{"id":2428,"date":"2021-06-29T17:13:57","date_gmt":"2021-06-29T16:13:57","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=2428"},"modified":"2021-11-21T21:13:14","modified_gmt":"2021-11-21T21:13:14","slug":"leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/","title":{"rendered":"L\u2019Europa del XXI secolo, fra centri e periferie"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap\">La lunga e felice storia dell\u2019integrazione europea \u00e8 stata caratterizzata per decenni dalla capacit\u00e0 di garantire a tutti i cittadini un crescente benessere, e quindi dal diffuso consenso che il progetto comune ne otteneva in cambio. Crescente benessere per tutti, legato all\u2019indiscutibile effetto positivo dell\u2019integrazione sullo sviluppo economico, grazie alla libera circolazione dei beni prima, e dei servizi, delle persone e dei capitali, poi e, in misura minore ma non irrilevante, agli effetti delle politiche comunitarie. Un benessere legato inoltre a una forte attenzione politica verso la riduzione delle disuguaglianze tra paesi, regioni, luoghi, persone, come cemento della costruzione europea. Fra le vicende simbolo di questa lunga storia vi sono le decisioni prese alla fine degli anni Ottanta: da un lato le grandi liberalizzazioni promosse dall\u2019Atto Unico per stimolare la crescita; dall\u2019altro le politiche comunitarie di coesione, volte ad impedire la polarizzazione delle attivit\u00e0 economiche in alcune parti dell\u2019Unione, e quindi a garantire che i benefici della maggiore crescita andassero a vantaggio di tutti i cittadini europei e non solo di alcuni. Un principio, quest\u2019ultimo, inserito nei Trattati.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma dalla caduta del Muro di Berlino, e poi sempre di pi\u00f9 con il XXI secolo, il quadro \u00e8 progressivamente cambiato. Alla radice di queste dinamiche non vi \u00e8 una sola causa, ma l\u2019azione interconnessa di molti fattori dello scenario internazionale&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-1-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-1-2428' title='Una trattazione pi\u00f9 estesa di questi fenomeni e delle conseguenze sulla localizzazione delle attivit\u00e0 economiche in Europa \u00e8 in G. Viesti, &lt;em&gt;Centri e periferie. Europa, Italia, Mezzogiorno dal XX al XXI secolo,&lt;\/em&gt; Laterza, Roma-Bari, 2021'><sup>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Di varia natura: <\/p>\n\n\n\n<ul class=\"wp-block-list\"><li>politica, come la crescente disattenzione nelle dinamiche di molti paesi europei al tema delle disuguaglianze <\/li><li>demografica, con la fine dell\u2019aumento della popolazione del continente e il suo invecchiamento, e quindi con il ruolo molto maggiore giocato dalle migrazioni, interne ed esterne all\u2019Unione, nel determinare il futuro delle regioni<\/li><li>economica, con la crescita della manifattura nelle economie emergenti e il suo impatto nel commercio internazionale<\/li><li>tecnologica, con la diffusione delle innovazioni a matrice digitale, e le conseguenti trasformazioni nella produzione di molti beni e servizi e nella connessa domanda di lavoro, pi\u00f9 polarizzata su professionalit\u00e0 ad alta e bassa qualifica. <\/li><\/ul>\n\n\n\n<p>Infine, possiamo aggiungere, anche come combinazione degli ultimi fenomeni, la crescente riorganizzazione su scala internazionale di molte filiere produttive a cominciare da <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/2021\/04\/22\/contro-lautomobile\/\">quella dell\u2019automobile<\/a>, che ha portato alla localizzazione in paesi e regioni diverse fasi di lavorazione, grazie all\u2019aumento delle capacit\u00e0 produttive nei paesi a pi\u00f9 basso livello salariale e dalla riduzione dei costi di coordinamento (e di trasporto).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per il tema che qui si affronta, una questione \u00e8 cruciale: questi sviluppi economici e tecnologici hanno prodotto un <a href=\"https:\/\/legrandcontinent.eu\/fr\/2020\/10\/20\/pisani-ferry-asymetries\/\">impatto molto asimmetrico <\/a>sulle regioni europee. Hanno reso assai pi\u00f9 difficile il rafforzamento dell\u2019economia nelle regioni pi\u00f9 deboli, a sviluppo pi\u00f9 \u201ctardivo\u201d. Hanno colpito in misura pi\u00f9 intensa alcune delle aree a pi\u00f9 vecchia industrializzazione, specializzate in settori e fasi produttive pi\u00f9 esposte alla concorrenza internazionale. Hanno favorito, accelerando la terziarizzazione dell\u2019economia europea, molte delle sue aree urbane.