{"id":31887,"date":"2025-04-20T08:00:00","date_gmt":"2025-04-20T06:00:00","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=31887"},"modified":"2025-04-18T20:08:05","modified_gmt":"2025-04-18T18:08:05","slug":"una-storia-dei-ricchi-in-occidente","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2025\/04\/20\/una-storia-dei-ricchi-in-occidente\/","title":{"rendered":"Una storia dei ricchi in Occidente"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap\"><em>La pi\u00f9 ovvia minaccia a un sistema politico democratico \u00e8 quella rappresentata da [chi pu\u00f2] comprar[si] sia la politica sia la giustizia. [\u2026]. A un certo punto, un simile regime diventa una plutocrazia manifesta. Tutto il potere reale sar\u00e0 nelle mani dei pochi, non dei molti.<\/em> Queste non sono parole di un manifesto di Occupy Wall Street o di un libro di Thomas Piketty, ma del principale editorialista del <em>Financial Times<\/em>, Martin Wolf, nel dolente libro (<em>The crisis of democratic capitalism<\/em>, 2023) che organizza l\u2019analisi svolta nei suoi articoli dell\u2019ultimo decennio.<\/p>\n\n\n\n<p>La plutocrazia \u00e8 il regime politico nel quale governano i ricchi. Nella <em>Politica<\/em> Aristotele lo chiama oligarchia, governo dei <em>pochi<\/em>, ma chiarisce che il tratto distintivo non \u00e8 il numero ma la ricchezza di chi detiene il potere (ed evocare questo come <em>kratos<\/em>, e non <em>arch\u00e9<\/em>, d\u00e0 alla parola \u2018plutocrazia\u2019 anche una coloritura pi\u00f9 ruvida). Se le politiche pubbliche non interverranno, prevedono Wolf, Branko Milanovi\u0107 e altri, le societ\u00e0 occidentali degenereranno in plutocrazie. \u00abIn larga misura\u00bb, secondo Wolf, \u00abgli Stati Uniti lo sono gi\u00e0\u00bb. Parole, queste, pubblicate un anno e mezzo prima del voto negli Stati Uniti, quando la rielezione di Donald Trump pareva ancora evitabile.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma chi sono i ricchi, che minacciano di prendere il controllo delle nostre societ\u00e0? Quanti sono? Quanta ricchezza hanno? Come l\u2019hanno acquisita, e poi mantenuta? Che ruolo hanno nella societ\u00e0? E quale \u00e8 stata l\u2019evoluzione di lungo termine di queste variabili?<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il libro<\/h2>\n\n\n\n<p>A queste domande la ricerca scientifica ha sinora dedicato poca attenzione. Le risposte disponibili le offre Guido Alfani, storico economico dell\u2019Universit\u00e0 Bocconi di Milano, in un libro indispensabile: <em>As Gods Among Men: A History of the Rich in the West<\/em> (Princeton University Press, 2023; 420 pagine; la traduzione dei passi citati \u00e8 mia). \u00abUn\u2019enciclopedia\u00bb, lo ha definito Milanovi\u0107 durante una presentazione milanese nel marzo scorso.<\/p>\n\n\n\n<p>Il titolo, bellissimo, si ispira al passo di un filosofo francese del Trecento, Nicole Oresme, che nell\u2019epigrafe dell\u2019ottavo capitolo Alfani giustappone a simile commento di Thomas Piketty. I \u00absuper ricchi\u00bb \u2013 <em>superabundantes<\/em>, nel latino di Oresme \u2013 hanno un potere talmente superiore agli altri cittadini che tra questi essi sono \u00abcome Dio \u00e8 tra gli uomini\u00bb (p. 213; le \u00abcitt\u00e0 democratiche\u00bb dovrebbero esiliarli o bandirli, prosegue Oresme). Due pregi di questo libro sono proprio questi: esaminare anche il ruolo sociale e politico dei ricchi, e guardarlo nel lunghissimo periodo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>I difetti di questo libro sono di presentazione. Alcuni li ascriverei all\u2019editore pi\u00f9 che all\u2019autore, e visibilmente derivano dal necessario ma non sempre riuscito tentativo di rendere il libro pi\u00f9 accessibile. Spesso \u00e8 un problema di coerenza: di Platone e Aristotele \u00e8 detto che