{"id":2830,"date":"2021-11-25T12:37:52","date_gmt":"2021-11-25T12:37:52","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=2830"},"modified":"2021-11-25T12:42:10","modified_gmt":"2021-11-25T12:42:10","slug":"lera-dei-rivoluzionari-senza-rivoluzione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/11\/25\/lera-dei-rivoluzionari-senza-rivoluzione\/","title":{"rendered":"L’era dei rivoluzionari senza rivoluzione"},"content":{"rendered":"\n
Lo scontento sociale si diffonde nei paesi in via di sviluppo, ma non solo. La crisi del COVID-19 si sta trasformando da crisi sanitaria, sociale ed economica a crisi politica. Tuttavia, lo scontento sottostante alla pandemia non \u00e8 esclusivamente frutto di quest\u2019ultima; piuttosto, dell\u2019onda lunga generata dalla crescente instabilit\u00e0 politica e dalle fratture sociali messe a nudo sin dalla crisi finanziaria del 2008-09, all\u2019origine della sequela di proteste violente del 2019. In questo articolo, sosteniamo che la risposta allo scontento dovrebbe essere priorit\u00e0 dei governi nazionali, ma anche delle istituzioni multilaterali, che devono urgentemente rafforzare e trasformare la cooperazione internazionale, assolutamente necessaria per affrontare le minacce globali. <\/p>\n\n\n\n
Lo spettro dello scontento comprende un\u2019ampia gamma di dissidenti, ognuno insoddisfatto a modo suo. In prima approssimazione, possiamo definire scontento come il risultato di una frustrazione collettiva nata da aspettative non soddisfatte, vulnerabilit\u00e0 e ingiustizie – sentimenti facili da capire ma difficili da misurare. Inoltre, i sintomi dello scontento si manifestano in modo pi\u00f9 o meno palese: dalle proteste nelle piazze, che costituiscono la sua manifestazione pi\u00f9 ovvia, al calo dell\u2019affluenza alle urne, della fiducia nei governi e del sostegno alla democrazia. Sintomi che suggeriscono la necessit\u00e0 di un cambiamento profondo dei sistemi che governano le societ\u00e0. L\u2019ampia gamma di dissidenti diventa dunque difficile da confrontare e da classificare, data la sua eterogeneit\u00e0: da un lato, dei rumorosi rivoluzionari senza rivoluzione; dall\u2019altro degli invisibili senza legami, silenziosamente assordanti.<\/p>\n\n\n\n
L\u2019aumento dello scontento non \u00e8 un fenomeno fugace n\u00e9 marginale. Certo, si potrebbe obiettare che una certa \u201cturbolenza\u201d sia una caratteristica ricorrente della societ\u00e0, soprattutto nei periodi difficili. Tuttavia, ci\u00f2 che \u00e8 particolarmente problematico per quel che riguarda l\u2019odierno scontento, \u00e8 che la sua natura e magnitudo<\/em> confondono e perturbano i tradizionali meccanismi utilizzati per affrontare le tensioni sociali, generando cos\u00ec un circolo vizioso che, intensificando le sfide, indebolisce le societ\u00e0. In questo articolo, esamineremo come lo scontento di oggi laceri la coesione sociale e prosciughi il consenso necessario per fronteggiare le disfunzioni che lo hanno generato. Esporremo in seguito diverse opzioni volte a ravvivare l\u2019azione collettiva, sia al livello nazionale che internazionale; ben consapevoli che le cause, le conseguenze e la cacofonia dello scontento riecheggiano in uno dei peggiori momenti possibili <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n Il Cile <\/a>\u00e8 emblematico non solo per il discernimento delle complessit\u00e0 dello scontento, ma anche per comprenderne il potenziale. Un aumento del costo del biglietto della metropolitana nella capitale di Santiago nell’ottobre 2019 ha scatenato proteste a livello nazionale, che si sono poi diffuse a macchia d\u2019olio in altri paesi latinoamericani. I manifestanti non hanno solo richiesto un miglioramento radicale nell\u2019assistenza sanitaria, nell\u2019istruzione e nel sistema pensionistico, ma anche un nuovo sistema di governo per la societ\u00e0 cilena. “Non sono 30 pesos, sono 30 anni” hanno proclamato, riferendosi alla costituzione dell’era Pinochet che, a detta loro, ha bloccato il paese in un modello economico e politico incapace di garantire ai cittadini ci\u00f2 che volevano. Cos\u00ec, nel 2021\/2022, sar\u00e0 redatta una nuova costituzione: e non dai politici dell’ancien regime<\/em>, ma da un’assemblea composta in gran parte da outsiders<\/em>. <\/p>\n\n\n\n Ci\u00f2 che \u00e8 particolarmente problematico per quel che riguarda l\u2019odierno scontento \u00e8 che la sua natura e magnitudo<\/em> confondono e perturbano i tradizionali meccanismi utilizzati per affrontare le tensioni sociali, generando cos\u00ec un circolo vizioso che, intensificando le sfide, indebolisce le societ\u00e0.<\/p>MARIO PEZZINI, ALEXANDER PICK<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n La discrepanza tra causa ed effetto mostra come l’interazione fra eventi attuali, rancori latenti e ingiustizie radicate stia producendo risultati che non corrispondono direttamente n\u00e9 sono proporzionali alla scintilla iniziale. In Cile e altrove sembra esserci una crescente convinzione che le persone elette ed i partiti che esse rappresentano, cos\u00ec come gli stessi sistemi economici e politici in cui operano le societ\u00e0, non siano pi\u00f9 in grado di dare i risultati attesi dai cittadini.