<\/p>\n\n\n\n<p>A tutto questo, vanno aggiunti due grandi eventi comunitari. Il primo \u00e8 il grande allargamento ad Est, che si \u00e8 rivelato molto pi\u00f9 importante di quanto si potesse immaginare all\u2019inizio del secolo. Con l\u2019allargamento sono entrati nell\u2019Unione nuovi stati membri profondamente diversi dai vecchi, tanto per le loro condizioni economiche, quanto per le forme di regolazione politica delle loro economie e delle loro societ\u00e0; a differenza di quanto avvenuto con tutti gli allargamenti precedenti, ed in particolare con quelli mediterranei degli anni Ottanta, queste differenze si sono rivelate tenaci, permanenti. La nuova Europa a 28 (e poi a 27) ha visto spostarsi significativamente il proprio baricentro geopolitico, e geoeconomico, verso Nord-Est. Parallelamente, la risposta dell\u2019Unione alla grande crisi del 2008 si \u00e8 progressivamente incentrata sull\u2019obbligo di politiche di austerit\u00e0 per gli Stati Membri con i maggiori problemi di finanza pubblica: politiche poco attente tanto alla crescita quanto all\u2019inclusione sociale. Soprattutto negli anni Dieci, le economie del Sud Europa sono state caratterizzate da una caduta degli investimenti pubblici e privati e dalle politiche per l\u2019inclusione sociale. Questo, proprio negli anni in cui erano pi\u00f9 necessarie attenti e incisivi interventi pubblici per accompagnare la loro trasformazione.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>La nuova Europa a 28 (e poi a 27) ha visto spostarsi significativamente il proprio baricentro geopolitico, e geoeconomico, verso Nord-Est. <\/p><cite>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>L\u2019effetto combinato di questi profondi cambiamenti ha prodotto un\u2019Europa segnata pi\u00f9 che in passato da forme di polarizzazione geoeconomica e da crescenti disparit\u00e0 fra i suoi territori; e quindi dall\u2019incapacit\u00e0 di assicurare, come in passato, che alla crescita d\u2019insieme dell\u2019Unione facesse riscontro un miglioramento di tutte le sue regioni, e quindi delle condizioni di tutti i suoi cittadini. Disparit\u00e0 territoriali vi sono sempre state, e sempre vi saranno, ma il nuovo secolo ha visto, in molti ambiti, il loro accentuarsi. La percezione da parte di molti cittadini europei di una crescente disuguaglianza di opportunit\u00e0 e di una scarsa attenzione da parte delle politiche pubbliche ha prodotto significativi effetti, a base territoriale, anche nelle dinamiche politico-elettorali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In passato la geografia economica dell\u2019Unione poteva essere approssimata dalla differenza fra un\u2019area centrale, anche geograficamente, che includeva le regioni e le citt\u00e0 pi\u00f9 forti del continente (la vecchia \u201cbanana blu\u201d della Datar rivista e aggiornata&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-2-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-2-2428' title='Si veda R. Brunet, Les Villes Europe\u00e9nnes. Rapport pour la Datar, Reclus, Montpellier, 1989'><sup>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>) e aree pi\u00f9 periferiche, prevalentemente meridionali; la sua evoluzione era descritta dalle dinamiche della convergenza fra i Sud e i Nord. Nel nuovo secolo, questa geografia si \u00e8 fatta assai pi\u00f9 articolata.<\/p>\n\n\n\n<p>Una prima faglia \u00e8 quella che \u00e8 venuta a dividere col nuovo secolo, e assai pi\u00f9 intensamente con gli anni Dieci, l\u2019Est dal Sud. Si badi, l\u2019uso del termine Est per designare i nuovi stati membri ha una accezione pi\u00f9 storica (gli ex-comunisti) che geografica, dato che diversi di essi sono saldamente collocati al centro del Continente. Dopo un lungo e difficile processo di adattamento politico, economico, istituzionale e sociale dopo la caduta del Muro di Berlino, parallelamente all\u2019ingresso nell\u2019UE i nuovi Stati Membri hanno conosciuto grandi trasformazioni e processi di crescita accelerati&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-3-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-3-2428' title='Cfr. es. D. Bohle e B. Greskovits, Capitalist Diversity on Europe\u2019s Periphery, Cornell U.P., Ithaca e New York, 2012 e P. Ther, Europe since 1989. A History. Princeton U.P., Princeton, 2016'><sup>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>, proprio negli anni in cui i Mediterranei hanno vissuto il periodo pi\u00f9 difficile. I due fenomeni sono in parte connessi. Al centro dell\u2019Europa si \u00e8 creato un \u201ccuore manifatturiero\u201d dovuto alla repentina integrazione fra l\u2019economia tedesca (e austriaca) e quelle in particolare dei quattro paesi Visegrad. Mentre diminuiva in tutto il resto d\u2019Europa, l\u2019attivit\u00e0 manifatturiera \u00e8 fortemente cresciuta ad Est; alcune regioni protagoniste dell\u2019industria europea all\u2019inizio del Novecento (dalla Slesia polacca ex tedesca alla Boemia e alla Moravia, ma