erano filosofi, per esempio, ma non di Socrate. E il lettore al quale \u00e8 stato precisato che Dante \u00e8 \u00abil grande poeta italiano del tardo tredicesimo secolo\u00bb (p. 178), o che lo Stato di Firenze era situato in Toscana (p. 20), \u00e8 poi lasciato da solo di fronte alle \u00abfiere internazionali di cambio di Bisenzone\u00bb (p. 148; non \u00e8 impossibile immaginare che cos\u00ec i notai milanesi della fine del Cinquecento chiamassero Besan\u00e7on, ma ovunque fosse quella <em>fiera<\/em> qualche lettore si chieder\u00e0 perch\u00e9 mai, e in quale senso della parola, tra il 1575 e il 1607 qualche centinaio di vedove milanesi vi abbia \u00abinvestito\u00bb dei soldi).<\/p>\n\n\n\n<p>La rassegna della letteratura riassunta nell\u2019introduzione mostra che se gli studi sulle classi sociali, sulla disuguaglianza, o anche su singole persone, famiglie o dinastie ricche sono relativamente abbondanti, sono molto pi\u00f9 rari quelli dedicati ai ricchi intesi come un gruppo socio-economico. Inoltre le poche analisi sistematiche tendono a concentrarsi su singole parti dell\u2019Occidente, senza comparazione internazionale, o sui soli vertici della distribuzione della ricchezza, e soprattutto ignorano il periodo precedente la rivoluzione industriale. Il libro di Alfani dimostra invece che una prospettiva plurisecolare \u00abci permette di rilevare tratti della societ\u00e0 che rimarrebbero altrimenti nascosti\u00bb (p. 6).<\/p>\n\n\n\n<p>In questa recensione dar\u00f2 un\u2019idea dell\u2019ampiezza e della profondit\u00e0 dell\u2019analisi, citando alcune delle numerose stime che suppongo solo gli specialisti conoscano, e sar\u00f2 pi\u00f9 breve nel discutere le tesi del libro sulle cause e gli effetti della concentrazione della ricchezza, e sul ruolo dei ricchi nella societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">I ricchi nel lunghissimo periodo<\/h2>\n\n\n\n<p>Il primo capitolo descrive i confini, il metodo e le fonti dell\u2019analisi. Plausibilmente, l\u2019autore si concentra pi\u00f9 sulle famiglie che sugli individui e le dinastie. Definisce la ricchezza come quella materiale netta. Copre il periodo dal Trecento a oggi, con frequenti accenni ai secoli precedenti. E fissa due criteri per circoscrivere l\u2019oggetto dell\u2019analisi. Uno \u00e8 la quota di ricchezza posseduta dai cinque percentili pi\u00f9 alti della popolazione, o da quello superiore (il famoso \u00ab<em>top 1 per cent<\/em>\u00bb). L\u2019altro, pi\u00f9 originale, serve a contare i ricchi: il confine tracciato per separarli dal resto della popolazione \u00e8 il disporre di una ricchezza superiore a dieci volte la ricchezza mediana nella societ\u00e0 di riferimento.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00abL\u2019evidenza storica ora disponibile suggerisce che la concentrazione della ricchezza \u00e8 un processo continuo che ha progredito pressoch\u00e9 ininterrottamente dall\u2019antica Babilonia al Medioevo e sino a oggi\u00bb (p. 36). Le sole nette e generali interruzioni coincisero con la peste del Trecento e le guerre mondiali del secolo scorso. Un sensibile calo nella concentrazione della ricchezza segu\u00ec anche la guerra dei Trent\u2019anni, ma gli effetti furono pi\u00f9 deboli e limitati all\u2019area tedesca.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019evoluzione degli ultimi due secoli, che segna un picco alla vigilia della Prima guerra mondiale e una forte ripresa dopo gli anni Settanta, \u00e8 piuttosto nota. Preferisco parlare del periodo precedente. Nella citt\u00e0 (toscana) di Prato, per esempio, attorno al 1300 i cinque percentili superiori della popolazione possedevano il 55,3% della ricchezza totale, e il percentile superiore possedeva il 29,2%. Sempre poco prima della peste nera, nelle terre italiane della Contea di Savoia le due quote erano 47,4% e 22,3%, rispettivamente.