<\/p>\n\n\n\n Comprendere le aspettative e le vulnerabilit\u00e0 della gente \u00e8 fondamentale per poter trattare le loro frustrazioni <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Ciononostante, i quadri concettuali e analitici prevalenti non sono riusciti a prevedere, prima dell\u2019implosione, i disordini in grembo a diversi paesi, quali il Cile, l\u2019Ecuador, la Tunisia, la Tailandia, l\u2019Algeria o il Senegal. Il Cile rappresenta una delle economie pi\u00f9 sviluppate dell’America Latina; i tradizionali indicatori economici della Tunisia pre-primavera araba non davano alcun motivo di allarme; entrambi i paesi sono stati a lungo considerati tra i pi\u00f9 stabili nelle loro rispettive regioni. Ma se si fossero ascoltati direttamente i cittadini, se ne sarebbe potuta trarre un\u2019analisi diversa. Nel 2018, solo il 64% dei cileni era soddisfatto della propria vita <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>, la seconda percentuale pi\u00f9 bassa in America Latina; circa il 44% sentiva di non riuscire ad arrivare a fine mese e il 51% era preoccupato di perdere il lavoro nei prossimi 12 mesi. Solo l’8% degli intervistati riteneva che la distribuzione del reddito fosse equa, la percentuale pi\u00f9 bassa in una regione molto disuguale.<\/p>\n\n\n\n Questa storia di vulnerabilit\u00e0, ingiustizia e infelicit\u00e0 non si limita al Cile. Sempre nel 2018, in Africa sub-sahariana, la percentuale della popolazione che “viveva comodamente” o “tirava avanti” era inferiore al 40%; in America Latina e nei Caraibi, in Medio Oriente e Nord Africa, poco pi\u00f9 della met\u00e0 della popolazione riusciva ad arrivare a fine mese. In entrambi i casi, dei dati in calo rispetto al decennio precedente <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Questo prima della pandemia di COVID-19, che ha esacerbato drasticamente tale vulnerabilit\u00e0. Una maggiore attenzione agli indicatori soggettivi avrebbe messo in guardia i governi sul divario esistente tra gli indicatori economici tradizionali e le percezioni dei cittadini <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>. <\/p>\n\n\n\n L\u2019emergere dello scontento negli ultimi anni, in particolare nei paesi in via di sviluppo, costituisce probabilmente un enigma per i sostenitori del PIL come indicatore incontestabile<\/em>: <\/em>perch\u00e9 la gente dovrebbe essere infelice se non \u00e8 mai stata cos\u00ec bene? Il PIL \u00e8 cresciuto quasi ininterrottamente in tutto il mondo nei tre decenni pre-COVID-19. Una crescita spiccata soprattutto nei paesi in via di sviluppo, che ha contribuito a cambiamenti significativi della geografia economica mondiale. Sono quattro gli elementi chiave spesso citati per sciogliere tale paradosso. In primis,<\/em> \u00e7a va sans dire<\/em>, la disuguaglianza di reddito; in secondo luogo, il fatto che, in molti casi, la crescita del benessere non sia aumentata allo stesso ritmo di quella del reddito <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>, ampliando cos\u00ec le diseguaglianze infra-societarie. Il terzo elemento \u00e8 la pressione sulla forza lavoro globale: la globalizzazione e i progressi tecnologici hanno indebolito le prospettive e la sicurezza del lavoro di tutti, eccetto i lavoratori pi\u00f9 qualificati ed i rentiers<\/em>. Il quarto \u00e8 la crescente consapevolezza del catastrofico deterioramento ambientale, che conduce l’umanit\u00e0 sull’orlo della sesta estinzione di massa.<\/p>\n\n\n\n L\u2019emergere dello scontento negli ultimi anni, in particolare nei paesi in via di sviluppo, costituisce probabilmente un enigma per i sostenitori del PIL come indicatore incontestabile<\/em>: <\/em>perch\u00e9 la gente dovrebbe essere infelice se non \u00e8 mai stata cos\u00ec bene?<\/p>MARIO PEZZINI, Alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Nonostante un consenso stia emergendo rispetto al contributo di questi diversi elementi all\u2019odierno scontento, esso lascia diverse domande in sospeso: perch\u00e9, dopo decenni in cui i fenomeni materiali si sono strutturati come possenti forze \u201cgeo-logiche\u201d, lo scontento sta diventando, solo ora, sempre pi\u00f9 visibile ed esplosivo? E perch\u00e9 le crescenti schiere di insoddisfatti non utilizzano le tradizionali modalit\u00e0 politiche e di comunicazione per esprimere la loro voce ed il loro dissenso?<\/p>\n\n\n\n Per quel che riguarda la tempistica, l’evoluzione dello scontento non \u00e8 sembra accorarsi direttamente all’intensit\u00e0 delle sue cause strutturali e latenti. Segue piuttosto una dinamica apparentemente imprevedibile<\/em>: talvolta frutto di fenomeni politici come i movimenti sociali, il cambiamento delle percezioni prevalenti della gente e la perdita di fiducia nella narrazione proposta dagli attori politici esistenti – in particolare i cosiddetti progressisti. Di conseguenza, lo scontento pu\u00f2 rimanere dormiente per un lungo periodo di tempo tra tra coloro che sono rimasti indietro nel miglioramento generale degli standard di vita di un dato luogo, per poi esplodere improvvisamente; o, invece, manifestarsi in quanto exit<\/em> dal sistema politico, con un calo a lungo termine dell\u2019affluenza alle urne. <\/p>\n\n\n\n Un punto chiave rispetto allo scontento ed al suo tempismo \u00e8 che non riguarda mai esclusivamente il presente. Gli “esclusi” di un\u2019economia in crescita possono tollerare le disuguaglianze, se pensano che presto progrediranno a loro volta <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>; al contempo, assisteremo ad un probabile disordine sociale se un gruppo abbastanza grande di questi stessi \u201cesclusi\u201d si stancasse di aspettare il proprio turno, o si auto percepisse come sistematicamente svantaggiato. Allo stesso modo, lo scontento potrebbe ribollire fra coloro che, contrariamente agli \u201cesclusi\u201d, hanno inizialmente beneficiato dei guadagni economici di una societ\u00e0, il quale progresso si \u00e8 poi, per quel che li riguarda, rallentato o addirittura invertito, provocando una profonda frustrazione. \u00c8 il caso delle “classi medie” in molti paesi in via di sviluppo <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>: se le loro aspettative si sono moltiplicate nel corso di decenni di impressionante crescita economica, oggi non riescono ancora ad arrivare a fine mese, e rischiano di ricadere nella povert\u00e0 estrema. In alcuni casi, queste classi medie non costituiscono lo zoccolo duro della liberal democrazia \u2013 cos\u00ec come ipotizzato dalle dottrine politiche liberali; ma piuttosto un terreno fertile per regimi populisti e autoritari. Nel caso in cui queste due figure sociali \u2013 gli \u201cesclusi\u201d e le classi medie precarie \u2013 convergano verso una causa comune, la protesta potrebbe avere una forza particolarmente potente. <\/p>\n\n\n\n Per quanto riguarda le modalit\u00e0 di espressione dello scontento, esse sono collegate ad almeno tre fattori che contribuiscono al rapido disfacimento dei legami che uniscono le societ\u00e0. <\/p>\n\n\n\n In primo luogo, l’indebolimento dei corpi intermedi. Questi ultimi possono essere considerati come il fondamento della societ\u00e0 civile: assicurano fiducia, reciprocit\u00e0 e solidariet\u00e0 tra vicini, colleghi e comunit\u00e0; forniscono il principale canale di aggregazione degli interessi delle persone, e il mezzo tramite il quale esprimono la loro voce. Sono stati riconosciuti come vitali per il funzionamento della democrazia da molti, da Tocqueville a Putnam. Lo stesso Gramsci vide nella societ\u00e0 civile, con i suoi molteplici attori e prospettive, un terreno fertile per la trasformazione ed un nuovo pensiero sociale. Eppure i corpi intermedi si stanno riducendo drammaticamente, lasciando gli individui oggi sempre pi\u00f9 soli, anche se sembrano pi\u00f9 connessi. L’adesione ai sindacati \u00e8 in declino e i partiti politici sono sempre pi\u00f9 lontani dalla propria base. Nel frattempo, la fiducia interpersonale si indebolisce, raggiungendo livelli particolarmente bassi nei paesi in via di sviluppo. La proporzione di persone con amici o familiari su cui contare nei momenti di difficolt\u00e0 \u00e8 diminuita; dall\u2019inizio degli anni 2000, le persone in tutto il mondo sono sempre pi\u00f9 preoccupate, stressate e arrabbiate, riflettendo una crescente tracollo della salute mentale ed un rafforzamento dell\u2019anomia <\/span>9<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n L’evoluzione dello scontento segue una dinamica apparentemente imprevedibile: talvolta frutto di fenomeni politici come i movimenti sociali, il cambiamento delle percezioni prevalenti della gente e la perdita di fiducia nella narrazione proposta dagli attori politici esistenti – in particolare i cosiddetti progressisti.<\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n In secondo luogo, <\/strong>la frammentazione delle identit\u00e0 politiche e la tendenza dei sistemi politici a irrigidirsi nel mantenimento dello status quo<\/em> invece che risolvere le disuguaglianze hanno creato una crisi di mediazione e rappresentazione. In un mondo in cui il vuoto ideologico \u00e8 riempito da questioni di identit\u00e0, i valori e i punti di vista non possono che divergere verso gli estremi, dando vita alle cosiddette guerre culturali, e rendendo sempre pi\u00f9 difficile il raggiungimento di un accordo sul come affrontare un dato problema \u2013 o persino sull\u2019esistenza stessa di un problema. Nel frattempo, una politica del tipo “winner-takes-all” (ovvero, quando le \u00e9lite economiche dominano anche la vita politica) ha generato una politica percepita come funzionante solo per una piccola porzione privilegiata della popolazione \u2013 ergo, l\u2019anatema dei sistemi democratici per eccellenza. C\u2019e\u2019 poco di sorprendente, dunque, nell\u2019emergere di movimenti politici populisti ed etno-nazionalisti, che sfidano lo status quo e sfruttano la polarizzazione sociale parlando ad una grossa parte dei gruppi sistematicamente emarginati della popolazione. <\/p>\n\n\n\n In terzo luogo, uno stile populista <\/span>10<\/sup><\/a><\/span><\/span> <\/strong>pervade lo spettro dei discorsi politici, stabilendo una serie di concetti puntuali e ricorrenti (anti-migrazione, la figura del nemici, il ruolo del leader, ecc.) che svalutano il discorso politico, rendendo sempre pi\u00f9 difficile la costruzione di una narrazione consensuale e di un’azione collettiva. Le piattaforme dei social media rafforzano la polarizzazione, creando le cosiddette echo chambers,<\/em> che personalizzano le informazioni degli utenti, allineandole alle loro convinzioni pregresse <\/span>11<\/sup><\/a><\/span><\/span>. \u00c8 importante notare, per\u00f2, che la frammentazione dell’informazione non implica una perdita di controllo da parte dei gruppi mediatici pi\u00f9 potenti: una maggiore concentrazione del mercato ha permesso ad alcune di essi di diventare notevolmente pi\u00f9 potenti negli ultimi anni, garantendo loro un’enorme influenza nel determinare ci\u00f2 che costituisce una notizia e come l’attualit\u00e0 dovrebbe essere intesa.<\/p>\n\n\n\n I governi, che si apprestano a rispondere allo scontento e, pi\u00f9 in generale, ad avviare una ripresa sostenibile post-pandemia, si trovano oggi di fronte ad una sfida schiacciante, data la profondit\u00e0 delle fratture sociali, la consistenza delle fratture sistemiche e l\u2019ampia dimensione delle proteste. Ritornare al business as usual<\/em> non otterrebbe alcun risultato. Le cause dello scontento non possono essere trattate in modo puntuale dai responsabili politici, come se ognuna di esse si limitasse ad un gruppo di persone ristretto, isolato e facilmente identificabile. Piuttosto, essi devono confrontarsi con una sorta di intractable trade-offs, <\/em>declinati in modi di pensare che non sembrano permettere delle soluzioni immediate. Un esempio ben noto \u00e8 l\u2019aumento delle tasse sul carburante, inteso a contribuire alla riduzione delle emissioni di carbonio. Se da un lato tale iniziativa concorre alla necessaria costruzione di una serie di politiche ambientali, dall\u2019altro infuria una fetta di popolazione a medio-basso reddito, che dipende dalla propria automobile sia per andare al lavoro, sia per accedere ai servizi, e che non si pu\u00f2 permettere di affrontare tale