{"id":30537,"date":"2025-03-09T17:03:32","date_gmt":"2025-03-09T16:03:32","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=30537"},"modified":"2025-03-09T17:06:50","modified_gmt":"2025-03-09T16:06:50","slug":"litalia-e-limpero-trump-quattro-tesi-sul-problema-americano-di-meloni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2025\/03\/09\/litalia-e-limpero-trump-quattro-tesi-sul-problema-americano-di-meloni\/","title":{"rendered":"L&#8217;Italia e l&#8217;Impero Trump: quattro tesi sul problema americano di Meloni"},"content":{"rendered":"\n<h2 class=\"wp-block-heading\">1.&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<p><em>All politics is local!<\/em> recita un vecchio adagio anglosassone. Ed effettivamente, in tempi ordinari, il rapporto gerarchico tra politica interna e politica estera \u00e8 chiaro: i responsabili dei governi nazionali cercano di massimizzare le conseguenze delle opportunit\u00e0 e minimizzare quelle dei vincoli che l\u2019ambiente internazionale pone al perseguimento dei propri obiettivi politici domestici. Riconoscere questo assunto implica prendere atto che anche la politica estera, in una certa misura, risente della dialettica competitiva tra maggioranza e opposizione e, in presenza di un sistema multipartitico, anche di una qualche differenziazione all\u2019interno delle coalizioni. Ovviamente, dialettica e differenziazioni dovrebbero sempre essere contenute all\u2019interno di un\u2019accorta considerazione di quelli che possono essere definiti gli \u201cinteressi nazionali\u201d o, se si preferisce una definizione meno enfatica e pi\u00f9 precisa, le componenti permanenti o invariabili dei medesimi. Ne abbiamo avuto una riprova nei giorni dello sconvolgimento prodotto dalle dichiarazioni di Donald Trump relative all\u2019apertura di una trattativa diretta con la Russia di Vladimir Putin sul destino dell\u2019Ucraina \u2013 sulla pelle degli ucraini e sulle teste degli europei \u2013 e dall\u2019arrogante, rozza e impudente relazione del vicepresidente JD Vance alla Conferenza per la sicurezza di Monaco, quando alla reazione molto dura del premier laburista britannico Keir Starmer che ribadiva che Londra avrebbe proseguito imperterrita nel suo sostegno a Kyiv ha fatto immediatamente eco la dichiarazione del suo predecessore, il conservatore Rishi Sunak, pronto ad assicurare il pieno appoggio del suo partito a qualunque misura volta a continuare l\u2019opera di contenimento delle ambizioni imperialiste del Cremlino.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 doveroso osservare che, affinch\u00e9 una politica bipartisan sui fondamentali della sicurezza nazionale sia percorribile, occorre il pieno riconoscimento reciproco della piena legittimit\u00e0 tra i diversi partiti. Ovvero, una politica estera e di sicurezza condivisa, almeno sui fondamentali, \u00e8 figlia della fuoriuscita dal clima di guerra civile permanente tra le forze che compongono le, mutevoli, maggioranze e opposizioni parlamentari. Si tratta di una condizione sperimentata a tratti e comunque mai completamente fino in fondo nelle vicende della Repubblica italiana.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per motivi che credo non serva qui ricapitolare non lo \u00e8 stato durante tutta la Guerra fredda, quando il pi\u00f9 grande partito comunista d\u2019Occidente, pure molto lontano dal comunismo reale, si ritrovava puntualmente all\u2019opposizione di ogni necessario programma di adeguamento dello strumento militare nazionale e occidentale alle minacce attuate dall\u2019Unione Sovietica (basti pensare alla vicenda del dispiegamento degli euromissili nel corso degli anni Settanta, che risultarono decisivi per fiaccare le ambizioni egemoniche di Mosca). Allora il refrain era sempre quello della \u201cpace\u201d, lo stesso invocato oggi dal partito dell\u2019appeasement nei confronti dell\u2019imperialismo della Russia di Putin.<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la fine della Guerra fredda la piena legittimazione reciproca tra i contendenti per il potere repubblicano \u00e8 stata sempre incompleta \u2013 si pensi all\u2019anticomunismo <em>post mortem<\/em>, del comunismo, di Silvio Berlusconi da un lato e al girotondismo isterico del centrosinistra dall\u2019altro \u2013 anche se, paradossalmente, era proprio il campo della politica estera quello che, in tempi ordinari, diveniva il minor tema di contesa. Non cos\u00ec allineate erano le forze pi\u00f9 \u201cradicali\u201d che nel corso degli anni sono via via emerse nell\u2019agone politico italiano, come la Lega, il Movimento 5 stelle o le varie formazioni post o neo-comuniste. Ma per lungo tempo queste apparivano ben lontane da poter condizionare la politica estera delle maggioranze di cui facevano parte o dal conquistare la leadership.