anche al Banato romeno) sono tornate a giocare un ruolo di primo piano. Altre aree, specie in Ungheria e Slovacchia, hanno conosciuto una trasformazione strutturale delle loro economie. All\u2019interno di questo \u201ccuore\u201d si sono ristrutturate le catene produttive tedesche nell\u2019industria, ma sono anche arrivati nuovi investimenti extra-europei, specie asiatici&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-4-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-4-2428' title='Si veda anche: R. Stollinger e altri, &lt;em&gt;Global and Regional Value Chains: How Important, How Different,&lt;\/em&gt; WIIW Research Report 427, Vienna, 2018'><sup>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Le nuove convenienze localizzative ad Est (costi del lavoro assai bassi, buon livello di istruzione delle forze di lavoro, bassa conflittualit\u00e0 sindacale, ma anche collocazione assai prossima alla Germania) hanno spiazzato quelle a Sud; specie in Spagna e Portogallo che al volgere del secolo erano le aree pi\u00f9 promettenti per l\u2019attrazione di capitali produttivi internazionali.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma anche la geografia dei Centri dell\u2019Europa \u00e8 divenuta meno compatta. Alla persistente forza manifatturiera della Germania ha fatto riscontro l&#8217;accelerazione del declino di altre regioni di antica industrializzazione, colpite dalla concorrenza internazionale e incapaci di mutare specializzazione. Queste regioni sono rimaste incastrate dalla \u201ctrappola dello sviluppo intermedio\u201d&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-5-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-5-2428' title='Sul tema della trappola dello sviluppo intermedio, da ultimo: S. Iammarino, A. Rodriguez-Pose, M. Storper, A. Diemer, Falling into the middle-income trap? A study on the risks for EU regions to be caught in a middle-income trap, Rapporto finale per la DG Regio, 2020'><sup>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>, pi\u00f9 costose rispetto ai nuovi luoghi della produzione, ma meno innovative rispetto all\u2019Europa delle regioni pi\u00f9 competitive. Ci\u00f2 \u00e8 quanto avvenuto in diverse regioni, a somiglianza della \u201c<em>Rust Belt<\/em>\u201d del Midwest americano, accentuando dinamiche gi\u00e0 in corso dalla fine del secolo precedente. Ad esempio nell\u2019ampia fascia di confine fra il Nord-Est della Francia e il Sud del Belgio, protagonista sin dall\u2019Ottocento della prima industrializzazione dell\u2019Europa continentale; nel Nord dell\u2019Inghilterra, ad accelerare un sensibile declino gi\u00e0 evidente; in parti del Centro-Nord italiano, specie nel vecchio Nord-Ovest piemontese e nella fascia adriatica centrale; in alcune regioni industriali del Nord del Portogallo e del Nord-Ovest spagnolo. Persino in alcune aree tedesche, del Nord e dell\u2019Ovest, come nella Saar. La trama dell\u2019industria europea si \u00e8 ricomposta nel cuore manifatturiero, ma si \u00e8 sfrangiata altrove.<\/p>\n\n\n\n<p>Ma nel centro dell\u2019Europa ci\u00f2 che sta facendo sempre pi\u00f9 la differenza \u00e8 il rafforzarsi di molte aree urbane, anche se non di tutte. Esse hanno conservato produzioni manifatturiere a pi\u00f9 alta tecnologia, ma soprattutto sono state in grado nel corso del nuovo secolo di far crescere un nuovo tessuto di imprese di servizi, specie a matrice digitale, in grado di servire territori ben pi\u00f9 vasti di quelli di prossimit\u00e0. Aree urbane dense, fatte di citt\u00e0 ben collegate fra loro grazie a infrastrutture e servizi di trasporto, con positivi fenomeni di specializzazione e integrazione fra le imprese, le universit\u00e0, i centri di ricerca, con una popolazione pi\u00f9 giovane e pi\u00f9 istruita del resto del Continente. Cos\u00ec \u00e8 per la perdurante forza terziaria della grande Londra, Brexit permettendo, e della grande Parigi, ma anche della citt\u00e0 multinazionale Copenhagen-Malmoe, del Randstadt olandese, di vaste aree della Germania, anche ad Est, come sull\u2019asse Berlino-Dresda, o della regione francese del Rodano-Alpi. Cos\u00ec come per la grande Dublino, capitale di un paese con un reddito pro-capite ormai di molto superiore alle medie continentali, proprio grazie allo sviluppo di impieghi terziari dovuti alla localizzazione di imprese americane che usano la piccola isola come testa di ponte per l\u2019Europa (anche per le sue politiche di tassazione di estremo favore). E cos\u00ec \u00e8 per l\u2019integrazione europea dei piccoli paesi baltici, tutta dovuta allo sviluppo di settori urbani di servizio, anche in connessione con quelli di Svezia e Finlandia. Anche a Sud, come per l\u2019emergere dell\u2019economia di Madrid all\u2019interno della Spagna e per la