costo aggiuntivo. Altri trade-offs<\/em> includono, per esempio, la tassazione <\/span>12<\/sup><\/a><\/span><\/span> e le disuguaglianze di genere o di luogo. <\/p>\n\n\n\n I governi, che si apprestano a rispondere allo scontento e, pi\u00f9 in generale, ad avviare una ripresa sostenibile post-pandemia, si trovano oggi di fronte ad una sfida schiacciante, data la profondit\u00e0 delle fratture sociali, la consistenza delle fratture sistemiche e l\u2019ampia dimensione delle proteste. <\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n D\u2019altro canto, i governi non possono pensare di rispolverare semplicemente gli strumenti “tecnici” preesistenti, mirando ad obiettivi dettati dalla sola efficienza. Ovvero: sebbene la valutazione di politiche specifiche abbia un senso e richieda, fra l\u2019altro, un maggiore sforzo da parte dei governi, rimane uno strumento insufficiente. Si attende invece un ritorno della politica con la P maiuscola, fatta di visioni e strategie. Ci\u00f2 che \u00e8 in gioco oggi \u00e8 pi\u00f9 di un maggior \u201cvalue for money<\/em>\u201d in alcune politiche; si tratta piuttosto dell\u2019interazione tra le politiche, della visione che traspare da una concezione onnicomprensiva delle politiche, delle strategie per ridisegnare i contratti sociali a partire da obiettivi condivisi e narrazioni convincenti. In breve, di fronte a minacce esistenziali e scelte immensamente difficili, i governi non possono cavarsela con amministrazioni efficienti che mancano per\u00f2 di una visione d\u2019insieme, limitandosi ad aspettare che arrivi una mano invisibile a proporre soluzioni di pi\u00f9 ampio respiro. Per spiegarlo con una metafora che ci \u00e8 cara: appare strano contemplare i singoli alberi senza alzare gli occhi sull\u2019insieme della foresta a cui appartengono. In questo senso, sfide della portata della crisi climatica e delle diseguaglianze odierne richiedono approcci che vadano ad affrontare e ripensare le istituzioni e i meccanismi di deliberazione che organizzano le fondamenta stesse delle nostre societ\u00e0 e delle nostre economie.<\/p>\n\n\n\n Ci sono diverse ragioni che illustrano perch\u00e9 l\u2019azione collettiva sia urgente e necessaria per affrontare lo scontento. La minaccia esistenziale della crisi climatica, ad esempio. L\u2019affronto etico delle enormi disuguaglianze tra persone e luoghi. L’imperativo politico di prevenire e contrastare la manipolazione dello scontento a favore di tendenze autoritarie \u2013 o persino fasciste – o separatiste. Gli obiettivi economici per assicurarsi che la ripresa non affronti esclusivamente i problemi generati dalla pandemia, ma anche i colli di bottiglia persistenti, le asimmetrie visibili, la segmentazione e il sottoutilizzo delle risorse rivelate dalla crisi di COVID-19, ma che erano gi\u00e0 presenti durante le crisi precedenti.<\/p>\n\n\n\n Se il “perch\u00e9” affrontare lo scontento \u00e8 ben chiaro, concentriamoci sul “chi”, sul “come” e sul “cosa” dell’azione collettiva. Il compito \u00e8, da un lato, difficile<\/em>, perch\u00e9 richiede di cambiare il consenso corrente (come sostenuto dal presidente Macron nella sua intervista con il Grand Continent<\/em><\/a>); dall\u2019altro, \u00e8 complesso<\/em>, perch\u00e9 i fattori che alimentano e direzionano lo scontento variano sia nello spazio che nel tempo. Diventa dunque impossibile proporre un singolo set<\/em> di politiche capace di trattare problemi specifici in modo generalizzato. problema . Abbozziamo invece quattro considerazioni che possono aiutare i paesi ad identificare le loro proprie soluzioni specifiche. <\/p>\n\n\n\n L\u2019attuale scontento produce una sorta di ribellioni senza rivoluzionari e in definitiva senza rivoluzioni. Lo stato dovr\u00e0 svolgere un ruolo cruciale (il principe nell\u2019Amleto<\/em>) per contribuire a riformulare le espressioni dei movimenti emersi ed evitare la possibile costituzione di basi di massa che vadano ad alimentare regimi autoritari e persino fascisti. Questo pu\u00f2 essere fatto contrastando almeno due fenomeni che esacerbano l’isolamento dei cittadini e indeboliscono la loro autonoma partecipazione politica.<\/p>\n\n\n\n Le sfide della crisi climatica e delle diseguaglianze odierne richiedono approcci che vadano ad affrontare e ripensare le istituzioni e i meccanismi di deliberazione che organizzano le fondamenta stesse delle nostre societ\u00e0 e delle nostre economie.<\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n In primo luogo, prendiamo i movimenti populisti: sebbene essi siano i sintomi di un fallimento politico e riflettano spesso lo scontento di parti importanti della popolazione, non riescono per\u00f2 ad affrontarne le cause di fondo? <\/span>13<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Questi movimenti non sembrano capaci di tradurre le espressioni sociali e culturali dello scontento\u2013 in sostanza: la loro retorica – in soggettivit\u00e0 politica che possa trasformare la realt\u00e0. Insomma, non stanno costruendo un “Principe moderno” (per parafrasare Gramsci). Indipendentemente dalle loro origini strutturali, questi movimenti, sembrano rimanere pre-politici, espressioni di forme di ribellione, privi dei mezzi necessari ad influenzare e cambiare realmente la struttura sociale e politica che tanto criticano. Mancano di quell\u2019insieme coerente di aspirazioni e rappresentazioni necessario per affrontare le complesse cause delle sfide che ereditano. Il loro punto d’appoggio – la nazione stessa – costituisce una base scarna per un’agenda politica a lungo termine. La centralizzazione del potere e gli sforzi per indebolire o aggirare le istituzioni democratiche dilata ancora di pi\u00f9 la distanza tra societ\u00e0 e stato. Probabilmente la loro azione pi\u00f9 dannosa \u00e8, comunque, la tendenza a minare la nozione di verit\u00e0 condivisa, rendendo