<\/p>\n\n\n\n<p>Le cose, come si sa, sono cambiate con il primo governo Conte (maggioranza giallo-verde) e poi con il governo Meloni, ovvero con l\u2019irruzione sulla scena politica, nel ruolo di protagoniste dei governi e non pi\u00f9 di mere comprimarie, di forze politiche dal populismo pi\u00f9 conclamato rispetto al berlusconismo, ovvero della Lega di Salvini, del Movimento 5 stelle grillino e poi contiano e di Fratelli d\u2019Italia di Giorgia Meloni. Se a questo si aggiunge che anche la sinistra radicale sta godendo di una buona rinascita di consensi, si capisce meglio perch\u00e9, persino quando poi gli esecutivi si sforzino di seguire politiche estere pi\u00f9 o meno coerenti e non troppo dissimili tra loro, diventi per\u00f2 sempre pi\u00f9 importante ammantarle di una presunta diversit\u00e0 o distintivit\u00e0 a puro uso di lotta politica interna.<\/p>\n\n\n\n<p>La pericolosa illusione \u00e8 che questo comportamento non produca effetti negativi apprezzabili, mentre invece una grave conseguenza si viene a determinare: ovvero si impedisce lo sviluppo di una cultura di politica estera sufficientemente matura, razionale, responsabile, in grado di tenere nel giusto apprezzamento l\u2019equilibrio tra realt\u00e0, interessi, principi e ideali, istituzioni, regole. Si finisce in tal modo per rivendicare alle proprie scelte \u2013 in termini di narrazione, molto pi\u00f9 che di azioni effettive \u2013 la sola patente di rispettabilit\u00e0 o efficacia, accusando quelle altrui di immoralit\u00e0 o velleitarismo. E, dato che \u00e8 sempre pi\u00f9 spesso l\u2019aspetto della narrazione che viene offerto a opinioni pubbliche abbandonate a se stesse o all\u2019azione politicamente irresponsabile di attori non propriamente politici ma pi\u00f9 o meno influenti nel dare forma al dibattito pubblico, non pu\u00f2 sorprendere che quest\u2019ultimo sia sovente ridotto ad arena per narcisismi pi\u00f9 o meno patologici, in cui il presunto trionfo sull\u2019interlocutore (un trionfo tutto immaginario per la totale autoreferenzialit\u00e0 di molte delle posizioni esposte) sia l\u2019unica ossessione di molti dei suoi protagonisti.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>L\u2019America di Trump segna il trionfo della guerra civile permanente e della totale delegittimazione degli avversari politici e dei loro (anche solo presunti) sostenitori.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">2.&nbsp;<\/h2>\n\n\n\n<p>Per lungo tempo, ci\u00f2 che non ha fatto implodere questo coacervo di contraddizioni e incoerenze (tra ci\u00f2 che viene annunciato e quello che viene effettivamente attuato e tra i posizionamenti e le linee di policy dei diversi partiti che compongono le mutevoli coalizioni di governo) e ha fatto s\u00ec che la non appropriatezza della narrazione della politica estera nazionale non si manifestasse come esplosiva e foriera di immediate conseguenze negative \u00e8 stata la lunga percezione di una sostanziale immobilit\u00e0 del quadro nel quale la politica estera andava a collocarsi. Si \u00e8 trattato di una immobilit\u00e0 assai pi\u00f9 apparente che reale che poteva essere dipinto come tale solo a condizione di enfatizzare alcuni aspetti della realt\u00e0, sottovalutando, pi\u00f9 o meno consapevolmente, quelli il cui cambiamento potesse risultare pi\u00f9 disturbante: dall\u2019imperialismo aggressivo della Russia, annunciato alla Conferenza di Monaco del 2007 e messo rapidamente in atto l\u2019anno successivo in Georgia (per poi manifestarsi a pi\u00f9 riprese in Ucraina) al riarmo di una Cina sempre pi\u00f9 assertiva e nazionalista, dalle crescenti difficolt\u00e0 europee sulla strada della definizione e dell\u2019attuazione di una politica estera e di sicurezza comune e condivisa alla rottura della continuit\u00e0 della politica nordatlantica degli Stati Uniti.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 proprio quest\u2019ultimo il tema chiave da tenere al centro della nostra riflessione.