vitalit\u00e0 dell\u2019asse Milano-Bologna nel Nord Italia, che registra risultati migliori del resto del paese grazie ad una positiva integrazione tra industria e servizi, tra produzione fisica e immateriale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Queste nuove geografie europee si rafforzano grazie alle dinamiche demografiche, e in particolare grazie ai flussi migratori. In un panorama in cui il tasso di fecondit\u00e0 in tutti i paesi europei \u00e8 inferiore a 2, cio\u00e8 al valore di riproduzione della popolazione, \u00e8 il movimento delle persone a fare la differenza. In particolare, il movimento di popolazione giovane tra paesi e all\u2019interno dei paesi europei, alla ricerca di nuove opportunit\u00e0 di occupazione nei servizi, qualificati e meno qualificati, nelle sue aree urbane centrali, a cominciare da quelle scandinave e olandesi. Movimenti che rendono la loro popolazione non solo pi\u00f9 ampia ma anche pi\u00f9 giovane, e quindi maggiormente in grado di riprodursi, e a maggiore qualificazione, e quindi pi\u00f9 in grado di contribuire alla crescita dei servizi avanzati. E che determinano effetti contrari, di indebolimento, nelle aree di provenienza. A ci\u00f2 si aggiungono ampi movimenti di popolazione dall\u2019esterno dell\u2019Europa: forieri di non semplici problemi di adattamento e di integrazione, ma anche in grado di rafforzare sensibilmente le citt\u00e0 e le regioni di destinazione. La popolazione nata all\u2019estero \u00e8 cos\u00ec un terzo del totale in Svizzera, un quinto in Svezia, un sesto in Germania: il paese che pi\u00f9 ha contrastato il declino della popolazione autoctona con forti flussi in entrata.<\/p>\n\n\n\n<p>Tutto ci\u00f2 sta consolidando o aprendo nuove disuguaglianze anche all\u2019interno dei paesi. Cresciute ovunque con i primi processi di industrializzazione, le differenze regionali interne nel Novecento avevano teso largamente a ridursi, grazie a processi di convergenza legati alla diffusione geografica delle attivit\u00e0 industriali e terziarie. Esse presentano modalit\u00e0 e intensit\u00e0 diverse negli Stati Membri&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-6-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-6-2428' title='Per un\u2019analisi pi\u00f9 ampia, cfr. sempre Viesti (2021)'><sup>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>: pi\u00f9 legati a disparit\u00e0 fra grandi gruppi di regioni in Germania, Polonia, Italia, Spagna; connesse alla prevalenza delle aree urbane ed in particolare delle capitali in Francia, Portogallo, Grecia e in tutti i nuovi Stati Membri; frutto di entrambe le circostanze in Inghilterra. Complessivamente, i processi di convergenza regionale interni ai paesi sono molto rallentati, si sono arrestati, e poi sono tornati a crescere. E\u2019 il caso paradigmatico dell\u2019Inghilterra, dove il nuovo secolo ha ulteriormente acuito le distanze fra la prospera area del Sud-Est intorno a Londra e vaste aree del Nord (e del Galles) deindustrializzato e intristito, incapace di fronteggiare il declino dell\u2019occupazione dei suoi colletti blu dell\u2019industria con nuovi colletti bianchi nel terziario. E\u2019 anche il caso dell\u2019Italia, dove le distanze fra il Nord e il Sud rimangono assai ampie, e tendono ad accrescersi anche per effetto dei fenomeni demografici, con l\u2019immigrazione interna ed internazionale che si concentra nelle aree gi\u00e0 pi\u00f9 prospere e le rafforza. E\u2019, ancora, il caso della Francia, dove al declino delle vecchie produzioni industriali del Nord-Est si somma un accrescersi del ruolo di Parigi nell\u2019economia del paese e si approfondiscono la distanze fra le tante aree urbane prospere e la Francia profonda, rurale. E\u2019 infine il caso del Belgio, dove \u00e8 netta la distanza fra le Fiandre inserite nei grandi flussi commerciali intercontinentali grazie ad Anversa e con una significativa presenza industriale a base multinazionale, la cosmopolita e terziaria Bruxelles e&nbsp; una decaduta Vallonia. Anche in Germania, dove le distanze fra Ovest e Est hanno continuato a ridursi, ma non certo ad annullarsi, sembrano aprirsi nuove fratture all\u2019interno dei <em>L\u00e4nder <\/em>Orientali, fra alcune vibranti citt\u00e0, a cominciare da Berlino, e i territori rurali dell\u2019estremo Nord. In tutti i paesi europei pi\u00f9 avanzati, poi, si notano significative disparit\u00e0 anche all\u2019interno delle aree urbane pi\u00f9 vaste, collegate alla polarizzazione in corso sul mercato del lavoro, indotta tanto dalle nuove tecnologie quanto, soprattutto, dalle scelte politiche per la sua regolazione e dall\u2019indebolimento delle rappresentanze dei lavoratori. Cos\u00ec che molte grandi citt\u00e0 europee sono al tempo stesso luoghi dell\u2019innovazione dove si concentra la forza lavoro pi\u00f9 giovane e a maggior qualifica e luoghi di profonde disparit\u00e0 sociali nelle loro periferie.