ancora pi\u00f9 difficile che le societ\u00e0 si accordino sulla portata e la natura dei problemi. <\/span>14<\/sup><\/a><\/span><\/span>. <\/p>\n\n\n\n In secondo luogo, prendiamo la \u201cmultilevel governance<\/em>\u201d: gli stati dovrebbero \u201cappoggiare\u201d i corpi intermedi, aiutandoli a accompagnare gli individui \u201cnel torrente generale della vita sociale\u201d (per parafrasare Durkheim), creando un dialogo regolare tra la societ\u00e0 civile e lo stato, in quanto base primordiale della reattivit\u00e0, efficacia e legittimit\u00e0 statali. Purtroppo, in molti casi, l’azione degli stati ha contribuito attivamente non al rafforzamento, ma alla scomparsa dei corpi intermedi. Quegli stessi stati che hanno spesso mostrato una profonda incapacit\u00e0 di interpretare direttamente gli interessi e le percezioni della gente, ostentando un positivismo distaccato, un generico paternalismo e una profonda diffidenza verso le manifestazioni popolari cosiddette “spontanee”. La ragione risiede soprattutto nell\u2019l\u2019adesione a filosofie neoliberali semplicistiche, ma egemoniche, e con dall\u2019insistenza conservatrice sul concetto di leadership e di autorit\u00e0 dall’alto. Di conseguenza, le popolazioni con aspettative di emancipazione \u2013 giustificate da un maggiore accesso all’istruzione e da condizioni economiche almeno in parte migliori – hanno perso spazio per esprimere la propria voce, invece di guadagnarlo. Fino a quando sono scese per strada, e hanno dato luogo spontaneamente a nuove forme di solidariet\u00e0, anche se con poche possibilit\u00e0 di riconoscimento ufficiale.<\/p>\n\n\n\n I principali quesiti da porsi oggi sono: “come” possono gli stati promuovere legami di fiducia, reciprocit\u00e0, inclusione, solidariet\u00e0 e \u201cvoce\u201d dei cittadini, e allo stesso tempo migliorare il benessere degli individui? <\/span>15<\/sup><\/a><\/span><\/span> Come possono rafforzare la loro legittimit\u00e0 attraverso una politica pi\u00f9 inclusiva e flessibile, prevenendo un’ondata di scontento all’indomani del COVID-19? Come possono le burocrazie adattarsi all’odierno clima di cambiamento e di radicale incertezza, se i funzionari pubblici non sanno quale sia il risultato pi\u00f9 atteso dall’intera collettivit\u00e0? <\/p>\n\n\n\n Gli stati dovrebbero \u201cappoggiare\u201d i corpi intermedi, aiutandoli a accompagnare gli individui \u201cnel torrente generale della vita sociale\u201d, creando un dialogo regolare tra la societ\u00e0 civile e lo stato, in quanto base primordiale della reattivit\u00e0, efficacia e legittimit\u00e0 statali.<\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Certo, una migliore inclusione pu\u00f2 essere inserita nelle regole di un nuovo contratto sociale<\/a> attraverso un processo costituzionale. Gli esempi del Cile o della Tunisia dimostrano che l\u2019impegno a ridisegnare le regole fondamentali e le istituzioni che governano la societ\u00e0 pu\u00f2 essere indispensabile. Ma non sufficiente. Il processo di riforma costituzionale, previsto come soluzione ai problemi che affliggono il Cile, e che si \u00e8 poi diffuso in altri paesi negli ultimi anni, ha in molti casi rafforzato i diritti socio-economici e incoraggiato una maggiore partecipazione femminile. Eppure tale processo non \u00e8 stato universalmente positivo. I processi costituzionali non garantiscono necessariamente l\u2019effettivo rispetto dei diritti socio-economici, come l’accesso ai servizi di base e al lavoro. Alcuni regimi autoritari hanno manipolato i cambiamenti costituzionali per limitare gli impulsi democratici. Anche in contesti democratici, gruppi di potere hanno esercitato un’influenza sproporzionata sulla costruzione della costituzione. \u00c8 ancora troppo presto per sapere se le recenti riforme costituzionali contribuiranno a fornire soluzioni durature ai fenomeni all\u2019origine dello scontento, oppure no. <\/p>\n\n\n\n Ci\u00f2 che appare indispensabile, con o senza processi costituzionali, \u00e8 la costruzione di una visione nazionale condivisa e di una strategia conseguente. Tale processo potrebbe articolarsi attorno alla costruzione dei cosiddetti Piani di Sviluppo. Se il numero di paesi che modificano le proprie costituzioni \u00e8 cresciuto negli ultimi anni, \u00e8 cresciuto anche il numero di paesi che definiscono strategie nazionali di sviluppo: da 62 nel 2006 a 134 nel 2018. Pi\u00f9 dell’80% della popolazione mondiale vive in un paese con un piano di sviluppo nazionale, un numero destinato ad aumentare ulteriormente se si considerano gli attuali piani di ripresa post-pandemica. <\/p>\n\n\n\n Questi piani hanno il potenziale per essere molto pi\u00f9 di una tabella di marcia verso un futuro desiderato dall’amministrazione al potere in un dato momento. Possono essere inclusivi sia nei fini che nei mezzi: se l\u2019obiettivo finale \u00e8 l\u2019elaborazione di una visione condivisa del futuro, il modus operandi<\/em>, ovvero il processo di negoziazione di tale visione, costituisce un\u2019opportunit\u00e0 di espressione e di ascolto di un\u2019ampia gamma di voci della societ\u00e0, con la creazione di nuovi e rinnovati meccanismi di deliberazione al fine di \u201cdemocratizzare la democrazia\u201d. I piani potrebbero anche essere un modo per lo Stato di provare a funzionare come \u201cun’organizzazione che apprende\u201d (a learning-organisation<\/em>): promuovere “esperimenti” decentralizzati per usarela voce e le competenze dei cittadini attraverso le autorit\u00e0 locali, imparare monitorando quale approccio funziona meglio, e riferire regolarmente sui progressi nel raggiungere gli obiettivi pre-concordati (Sabel e Simon, 2009). Questo modo di ridefinire i piani – questa “pianificazione negoziata” – differisce sostanzialmente dalle esperienze attuate negli anni ’60, che erano di natura top down<\/em>.