<\/p>\n\n\n\n<p>Per comparazione, nel 2020 in Italia le medesime quote erano 40,4% e 22,2%.<\/p>\n\n\n\n<p>Le stime citate da Alfani \u2013 relative all\u2019Inghilterra, le Puglie, il Piemonte, l\u2019area tedesca, e gli Stati di Venezia e Firenze \u2013 indicano che nell\u2019arco del secolo successivo alla peste la concentrazione della ricchezza scese ai livelli pi\u00f9 bassi sinora osservati, e in seguito risal\u00ec lentamente. In Toscana e Piemonte, per esempio, la quota di ricchezza dei cinque percentili superiori torn\u00f2 al livello precedente la peste solo nel Settecento.<\/p>\n\n\n\n<p>In queste stime spicca l\u2019Inghilterra. Gi\u00e0 all\u2019inizio dell\u2019Ottocento il 5% pi\u00f9 ricco della popolazione possedeva oltre il 70% della ricchezza totale, e l\u20191% pi\u00f9 ricco il 55%. Per comparazione, nell\u2019area tedesca le due quote allora erano circa il 36% e il 17%, rispettivamente, e due decenni prima nelle colonie americane della Corona britannica, che si preparavano a rendersi indipendenti, esse erano 41,1% e 16,5%.<\/p>\n\n\n\n<p>La disomogeneit\u00e0 dei dati spiega solo una piccola parte del divario. La ragione principale, argomenta Alfani, \u00e8 che l\u2019Inghilterra era gi\u00e0 \u00abricca abbastanza\u00bb per potersi permette livelli di disuguaglianza cos\u00ec elevati (p. 43). L\u2019idea richiama gli studi \u2013 di Milanovi\u0107, Alfani stesso ed altri \u2013 sull\u2019\u00ab<em>inequality extraction ratio<\/em>\u00bb: poich\u00e9 tutti devono sopravvivere, pi\u00f9 una societ\u00e0 \u00e8 ricca pi\u00f9 grande sar\u00e0 la quota della ricchezza complessiva che, non consumata per tenere in vita la popolazione, potr\u00e0 essere consegnata alle \u00e9lite (oltre al livello della disuguaglianza, pertanto, \u00e8 interessante guardare anche a quanto esso disti dal livello massimo che la ricchezza della societ\u00e0 consentirebbe).<\/p>\n\n\n\n<p>Infatti, con la prima e la seconda rivoluzione industriale anche altrove la concentrazione della ricchezza sale verso i livelli inglesi, sino al picco di inizio Novecento. In Europa \u2013 il dato \u00e8 una media tra Francia, Regno Unito e Svezia \u2013 alla vigilia della Prima guerra mondiale l\u20191% pi\u00f9 ricco della popolazione controllava circa il 65% della ricchezza totale. Gli Stati Uniti erano allora pi\u00f9 egualitari \u2013 la quota dell\u20191% pi\u00f9 ricco era di venti punti percentuali pi\u00f9 bassa \u2013 ma dopo la met\u00e0 del secolo scorso lo saranno molto meno.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Una variabile politica<\/h2>\n\n\n\n<p>Quali le ragioni della continua e pressoch\u00e9 monotonica crescita della concentrazione della ricchezza in Occidente tra la peste del Trecento e il 1914, e poi nell\u2019ultimo mezzo secolo? L\u2019industrializzazione, \u00e0 la Kutznets, e pi\u00f9 in generale lo sviluppo economico non possono da soli spiegare il fenomeno, sostiene Alfani. In epoca preindustriale egli individua alcune cause sufficienti, nessuna delle quali appare necessaria. Oltre allo sviluppo economico egli richiama le dinamiche demografiche, i mutamenti istituzionali, la proletarizzazione dei piccoli proprietari agricoli, e soprattutto l\u2019apparizione dello Stato militare-fiscale: perch\u00e9 i sistemi di tassazione che finanziavano guerre, eserciti e accresciute funzioni pubbliche erano regressivi, e iniziarono a muovere verso la progressivit\u00e0 solo nel corso della seconda met\u00e0 dell\u2019Ottocento. In presenza anche solo di una di queste cause la disuguaglianza di ricchezza tendeva a crescere, per inerzia.