{"id":26478,"date":"2024-11-13T20:11:37","date_gmt":"2024-11-13T19:11:37","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=26478"},"modified":"2024-11-13T20:11:39","modified_gmt":"2024-11-13T19:11:39","slug":"lelezione-di-trump-lo-dimostra-linflazione-e-un-pericolo-per-la-democrazia-conversazione-con-isabella-weber","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2024\/11\/13\/lelezione-di-trump-lo-dimostra-linflazione-e-un-pericolo-per-la-democrazia-conversazione-con-isabella-weber\/","title":{"rendered":"\u201cL’elezione di Trump lo dimostra: l’inflazione \u00e8 un pericolo per la democrazia\u201d, conversazione con Isabella Weber"},"content":{"rendered":"\n

Con la pubblicazione del rapporto Draghi, che\u00a0I<\/a><\/em>l Grand Continent<\/em><\/a>\u00a0ha\u00a0accompagnato nelle varie lingue della rivista, l’Unione si prepara a entrare in una nuova fase.<\/em>\u00a0Da diverse settimane diamo la parola a\u00a0ricercatori,\u00a0commissari europei,\u00a0economisti,\u00a0ministri\u00a0e\u00a0industriali\u00a0per reagire a una delle pi\u00f9 ambiziose proposte di trasformazione dell’Unione.<\/em>\u00a0Se apprezzate il nostro lavoro e avete i mezzi per farlo, vi invitiamo ad\u00a0<\/em>abbonarvi a Il Grand Continent.<\/em><\/a><\/p>\n\n\n\n

English version available at this link<\/a><\/em><\/p>\n\n\n\n

Il rapporto Draghi disegna un quadro molto cupo sull’economia dell’Unione europea, in particolare sul divario tra la crescita della produttivit\u00e0 dell’UE e degli USA. Al contempo, figure come Olivier Blanchard sostengono che gran parte di questo divario possa in realt\u00e0 essere spiegato dalle dinamiche demografiche.<\/strong> Qual \u00e8 la sua valutazione?<\/strong> \u00c8 vero che l’economia europea \u00e8 sull’orlo del baratro, come direbbe Draghi, o difende una posizione pi\u00f9 sfumata?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Il modello economico europeo \u00e8 in crisi. <\/p>\n\n\n\n

E non necessariamente a causa delle misure di produttivit\u00e0 contenute nel rapporto Draghi – se dividiamo la produttivit\u00e0 per settore, vediamo che alcuni settori si stagliano rispetto ad altri.<\/p>\n\n\n\n

Ad esempio, sono piuttosto scettica sui metodi che utilizziamo per misurare la produttivit\u00e0 in settori come la finanza, le assicurazioni, la sanit\u00e0 ed i servizi professionali. Non credo che il settore finanziario degli Stati Uniti sia pi\u00f9 produttivo di quello europeo. Tanto per cominciare, ci sarebbe da chiedersi se sia un settore \u201cproduttivo\u201d strictu sensu<\/em>. Un altro esempio: nel rapporto Draghi, il settore sanitario risulta pi\u00f9 produttivo negli Stati Uniti che nell’Unione Europea, ma questo potrebbe semplicemente riflettere la finanziarizzazione e la privatizzazione negli USA. Il settore sanitario americano, rispetto alla mia esperienza, non \u00e8 un settore pi\u00f9 produttivo di quello europeo.  <\/p>\n\n\n\n

Quello che voglio dire \u00e8 che, se si decompongono le misure di produttivit\u00e0 settore per settore, ho qualche dubbio sul fatto che concentrarsi su questo aspetto ci permetta di arrivare al cuore del problema. <\/p>\n\n\n\n

Detto questo, l’Europa sta attraversando una crisi del suo modello economico, nel senso che la sua posizione nel mondo sta cambiando in modo drammatico con le crescenti tensioni nelle relazioni tra Stati Uniti e Cina, e con la guerra russa in Ucraina. Ma \u00e8 una crisi dei mercati di esportazione, della debolezza della domanda interna, della posizione delle imprese europee nel mondo e della struttura industriale, non una crisi di produttivit\u00e0 di settori specifici.<\/p>\n\n\n\n

Cosa \u00e8 cambiato in modo cos\u00ec radicale?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

