{"id":27357,"date":"2024-11-29T17:28:17","date_gmt":"2024-11-29T16:28:17","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=27357"},"modified":"2024-11-29T17:28:19","modified_gmt":"2024-11-29T16:28:19","slug":"organizzare-un-mondo-rotto-leuropa-e-le-dottrine-della-ricomposizione-conversazione-con-delphine-alles","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2024\/11\/29\/organizzare-un-mondo-rotto-leuropa-e-le-dottrine-della-ricomposizione-conversazione-con-delphine-alles\/","title":{"rendered":"Organizzare un mondo rotto: l’Europa e le dottrine della ricomposizione, conversazione con Delphine All\u00e8s"},"content":{"rendered":"\n

Nell’ambito del progetto <\/em>Face \u00e0 la guerre – dialogues europ\u00e9ens<\/em><\/a> (Dialoghi europei di fronte alla guerra), organizzato dall’Institut fran\u00e7ais, che si svolge attualmente a Rennes dal 7 novembre al 1\u00b0 dicembre, Il Grand Continent realizza un ciclo di conferenze basata sul suo ultimo volume cartaceo <\/em>Portrait d’un monde cass\u00e9<\/em><\/a> (Gallimard, 2024 – non ancora pubblicato in italiano). La prossima, dal titolo \u201cComment organiser un monde cass\u00e9 ? Du \u201cSud global\u201d \u00e0 la \u201cmajorit\u00e9 mondiale\u201d et au \u201cnon-alignement\u201d : l\u2019Europe face aux doctrines de la recomposition\u201d, verr\u00e0 la partecipazione di Delphine All\u00e8s in conversazione con Nadia Hachimi Alaoui, Ana Paula Tostes e Fr\u00e9d\u00e9ric Petit e si terr\u00e0<\/em> il sabato 30 novembre 2024, dalle ore 16:00 alle ore 17:00 all’auditorium des Champs libres (Rennes)<\/em><\/a>. L\u2019ingresso \u00e8 gratuito e senza registrazione.<\/em><\/p>\n\n\n\n

Pandemia, guerra in Ucraina, 7 ottobre.<\/strong> Nell’arco di quattro anni, le mappe del mondo sembrano essere state ridisegnate pi\u00f9 volte da grandi eventi.<\/strong> \u00c8 una percezione puramente europea?<\/strong> Il nostro stupore ha una dimensione geografica?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

La nostra tendenza a percepire il periodo attuale come eccezionalmente turbolento ha pi\u00f9 a che fare con un pregiudizio temporale che geografico. Gli europei possono aver avuto la sensazione di vivere \u201cin un giardino\u201d, per usare l’espressione di Joseph Borrell, molto usata ma contestata. Ma la tendenza al \u201cpresentismo\u201d ci porta a considerare la nostra epoca come singolarmente perturbata, anche se la storia pi\u00f9 o meno recente \u00e8 stata costellata di eventi destabilizzanti, sia ai confini che sul suolo del continente stesso: Daech e i suoi avatar, la Siria, la Libia, la Primavera araba, l’Iraq, l’Afghanistan, l’11 settembre, i Balcani… Ognuno di questi episodi ha lasciato un segno nell’ordine internazionale. Inoltre, molti di essi hanno dimostrato i limiti della capacit\u00e0 delle istituzioni internazionali di svolgere il loro ruolo di regolazione della violenza, anche nelle sue dimensioni tradizionalmente interstatali.<\/p>\n\n\n\n

Tuttavia, possiamo evidenziare due evoluzioni importanti: la prima, nel rapporto tra gli attori e le fondamenta del sistema internazionale stesso e la seconda, negli argomenti utilizzati nelle proteste contemporanee che sono basati sull’identit\u00e0. Le origini di questo discorso si ritrovano negli anni Ottanta e Novanta con il riferimento ai \u201cvalori asiatici\u201d, ma su scala pi\u00f9 ridotta e da una prospettiva allora difensiva e incentrata sul consolidamento di una legittimit\u00e0 interna minacciata dalla diffusione del liberalismo politico, piuttosto che sulla contestazione del sistema internazionale. Il principio e i fondamenti della governance globale – per quanto imperfetti e spesso disattesi nella pratica – erano stati in precedenza generalmente accettati dagli Stati, in particolare da quelli che si trovavano al centro del gioco. Invece, oggigiorno assistiamo a delle sfide lanciate al sistema stesso che sono molto pi\u00f9 fondamentali. In questo contesto, il sistema deve trovare un modo per compensare le sue debolezze operative e rispondere alle critiche mosse alla sua stessa legittimit\u00e0 da parte di attori che vedono nell’universalismo uno strumento di dominazione occidentale\u2026 Eppure, paradossalmente, stanno formulando questo ragionamento in nome del principio di sovranit\u00e0, che \u00e8 esso stesso storicamente e geograficamente radicato.<\/p>\n\n\n\n