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019importanza del tenore regressivo o progressivo dell\u2019imposizione fiscale \u00e8 dimostrata dall\u2019evoluzione della concentrazione della ricchezza durante gli ultimi cent\u2019anni. Oltre alla distruzione di parte del capitale fisico e finanziario delle \u00e9lite durante il trentennio delle due guerre mondiali, il forte e duraturo declino della concentrazione della ricchezza successivo al 1914 fu sospinto dalla diffusione di sistemi impositivi spesso fortemente progressivi. Specularmente, la ripresa della concentrazione della ricchezza dopo gli anni Settanta coincise con una pressoch\u00e9 generale riduzione della progressivit\u00e0 del prelievo. Alfani offre questo quadro (p. 55):<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\">\n<p><em>Nel 1975, l\u2019aliquota pi\u00f9 alta sui redditi da lavoro era 83% nel Regno Unito, 70% negli Stati Uniti, 72% in Italia, 60% in Francia, 56% in Germania e 47% in Canada. Venticinque anni dopo [\u2026] la situazione era invertita, con un\u2019aliquota superiore del 61% in Francia, del 60% in Germania, del 54% in Canada, del 51% in Italia, del 48% negli Stati Uniti e del 40% nel Regno Unito. Le aliquote pi\u00f9 alte delle imposte sulle successioni [\u2026] seguirono una simile traiettoria.<\/em><\/p>\n<\/blockquote>\n\n\n\n<p>Il rilievo di questa variabile eminentemente politica \u00e8 sottolineato spesso, ed \u00e8 strettamente legato al punto sul quale concluder\u00f2: il ruolo politico dei ricchi.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il numero dei ricchi<\/h2>\n\n\n\n<p>Quanti erano i ricchi, e quanti sono? Il criterio per contarli, ho detto, \u00e8 possedere una ricchezza superiore a dieci volte la mediana. Le stime relative alle Fiandre, le Puglie, il Piemonte, l\u2019area tedesca, e gli Stati di Venezia e Firenze suggeriscono che sino alla met\u00e0 del Cinquecento i ricchi generalmente rappresentassero tra l\u20191% e il 6% della popolazione. Poi si affollano, variamente: a Venezia, per esempio, nel 1750 erano il 12% della popolazione.<\/p>\n\n\n\n<p>Di nuovo, Alfani nega che questa variabile sia legata alla crescita economica. Tra il Seicento e la rivoluzione industriale nella Firenze declinante il numero dei ricchi sal\u00ec significativamente pi\u00f9 in alto e pi\u00f9 rapidamente che in Piemonte, la cui economia era pi\u00f9 dinamica, perch\u00e9 le \u00e9lite fiorentine furono in grado di rafforzarsi \u00abagendo in modo sempre pi\u00f9 rapace verso gli strati pi\u00f9 poveri [della popolazione]\u00bb (p. 59).<\/p>\n\n\n\n<p>Per il periodo successivo alla rivoluzione industriale simili stime sono per ora impossibili, perch\u00e9 i dati tendono a limitarsi all\u2019apice della piramide. Quelli che usano le soglie pi\u00f9 basse \u2013 un milione di dollari \u2013 attestano che nel 2020 i milionari statunitensi erano l\u20198,8% della popolazione adulta, quelli francesi il 4,9%, quelli britannici il 4,7%, quelli tedeschi il 4,3%, e quelli italiani il 3%. Percentuali che nonostante le recenti crisi sono in forte crescita nelle economie pi\u00f9 forti: rispetto al 2012 il numero dei milionari statunitensi e tedeschi \u00e8 quasi raddoppiato. All\u2019inverso dell\u2019esempio seicentesco, paiono invece relativamente meno \u00abrapaci\u00bb \u2013 o capaci \u2013 le \u00e9lite delle economie pi\u00f9 deboli: tra il 2012 e il 2020 la percentuale dei milionari inglesi e italiani cresce di circa un terzo solamente. In Francia \u00e8 stazionaria.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Come i ricchi hanno acquistato e mantenuto i loro patrimoni<\/h2>\n\n\n\n<p>Nobilt\u00e0, commercio e manifattura, finanza: nei sette secoli considerati da Alfani sono queste tre le vie che conducono alla ricchezza. Molto meno le professioni liberali. E al vertice le ultime due si fondevano spesso con la prima, quando i grandi mercanti e banchieri erano nobilitati.