C\u2019\u00e8 una questione fondamentale su come l\u2019Europa si sta posizionando. <\/p>\n\n\n\n

Ogni volta che c’\u00e8 una crisi, la Cina sembra pi\u00f9 o meno attraversarla indenne in termini di PIL. Se guardiamo al periodo dal 2007 al 2010 e poi al 2020, la Cina dispone di meccanismi di stabilizzazione cos\u00ec ampi che le crisi globali non provocano un crollo della crescita.<\/p>\n\n\n\n

Se avessimo le giuste politiche economiche antifasciste – che affrontano la crisi del costo della vita invece di alimentare la retorica di estrema destra che da tutte le colpe i migranti – l’aumento dell’immigrazione non sarebbe un problema.<\/p>Isabella Weber<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

L’Europa, ogni volta che viene colpita da una crisi, ha un’ammaccatura vera e propria. Gli Stati Uniti hanno un’ammaccatura pi\u00f9 piccola e poi si riprendono rapidamente, una capacit\u00e0 che \u00e8 legata alla politica fiscale. Il fatto che l’Unione Europea abbia regole fiscali rigorose significa che quando le crisi la colpiscono, ne esce pi\u00f9 debole.<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 molto probabile che shock e crisi si ripresentino. Non dico che domani ci sar\u00e0 un’altra pandemia globale e una nuova guerra nel cuore dell’Europa, ma credo che ci troviamo in un mondo di emergenze che si sovrappongono. Quello che sappiamo \u00e8 che ci saranno altri shock, e che c\u2019\u00e8 una richiesta concreta per capire come l\u2019Europa possa imparare ad essere pi\u00f9 preparata e a riprendersi meglio dagli shock.<\/p>\n\n\n\n

Qual \u00e8 la sua opinione sulla sfida demografica delineata nel rapporto Draghi?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Il problema demografico, cos\u00ec come viene posto nel rapporto Draghi, non tiene conto della migrazione. <\/p>\n\n\n\n

Dobbiamo avere un dibattito onesto sulla migrazione. Se avessimo le giuste politiche economiche antifasciste – che affrontano la crisi del costo della vita invece di alimentare la retorica di estrema destra che da tutte le colpe i migranti – l’aumento dell’immigrazione non sarebbe un problema.<\/p>\n\n\n\n

La crescente diffusione di posizioni estreme contro l’immigrazione potrebbe avere implicazioni molto importanti per la competitivit\u00e0 dell’Europa, e potrebbe minare l’obiettivo della competitivit\u00e0 in modi che possono, addirittura, creare danni economici piuttosto sostanziali. \u00c8 un punto importante di cui non si parla abbastanza.<\/p>\n\n\n\n

Tra le proposte del rapporto Draghi, la riduzione dei prezzi dell’energia \u00e8 presentata come una priorit\u00e0 per garantire la competitivit\u00e0. Cosa ne pensate delle proposte del rapporto Draghi in questo ambito?<\/h3>\n\n\n\n

Il rapporto Draghi contiene un gran numero di osservazioni estremamente pertinenti e molte delle misure proposte, in particolare su come ridurre il divario dei prezzi dell’energia, sono in linea con il tipo di proposte che sosteniamo dal 2022 e che abbiamo presentato in un rapporto per il Parlamento europeo intitolato Closing the EU’s Inflation Governance Gap<\/a>. <\/p>\n\n\n\n

Tra queste figurano, ad esempio, la necessit\u00e0 di ridurre la volatilit\u00e0 dei prezzi nel settore energetico, l’esigenza di sfruttare l’approvvigionamento congiunto di gas e la necessit\u00e0 di sviluppare le scorte di minerali critici.<\/p>\n\n\n\n

Il rapporto afferma che dobbiamo sganciare il prezzo dell’elettricit\u00e0 verde da quello dell’elettricit\u00e0 prodotta da combustibili fossili: questo \u00e8 fondamentalmente il modello dell’\u201ceccezione iberica\u201d.<\/p>\n\n\n\n

Infine, il rapporto sostiene che l’UE ha bisogno di pool di energie rinnovabili e di accordi di potere d’acquisto per stabilizzare i prezzi anche per il settore delle rinnovabili. Questo \u00e8 esattamente ci\u00f2 di cui abbiamo bisogno per colmare il divario dei prezzi dell’energia e per prevenire l’inflazione causata dai prezzi nel settore energetico.<\/p>\n\n\n\n