Il principio e i fondamenti della governance globale – per quanto imperfetti e spesso disattesi nella pratica – erano stati in precedenza generalmente accettati dagli Stati,
in particolare da quelli che si trovavano al centro del gioco.<\/p>Delphine All\u00e8s<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Se facciamo lo sforzo di decentrare il nostro sguardo per cercare di guardare attraverso dei prismi non occidentali, quali potrebbero essere state le principali rotture globali negli ultimi anni?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Individuerei tre fenomeni, tre varianti di queste nuove sfide all’universalismo, in particolare quello incarnato dalle istituzioni internazionali e dagli standard che sono al centro della loro agenda.<\/p>\n\n\n\n

In primo luogo, e in modo ingannevole, si \u00e8 assistito a un ridimensionamento della solidariet\u00e0 non occidentale. Naturalmente, la richiesta di solidariet\u00e0 tra i popoli decolonizzati o economicamente svantaggiati non \u00e8 nuova; si \u00e8 manifestata in varie forme a partire dalla Conferenza di Bandung, dall’UNCTAD e dalla creazione del G77 all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tuttavia, anche se l’idea di un insieme di condizioni uniforme appare sempre meno credibile con l’ampliarsi dei divari di sviluppo e la diversificazione delle forme politiche, la ricomposizione di rappresentazioni binarie del mondo, politicamente modellate da attori che aspirano a svolgere un ruolo di leadership tra i \u201cSud\u201d o ad attrarre il sostegno di quella che le autorit\u00e0 russe chiamano ora la \u201cmaggioranza mondiale\u201d contro l’\u201cOccidente\u201d, sta dando origine a nuove forme di allineamento tra attori i cui interessi materiali non sono a priori convergenti. Questi allineamenti discorsivi hanno un effetto prismatico, mascherando il fatto che la maggioranza degli Stati, e in particolare gli Stati emergenti pi\u00f9 potenti economicamente – India, Indonesia, Brasile – non desiderano in realt\u00e0 rompere esplicitamente con l’\u201cOccidente\u201d o con le istituzioni globali. Tuttavia, confermano il fatto che gli Stati del \u201cSud\u201d non hanno pi\u00f9 bisogno della mediazione dell’\u201cOccidente\u201d per formare coalizioni di interessi che vanno ben oltre un’agenda economica o di sviluppo.<\/p>\n\n\n\n

Un altro fenomeno diffuso \u00e8 il ricorso sempre pi\u00f9 frequente a riferimenti identitari, o addirittura di civilt\u00e0, per contestare un universalismo e istituzioni visti come veicolo di dominio occidentale. Non si tratta nemmeno di un fenomeno singolare su scala storica: abbiamo gi\u00e0 citato i \u201cvalori asiatici\u201d, a cui si potrebbe aggiungere il moltiplicarsi di carte o dichiarazioni che contestualizzano i diritti umani (nell’Islam, nel mondo arabo, in Africa, nell’ASEAN…). Tuttavia, l’inclusione di una dimensione internazionale e di una critica del sistema internazionale, sostenuta dalla richiesta di un nuovo ordine mondiale, negli attuali \u201cpopulismi civili\u201d \u00e8 un fenomeno nuovo su questa scala.<\/p>\n\n\n\n