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A conclusione di un lungo percorso iniziato gi\u00e0 negli anni Duemila, parzialmente inabissatosi con l\u201911 settembre ma proseguito carsicamente e riesploso con la presidenza Obama, l\u2019America di Trump segna il trionfo della guerra civile permanente e della totale delegittimazione degli avversari politici e dei loro (anche solo presunti) sostenitori. In tal senso, l\u2019assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 ha rappresentato un vero e proprio manifesto di \u201cperforming art\u201d applicato alla politica. Era la rappresentazione della guerra civile permanente che si voleva dichiarare per \u201cmondare\u201d l\u2019America delle sue \u201cimpurit\u00e0\u201d e segnava l\u2019ostracismo degli avversari trasformati in nemici (quasi disumanizzati attraverso il ribaltamento delle ossessioni <em>woke<\/em> per le questioni multi- e soprattutto trans-gender). Cos\u00ec come l\u2019inclusione di Elon Musk nel ruolo di gran consigliere del presidente \u2013 ispiratore? Eminenza grigia? Anima nera? \u2013 non costituiva solo la punta dell\u2019iceberg della pressoch\u00e9 totale oligarchizzazione della repubblica, ma in realt\u00e0 riproduceva la dinamica dell\u2019<em>imperator <\/em>con il suo <em>libertus<\/em> (Musk \u00e8 di origine sudafricana e pu\u00f2 essere s\u00ec \u201cromanizzato\u201d, ma per il suo luogo di nascita non pu\u00f2 ambire alla massima magistratura). Come la storia romana ci ricorda, i liberti (gli schiavi liberati) potevano accumulare straordinarie ricchezze e una quantit\u00e0 smisurata di potere proprio per la loro vicinanza all\u2019ex padrone, ma la loro fortuna dipendeva dalla capacit\u00e0 di mantenere il favore imperiale. O di partecipare a un complotto per una successione cruenta, nei casi pi\u00f9 torbidi. E la quantit\u00e0 di contratti, sussidi e favori in termini di pressioni per aprire o deregolamentare i nuovi mercati tecnologici e accaparrarsi terre rare forniscono la misura dell\u2019opportunit\u00e0 che la vicinanza al potere politico fornisce a Musk per consolidare le proprie aspirazioni monopolistiche.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Fuor di metafora, quel che sostengo \u00e8 che siamo di fronte a un vero e proprio <em>regime change<\/em> e non a un semplice avvicendamento tra due presidenti di colore politico diverso. Le suggestioni imperiali di Trump (Musk e Vance) non sono mero folclore di una pattuglia di persone che hanno imparacchiato la storia su qualche manualetto semplificato per <em>dummies<\/em>, ma riflettono una volont\u00e0 di completare la transizione della <em>respublica<\/em> stellata in <em>imperium<\/em> aquilifero. La suggestione imperiale ha sicuramente una componente di proiezione internazionale, ma credo che risponda essenzialmente ad ambizioni e sfide domestiche: da un lato vorrei ricordare che, come gi\u00e0 diversi anni orsono ha documentato il gruppo di lavoro di Thomas Piketty, la differenza nella distribuzione della ricchezza presente negli Stati Uniti ha raggiunto i livelli dell\u2019Impero Romano. Dall\u2019altro, quello che a Trump interessa della figura imperiale \u00e8 la dimensione del potere assoluto, dell\u2019essere sciolto da qualunque vincolo normativo e istituzionale. Il tema del superamento dei limiti e dello scioglimento da qualunque vincolo \u00e8 sotteso tanto alla continua svalutazione del ruolo e del senso delle istituzioni quanto alla riforma del mercato attraverso la piena legittimazione delle sue derive oligopolistiche e monopolistiche. La valorizzazione del potere, inteso come asset che implica la minaccia e l\u2019uso della forza per superare persino i limiti temporali del suo esercizio e per deformare il mercato e il contratto (e quindi la societ\u00e0 e le regole) in una sua caricatura mafiosa fatta di estorsione e minacce, descrive una parabola in cui l\u2019area dell\u2019obbligazione politica e quella del contratto scambio si fondono e si sovrappongono, con esiti decisamente pericolosi tanto per la libert\u00e0 politica quanto per quella economica. La crescente diffusione degli ambiti del potere \u2013 da quello strettamente politico-istituzionale a quello economico-finanziario a quello tecnologico \u2013 non coincide per nulla con una sua diluizione o con una sua maggior contendibilit\u00e0, ma semmai consente la penetrazione di chi lo detiene in tutti i domini con l\u2019accaparramento di tutte le risorse dai quali e con le quali potrebbe generarsi una forma di resistenza o anche semplicemente di alterit\u00e0. Ed \u00e8 precisamente nell\u2019assistere a come modalit\u00e0 rivoluzionarie si perseguono tentazioni ricorrenti, dove evidentemente \u00e8 la novit\u00e0 delle prime che rischia di esporci alla merc\u00e9 delle seconde, privi dei consueti \u2013 rodati ma poco utili, forse inservibili \u2013 strumenti istituzionali che il liberalismo politico aveva messo a punto soprattutto nel corso del Novecento, che possiamo cogliere la pericolosit\u00e0 del momento storico che stiamo vivendo.