Al contempo, il rapporto Draghi \u00e8 completamente agnostico sul sistema di quote di emissione (Emissions Trading System – ETS<\/em>), anche se abbiamo visto che nella crisi energetica del 2022 i prezzi del carbonio sono esplosi insieme a quelli dei combustibili fossili. Di recente abbiamo pubblicato uno studio<\/a> in cui dimostriamo che il salto del prezzo del carbonio al momento della transizione dall\u2019ETS I all\u2019ETS II, che entrer\u00e0 in vigore nel 2027, potrebbe innescare un\u2019ondata di carbonflation <\/em>(un\u2019inflazione provocata dall\u2019aumento dei prezzi del carbonio). Si tratta di un rischio serio.<\/p>\n\n\n\n

L’elezione di Trump dimostra che l’inflazione \u00e8 un pericolo per la democrazia. Questo dovrebbe servire da monito all’Europa.<\/p>\n\n\n\n

Dobbiamo anche pensare alla competitivit\u00e0 dell’Europa rispetto agli Stati Uniti e alla Cina quando si parla di carbon pricing<\/em>. Il rapporto Draghi sottolinea la competitivit\u00e0, ma tralascia questo punto. \u00c8 estremamente improbabile che gli Stati Uniti adottino un sistema di quote di emissioni come quello dell’UE. \u00c8 vero che la Cina ha guidato la rivoluzione della politica industriale verde e che sta applicando una politica di carbon pricing<\/em>, ma con metodi che non minano la competitivit\u00e0 e rischiano l’inflazione.<\/p>\n\n\n\n

Per essere coerenti in termini di competitivit\u00e0 delle esportazioni, i prezzi del carbonio hanno la stessa importanza dei prezzi del petrolio e del gas perch\u00e9 colpiscono esattamente gli stessi settori, come l\u2019abbiamo dimostrato nel nostro studio. Gli stessi settori che sono stati colpiti dallo shock dei prezzi dell’energia subiranno probabilmente dei balzi di prezzo a causa del carbon pricing<\/em>. Dobbiamo riflettere sulla coerenza del modello di transizione verde che l’UE sta portando avanti rispetto a quanto stanno facendo gli Stati Uniti e la Cina. Questo \u00e8 diventato ancora pi\u00f9 urgente dopo la rielezione di Trump.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Questa assenza di riflessione sulle tensioni tra la tariffazione del carbonio (carbon pricing<\/em>) e la politica industriale verde \u00e8, a mio avviso, una grande lacuna nel rapporto Draghi. Capisco perch\u00e9 non voglia affrontare l’argomento, ma se si tratta di una nuova strategia per far progredire la crescita verde. Ometterla completamente ci fa correre il rischio di una grave incoerenza.<\/p>\n\n\n\n

A causa delle sue rigide regole di bilancio, l’Unione ne esce indebolita quando si verifica una crisi.<\/p>Isabelle Weber<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Concorda sul fatto che ci troviamo di fronte ad un problema strutturale, in cui la relativa scarsit\u00e0 di fonti energetiche in Europa significa che probabilmente i prezzi dell’energia saranno pi\u00f9 alti e pi\u00f9 volatili di quelli della Cina e degli Stati Uniti, anche con interventi politici ottimali?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Non sono sicura che le risorse energetiche della Cina siano migliori di quelle europee. La Cina non dispone di molti combustibili fossili. In effetti, uno dei motivi, del tutto sottovalutato, per cui la Cina ha puntato cos\u00ec tanto sulle energie rinnovabili \u00e8 che gi\u00e0 alla fine degli anni Ottanta, inizio degli anni Novanta, alcune analisi suggerivano che la Cina non sarebbe mai stata in grado di raggiungere il livello di PIL pro capite degli Stati Uniti negli anni Settanta con le risorse mondiali di combustibili fossili, e quindi certamente in nessun caso con le risorse nazionali cinesi di combustibili fossili. <\/p>\n\n\n\n

La mancanza di risorse nazionali di combustibili fossili \u00e8 stato uno dei principali fattori geopolitici della rivoluzione nelle rinnovabili in Cina. <\/p>\n\n\n\n