La maggioranza degli Stati, e in particolare gli Stati emergenti pi\u00f9 potenti economicamente – India, Indonesia, Brasile – non desiderano in realt\u00e0 rompere
esplicitamente con l’\u201cOccidente\u201d o con le istituzioni globali.<\/p>Delphine All\u00e8s<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Infine, in termini di azione politica, questi sviluppi si traducono in strategie parallele che riflettono la richiesta di un nuovo modo di gestire gli affari globali. Stiamo assistendo a una proliferazione di istituzioni che reinventano, o in qualche misura duplicano, il sistema internazionale, incarnando al contempo programmi specifici: la banca di sviluppo dei BRICS (Nuova Banca di Sviluppo), con criteri pi\u00f9 flessibili rispetto alla Banca Mondiale o al FMI, ne \u00e8 un esempio. Al contempo, chi ha i mezzi per farlo, in particolare la Cina, continua a investire nelle istituzioni multilaterali convenzionali per trasformarle dall’interno. In questo modo, la contestazione basata sull’identit\u00e0, che sembra delegittimare l’idea stessa di un’organizzazione universale del mondo, si accompagna ad una forma di investimento istituzionale da coloro i quali ne mettono in discussione la legittimit\u00e0. In fin dei conti, le \u201cistituzioni rotte\u201d non vengono abbandonate dagli attori non occidentali perch\u00e9 vedono in esse un mezzo per far avanzare i propri programmi. Gli Stati Uniti, che hanno abbandonato diverse posizioni strategiche all\u2019interno degli organismi dell\u2019ONU durante il primo mandato di Donald Trump – in misura ancora maggiore rispetto al periodo di George W. Bush – hanno riconosciuto la perdita di influenza che ne \u00e8 risultata.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Nel mondo rotto in cui viviamo, circolano diversi concetti. Il termine \u201cSud globale\u201d \u00e8 stato usato frequentemente dopo il 7 ottobre, per indicare un gruppo tutt’altro che omogeneo.<\/strong> Il termine \u201cnon allineamento\u201d \u00e8 stato utilizzato dopo l’invasione dell’Ucraina.<\/strong> Come spiega questa proliferazione di concetti?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Questi concetti devono essere compresi per quello che sono: concetti politici basati su strategie di affermazione o identificazione, piuttosto che strumenti analitici o descrittivi. Nonostante questi limiti, il sostegno che suscitano dimostra il ruolo centrale del discorso e dell’identificazione nelle relazioni internazionali contemporanee, caratterizzate dall’importanza delle \u201cnarrazioni\u201d. Tali narrazioni sono ben lungi dal rimanere confinate in un ambito esclusivamente discorsivo, poich\u00e9 svolgono un ruolo performativo: esse strutturano coalizioni di interesse e legittimano posizioni alternative sulla scena mondiale.<\/p>\n\n\n\n

Il \u201cSud globale\u201d, nonostante la sua ovvia eterogeneit\u00e0 e nonostante i limiti spesso dimostrati della rappresentazione binaria del mondo che sottende, funziona come un potente marcatore politico, articolando solidit\u00e0 storiche e aspirazioni condivise.<\/p>\n\n\n\n

I revival contemporanei del \u201cnon allineamento\u201d meritano particolare attenzione. I significati attuali di questa nozione differiscono notevolmente dal suo significato storico. Non si tratta pi\u00f9 tanto di una posizione di neutralit\u00e0 tra due blocchi o del desiderio di affermare un’autonomia sovrana, quanto di un rifiuto di impegni vincolanti a favore di un’attenzione strategica, ora vista come la condizione per tale autonomia. I leader indiani, ad esempio, preferiscono parlare di \u201cmultiallineamento\u201d, sottolineando un approccio flessibile alla collaborazione internazionale e il rifiuto di alleanze esclusive. In Indonesia, dove il riferimento al non allineamento \u00e8 sempre stato centrale nel discorso ufficiale, negli ultimi dieci anni \u00e8 stato accompagnato da una serie di slogan complementari che vanno dall’\u201cimpegno flessibile\u201d alla promozione dei \u201cmille amici e zero nemici\u201d dell’arcipelago.<\/p>\n\n\n\n

I riferimenti al non allineamento che hanno seguito l’aggressione all’Ucraina occupano un posto speciale in queste reinvenzioni del concetto: facevano parte di una strategia retorica, ampiamente utilizzata da Mosca, volta a creare una forma di sfiducia nei confronti dei potenziali sostenitori dell’Ucraina, in particolare negli organismi internazionali, assimilando il sostegno a Kiev come un \u201cseguire la NATO\u201d, piuttosto che la difesa del diritto internazionale e del principio di non aggressione. Ci\u00f2 ha permesso di ridurre la solidariet\u00e0 generata dalla situazione dell’Ucraina tra gli Stati impegnati nel principio dell’integrit\u00e0 territoriale contro i tentativi di conquista imperialista, alimentando al contempo la narrazione di una Russia che \u00e8\u00a0 vittima essa stessa del neocolonialismo e paladina dell’emancipazione. Ma l’effetto \u00e8 stato limitato, come dimostrano i voti negli organismi internazionali.<\/p>\n\n\n\n