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>In tutti i paesi europei pi\u00f9 avanzati si notano significative disparit\u00e0 anche all\u2019interno delle aree urbane pi\u00f9 vaste, collegate alla polarizzazione in corso sul mercato del lavoro, indotta tanto dalle nuove tecnologie quanto, soprattutto, dalle scelte politiche per la sua regolazione e dall\u2019indebolimento delle rappresentanze dei lavoratori. <\/p><cite>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Molto nette sono le disparit\u00e0 che si sono aperte nei nuovi Stati Membri, a vantaggio delle regioni pi\u00f9 occidentali e soprattutto delle capitali. Il loro indiscutibile successo economico va letto anche alla luce di questa forte polarizzazione, con l\u2019industria e i servizi che si concentrano e la popolazione delle regioni pi\u00f9 deboli che si sposta, all\u2019interno dei paesi e su scala internazionale in cerca di nuove opportunit\u00e0. Il reddito cresce ovunque, ma in alcune aree dei paesi baltici e di Romania e Bulgaria, la diminuzione della popolazione \u00e8 assai accentuata, come effetto combinato di una natalit\u00e0 molto bassa e di una fortissima emigrazione, tanto da far perdere loro un decimo della popolazione totale nell\u2019ultimo decennio. Tendenze simili, frutto della gravissima crisi degli ultimi anni, sono leggibili anche in alcune regioni della Grecia continentale.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Queste dinamiche sono chiare non solo agli analisti ma anche agli europei che vivono nei luoghi in maggiore difficolt\u00e0: nelle regioni in ritardo storico essi percepiscono una ridotta possibilit\u00e0 di agganciare i processi di crescita continentali; in quelle gi\u00e0 sviluppate ma in declino soffrono di una condizione in parte nuova di ripiegamento delle opportunit\u00e0. In entrambi i casi, sperimentano una \u201ccarenza di futuro\u201d, registrano l\u2019incapacit\u00e0 delle autorit\u00e0 locali, nazionali, ed europee di modificare la situazione, lamentano una carenza di attenzione rispetto ai cittadini dei luoghi pi\u00f9 forti&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-7-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-7-2428' title='Si veda A. Rodriguez-Pose, The revenge of the places that don\u2019t matter (and what to do about it), Cambridge Journal of Regions, Economy and Society, 11, 1, 2017'><sup>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Esprimono questo disagio, questa disillusione, emigrando, ma anche con il voto. E\u2019 molto difficile formulare interpretazioni valide per l\u2019intero Continente, dato che sono assai diverse le condizioni nazionali. E tuttavia molte analisi mostrano che nell\u2019ultimo quinquennio \u00e8 cresciuta l\u2019importanza dei luoghi di residenza come determinante dei comportamenti elettorali&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-8-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-8-2428' title='Cfr. L. Dijkstra, H. Poelman, A. Rodriguez-Pose, The geography of EU Discontent, European Commission Regional and Urban Policy WP 12, 2018'><sup>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>. A partire dalle clamorose disparit\u00e0 territoriali nel voto del 2016 per la Brexit, con il Nord dell\u2019Inghilterra compatto nel \u201cpunire\u201d quell\u2019Europa da essi ritenuta corresponsabile delle loro sorti, all\u2019avanzata della destra francese nel Nord-Est (e alla protesta per molti versi \u201canti-urbana\u201d dei<em> gilet jaunes<\/em>) e di quella italiana nelle aree pi\u00f9 lontane dalle citt\u00e0, fino al rilevante sostegno per la destra tedesca dei cittadini dei <em>L\u00e4nder <\/em>orientali &#8211; anche, cosa interessante, di quelli che vivono nelle citt\u00e0 pi\u00f9 dinamiche della Sassonia. Nella grande diversit\u00e0 delle situazioni sembra feconda un\u2019interpretazione che vede i cittadini delle regioni \u201cche non contano\u201d rivolgere il loro consenso verso forze sovraniste ed identitarie, che siano maggiormente in grado di proteggerli contro i grandi cambiamenti del XXI secolo.<\/p>\n\n\n\n<p>La questione territoriale europea \u00e8 qui per restare. Queste crescenti e multiformi disparit\u00e0 fanno s\u00ec che, a differenza del passato, alla crescita del benessere europeo non corrisponda la crescita del benessere di tutti gli europei, o quantomeno della loro grande maggioranza; e che quindi il progetto comune non sembri in grado di essere il progetto per tutti gli europei. Le vicende del XXI secolo mostrano chiaramente che le dinamiche spontanee dei mercati non sono in grado di ridurle, e che possono invece acuirle. Sta alla politica degli stati membri, e al concerto comunitario, la responsabilit\u00e0 di politiche pubbliche in grado di contrastarle efficacemente e di rilanciare cos\u00ec anche il progetto di costruzione dell\u2019Europa.