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Siamo di fronte a un vero e proprio <em>regime change<\/em> e non a un semplice avvicendamento tra due presidenti di colore politico diverso.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Il metodo d\u2019azione in politica estera di Trump \u00e8 il semplice epifenomeno di ci\u00f2 che intende fare in politica interna, riducendo il ruolo del Congresso, depotenziando i ministeri e le agenzie federali a favore di <em>autorit\u00e0 non indipendenti<\/em>, create ad hoc e responsabili solo verso di lui, ad <em>nutum<\/em> dell\u2019imperatore. \u00c8 questo elemento che rende a mio avviso strutturale il cambio di politica e di atteggiamento nell\u2019arena internazionale dell\u2019America di Trump e di Vance e Musk, aggiungo. Perch\u00e9, considerata l\u2019et\u00e0 di Donald, Vance \u00e8 da considerare il successore in pectore di Trump, e non il semplice vice, una sorta di Cesare rispetto all\u2019Augusto di Mar a Lago.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questo il cambiamento pi\u00f9 significativo e foriero di drammatiche conseguenze per l\u2019Europa e per l\u2019Italia, di un quadro internazionale che inizia a cambiare drasticamente con il discorso di rottura di Putin a Monaco (2007) e con l\u2019elezione di Xi Jinping a segretario del Partito comunista cinese (2012) che sottopone il regime cinese a una torsione personalistica, nazionalista e neo-autoritaria e si completa con le guerre di aggressione della Russia alla Georgia (2008) e all\u2019Ucraina (2014 e 2022).<\/p>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">3.<\/h2>\n\n\n\n<p>La domanda centrale, diventa quindi, se Giorgia Meloni ha compreso la natura del cambiamento e se ne ha tratto le conseguenze.<\/p>\n\n\n\n<p>E la risposta appare francamente negativa.<\/p>\n\n\n\n<p>La linea politica della presidente del Consiglio \u00e8 apparsa orientata a mantenere innanzitutto saldo il rapporto con gli Stati Uniti, e questa scelta si \u00e8 manifestata plasticamente nel sostegno prestato alla resistenza ucraina all\u2019aggressione russa, concretizzatasi in un discreto sostegno militare (in termini di fornitura di equipaggiamenti) e finanziario e in un pi\u00f9 robusto appoggio politico. Quest\u2019ultimo le ha consentito di tracciare una linea di continuit\u00e0 con la politica estera e di sicurezza del governo Draghi \u2013 fondamentale nella prima parte della sua premiership per accreditarsi internazionalmente e tamponare le preoccupazioni nei confronti del primo governo di destra-destra nella storia della Repubblica con la Lega di Salvini sempre pi\u00f9 apertamente filo-putiniana. Durante la presidenza Biden, questa linea \u00e8 consistita nell\u2019allineamento con quella del presidente democratico, sempre attenta a sostenerne le scelte pi\u00f9 prudenti, titubanti e procrastinanti tra quelle a disposizione dell\u2019amministrazione americana e in tal senso allineate con molte delle posizioni europee.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Come la storia romana ci ricorda, i liberti (gli schiavi liberati) potevano accumulare straordinarie ricchezze e una quantit\u00e0 smisurata di potere proprio per la loro vicinanza all\u2019ex padrone, ma la loro fortuna dipendeva dalla capacit\u00e0 di mantenere il favore imperiale.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Ma le cose sono cambiate con l\u2019arrivo di Trump: tanto nei confronti dell\u2019Ucraina, quanto nei confronti degli alleati europei.<\/p>\n\n\n\n<p>Cosicch\u00e9 l\u2019allineamento agli Stati Uniti e la ricerca di una relazione forte con Washington rischia di implicare una sostanziale inversione di rotta tanto nei confronti del sostegno alla resistenza di Kyiv quanto della ricerca di una linea comune da parte dei membri europei dell\u2019Alleanza atlantica. Lo si \u00e8 visto con molta evidenza durante il vertice convocato all\u2019Eliseo dal presidente Macron il 17 febbraio, nel tentativo di reagire all\u2019uno-due inferto agli europei dalla coppia Trump-Vance. Il mantra di Meloni sul fatto che senza l\u2019America non esiste sicurezza europea poteva apparire una considerazione di buon senso, quasi una constatazione dello stato dell\u2019arte, ma in effetti mascherava il dato di realt\u00e0 pi\u00f9 macroscopico e innovativo: che era l\u2019America di Trump ad aver prospettato un\u2019effettiva rottura nei confronti della sicurezza europea, accettando la logica putiniana delle sfere di influenza, dimostrandosi disposto a mettere a repentaglio la sicurezza degli europei nell\u2019illusione di una riedizione della Conferenza di Yalta, della quale il continente divenisse oggetto di una nuova spartizione, preparandosi ad esercitare pressione sull\u2019Europa affinch\u00e9 revocasse i pacchetti di sanzioni adottate nei confronti di Mosca senza che la Russia concedesse alcunch\u00e9.