In Indonesia, dove il riferimento al non allineamento \u00e8 sempre stato centrale nel discorso ufficiale, negli ultimi dieci anni \u00e8 stato accompagnato da una serie di slogan complementari che vanno dall’\u201cimpegno flessibile\u201d alla promozione dei \u201cmille amici e zero nemici\u201d dell’arcipelago.<\/p>Delphine All\u00e8s<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Al di l\u00e0 di queste differenze rispetto al concetto originario, trovo queste riabilitazioni del non allineamento particolarmente interessanti perch\u00e9 sottolineano il continuo attaccamento degli attori internazionali al quadro di riferimento dell’autonomia e della sovranit\u00e0. Questo, a sua volta, ricorda l’esistenza di un quadro di riferimento condiviso, anche se basato su un minimo comune denominatore, nonostante le frammentazioni del sistema internazionale e delle norme su cui si basa.<\/p>\n\n\n\n

La proliferazione concettuale a cui stiamo assistendo \u00e8 un problema o un’opportunit\u00e0?<\/strong> \u00c8 un sintomo di frattura planetaria, che rende difficile percepire le questioni planetarie – ed in ultima ratio lanciare un\u2019azione condivisa per affrontarle -, oppure \u00e8 il segno di una rinascita analitico-discorsiva che potrebbe dare origine a nuove e forse migliori pratiche?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Questa proliferazione concettuale, e pi\u00f9 in generale la nuova svolta discorsiva che essa manifesta, rappresenta una sfida: sfuma la distinzione tra narrazione politica, descrizione della realt\u00e0 e analisi scientifica. In questo modo, sottolinea l’importanza di identificare e raccontare la realt\u00e0 in un mondo le cui divisioni sono esacerbate dalla circolazione di idee e informazioni spesso soggette a manipolazione.<\/p>\n\n\n\n

Se vogliamo ricostruire una governance operativa di fronte alle sfide globali, dobbiamo dotarci degli strumenti per comprendere la circolazione dei concetti e le rappresentazioni che essi veicolano, con una doverosa cautela: lo spessore concettuale di un significante pu\u00f2 mascherare connotazioni diverse… e le sfide della traduzione aggiungono un ulteriore strato di complessit\u00e0. Se \u201ccollaborazione\u201d, \u201cpace\u201d o \u201csicurezza\u201d non hanno lo stesso significato o le stesse implicazioni per tutti, come possiamo costruire le istituzioni che dovrebbero attuarle? Questa difficolt\u00e0 si acuisce in un contesto in cui i mandati degli organismi di governance vengono estesi e, adottando nuove funzioni, devono consolidare la loro legittimit\u00e0 proprio quando questa viene minata dalla de-universalizzazione appena descritta.<\/p>\n\n\n\n

Di fronte a queste sfide, ci sono due modi per ripensare un’azione congiunta per affrontare le questioni globali: semplificare l’agenda per tornare a obiettivi meno densi concettualmente, pi\u00f9 descrittivi e quindi pi\u00f9 facilmente condivisibili; oppure, strada pi\u00f9 difficile dal punto di vista politico ma senza dubbio pi\u00f9 solida nel lungo periodo, articolarli in una visione sensibile alla diversit\u00e0 di esperienze, livelli di comprensione e aspirazioni degli attori globali.<\/p>\n\n\n\n

Se \u201ccollaborazione\u201d, \u201cpace\u201d o \u201csicurezza\u201d non hanno lo stesso significato o le stesse implicazioni per tutti, come possiamo costruire le istituzioni che dovrebbero attuarle?<\/p>Delphine All\u00e8s<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Come pensa che gli analisti e i decisori occidentali debbano posizionarsi rispetto ai concetti e ai discorsi sul mondo che provengono dal Sud?<\/strong> Dovrebbero rifiutarli di punto in bianco in quanto parziali e minacciosi per principio?<\/strong> Oppure dovrebbero appropriarsene e rielaborarli?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Un approccio equilibrato dovrebbe evitare sia il rifiuto sistematico sia l’accettazione critica di analisi o agende situate all’incrocio tra analisi e discorso politico, che spesso omogeneizzano le stesse culture che pretendono di rappresentare. Non esiste una \u201cscuola\u201d di pensiero o una \u201cscuola\u201d di relazioni internazionali cinese, russa o turca – a discapito di quello che ci vorrebbero far pensare gli intellettuali ufficiali. La sfida consiste quindi nell’individuare contemporaneamente l’emergere di concetti che meritano di essere presi sul serio e considerati come espressioni legittime di diverse prospettive sull’ordine mondiale, sottoponendoli al contempo ad un’analisi rigorosa e contestualizzata, che consenta di riposizionarli all’interno di campi intellettuali pi\u00f9 ricchi.<\/p>\n\n\n\n