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>La questione territoriale europea \u00e8 qui per restare. Queste crescenti e multiformi disparit\u00e0 fanno s\u00ec che, a differenza del passato, alla crescita del benessere europeo non corrisponda la crescita del benessere di tutti gli europei, o quantomeno della loro grande maggioranza; e che quindi il progetto comune non sembri in grado di essere il progetto per tutti gli europei. <\/p><cite>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>Non esiste un singolo strumento di politica economica in grado di invertire queste tendenze. Come si \u00e8 detto, differenti ne sono le cause: azioni in grado di contrastarne gli effetti non possono che essere diversificate. E\u2019 bene ricordare che alcune possono avere una diretta finalizzazione territoriale. Ma non va commesso l\u2019errore di ritenere che le disparit\u00e0 territoriali possano essere contrastate da politiche esplicitamente \u201cregionali\u201d; altre politiche, ancora pi\u00f9 importanti, possono raggiungere risultati indiretti di riduzione delle disparit\u00e0 territoriali, ad esempio intervenendo sulle disparit\u00e0 interpersonali: le disuguaglianze fra le persone e quelle fra i luoghi sono strettamente interconnesse&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-9-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-9-2428' title='Un\u2019analisi quantitativa che consente di misurare queste connessioni nel caso degli Stati Uniti \u00e8 R. A. Manduca, The Contribution of National Income Divergence to Regional Economic Divergence. Social Forces, 98, 2, 2019'><sup>9<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Il quadro \u00e8 quindi complesso.<\/p>\n\n\n\n<p>Gran parte degli strumenti che possono essere utilizzati sono pi\u00f9 nelle competenze degli Stati Membri che delle autorit\u00e0 comunitarie. E tuttavia, anche a livello dell\u2019Unione ci sono possibilit\u00e0 importanti: e nella parte finale di questo scritto si concentrer\u00e0 l\u2019attenzione proprio sul livello comunitario, alla luce della circostanza che le dinamiche in corso, come si \u00e8 provato ad argomentare, presentano problemi non solo per le economie e le societ\u00e0 nazionali ma anche per la stessa costruzione europea.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Il primo strumento, naturalmente, \u00e8 quello delle politiche di coesione territoriale europee, confermate nelle loro caratteristiche anche nelle \u201cprospettive finanziarie\u201d europee per il 2021-27. Si tratta di risorse di dimensione contenuta (all\u2019incirca lo 0,3% del PIL dell\u2019UE-27) ma che se ben focalizzate possono fornire un primo contributo. Rispetto all\u2019esperienza dei precedenti periodi di programmazione due sembrano gli elementi pi\u00f9 importanti. In primo luogo, sembra opportuna un\u2019attenzione molto maggiore all\u2019effettiva addizionalit\u00e0 di queste risorse rispetto ai programmi di intervento e di investimento gi\u00e0 previsti dagli Stati Membri: specie in paesi con sensibili disparit\u00e0 interne (come nel caso paradigmatico dell\u2019Italia) queste risorse sono spesso utilizzate in sostituzione del finanziamento nazionale di interventi gi\u00e0 programmati, perdendo la loro capacit\u00e0 di promozione addizionale dello sviluppo. In secondo luogo \u00e8 auspicabile una maggiore attenzione e un pi\u00f9 forte ruolo propositivo e di verifica delle autorit\u00e0 comunitarie rispetto alla scelta degli interventi da promuovere e ai loro effetti. Molto spesso in passato il ruolo della Commissione \u00e8 stato concentrato nella verifica degli aspetti formali della costruzione degli Accordi di Partenariato che disciplinano l\u2019impego di queste risorse pi\u00f9 che all\u2019indicazione, di concerto con le autorit\u00e0 degli Stati membri e delle Regioni, di specifiche priorit\u00e0 e modalit\u00e0 di intervento, anche alla luce delle valutazioni degli interventi gi\u00e0 precedentemente effettuati; e il ruolo di controllo tende ad essere esercitato, daccapo, pi\u00f9 sulla rispondenza formale della spesa effettuata alle regolamentazioni che sull\u2019effettiva verifica della realizzazione degli investimenti e della loro entrata a regime.