<\/p>\n\n\n\n Una terza considerazione \u00e8 il “cosa”. Una strategia dovrebbe essere un mix coerente di politiche e la loro sequenza. Quali potrebbero essere tali questioni politiche specifiche e in quale ordine dovrebbero dunque essere messe in avanti? Un elemento irrazionale, sebben presente, \u00e8 insistere sul fatto che i paesi in via di sviluppo, per svilupparsi, dovrebbero adottare una vasta gamma di standard politici derivati dalle pratiche consolidate nei paesi sviluppati. Ora, gli standard sono spesso in realt\u00e0 il risultato, pi\u00f9 che l\u2019origine, dello sviluppo. Inoltre, i paesi in via di sviluppo devono affrontare persistenti asimmetrie, colli di bottiglia, trappole dello sviluppo: tutti elementi specifici ai diversi contesti, e che non possono essere trattati imitando le pratiche dei paesi sviluppati. Le politiche che combinino efficienza economica, inclusivit\u00e0 e un’ampia partecipazione dovrebbero essere prioritarie per fronteggiare gli impedimenti strutturali e sfuggire alle trappole causate da bassa produttivit\u00e0, istituzioni deboli e vulnerabilit\u00e0 sociale. <\/p>\n\n\n\n Una migliore inclusione pu\u00f2 essere inserita nelle regole di un nuovo contratto sociale<\/a> attraverso un processo costituzionale. <\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Ad esempio, la maggior parte dei paesi in via di sviluppo non \u00e8 in grado di sostenere la crescita delle micro, piccole e medie imprese, anche se queste rappresentano la stragrande maggioranza dell\u2019attivit\u00e0 economica. Lo sviluppo economico di questi paesi non opera dunque al pieno del suo potenziale. Le piccole imprese continuano a lavorare in modo isolato, senza avere alcun ruolo nell\u2019economia formale. Al tempo stesso, nei paesi sviluppati – ma anche in alcuni paesi in via di sviluppo – vi sono reti di piccole imprese e forme avanzate di sub-fornitura che utilizzano alcuni tratti delle comunit\u00e0 tradizionali per favorire l’industrializzazione locale (o di servizi turistici) e fare in modo che sia sostenibile, moderna e pi\u00f9 egualitaria. La condizione \u00e8 che vi siano politiche di sostegno e servizi reali alle imprese. La fiducia, il senso di appartenenza a una comunit\u00e0 e il know-ho<\/em>w si combinano allora per permettere alle imprese di espandere le loro operazioni, sfruttando bassi costi di transazione ed una migliore integrazione nelle catene di valore. <\/span>16<\/sup><\/a><\/span><\/span><\/p>\n\n\n\n Lo scontento \u00e8 un fenomeno che sfida la nozione di scala pertinente. Nel mondo interconnesso di oggi, lo scontento al di fuori dei confini di un paese pu\u00f2 avere un profondo effetto sugli eventi all’interno dei suoi confini. La primavera araba fornisce un esempio evidente, cos\u00ec come il rapido propagarsi delle proteste popolari attraverso tutta l’America Latina nel 2019. Aggiungiamo anche le tensioni nel Sahel, che sono spesso interpretate secondo i canoni delle guerre tradizionali, ma la cui origine deriva da questioni di sicurezza sociale, tra cui la sicurezza alimentare, le pestilenze e la siccit\u00e0. O il fallimento ventennale della comunit\u00e0 internazionale in Afghanistan.<\/a> Questi fenomeni possono essere difficilmente interpretati tramite la tradizionale logica westfaliana della sovranit\u00e0 statale, plasmata da relazioni e confronti internazionali tra potenze. Eppure hanno accresciuto le tensioni politiche, plasmato l’agenda internazionale, ed esposto le fratture della governance globale. La forte dimensione internazionale di questi eventi non pu\u00f2 essere affrontata senza la cooperazione internazionale. Ma la cooperazione internazionale \u00e8 all’altezza del compito? <\/p>\n\n\n\n La cooperazione internazionale \u00e8 evidentemente minata da pressioni nazionalistiche, che promuovono il bilateralismo tra “amici”. L’instabilit\u00e0 politica, associata allo scontento, spesso spinge i governi a concentrarsi su preoccupazioni interne a breve termine. Se le dimostrazioni di forza di una volta restano rare, un certo numero di leader populisti ha unito a tendenze isolazioniste un comportamento poco diplomatico nei confronti dei tradizionali rivali o dei critici della comunit\u00e0 internazionale. Hanno persino eretto muri (non sempre figurati) tra loro e gli altri paesi, o si sono ritirati dagli accordi internazionali con la motivazione che essi rappresenterebbero un “cattivo affare” per il loro popolo.<\/p>\n\n\n\n Tuttavia, solo un’analisi molto incompleta della governance<\/em> globale potrebbe incolpare la sola politica interna per le inefficienze del multilateralismo. La cooperazione internazionale \u00e8 minata da sfide che concernono i suoi obiettivi, i suoi strumenti e suoi sistemi di governance,<\/em> che influenzano la capacit\u00e0 di affrontare le cause e gli esiti dello scontento.<\/p>\n\n\n\n Le ambizioni del sistema multilaterale sono state rafforzate dagli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (OSS), ma l’impegno \u00e8 stato debole e il progresso lento, anche prima della pandemia. Definiti nel 2015, gli OSS hanno rappresentato un gradito riorientamento del sistema multilaterale intorno all’idea che la crescita economica e lo sviluppo, sebbene connessi, non sono sinonimi: la crescita deve essere inclusiva<\/em> e sostenibile,<\/em> in modi che affrontino molte delle cause dello scontento qui sopra discusse.<\/p>\n\n\n\n La cooperazione internazionale \u00e8 evidentemente minata da pressioni nazionalistiche, che promuovono il bilateralismo tra “amici”.