Con l’Europa che si allontana dal gas russo, la Cina pu\u00f2 contare molto di pi\u00f9 su Mosca…<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Le relazioni tra Cina e Russia possono sembrare un po’ pi\u00f9 rosee rispetto a qualche anno fa, ma sono anche offuscate da tensioni e paure di fondo. La scissione sino-sovietica \u00e8 stata una minaccia esistenziale per la RPC, e i cinesi se ne ricordano: non vogliono pi\u00f9 dipendere dalla Russia.<\/p>\n\n\n\n

Fondamentalmente, il Paese si trova in una posizione molto diversa rispetto agli Stati Uniti, che sono diventati il pi\u00f9 grande esportatore di petrolio e gas del mondo. Se confrontiamo l’UE con gli Stati Uniti, allora s\u00ec, l’Europa si trova in una posizione fondamentalmente peggiore in termini di dotazioni energetiche.<\/p>\n\n\n\n

La scissione sino-sovietica \u00e8 stata una minaccia esistenziale per la RPC, e i cinesi se ne ricordano: non vogliono pi\u00f9 dipendere dalla Russia.<\/p>Isabella Weber<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

C’\u00e8 un problema strutturale per quanto riguarda l’andamento dei prezzi dell’energia, ma la sfida della volatilit\u00e0 dei prezzi pu\u00f2 benissimo essere tenuta sotto controllo con le giuste istituzioni. Non mi sembra che l’Europa abbia uno svantaggio competitivo tale da dover eliminare tutta la produzione ad alta intensit\u00e0 energetica. Si tratta in realt\u00e0 di una questione di ambizione in termini di politica industriale per la realizzazione delle energie rinnovabili, la trasformazione del sistema energetico e le innovazioni verso le tecnologie verdi.<\/p>\n\n\n\n

In Germania ci siamo concentrati troppo sulla chiusura delle vecchie fonti energetiche piuttosto che sulla costruzione di nuove fonti, cosa che ci avrebbe permesso di rendere quest\u2019ultime cos\u00ec economiche che quelle vecchie sarebbero diventate semplicemente superflue. La Germania ha investito nelle energie rinnovabili, ma avrebbe potuto investire ancora di pi\u00f9 quando i tassi di interesse erano negativi.<\/p>\n\n\n\n

Abbiamo bisogno di un’iniziativa di investimento per le energie rinnovabili in Europa anche perch\u00e9 sappiamo che le energie rinnovabili sono pi\u00f9 economiche dei combustibili fossili. In realt\u00e0, esiste uno scenario nel quale gli Stati Uniti rimangono legati ai combustibili fossili perch\u00e9 hanno un\u2019importante industria petrolifera che difende i propri interessi, e che sar\u00e0 rafforzata in maniera significativa dal governo Trump \u201cdrill baby drill<\/em>\u201d. L\u2019Europa, in linea di principio, non ha lo stesso livello di lobbying delle grandi compagnie petrolifere. Senza questo ostacolo politico, potrebbe muoversi in modo pi\u00f9 aggressivo verso le energie rinnovabili e, poich\u00e9 quest\u2019ultime sono pi\u00f9 economiche dei combustibili fossili, questo svantaggio strutturale potrebbe trasformarsi in un vantaggio a lungo termine. Non succeder\u00e0 domani, ma \u00e8 possibile. Richiede un cambiamento delle regole fiscali ed una reale ambizione e coordinamento a livello europeo. Ecco perch\u00e9 il rapporto Draghi \u00e8 un passo nella giusta direzione.<\/p>\n\n\n\n

A Washington c’\u00e8 un consenso bipartisan sull’imposizione di tariffe pi\u00f9 alte, non per rimediare agli squilibri commerciali legati al carbonio in particolare, ma per aumentare la competitivit\u00e0 degli Stati Uniti. \u00c8 una direzione inevitabile?<\/h3>\n\n\n\n

Il rilancio del protezionismo attraverso le tariffe \u00e8 basato su un consenso bipartisan. La differenza tra Trump e Biden in questo senso non \u00e8 tanto di natura ma piuttosto di livello.<\/p>\n\n\n\n

La traiettoria \u00e8 la stessa di quella del primo mandato di Trump, ma ora promette tariffe del 10 al 20% su tutto. Naturalmente non sappiamo cosa far\u00e0 alla fine, ma la guerra commerciale \u00e8 all’ordine del giorno.<\/p>\n\n\n\n