<\/p>\n\n\n\n<p>La trattazione di questi percorsi occupa la parte maggiore del libro, \u00e8 ricca di dettagli, ed \u00e8 spesso affascinante. Come nel racconto delle vicende di Gracia Nasi, vedova portoghese di tradizione ebraica che a met\u00e0 del Cinquecento prese le redini della banca di famiglia e mosse tra Lisbona, Anversa, Aquisgrana, Lione, Venezia, Ferrara e Costantinopoli difendendo se stessa, la sorella, sua figlia, e i loro capitali da pretendenti interessati \u2013 incluso un bastardo della Casa di Aragona, proposto da Carlo V \u2013 e persecuzioni religiose. Qui mi limiter\u00f2 a due punti, che restano rilevanti oggi.<\/p>\n\n\n\n<p>Qualunque fosse la via intrapresa, chi eccelleva era generalmente prossimo al potere politico, spesso dopo l\u2019aspirata nobilitazione, e poteva avvalersene per rafforzare sia la propria posizione patrimoniale sia la saldezza della dinastia che immaginava dopo di s\u00e9. Sempre indipendentemente dalla via intrapresa, era spesso decisivo il regime delle successioni ereditarie, perch\u00e9 tipicamente le generazioni successive al fondatore (o rifondatore) del casato o dell\u2019impresa erano ricche soprattutto in virt\u00f9 dell\u2019eredit\u00e0 ricevuta. Nell\u2019epoca preindustriale la variabile determinante era il regime legale delle successioni, che poteva essere di primogenitura o pi\u00f9 paritario, e, nel secondo caso, poteva spesso essere alterato da istituti \u2013 come il fedecommesso \u2013 che ancoravano il patrimonio alla linea primogenita maschile. In seguito, col tramonto della primogenitura e di questi istituti, cresce l\u2019importanza delle politiche di imposizione, delle quali ho appena detto.<\/p>\n\n\n\n<p>Queste pagine di Alfani dimostrano che la ricchezza \u00e8 un problema eminentemente politico. Per la semplice e ovvia ragione che le politiche pubbliche hanno un\u2019influenza decisiva sul crescere o decrescere della sua concentrazione in poche mani; e queste, se forti, possono incidere sull\u2019orientamento di quelle stesse politiche pubbliche.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">L\u2019incerta posizione dei ricchi nella societ\u00e0<\/h2>\n\n\n\n<p>Dopo la crisi finanziaria del 2007\u20138, insieme alla disuguaglianza si \u00e8 imposta alla nostra attenzione anche la domanda se la crescente concentrazione della ricchezza danneggi la crescita economica. Un argomento \u00e8 che i ricchi consumano relativamente meno delle altre famiglie, deprimendo la domanda aggregata. Un altro, complementare, \u00e8 che ne soffre anche il motore della crescita di lungo periodo, l\u2019innovazione (processo conflittuale, secondo la celebre tesi di Joseph Schumpeter, che minaccia gli interessi delle \u00e9lite perch\u00e9 procede per \u00abdistruzione creatrice\u00bb, con nuove innovazioni che continuamente soppiantano le vecchie e rivoluzionano i rapporti di forza tra vecchi e nuovi innovatori). Nella sua storia economica del \u00ablungo\u00bb ventesimo secolo, per esempio, Bradford DeLong commenta cos\u00ec la decelerazione degli scorsi quattro decenni: \u00abuna crescita rapida come quella osservata tra il 1945 e il 1973 richiede la distruzione creatrice: e poich\u00e9 [in questo processo] \u00e8 la ricchezza dei plutocrati che viene distrutta, \u00e8 difficile che essi lo incoraggino\u00bb.<\/p>\n\n\n\n<p>Alfani menziona gli effetti economici della concentrazione della ricchezza, citando entrambi gli argomenti, ma la sua attenzione \u00e8 concentrata sul ruolo dei ricchi nella societ\u00e0. Inoltre entrambi quegli argomenti restano controversi, credo (anche perch\u00e9 entrambi incrociano la pi\u00f9 generale domanda se \u2013 o meglio, in presenza di quali condizioni \u2013 le questioni di efficienza possano essere separate dalle questioni di distribuzione). Se per\u00f2 assumiamo che il secondo argomento regga, come pare plausibile, la questione diventa precisamente quella che Alfani affronta, ossia come i \u00abplutocrati\u00bb si difendano dalla distruzione creatrice. Di nuovo, \u00e8 una questione politica.