<\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Viceversa, negli ultimi tre decenni, l’interconnessione economica \u00e8 stata una caratteristica distintiva della crescita globale. Durante questi anni, le interruzioni, gli squilibri e gli ampi cambiamenti socialiassociati a tale interconnessione – insieme alle conseguenze ambientali della crescita economica, sono stati ampiamente trascurati – anche se rappresentano una delle principali cause dell\u2019aumento dello scontento. Questi effetti avrebbero potuto essere mitigati se i sistemi multilaterali avessero offerto una maggiore protezione alle persone e all’ambiente, contro le richieste e i capricci dei mercati globali.<\/p>\n\n\n\n In effetti, l’era di Bretton Woods, che dur\u00f2 dal 1945 fino ai primi anni ’70, riusc\u00ec a conciliare una maggiore apertura economica con l’accettazione del fatto che i paesi dovessero proteggere i posti di lavoro e sviluppare le industrie nazionali e allo stesso tempo costruire sistemi di welfare<\/em> per sostenere coloro che non riuscivano a trovare il loro posto in un’economia in cambiamento. Ma, una volta crollato il cosiddetto modello di liberalismo integrato<\/em>,, i principi del laissez-faire <\/em>hanno preso piede. Alle forze di mercato – lasciate libere dalla liberalizzazione dei flussi di capitale – \u00e8 stato permesso di calpestare le protezioni sociali e ambientali considerate, da Karl Polanyi e altri, essenziali per la salute delle societ\u00e0.<\/p>\n\n\n\n Queste considerazioni introducono una seconda sfida, che riguarda gli attuali strumenti della cooperazione allo sviluppo. La cooperazione \u00e8 pi\u00f9 che mai indispensabile, ma le forme tradizionali di assistenza sembrano rinchiuse in strutture obsolete che possono essere inefficaci nell’affrontare lo scontento, e potrebbero addirittura finire per alimentarlo <\/span>17<\/sup><\/a><\/span><\/span>. La distribuzione degli aiuti, per esempio, rimane basata sui livelli di PIL-GNI; questo nonostante gli OSS dovrebbero orientare la cooperazione internazionale <\/span>18<\/sup><\/a><\/span><\/span> verso una serie pi\u00f9 ampia di misure di sviluppo – quelle che sono spesso al centro delle richieste dei manifestanti – e verso un insieme pi\u00f9 ampio di paesi, compresi quelli in cui lo scontento \u00e8 pi\u00f9 visibile, molti dei quali sono paesi a medio reddito. <\/p>\n\n\n\n Un altro esempio \u00e8 che il grosso della discussione si concentra spesso sugli aiuti, invece di focalizzarsi sullo sviluppo di altri possibili strumenti di cooperazione. Questo non significa negare che un grande volume di “risorse finanziarie per lo sviluppo” sia indispensabile. Al contrario: i costi per superare il COVID-19 e affrontare in modo significativo la crisi climatica richiedono un notevole aumento dei fondi di cooperazione – ben oltre la timida reazione alla pandemia da parte della cooperazione allo sviluppo ufficiale, accompagnata dalla mancanza di partecipazione di alcuni paesi. I paesi meno sviluppati sono sostenuti in maniera molto debole, mentre molti paesi a medio reddito che si trovano ad affrontare importanti trappole dello sviluppo sono esclusi del tutto dagli aiuti. <\/p>\n\n\n\n L’era di Bretton Woods riusc\u00ec a conciliare una maggiore apertura economica con l’accettazione del fatto che i paesi dovessero proteggere i posti di lavoro e sviluppare le industrie nazionali e allo stesso tempo costruire sistemi di welfare<\/em> per sostenere coloro che non riuscivano a trovare il loro posto in un’economia in cambiamento. <\/p>mario pezzini, alexander pick <\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Il punto \u00e8 piuttosto che, a parte le risorse finanziarie, non ci si concentra abbastanza sulla costruzione di capacit\u00e0 in tema di politiche pubbliche e sui partenariati per gli investimenti, laddove entrambi dovrebbero essere una parte fondamentale della risposta allo scontento riguardo ai servizi pubblici e ai posti di lavoro. Un nuovo consenso su un multilateralismo rinnovato non dovrebbe cercare di prescrivere standard e influenzare i paesi in via di sviluppo attraverso una complicata architettura finanziaria legata inoltre alla condizionalit\u00e0, ma piuttosto dovrebbe mirare a promuovere un dialogo politico strutturato e la sperimentazione e l\u2019apprendimento tra “pari”, attraverso il monitoraggio dei programmi sperimentati. Abbiamo bisogno di interazioni ripetute e strutturate affinch\u00e9 i paesi possano discutere e confrontare, da pari a pari, le strategie nazionali, regionali e globali. Il risultato potrebbe assomigliare a quello che l’OCSE ha messo in atto per i suoi membri dopo la seconda guerra mondiale <\/span>19<\/sup><\/a><\/span><\/span> e la fine del Piano Marshall, ma in modi diversi e per gruppi pi\u00f9 ampi di paesi e regioni. <\/p>\n\n\n\n Un ulteriore esempio ha a che fare con la mancanza di coordinamento tra le pratiche tradizionali di cooperazione allo sviluppo e le significative iniziative forgiate dai paesi del Sud – indipendentemente dal loro livello di sviluppo. Nonostante l’aumento del volume e della visibilit\u00e0 della cooperazione del Sud, le istituzioni del Nord sembrano a disagio nel discutere le prospettive provenienti dal Sud del globo. Insistono piuttosto sul fatto che gli attori del Sud debbano adottare standard definiti in passato, senza la loro partecipazione. La ripresa economica post-COVID-19 potrebbe essere un’opportunit\u00e0 per riconoscere e discutere i diversi approcci, e affrontare cos\u00ec le pressioni delle piazze conto l\u2019acquiescenza dei governi del Sud al modus operandi<\/em> della cooperazione e delle organizzazioni multilaterali tradizionali.