<\/p>\n\n\n\n<p>Sin dal rafforzamento delle politiche di coesione comunitarie, alla fine degli anni Ottanta, si \u00e8 creata una tensione fra questi interventi, volti principalmente a determinare condizioni di maggior favore (minor sfavore) nelle aree pi\u00f9 deboli dell\u2019Unione e le regole di concorrenza, volte proprio ad eliminare o prevenire condizioni che rendano squilibrata la competizione fra le imprese. Tensione sempre risolta soprattutto attraverso la definizione delle \u201cCarte degli Aiuti di Stato\u201d, che normano le possibili esenzioni su base territoriale dei generali divieti. Parallelamente, le normative comunitarie hanno sempre privilegiato la tutela della concorrenza rispetto a politiche, anche selettive, volte al rafforzamento e alla trasformazione delle strutture produttive degli Stati membri e delle Regioni; cio\u00e8 delle \u201cpolitiche industriali\u201d. Hanno contrastato spesso, anche all\u2019interno dei confini nazionali, interventi volti al riequilibrio territoriale. La vasta strumentazione disponibile fino agli anni Novanta, a partire dall\u2019utilizzo della domanda pubblica come strumento per favorire lo sviluppo delle imprese, anche su base territoriale, \u00e8 cos\u00ec rapidamente deperita. Tuttavia, negli anni pi\u00f9 recenti, a partire dalla crisi finanziaria del 2008-09 e poi con la crisi del Covid del 2020-21, anche alla luce delle pi\u00f9 modeste <em>performance <\/em>sotto il profilo delle capacit\u00e0 innovative dell\u2019Unione rispetto a Stati Uniti e Cina (specie nelle tecnologie a matrice digitale) e degli intensi processi di de-industrializzazione di alcune aree, settoriali e geografiche dell\u2019Unione, \u00e8 in corso un profondo ripensamento. Vi sono state importanti eccezioni alle regole sugli Aiuti (come per l\u2019industria automobilistica dopo la crisi finanziarie); e tutta la regolamentazione sugli Aiuti di Stato \u00e8 stata sostituita all\u2019inizio della crisi del Covid da un \u201cQuadro Temporaneo\u201d per consentire agli Stati membri di intervenire pi\u00f9 facilmente e tempestivamente a sostegno delle imprese. Si \u00e8 dunque creata una \u201cfinestra di opportunit\u00e0\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>L\u2019esperienza degli ultimi trent&#8217;anni ha mostrato che l\u2019assoluta e ideologica fiducia nelle capacit\u00e0 del mercato e della concorrenza di allocare le risorse economiche in modo da favorire sviluppo e innovazione dei sistemi produttivi non ha prodotto i risultati sperati; come si \u00e8 ricordato essa ha prodotto processi di polarizzazione. Specie in confronto alle esperienze di sistemi, come quello cinese ma ancor pi\u00f9 quello statunitense, nei quali i poteri pubblici giocano un ruolo assai pi\u00f9 importante nel promuovere e nell\u2019indirizzare i capitali privati verso \u201cmissioni\u201d di sviluppo. Prime esperienze, come quelle degli \u201cImportant Projects of Common European Interest&#8221; (IPCEI), sembrano mostrare approcci diversi. Per quel che si \u00e8 qui argomentato, tuttavia, una rinnovata vitalit\u00e0 di politiche industriali e dell\u2019innovazione europee non dovrebbe ignorare la dimensione territoriale: come nelle lontane esperienze italiane e inglese, incorporarla nelle politiche industriali pu\u00f2 consentire di mirare contemporaneamente ad un complessivo rafforzamento dell\u2019Unione e ad una riduzione delle sue fratture interne.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-pullquote\"><blockquote><p>L\u2019esperienza degli ultimi trent&#8217;anni ha mostrato che l\u2019assoluta e ideologica fiducia nelle capacit\u00e0 del mercato e della concorrenza di allocare le risorse economiche in modo da favorire sviluppo e innovazione dei sistemi produttivi non ha prodotto i risultati sperati. <\/p><cite>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n<p>In questi ambiti, particolarmente rilevante potrebbe essere il tema della transizione ecologica, energetica e ambientale dell\u2019Unione. In molti ambiti economici, gli investimenti, tanto nella produzione quanto nella ricerca, tendono a concentrarsi nelle aree in cui \u00e8 maggiore la preesistenza di imprese e la sedimentazione di conoscenze, proprio perch\u00e9 pu\u00f2 essere cos\u00ec maggiore la loro produttivit\u00e0; questo vale per gli investimenti privati, ma queste condizioni spesso influenzano profondamente anche la localizzazione degli investimenti pubblici (che tendono cos\u00ec a \u201cseguire\u201d l\u2019economia di mercato, pi\u00f9 a creare le condizioni per il suo sviluppo dove \u00e8 pi\u00f9 debole). Questo potrebbe essere meno vero proprio nelle attivit\u00e0 connesse alla transizione ecologica. Le condizioni per lo sviluppo delle produzioni di energie rinnovabili, e quindi anche per la localizzazione di attivit\u00e0 di ricerca ad esse connesse, sono pi\u00f9 favorevoli in molte aree periferiche, specie mediterranee; il rafforzamento dell\u2019economia circolare, la costruzione di comunit\u00e0 energetiche locali, il rinnovamento del parco edilizio pubblico pu\u00f2 essere particolarmente intenso proprio nelle aree periferiche, interne.