In Germania ci siamo concentrati troppo sulla chiusura delle vecchie fonti energetiche piuttosto che sulla costruzione di nuove fonti, cosa che ci avrebbe permesso di rendere quest\u2019ultime cos\u00ec economiche che quelle vecchie sarebbero diventate semplicemente superflue.<\/p>Isabella Weber<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Nel rapporto Draghi sembra esserci una mossa significativa, da un lato, a favore della politica industriale, senza che sia necessariamente molto chiaro cosa significhi.<\/strong> Dall’altro, c’\u00e8 una sorta di ritorno ad una visione pi\u00f9 classica della politica della concorrenza.<\/strong> Una contraddizione?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Questo \u00e8 solo uno trai i tanti esempi che possiamo trovare nel rapporto. Credo che questo si spieghi dal fatto che, in generale, il rapporto Draghi non \u00e8 stato pensato in modo sistemico.<\/p>\n\n\n\n

Ad esempio, parla a lungo dei prezzi dell’energia, ma non menziona mai l’inflazione. L’unica volta che ne parla \u00e8 quando dice che possiamo avere questo livello di spesa fiscale del 4,5-5% del PIL senza incorrere in vincoli di capacit\u00e0 macroeconomica. Si tratta di una concezione macroeconomica molto classica dell’utilizzo della capacit\u00e0 come vincolo all’inflazione.<\/p>\n\n\n\n

In tempi di guerra, le economie con un alto livello di investimenti possono incorrere in strettoie in settori specifici molto prima di avere un problema di utilizzo della capacit\u00e0, e queste strettoie possono far salire i prezzi in modi che possono essere inflazionistici. Una guerra totale contro il cambiamento climatico pu\u00f2 incorrere nello stesso problema. Quindi, se investiamo nella misura proposta giustamente da Draghi, il problema delle strettoie si ripresenter\u00e0, soprattutto in un mondo di deglobalizzazione.<\/p>\n\n\n\n

Nel mondo “in pezzi” in cui viviamo, dove le emergenze si accavallano, gli shock continueranno a moltiplicarsi. \u00c8 evidente che \u00e8 necessario ridurre il costo del capitale, come giustamente sottolineato da Draghi, sia dal punto di vista della transizione verde che da quello della competitivit\u00e0. Ma se dobbiamo fare affidamento sull’aumento dei tassi di interesse ogni volta che c’\u00e8 uno shock dei prezzi, allora ci stiamo affidando ad una politica di inflazione, che rende pi\u00f9 costoso il costo del capitale. Ed \u00e8 probabile che si verifichino delle ondate inflazionistiche.<\/p>\n\n\n\n

In realt\u00e0, i nostri margini di manovra sono molto pi\u00f9 ampi. Molte delle idee sono gi\u00e0 sul tavolo, come ho cercato di illustrare con l’esempio dei prezzi dell’energia. Rendere i prezzi dell’energia pi\u00f9 stabili grazie alla concorrenza significa, in ultima analisi, renderli pi\u00f9 stabili anche in termini di rischi di inflazione. Abbiamo i mezzi per sviluppare misure di salvaguardia contro l’inflazione nel modo in cui l’Unione conduce la sua politica industriale, al fine di evitare episodi inflazionistici e quindi aumenti dei tassi di interesse, che possono essere un fattore importante di indebolimento della competitivit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n

La Cina non ha avuto inflazione. Mentre il resto del mondo ha aumentato i tassi di interesse in modo aggressivo, la Cina ha abbassato i suoi tassi. Il paese si trova ad affrontare tutta una serie di sfide di politica economica diverse, ma in termini di competitivit\u00e0 del costo del capitale, questo \u00e8 un movimento opposto.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

\u00c8 per questo motivo che secondo me, un approccio pi\u00f9 sistemico potrebbe evitare le trappole della competitivit\u00e0 che rischiamo se ci affidiamo a un approccio isolato come lo vedo nel rapporto Draghi.<\/p>\n\n\n\n

Uno degli aspetti pi\u00f9 visibili del rapporto Draghi, in parte perch\u00e9 criticato in Germania, \u00e8 stata la sua richiesta di lanciare una grande corsa agli investimenti finanziata a livello europeo. Cosa ne pensa di questa dimensione? Quanto \u00e8 probabile che si assista a questo tipo di mutualizzazione fiscale europea?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n