<\/p>\n\n\n\n<p>Tornando alle tre vie alla ricchezza, nell\u2019antico regime la posizione della nobilt\u00e0 era salda e chiara. La popolazione accettava i privilegi degli appartenenti a quell\u2019ordine e la trasmissione ereditaria di titoli e averi, iscrivendoli in un disegno che diffusamente, seppure vagamente, era creduto \u00abdivino\u00bb (p. 70).<\/p>\n\n\n\n<p>Nel pi\u00f9 incerto spazio tra la plebe e la nobilt\u00e0 vivevano i mercanti. Sulla scorta di autorit\u00e0 come San Tommaso, sino al Quattrocento i ricchi erano considerati peccatori \u00abquasi per definizione\u00bb, e, come gi\u00e0 suggeriva il passo di Oresme citato sopra, si \u00abtemeva che la loro stessa presenza potesse destabilizzare la societ\u00e0\u00bb (pp. 214\u201315). Da ci\u00f2, per esempio, le frequenti leggi dei comuni italiani contro i \u00abmagnati\u00bb, come gli Ordinamenti di Giustizia fiorentini del 1293. In seguito gli umanisti iniziarono ad affermare la virt\u00f9 e anche l\u2019utilit\u00e0 sociale dei ricchi, ai quali fu sostanzialmente assegnata la funzione di \u00abdeposito privato di risorse finanziarie\u00bb alle quali la comunit\u00e0 poteva ricorrere in caso di bisogno. Nel 1434, per esempio, Cosimo de\u2019 Medici \u00absalv\u00f2 Firenze dalla catastrofe finanziaria\u00bb (p. 131). E se divenne signore della citt\u00e0 fu anche grazie alle risorse che spese in opere di fatto pubbliche, fondando la Biblioteca medicea, per esempio, o il Convento di San Marco: questa infatti \u00e8 un\u2019altra ragione citata dagli autori contemporanei per sostenere l\u2019utilit\u00e0 sociale dei ricchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Queste funzioni dei ricchi, che furono certamente motivate da ragioni di interesse, ma erano crescentemente ritenute doverose, si proiettano sino all\u2019epoca contemporanea. Come Cosimo il Vecchio cinque secoli prima, per esempio, nel 1907 John P. Morgan \u00absalv\u00f2 il suo paese dalla bancarotta\u00bb \u2013 grazie sia alle sue \u00abenormi\u00bb ricchezze, sia alla sua influenza (p. 229). E similmente la progressivit\u00e0 fiscale, che sale decisamente nel periodo delle due guerre mondiali, \u00e8 il modo col quale i ricchi del secolo scorso adempivano a quella funzione di deposito privato nell\u2019interesse pubblico, che cinque o sei secoli prima contribu\u00ec alla loro stabile legittimazione sociale.<\/p>\n\n\n\n<p>La forte riduzione della progressivit\u00e0 fiscale negli scorsi decenni segna dunque una discontinuit\u00e0 in questa storia plurisecolare, e pu\u00f2 rappresentare un rischio per i ricchi: oggi essi \u00abstanno sostanzialmente rifiutando un ruolo che serv\u00ec a giustificare la stessa esistenza di significative disparit\u00e0 di ricchezza\u00bb, e stanno cos\u00ec \u00abalimentando risentimento e rendendo incerto il loro stesso ruolo nella societ\u00e0\u00bb (228). Il paradosso, naturalmente, \u00e8 che questa discontinuit\u00e0 fu dovuta (anche) all\u2019influenza politica dei ricchi.<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">Il potere politico dei ricchi<\/h2>\n\n\n\n<p>Quando si volge al loro peso politico l\u2019analisi di Alfani si concentra non sui ricchi ma sui \u00absupericchi\u00bb, la cui influenza politica pu\u00f2 entrare in forte tensione col principio dell\u2019uguaglianza dei diritti politici. I paragoni storici rilevanti sono dunque le societ\u00e0 che in qualche misura riconoscevano quel principio, come la democrazia ateniese, i comuni medievali, e le repubbliche patrizie della prima et\u00e0 moderna. Nella prima il rischio che cittadini eminenti per estrema ricchezza potessero porsi al di sopra della legge motiv\u00f2 l\u2019istituzione dell\u2019ostracismo, che per la medesima ragione adottarono anche diversi comuni, in forme diverse (ricchissimo, per esempio, Cosimo il Vecchio fu bandito nel 1433).