<\/p>\n\n\n\n<p>La possibilit\u00e0 di intervento su scala comunitaria \u00e8 condizionata da un significativo ampliamento del bilancio comune grazie anche all\u2019individuazione di nuove risorse proprie&nbsp;<span class='whitespace-nowrap'><span id='easy-footnote-10-2428' class='easy-footnote-margin-adjust'><\/span><span class='easy-footnote'><a href='https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/#easy-footnote-bottom-10-2428' title='Su questi temi, molte importanti riflessioni sono in F. Saraceno, La riconquista. Perch\u00e9 abbiamo perso l\u2019Europa e come possiamo riprendercela, Luiss U.P., Roma, 2020'><sup>10<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Lo stesso utilizzo di nuove fonti di finanziamento, ad esempio basate sulla tassazione delle transazioni finanziarie e digitali, potrebbe avere un impatto significativo sulle stesse disparit\u00e0, dato che esse tendono a concentrarsi, anche geograficamente. Ed \u00e8 opportuno ricordare che la stessa adozione di regole fiscali transnazionali sulla tassazione minima delle imprese, che cominci a contrastare i rilevantissimi fenomeni di legislazioni di favore per le imprese di alcuni stati membri ad alto reddito, anche se non collegata al bilancio comunitario pu\u00f2 contrastare i fenomeni di polarizzazione economica territoriale. All\u2019ampliamento delle dimensioni del bilancio pu\u00f2 naturalmente affiancarsi la capacit\u00e0 di indebitamento comune, come nell\u2019esperienza in corso del <em>Next Generation EU<\/em>.<\/p>\n\n\n\n<p>Una maggiore capacit\u00e0 finanziaria dell\u2019Unione potrebbe consentire di ampliare gli interventi comunitari in ambiti, come quello di strumenti assicurativi europei contro la disoccupazione, recentemente sperimentati su base provvisoria, con l\u2019iniziativa Sure. E potrebbe, come gi\u00e0 proposto, attraverso una permanente capacit\u00e0 di indebitamento sul mercato garantita proprio dai contributi per il bilancio comunitario, rendere permanente un programma coordinato di investimenti pubblici come quello finanziato,<em> una tantum<\/em>, dalla <em>Resilience and Recovery Facility <\/em>(RFF). Rispetto ai temi analizzati in questo scritto, \u00e8 fondamentale ricordare che la distribuzione delle risorse della RFF non \u00e8 direttamente correlata alla dimensione demografica o economica degli Stati membri, ma costruita su indicatori che tengono conto delle difficolt\u00e0 strutturali (disoccupazione) e legate all\u2019impatto della pandemia. In tal modo essa potrebbe svolgere un importante ruolo di contrasto delle disparit\u00e0 fra paesi all\u2019interno dell\u2019Unione. Pi\u00f9 dubbio \u00e8 quanto essa possa contrastare anche le disparit\u00e0 interne ai paesi: occorrer\u00e0 verificare con attenzione quanto nella predisposizione dei Piani e nella loro attuazione gli Stati membri abbiano concretamente accolto l\u2019indicazione generale, formulata dalla Commissione nel Regolamento del RFF, con un diretto richiamo nel Preambolo agli articoli 174 e 175 dei Trattati, della necessit\u00e0 di contribuire alla riduzione dei propri divari interni.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Parallelamente, \u00e8 alle prime mosse la discussione sul futuro delle regole europee di finanza pubblica per gli Stati membri, sospese anch\u2019esse con l\u2019esplosione della pandemia. Un ripristino delle regole vigenti in precedenza potrebbe naturalmente condizionare significativamente, come gi\u00e0 avvenuto negli anni Dieci, l\u2019azione di riequilibrio territoriale delle politiche pubbliche nazionali dei paesi con le maggiori difficolt\u00e0 di finanza pubblica; l\u2019introduzione di norme che escludano gli investimenti pubblici dal calcolo del deficit potrebbe invece essere assai opportuna.<\/p>\n\n\n\n<p>Un ruolo futuro pi\u00f9 intenso delle politiche comunitarie nel contrastare con maggior successo le polarizzazioni territoriali \u00e8 dunque possibile, ma certamente non garantito. Andrebbe tenuta maggiormente presente, nella discussione intorno a queste politiche, l\u2019evidenza che l\u2019intensificarsi delle linee territoriali di frattura avvenuta nel nuovo secolo \u00e8 un processo preoccupante, che contrasta con il fondamentale obiettivo della costruzione comunitaria di migliorare nel tempo le condizioni di tutti gli Europei e che, orientando il consenso politico nei territori in maggiore difficolt\u00e0 verso forze politiche sovraniste e protezioniste, pu\u00f2 mettere a rischio il procedere della stessa Unione.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Per sviluppare una vera politica di assetto del territorio, l&#8217;Europa deve approfittare dei Piani di ripresa. 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