Questo approccio permette sia di rappresentare la pluralit\u00e0 di questi contesti sia di cogliere le relazioni di potere che hanno portato all’identificazione dei concetti o delle teorie adottate dagli attori politici. Trasposto su una scala pi\u00f9 ampia, ci invita a integrare nell’analisi la pluralit\u00e0 delle esperienze storiche che si incontrano nello spazio globale contemporaneo e la diversit\u00e0 delle rappresentazioni del mondo che hanno generato, mantenendo una distanza critica dai tentativi di far emergere \u201cscuole\u201d basate su ricostruzioni storiche necessariamente selettive, in ultima analisi pi\u00f9 rappresentative della visione del mondo promossa dai leader di uno Stato che del campo intellettuale che pretendono di rappresentare. Un approccio veramente inclusivo deve quindi permettere di decostruire le narrazioni ufficiali e di contestualizzare i loro pregiudizi, ampliando al contempo i prismi attraverso i quali vengono analizzate le relazioni internazionali.<\/p>\n\n\n\n

La questione \u00e8 particolarmente spinosa per Paesi come la Russia e la Cina, considerati ostili o addirittura minacciosi.<\/strong> Non corriamo un rischio se consideriamo il loro discorso strategico come pura propaganda?<\/strong> Perch\u00e9 questa retorica funziona cos\u00ec bene in alcune parti del mondo, in particolare in Africa?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Le narrazioni strategiche russe e cinesi sono effettivamente propagandistiche, in quanto mirano ad avere un effetto sull’opinione pubblica, anche di altri Stati, per convincerla a sostenere i propri interessi. Le risorse impiegate per sostenere la diffusione di queste narrazioni sono \u201cindustriali\u201d, come hanno dimostrato numerose inchieste di ricercatori e giornalisti nel Sahel, con effetti pratici importanti, come dimostra la sostituzione delle forze internazionali con le truppe di Wagner nella Repubblica Centrafricana e in Mali, e pi\u00f9 in generale l’allontanamento degli attori internazionali – sotto le insegne dell’ONU o della Francia – da queste regioni.<\/p>\n\n\n\n

Le narrazioni strategiche russe e cinesi sono effettivamente propagandistiche, in quanto mirano ad avere un effetto sull’opinione pubblica, anche di altri Stati, per convincerla a sostenere i propri interessi.<\/p>Delphine All\u00e8s<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Tuttavia, evidenziare questa \u201cindustrializzazione\u201d non significa negare l’agency e la razionalit\u00e0 degli attori che recepiscono positivamente questi discorsi, n\u00e9 il ruolo dei contesti in cui essi acquisiscono tale risonanza. Il loro notevole impatto in alcune regioni, in particolare in Africa, si spiega con la loro capacit\u00e0 di articolare rimostranze storiche, delusioni e legittime aspirazioni contemporanee, nonch\u00e9 proposte di ricostruzione dell’ordine internazionale che raccolgono consensi. Queste proposte sembrano essere coerenti con le basi sovraniste ed egualitarie dell’ordine internazionale che gli Stati post-coloniali e le loro popolazioni, deluse dai dividendi dell’indipendenza, aspirano a vedere emergere. La dimensione anti-occidentale di questi discorsi \u00e8 particolarmente evidente in questo desiderio di affermazione e autonomia, dal livello sociale – le convergenze create dalla Russia intorno al rifiuto delle \u201cdevianze\u201d attribuite all’Occidente in termini di progressismo o di relazioni di genere – al livello nazionale o addirittura regionale – la promessa di un’affermazione sovranista basata sulle identit\u00e0 nazionali o il rinnovamento del quadro di riferimento del panafricanismo. Tuttavia, l’emergere di proteste in queste stesse aree dimostra che la gente non si lascia ingannare dalle azioni concrete di nuovi attori che non generano i benefici attesi dalla popolazione.<\/p>\n\n\n\n

Vede oggi l’Occidente come un’entit\u00e0 omogenea nel modo in cui comprende, esprime e gestisce i cambiamenti globali in atto?<\/strong> L’elezione di Donald Trump segnala una crescente divergenza non solo tra Nord e Sud, ma anche tra le due sponde dell’Atlantico?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