<\/p>\n\n\n\n<p>Tralascio le repubbliche patrizie per balzare avanti di qualche secolo, dopo che le funzioni semi-pubbliche sopra ricordate avevano assicurato anche ai ricchi non nobili quella legittimazione sociale che mai ebbero nel mondo medievale. Se nell\u2019Ottocento i parlamenti si riempiono di quelle persone, con l\u2019inizio del Novecento la loro influenza politica si indebolisce, cala fortemente dopo il 1945, e dopo gli anni Novanta risale. Questa evoluzione \u00e8 pi\u00f9 descritta che spiegata. Ma alla luce della deriva oligarchica che osserviamo, il valore della ricostruzione di lungo periodo offerta da Alfani \u00e8 anche quello di ricordare la \u00abeccezionalit\u00e0 storica\u00bb dei regimi politici egualitari che sorsero dopo il 1945 (p. 268). Il rischio che l\u2019eccezione si chiuda, come una parentesi, non deve essere sottovalutato: i casi di Silvio Berlusconi e Donald Trump, miliardari e capi di governo o di stato, che Alfani esamina, suggeriscono che non siamo distanti dalle condizioni che secoli fa giustificarono il ricorso a quell\u2019istituto, l\u2019ostracismo, che oggi riteniamo inammissibile (e giustamente! ma la <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/2024\/06\/20\/quest-ce-que-le-republicanisme-une-conversation-avec-philip-pettit\/\">teoria politica repubblicana<\/a> offre soluzioni pi\u00f9 accettabili ed efficaci, come tento di argomentare in un libro che uscir\u00e0 tra qualche mese).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Tra i tanti paralleli che legano questi due personaggi, tra l\u2019altro, uno illustra quanto deboli possano rivelarsi anche i pi\u00f9 indiscussi limiti istituzionali al&nbsp; ruolo politico dei \u201csuperricchi\u201d. Berlusconi fu condannato in via definitiva per frode fiscale, ed espulso dal Senato. Ma nel 2019 fu eletto nel parlamento europeo (e tuttora il suo nome appare nelle schede elettorali, sotto il simbolo del partito che fond\u00f2 e sempre domin\u00f2). La traiettoria di Trump \u00e8 simile: dopo varie vicissitudini giudiziarie, una valanga di voti ha riabilitato un personaggio che tre anni fa sembrava finito. Il tentativo di ostracizzare Berlusconi o Trump, per via legale o politica, si \u00e8 infranto anche sulla loro enorme ricchezza, oltre che sulla debolezza dell\u2019offerta politica dei loro oppositori. N\u00e9 i loro problemi giudiziari n\u00e9 la loro ricchezza sono stati visti dai loro elettori come un problema, ma casomai come una ragione per sostenerli.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Lo sguardo di lunghissimo periodo di Alfani \u00e8 illuminante, e indispensabile, sui rapporti tra i ricchi e l\u2019imposizione fiscale. I sistemi spesso fortemente regressivi dell\u2019et\u00e0 moderna, che deliberatamente consolidavano il potere delle \u00e9lite, non destabilizzavano quelle societ\u00e0: sia perch\u00e9 la disuguaglianza era sancita dall\u2019ideologia prevalente, e le funzioni semi-pubbliche dei ricchi la giustificavano, sia perch\u00e9 in termini assoluti i ricchi pagavano pi\u00f9 di ogni altro (a Venezia nel 1550 il 5% pi\u00f9 ricco della popolazione versava all\u2019erario poco meno della met\u00e0 di tutto il prelievo fiscale, nel 1750 poco meno del 60%). Costruito dalle sue \u00e9lite, quel sistema era internamente coerente e generalmente in equilibrio.