Sono d’accordo con la sua proposta. \u00c8 un problema che si ripropone da quando \u00e8 scoppiata la crisi dell’euro. Il fatto di non avere questo tipo di spazio fiscale a livello europeo \u00e8 una delle ragioni per cui, in questi momenti di crisi globale, vediamo questi cali della crescita europea rispetto a quella degli Paesi.<\/p>\n\n\n\n

Per rivedere davvero le regole di bilancio europee,
la Germania dovr\u00e0 prima riformare il suo freno al debito nazionale.<\/p>Isabella Weber<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n

Per quanto riguarda le dinamiche politiche, ritengo che la Germania si muover\u00e0 a livello europeo solo dopo essersi mossa a livello nazionale. Lo abbiamo visto molto chiaramente durante la crisi energetica. La Germania alla fine ha attuato i freni ai prezzi dell’energia a livello nazionale, e solo dopo ha accettato un tetto massimo per il prezzo del gas a livello europeo. Penso che lo stesso tipo di dinamica si verificher\u00e0 con le regole fiscali. La Germania \u00e8 la grande economia che ha registrato i risultati peggiori in due anni di recessione. Non bisogna essere un economista eterodosso per pensare che in una situazione del genere non serve un freno al debito, ma una spesa fiscale su larga scala.\u00a0<\/p>\n\n\n\n

Durante la crisi dell’euro, si \u00e8 sostenuto che la Germania avesse in qualche modo beneficiato di questa stretta fiscale e che ne fosse uscita vincitrice imponendo il suo conservatorismo fiscale al resto dell’UE. Non dico necessariamente che sia cos\u00ec, ma l’argomentazione era valida. Ma oggi la Germania sta imponendo la stessa logica alla propria economia in un modo che \u00e8 davvero dannoso per la sua competitivit\u00e0, per la stabilit\u00e0 democratica e per il necessario rinnovamento del suo modello economico.<\/p>\n\n\n\n

Finch\u00e9 la Germania sar\u00e0 disposta a fare questo alla propria economia, nonostante gli enormi costi legati a questa decisione, \u00e8 improbabile che sostenga una capacit\u00e0 fiscale comune a livello europeo, proprio per evitare di imporre lo stesso tipo di costi agli altri Paesi europei. <\/p>\n\n\n\n

La condizione necessaria \u00e8 che la Germania riformi internamente il freno al debito. Speriamo che alla fine si decida a fare una riforma significativa anche a livello europeo, che ci dia il tipo di spazio fiscale di cui abbiamo bisogno.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"

Il modello economico europeo sta vacillando: come sopravvivere ai prossimi shock?<\/p>\n

Dall’elezione di Trump alla crisi politica in Germania, passando per i prezzi dell’energia e l’inflazione, l’economista Isabella Weber discute il rapporto Draghi durante la macro-crisi.<\/p>\n","protected":false},"author":29021,"featured_media":26472,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-interviews.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"_trash_the_other_posts":false,"footnotes":""},"categories":[2265],"tags":[],"geo":[2086],"class_list":["post-26478","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-rapporto-draghi-un-dibattito-europeo","staff-shahin-vallee","geo-europa"],"acf":[],"yoast_head":"\n\u201cL'elezione di Trump lo dimostra: l'inflazione \u00e8 un pericolo per la democrazia\u201d, conversazione con Isabella Weber - Il Grand Continent<\/title>\n<meta name=\"robots\" content=\"index, follow, max-snippet:-1, max-image-preview:large, max-video-preview:-1\" \/>\n<link rel=\"canonical\" href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2024\/11\/13\/lelezione-di-trump-lo-dimostra-linflazione-e-un-pericolo-per-la-democrazia-conversazione-con-isabella-weber\/\" \/>\n<meta property=\"og:locale\" content=\"it_IT\" \/>\n<meta property=\"og:type\" content=\"article\" \/>\n<meta property=\"og:title\" content=\"\u201cL'elezione di Trump lo dimostra: l'inflazione \u00e8 un pericolo per la democrazia\u201d, conversazione con Isabella Weber - Il Grand Continent\" \/>\n<meta property=\"og:description\" content=\"Il modello economico europeo sta vacillando: come sopravvivere ai prossimi shock? 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