<\/p>\n\n\n\n<p>La cosa si \u00e8 riproposta, ingigantita e drammatizzata, nell\u2019agguato al presidente ucraino Zelensky durante la conferenza stampa tenuta allo Studio ovale venerd\u00ec 28 febbraio ad opera della coppia Trump-Vance. Si \u00e8 trattata di una brutale aggressione al popolo ucraino \u2014 come se quella della Russi non fosse gi\u00e0 sufficiente \u2014 e della pi\u00f9 vergognosa umiliazione della democrazia e della presidenza degli Stati Uniti da parte di \u00abuna banda di gangster\u00bb, per citare l\u2019editoriale del <em>New York Times<\/em> del giorno successivo. Ma ha costituito anche una ennesima dimostrazione della concezione del potere, personale e assoluto, che guida la visione di questa amministrazione e della totale irrilevanza in cui sono tenuti gli alleati europei, chiamati a partecipare come comprimari alla <em>pax trumpiana<\/em>, mentre gli oligarchi intorno a Trump si spartiscono le spoglie minerarie dell\u2019ucraina con quelli del Cremlino.<\/p>\n\n\n\n<p>Ancora una volta, nel nuovo vertice di Londra del 2 marzo, un\u2019Europa allargata a Regno Unito, Turchia e Canada ha fornito la sua replica, cercando di interloquire con la nuova America e di conciliare la necessit\u00e0 di non abbandonare Kyiv al suo destino e non concedere alla Russia una vittoria politica ben superiore ai risultati conseguiti sul campo e, allo stesso tempo, di attrezzarsi per implementare le proprie capacit\u00e0 di difesa, premessa per qualunque soggettivit\u00e0 politica, in qualunque veste istituzionale la si voglia pensare ed esprimere. Non si tratta di raggiungere una velleitaria \u2014 e inutile \u2014 parit\u00e0 strategica con la Russia, ma di raggiungere quella soglia che impedisce che Mosca possa coltivare l\u2019illusione che un nuovo patto Molotov-Ribbentrop possa avere per oggetto la spartizione non della sola Ucraina ma dell\u2019intero continente europeo.<\/p>\n\n\n\n<p>&gt; Apparirebbe singolare che un governo che si proclama orgogliosamente \u201csovranista\u201d e composto di \u201cpatrioti\u201d si dimostri disponibile a una relazione di sudditanza nei confronti della nuova amministrazione americana.<\/p>\n\n\n\n<p>Ricercare l\u2019unit\u00e0 dell\u2019Occidente \u00e8 un obiettivo comprensibile e auspicabile, ma ostinarsi a farlo quando il partner transatlantico sembra chiamarsi fuori, disconoscere i valori e le istituzioni che lo hanno costituito rischia di essere un esercizio suicida, pi\u00f9 che velleitario. Di fronte a questo possibile ribaltamento di prospettive la politica della presidente del Consiglio sembra in difficolt\u00e0, soprattutto nel non riconoscere fino in fondo che la ricerca della solidariet\u00e0 atlantica non pu\u00f2 andare a scapito della solidariet\u00e0 europea.<\/p>\n\n\n\n<p>Se andiamo a guardare alla storia recente della politica estera italiana, la linea classica di condotta dei governi della Repubblica \u00e8 sempre stata quella di ricercare una condotta che stesse all\u2019interno degli argini tracciati dalla membership europea e atlantica, le due grandi scelte \u201cdefinitive\u201d dell\u2019Italia democratica. Ma quando questo non \u00e8 stato possibile, come si \u00e8 proceduto? Il caso pi\u00f9 eclatante \u00e8 quello del governo Berlusconi in occasione dell\u2019invasione americana dell\u2019Iraq nel 2003. In quella contingenza la scelta dell\u2019esecutivo italiano fu chiara: l\u2019allineamento con gli Stati Uniti, mentre Francia e Germania si schieravano contro quella guerra (perlomeno in Consiglio di sicurezza dell\u2019Onu, pur senza portare la contrapposizione all\u2019interno della Nato). Va per\u00f2 ricordato che quella decisione avvenne non in maniera solitaria o insieme a qualche piccola nazione del Centroamerica, ma in compagnia di Gran Bretagna, Spagna e Polonia, allora tutti Stati-membri dell\u2019Unione. Fotografava cio\u00e8 un\u2019Europa divisa, ma all\u2019interno di una relazione transatlantica