<\/p>\n\n\n\n<p>Un diverso equilibrio sorge tra la fine dell\u2019Ottocento e il 1945, col suffragio universale, lo stato sociale, la progressivit\u00e0 fiscale, e una sensibile riduzione della concentrazione della ricchezza. Dopo gli anni Settanta la progressivit\u00e0 fiscale prese per\u00f2 a calare, e le disparit\u00e0 di ricchezza a crescere. \u00c8 molto probabile, secondo Alfani, che a questa svolta contribu\u00ec la crescente influenza politica dei supericchi: scettici sull\u2019efficienza dello stato, essi dedicano pi\u00f9 volentieri parte delle proprie sostanze alla filantropia. Alfani ricorda loro che cos\u00ec facendo essi \u00abminano la propria posizione sociale\u00bb. L\u2019argomento \u00e8 tanto semplice quanto potente: dopo secoli di avversione, i ricchi trovarono un posto nelle societ\u00e0 europee \u00abprecisamente perch\u00e9 <em>permisero<\/em> al pubblico di beneficiare delle loro risorse private\u00bb, e ci\u00f2 non tanto tramite la carit\u00e0 o la filantropia, quanto perch\u00e9 \u00aberano pronti a farsi tassare quando la collettivit\u00e0 aveva urgente bisogno di risorse aggiuntive\u00bb (p. 284; il corsivo \u00e8 di Alfani). Ad esempio, durante la pandemia di COVID-19, i ricchi non accettarono nuove tasse,&nbsp; suscitando forti critiche.<\/p>\n\n\n\n<p>Il caso degli Stati Uniti pare paradigmatico. Se la filantropia aveva lo scopo di rafforzare la posizione sociale dei ricchi, a essa pare essere rimasto indifferente l\u2019elettorato popolare, che rivolge la propria collera molto pi\u00f9 contro l\u2019establishment politico e intellettuale di Washington, e contro quel segmento delle \u00e9lite economiche che a esso \u00e8 associato, che non contro Trump ed&nbsp; Elon Musk.<\/p>\n\n\n\n<p>Se dunque le politiche del periodo neoliberale hanno giovato ai ricchi, e ne hanno creato molti, i loro effetti potrebbero alimentare argomenti e atteggiamenti analoghi a quelli di San Tommaso, Oresme e dei loro contemporanei. Tralasciando quelle di giustizia, pi\u00f9 soggettive, elementari ragioni di prudenza potrebbero condurre i supericchi a chiedersi se la difesa a oltranza di quelle politiche sia nel loro interesse di lungo periodo. \u00c8 altrettanto evidente, tuttavia, che simili considerazioni resteranno inoperanti in assenza di consapevole e mirata pressione politica.&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nel suo libro As Gods Among Men: A History of the Rich in the West, Guido Alfani cerca di capire chi sono i ricchi in Occidente come gruppo socio-economico, la loro evoluzione nei secoli dal Trecento ai nostri giorni ed il loro ruolo nella societ\u00e0.  <\/p>\n<p>Favoriti dalle politiche fiscali dagli anni Settanta in poi, per quanto tempo ancora i ricchi potranno permettersi di influire cos\u00ec fortemente sulle politiche pubbliche prima che il demos richieda che vengano ostracizzati? <\/p>\n","protected":false},"author":10,"featured_media":31889,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-reviews.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"_trash_the_other_posts":false,"footnotes":""},"categories":[1570],"tags":[],"staff":[1737],"editorial_format":[],"serie":[],"audience":[],"geo":[2171],"class_list":["post-31887","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-economia","staff-andrea-capussela","geo-mondo"],"acf":{"open_in_webview":false,"accent":false},"yoast_head":"<!-- This site is optimized with the Yoast SEO plugin v26.1.1 - https:\/\/yoast.com\/wordpress\/plugins\/seo\/ -->\n<title>Una storia dei ricchi in Occidente - Il Grand Continent<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2025\/04\/20\/una-storia-dei-ricchi-in-occidente\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"Una storia dei ricchi in Occidente - Il Grand Continent\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Nel suo libro As Gods Among Men: A History of the Rich in the West, Guido Alfani cerca di capire chi sono i ricchi in Occidente come gruppo socio-economico, la loro evoluzione nei secoli dal Trecento ai nostri giorni ed il loro ruolo nella societ\u00e0.   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