<\/p>\n\n\n\n Una terza sfida riguarda la legittimit\u00e0 dei “tavoli” dove si decide la natura e il volume dei fondi per lo sviluppo. Per quanto strano possa sembrare, essi riuniscono solo i donatori tradizionali <\/span>20<\/sup><\/a><\/span><\/span>, senza alcuna partecipazione strutturata dei paesi in via di sviluppo \u2013 ovvero di coloro che ricevono effettivamente tali fondi <\/span>21<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Negli ultimi 25 anni, questo squilibrio di potere \u00e8 diventato incoerente con il crescente peso economico e politico dei paesi emergenti e con la conoscenza contestuale che i paesi in via di sviluppo hanno per affrontare le proprie specifiche problematiche e i propri obiettivi di sviluppo. Cos\u00ec, incapaci di ottenere un posto nei fora multilaterali stabiliti – e perseguendo modelli economici ritenuti diversi da quelli del Nord – i paesi in via di sviluppo stanno creando le proprie istituzioni affinch\u00e9 funzionino in parallelo con i tradizionali guardiani della cooperazione internazionale.<\/p>\n\n\n\n Le questioni di legittimit\u00e0 si applicano non solo all’equilibrio tra paesi del Nord e del Sud, ma anche ad altri attori come regioni, citt\u00e0, sindacati, imprese, ONG, istituzioni filantropiche e simili. Sfide come la crisi climatica non possono essere lasciate all\u2019esclusiva soluzione del mercato. La gente spesso protesta per il ruolo delle imprese multinazionali, come dimostrano in modo eloquente le recenti iniziative sulle tasse. Se gli organismi multilaterali possono aprire le conversazioni globali a una gamma pi\u00f9 ampia di parti interessate, i cittadini comuni, che vogliono migliorare il luogo in cui vivono attraverso un’azione collettiva, potrebbero sentire di avere una voce sulla scena mondiale e un interesse nella cooperazione internazionale. <\/p>\n\n\n\n La ripresa economica post-COVID-19 potrebbe essere un’opportunit\u00e0 per riconoscere e discutere i diversi approcci, e affrontare cos\u00ec le pressioni delle piazze conto l\u2019acquiescenza dei governi del Sud al modus operandi<\/em> della cooperazione e delle organizzazioni multilaterali tradizionali.<\/p>mario pezzini, alexander pick<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n La domanda da porsi oggi \u00e8 se un “tavolo” globalmente rappresentativo per affrontare i beni pubblici globali e promuovere la cooperazione tra pari \u00e8 oggi possibile? Abbiamo bisogno di voci diverse al “tavolo”, non solo in termini di paesi finora esclusi dai fora globali, ma anche di un insieme pi\u00f9 ampio di stakeholder. Un approccio collaborativo alle sfide condivise tra sfera locale, nazionale e multilaterale pu\u00f2 alimentare e potenziare uno sperimentalismo a livello internazionale su temi e regioni specifiche, analogo a quello a livello nazionale discusso in precedenza. Il recente accordo tra 136 paesi per un’aliquota minima globale dell’imposta sulle societ\u00e0 \u00e8 un esempio di ci\u00f2 che potrebbe accadere. Tuttavia, questo pu\u00f2 prendere piede solo se la logica politica del sistema internazionale non \u00e8 ostaggio di un’adesione esclusiva e discriminatoria a campi opposti, anche nelle regioni in via di sviluppo.<\/p>\n\n\n\n L’aumento dello scontento si \u00e8 manifestato in tutto il mondo tramite episodi in cui le aspettative e le vulnerabilit\u00e0 delle persone si sono tramutate in frustrazione. Un uso migliore dei dati approfondirebbe ancora di pi\u00f9 la nostra percezione del fenomeno. Affrontare lo scontento richiede di permettere il cambiamento e di coinvolgere le persone, non solo per ascoltare i loro lamenti e mediare le loro controversie, ma anche per recepire le loro idee, al fine di creare un mondo migliore di quello attuale.<\/p>\n\n\n\n Cos\u00ec, i responsabili politici devono affrontare insieme diversi elementi estremamente complessi: dalla (ri)costruzione delle istituzioni, al promuovere la rappresentanza e sviluppare la lealt\u00e0 verso e dai propri cittadini, all\u2019affrontare le richieste urgenti della gente nelle piazze riguardo al lavoro. Noi sosteniamo che gli stati dovrebbero adottare una sorta di pianificazione negoziata<\/em> per coinvolgere i cittadini, rafforzare la societ\u00e0 civile ed i corpi intermedi, e promuovere la sperimentazione in modo da progettare insieme una visione nazionale, costruendo strategie adattive. Tale visione dovrebbe affrontare la qualit\u00e0 della crescita e dare priorit\u00e0 ai percorsi di sviluppo che combinano l’efficienza economica con la resilienza, l’inclusivit\u00e0 con la partecipazione. Sosteniamo anche che lo scontento non pu\u00f2 essere affrontato senza la cooperazione internazionale. Per svolgere appieno il suo ruolo, \u00e8 necessario rivedere gli obiettivi del sistema multilaterale, cos\u00ec come le strutture e le procedure dei suoi sistemi di governance<\/em>, e rendere gli attori che siedono intorno ai “tavoli” dove si discute di cooperazione internazionale in linea con le realt\u00e0 del mondo contemporaneo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" Il crescente scontento globale sta costringendo gli stati a trovare soluzioni a breve termine. 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Eventi minori rivelano profonde frustrazioni <\/h3>\n\n\n\n
Ostacoli alla percezione del cambiamento<\/h3>\n\n\n\n
Il tempo presente?<\/h3>\n\n\n\n
Indebolimento della fiducia, guerre culturali e tendenze populiste<\/h3>\n\n\n\n
Di fronte al ritorno della storia, l\u2019opzione “business as usual<\/em>” non \u00e8 da considerare <\/h3>\n\n\n\n
Risposte nazionali: migliorare la vita, curare le ferite <\/h2>\n\n\n\n
L’importanza dell\u2019azione collettiva<\/h3>\n\n\n\n
Chi dovrebbe agire?<\/h3>\n\n\n\n
Come dovrebbero agire gli stati? L’organizzazione che apprende e l'”improvvisazione diretta”<\/h3>\n\n\n\n
Una nuova generazione di piani negoziati?<\/h3>\n\n\n\n
Quali dovrebbero essere le priorit\u00e0 di questi piani?<\/h3>\n\n\n\n
Cooperazione internazionale e scontento<\/strong><\/h2>\n\n\n\n
Muri intorno alle paure interne<\/h3>\n\n\n\n
Inerzia e frammentazione della cooperazione<\/h3>\n\n\n\n
Gli obiettivi<\/h3>\n\n\n\n
Gli strumenti: il “\u1f08\u03c0\u1f78 \u03bc\u03b7\u03c7\u03b1\u03bd\u1fc6\u03c2 \u03b8\u03b5\u03cc\u03c2\/deus ex machina<\/em>“?<\/h3>\n\n\n\n
Gli attori: come imparare gli uni dagli altri?<\/h3>\n\n\n\n
Conclusioni<\/h2>\n\n\n\n