che si manteneva solida. Le reazioni americane nei confronti del diniego di solidariet\u00e0 francese andarono poco oltre il temporaneo cambiamento del nome delle patatine fritte (da <em>French fries<\/em> a <em>Liberty fries<\/em>) nel men\u00f9 della mensa del Congresso e dei pranzi della Casa Bianca. Tanto per dare la misura del cambiamento in atto, il presidente Trump ha bandito dalle conferenze stampa alla Casa Bianca l\u2019Associated Press, \u201crea\u201d di ostinarsi a chiamare il Golfo del Messico col suo vero nome e non con quello farlocco di Gulf of America \u2014 a qualcuno ricorda niente? Il <em>Mare nostrum<\/em> rievocato da Mussolini nei suoi vagheggiamenti neo-imperiali?<\/p>\n\n\n\n<p>Parliamo di una incapacit\u00e0 di prendere atto della realt\u00e0 o di una vera e propria volont\u00e0 di adeguamento?<\/p>\n\n\n\n<p>Questa \u00e8 la domanda che dovremmo farci e alla quale occorre fornire una risposta. Certo, apparirebbe singolare che un governo che si proclama orgogliosamente \u201csovranista\u201d e composto di \u201cpatrioti\u201d si dimostri disponibile a una relazione di sudditanza nei confronti della nuova amministrazione americana. Perch\u00e9 il punto sta proprio qui. Nella condotta dell\u2019America di Trump, non c\u2019\u00e8 spazio per alleanze, figuriamoci per relazioni speciali e altamente istituzionalizzate come quella costruita in oltre 75 anni di Alleanza Atlantica. Che ne sia o meno consapevole, nel suo rapportarsi con gli europei Donald Trump sta replicando lo schema del rapporto patrono-cliente tipico della Roma antica, con il quale l\u2019Urbe instaurava relazioni ineguali con soggetti politici ritenuti inferiori per rafforzare la sicurezza dei propri confini.<\/p>\n\n\n\n<p>Conviene capirsi. Relazioni di questo tipo gli americani le hanno sempre avute, dapprima nel continente americano e poi nel Pacifico e in Asia, a mano a mano che il proprio potere e le proprie ambizioni crescevano. Rispetto alle alleanze per\u00f2, e in particolar modo rispetto a un\u2019alleanza molto peculiare come quella atlantica, i rapporti di clientela presentano una serie di significative differenze, tutte riscontrabili nelle parole e nei comportamenti di Trump. La prima \u00e8 che il dato di superiorit\u00e0 anche formale del patrono sul cliente \u00e8 parte costitutiva della relazione. \u00c8 il patrono che decide il comportamento che il cliente deve tenere e non c\u2019\u00e8 spazio per nessuna dialettica interna. E\u2019 il patrono che determina chi \u00e8 il nemico contro il quale il cliente deve prestare assistenza mentre la protezione verso i nemici esterni del cliente \u00e8 sempre nella disponibilit\u00e0 esclusiva del patrono. Al contrario, maggiore disponibilit\u00e0 si dimostra nei confronti dei nemici interni del proprio cliente. E forse cos\u00ec le esternazioni di Musk e Vance nei confronti della leader di Afd diventano meno estemporanee e si comprendono meglio. Il rapporto di clientela non prevede istituzioni collettive, il riconoscimento di una comunit\u00e0 ideale o di una vera e propria comunit\u00e0 di sicurezza, in cui le differenze tra i diversi membri si attenuano. Anzi, la relazione che lega patrono e cliente \u00e8 personale, lega i due leader, e non si estende ai popoli. In questa logica, non sorprende che Trump mostri un totale disprezzo e un concreto non riconoscimento per le istituzioni collettive dei suoi <em>clientes<\/em> europei. Cos\u00ec si inquadra meglio la gravit\u00e0 della rottura personale fra Trump e Zelensky nell\u2019agguato dello Studio Ovale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Che ne sia o meno consapevole, nel suo rapportarsi con gli europei Donald Trump sta replicando lo schema del rapporto patrono-cliente tipico della Roma antica, con il quale l\u2019Urbe instaurava relazioni ineguali con soggetti politici ritenuti inferiori per rafforzare la sicurezza dei propri confini.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Il progressivo cambiamento del quadro internazionale \u00e8 stato in una certa misura offuscato dal processo di allargamento di Unione Europea e Nato che affondava negli esiti conclusivi della Guerra Fredda e, probabilmente, ha avuto una sorta di \u201ceffetto supernova\u201d, cio\u00e8 si ha accelerato e ampliato proprio mentre la sua energia veniva meno. Credo sia da collocare qui il duro ammonimento di qualche anno fa del presidente francese Emmanuel Macron \u2014 \u00abla Nato \u00e8 in una condizione di morte cerebrale\u00bb. E sicuramente il continuo impiego della struttura dell\u2019Alleanza nelle guerre mediorientali e balcaniche degli ultimi 25 anni ha contribuito sia a una carenza di riflessione strategica e insieme prospettica sulla e nella Nato, sia a fornire l\u2019impressione che l\u2019alleanza fosse riuscita ad aggiornare con successo la sua missione. La natura altamente istituzionalizzata della Nato ha anch\u2019essa contribuito a produrre la sensazione che la relazione tra la fine del secolo e l\u2019inizio del successivo potesse essere pi\u00f9 armonica e in continuit\u00e0 di quanto sia poi risultato.