiderano esercitare un’influenza sull’Unione europea.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 vero che finora l’Europa \u00e8 riuscita ad andare avanti nonostante un ecosistema mediatico deteriorato. Ma una novit\u00e0 potrebbe accelerare il processo decisionale.<\/p>\n\n\n\n L’Unione ha scoperto che \u00e8 necessario dotarsi di una difesa comune. Ci\u00f2 non implica solo la necessit\u00e0 di investire in armamenti per un’ipotetica guerra fisica. Implica investire in soluzioni difensive per la guerra cognitiva gi\u00e0 in corso.<\/p>\n\n\n\n Le diverse forme di crisi della democrazia sono fenomeni compatibili con una concezione dei social network che si rivela particolarmente adatta ad essere sfruttata da potenze straniere che desiderano esercitare un’influenza sull’Unione europea.<\/p>Luca de Biase<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n
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Una via europea per la creazione di piattaforme<\/h2>\n\n\n\n
Le proposte<\/h2>\n\n\n\n
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Una comunit\u00e0 di intenti<\/h2>\n\n\n\n