L’Occidente sta attraversando una fase di forte ridefinizione, in linea con le dinamiche di fondo descritte durante la nostra conversazione, con un ruolo chiave dei processi di identificazione e delle narrazioni identitarie basate su un quadro di riferimento civilistico. In questo senso, la sfida all’universalismo e la conseguente frammentazione non sono un’esclusiva dei non occidentali: si assiste ad una crescente dissociazione tra valori universali, valori occidentali, valori europei e valori degli <\/em>europei, un tempo sovrapposti nel discorso politico – con l’odierna preferenza per il riferimento all’identit\u00e0, a geometria variabile a seconda dell’interlocutore. Le divergenze tra gli Stati Uniti di Donald Trump e parte dell’Europa, ma anche le divisioni sul progetto europeo e le fratture interne agli Stati e alle societ\u00e0 dell’Europa stessa, rivelano rapporti diversi con l’universalismo, il diritto e le istituzioni democratiche che un tempo costituivano un minimo comune denominatore, nonch\u00e9 con il ruolo che \u201cl’Occidente\u201d dovrebbe svolgere sulla scena internazionale contemporanea. Queste tensioni non significano necessariamente una rottura definitiva, ma sottolineano il fatto che l’unit\u00e0 dei programmi sar\u00e0 sempre pi\u00f9 un’eccezione, o il risultato di negoziati o lotte di potere, piuttosto che la norma o il punto di partenza degli scambi transatlantici. Dobbiamo prendere atto di questa riconfigurazione, in un momento in cui l’Europa ha bisogno di ritrovare i mezzi della sua autonomia, in un momento in cui le sue fondamenta sono indebolite da un contesto interno in cui le basi della democrazia e i suoi effetti sono messi in discussione.<\/p>\n\n\n\n

La sfida all’universalismo e la conseguente frammentazione non sono un’esclusiva dei non occidentali: si assiste ad una crescente dissociazione tra valori universali, valori occidentali, valori europei e valori degli <\/em>europei, un tempo sovrapposti nel discorso politico.<\/p>Delphine All\u00e8s<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

\u00c8 possibile e auspicabile guardare al mondo in modo da tenere conto della pluralit\u00e0 delle sue concezioni senza, allo stesso tempo, piangere la perdita della sua unit\u00e0 fondamentale – per realizzare l’\u201cuniversalismo plurale\u201d di cui parla Pierre Hassner?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

La nozione di universalismo plurale proposta da Pierre Hassner \u00e8 pi\u00f9 che mai attuale: trovare la formula \u00e8 la condizione necessaria per mantenere un sistema di governance globale legittimo e quindi funzionale. Altri autori hanno arricchito questa nozione secondo linee simili: Mi piace in particolare la formulazione di Barbara Cassin, che evoca l’idea di \u201ccomplicare l’universale\u201d per non escludere; ritroviamo questa idea nell’invito di Souleymane Bachir Diagne a reinventare l’universale a partire dal \u201cplurale del mondo\u201d; o ancora nelle raccomandazioni di Amitav Acharya riguardo alla governance del mondo \u201cmultiplex\u201d che ha seguito la fine dell’ordine unipolare, in cui si deve integrare la diversit\u00e0 piuttosto che imporre un modello dall\u2019alto.<\/p>\n\n\n\n

La costruzione di un ordine internazionale veramente inclusivo richiede di conciliare la diversit\u00e0 delle espressioni culturali e politiche con l’unit\u00e0 fondamentale del mondo, incarnata dal fatto che la sopravvivenza di fronte ai pericoli globali dipende dalla nostra capacit\u00e0 di elaborare soluzioni collettive. Il primo passo consiste nell’integrare, concettualmente e politicamente, il fatto che tenere conto di questa diversit\u00e0 non \u00e8 un progetto politico o un capriccio di intellettuali critici… Si tratta semplicemente di concepire il mondo cos\u00ec com’\u00e8 – un punto di partenza necessario prima di tentare di formulare una grammatica operativa, percepita come legittima dagli attori che devono farla propria.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Per capire l’interregno post-pandemia e post-invasione in Ucraina, molti concetti sono stati pensati ed immaginati: non allineamento, minilateralismo, Sud globale, multiallineamento, \u201cmaggioranza mondiale\u201d, \u201cOccidente collettivo\u201d – per citarne alcuni. Tuttavia, di fronte a questa proliferazione di idee e dottrine, fatichiamo ancora a descrivere con precisione la realt\u00e0 di un mondo rotto, immerso in una violenta ricomposizione mentre la guerra dilaga. <\/p>\n

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