<\/p>\n\n\n\n<p>Quest\u2019ultimo aspetto ha coinvolto anche la Ue, essa pure una istituzione che sorge e si sviluppa grazie e dentro la pax atlantica americana, che gioca un ruolo decisivo nella stabilizzazione dell\u2019ex impero esterno sovietico ma che invece non incide nei confronti dello spazio post-sovietico, oltre che di quello mediterraneo. Fin dove la politica di allargamento \u00e8 possibile, essa risulta complessivamente di successo, pur mostrando crepe in termini di irreversibilit\u00e0 della liberalizzazione e democratizzazione di alcuni nuovi Stati-membri (Ungheria su tutti, ma in parte il discorso vale anche per Repubblica Ceca, Slovacchia, Polonia e Croazia). Il fallimento \u00e8 viceversa palese nei confronti del suo estero vicino (tanto a Est quanto a Sud), dove l\u2019obiettivo di riuscire a costruire un \u00ab<em>ring of friends<\/em>\u00bb oltre il proprio limes non viene mai conseguito. Anzi. Bielorussia e Georgia, e forse Ucraina, ne forniscono una tragica testimonianza a Est, mentre a Sud la lista degli insuccessi comprende tutti i paesi dell\u2019area.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>\u00c8 il patrono che decide il comportamento che il cliente deve tenere e non c\u2019\u00e8 spazio per nessuna dialettica interna. E\u2019 il patrono che determina chi \u00e8 il nemico contro il quale il cliente deve prestare assistenza mentre la protezione verso i nemici esterni del cliente \u00e8 sempre nella disponibilit\u00e0 esclusiva del patrono.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<h2 class=\"wp-block-heading\">4.<\/h2>\n\n\n\n<p>Al di sotto di questi fenomeni appena descritti, sia pure sommariamente, agiscono due poderosi fattori di disgregazione dell\u2019ordine internazionale liberale.<\/p>\n\n\n\n<p>Negli Usa assistiamo alla rapida e progressiva radicalizzazione e polarizzazione del quadro politico che gli otto anni di presidenza Obama in parte illudono di poter comunque rintuzzare e in parte esasperano, contribuendo a suscitare quella reazione che porter\u00e0 alla prima presidenza Trump. E il meccanismo si ripete, in scala ridotta con i quattro anni di Biden. Nell\u2019Unione europea si osservano invece avanzare sentimenti anti-europei, populisti e sovranisti che forgiano gli attori anti-sistema che diventeranno sempre pi\u00f9 cruciali nei nostri giorni.<\/p>\n\n\n\n<p>Le due spinte riflettono il tradimento (percepito e parzialmente vero) della promessa di inclusione e diffusione del benessere operate dai regimi liberaldemocratici dopo la fine della Guerra fredda, divorate sull\u2019altare della globalizzazione da parte di nuove \u00e9lite economiche fameliche e sempre pi\u00f9 distanti dai valori delle tradizionali \u00e9lite politiche, il cui dato ideologico prevalente \u00e8 la furia iconoclasta <em>anti-liberal<\/em> (anti-progressista diremmo in italiano), che manifesta una assoluta volont\u00e0 di rottura rispetto alla cultura liberal\/progressista (in senso molto ampio e trasversale rispetto ai partiti e agli schieramenti politici) responsabile di aver forgiato l\u2019ordine internazionale post-bellico e influenzato pesantemente anche le diverse \u00e9lite politiche nazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Come sempre accade, l\u2019ascesa di queste \u00e9lite economiche ha fornito materiale per l\u2019elaborazione ideologica da parte di quelle contro-\u00e9lite politiche fino a quel momento emarginate dal discorso pubblico, o comunque pi\u00f9 marginali rispetto al dibattito principale, in gran parte collocate sul lato destro dello schieramento proprio in virt\u00f9 del fatto che l\u2019asse mediano della politica inclinava sul centro-sinistra, soprattutto con la fine della Guerra fredda. Questa collocazione nello spazio politico-culturale della destra forniva una tangibile rassicurazione che il nuovo discorso politico non avrebbe messo in discussione la propriet\u00e0 privata, la legittimit\u00e0 dei profitti e la santit\u00e0 dell\u2019iniziativa individuale. \u00c8 proprio tale saldatura con una dimensione rilevante della cultura delle \u00e9lite globaliste che ha spostato verso destra il quadro complessivo del dibattito pubblico e delle idee presentabili.<\/p>\n\n\n\n<p>Un simile processo non presenta un andamento lineare, n\u00e9 \u00e8 figlio di una regia originaria o di un disegno coerente. Ma nel suo dipanarsi offre opportunit\u00e0 di alleanze tattiche e chance di impossessarsi della leadership, potendo magari piegare ai propri specifici interessi il discorso politico, la narrazione, dirottandolo o modificandolo sia a livello domestico sia a livello internazionale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>Si tratta di capire che la continuit\u00e0 nella linea di politica estera filoamericana, quando il quadro complessivo cambia e la stessa politica americana subisce un radicale ribaltamento, non \u00e8 una manifestazione di coerenza ma di debolezza di pensiero strategico.<\/p><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Musk \u00e8 per pi\u00f9 di un aspetto il campione di quanto stiamo dicendo. La sua forza \u00e8 intimamente legata alla dimensione globale dei mercati sui quali ha costruito le diverse tappe e i diversi settori della sua fortuna. Eppure, si presenta come campione delle forze populiste e sovraniste che vorrebbero vendicare i vinti della globalizzazione, quelli lasciati indietro dal medesimo processo che ha segnato il trionfo dell\u2019uomo pi\u00f9 ricco del pianeta. Ha uno stile di vita decisamente non tradizionale, mentre sostiene i movimenti reazionari in giro per il mondo. \u00c8 un alfiere dell\u2019imperialismo Usa e intanto appoggia l\u2019appeasement con la Russia. Si professa libertario ma \u00e8 il nemico programmatico di un\u2019idea di Occidente basata sul triangolo liberale composto da democrazia rappresentativa, economia di mercato e societ\u00e0 aperta.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono dunque soprattutto considerazioni di politica interna americana \u2013 la volont\u00e0 di Trump di affermare una supremazia senza limiti del potere esecutivo, con accentuazioni personalistiche di stampo sudamericano nel tentativo di realizzare un cambiamento permanente del quadro politico domestico \u2013 a far ritenere che la sua amministrazione proseguir\u00e0 nei prossimi quattro anni quanto mostrato nei primi trenta giorni.<\/p>\n\n\n\n<p>Se cos\u00ec stanno le cose, l\u2019Europa deve rapidamente attrezzarsi per provvedere alla sua sicurezza anche nel caso del venire meno del sostegno Usa. \u00c8 un percorso costoso, impegnativo e, anche, impopolare. Ma obbligato, se vogliamo far s\u00ec che l\u2019Unione sopravviva. Ed \u00e8 proprio la sopravvivenza dell\u2019Unione, e il suo rafforzamento anche istituzionale, la condizione necessaria per la tutela della libert\u00e0, della democrazia, della sovranit\u00e0 e del benessere dei singoli Stati-membri. Un rafforzamento che diventa ancora pi\u00f9 decisivo, qualora la situazione dell\u2019Ucraina dovesse degenerare. Rispetto alla formazione politico-ideologica di Meloni e dei diversi sovranisti presenti in Europa, si tratta di compiere una vera e propria inversione di marcia nell\u2019atteggiamento fin qui tenuto nei confronti della prospettiva di una statualit\u00e0 europea pi\u00f9 effettiva (obiettivo pi\u00f9 volte ribadito da Mario Draghi). In termini pi\u00f9 immediati, si tratta di capire che la continuit\u00e0 nella linea di politica estera filoamericana, quando il quadro complessivo cambia e la stessa politica americana subisce un radicale ribaltamento, non \u00e8 una manifestazione di coerenza ma di debolezza di pensiero strategico. L\u2019emergere di foschi discorsi intorno al cosiddetto \u00abcorridoio di Kaliningrad\u00bb, per assicurare il collegamento della exclave russa alla Bielorussia, oltre a ricordare sinistramente un altro corridoio \u2014 quello di Danzica, nel 1939 \u2014 ci ammonisce sulla necessit\u00e0 e urgenza di mutare i nostri indirizzi per adeguarli ai tempi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Affidarsi alla speranza che le parole di Trump siano dettate solo o prevalentemente da una sorta di strategia negoziale da bullo, o sperare che tra quattro anni le relazioni transatlantiche possano tornare al sereno, credo sia un pericoloso \u2014 e temo suicida \u2014 esercizio.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Roma come Washington. Trump come Cesare. Vance come Augusto. 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