{"id":2428,"date":"2021-06-29T17:13:57","date_gmt":"2021-06-29T16:13:57","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=2428"},"modified":"2021-11-21T21:13:14","modified_gmt":"2021-11-21T21:13:14","slug":"leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/29\/leuropa-del-xxi-secolo-fra-centri-e-periferie\/","title":{"rendered":"L\u2019Europa del XXI secolo, fra centri e periferie"},"content":{"rendered":"\n
La lunga e felice storia dell\u2019integrazione europea \u00e8 stata caratterizzata per decenni dalla capacit\u00e0 di garantire a tutti i cittadini un crescente benessere, e quindi dal diffuso consenso che il progetto comune ne otteneva in cambio. Crescente benessere per tutti, legato all\u2019indiscutibile effetto positivo dell\u2019integrazione sullo sviluppo economico, grazie alla libera circolazione dei beni prima, e dei servizi, delle persone e dei capitali, poi e, in misura minore ma non irrilevante, agli effetti delle politiche comunitarie. Un benessere legato inoltre a una forte attenzione politica verso la riduzione delle disuguaglianze tra paesi, regioni, luoghi, persone, come cemento della costruzione europea. Fra le vicende simbolo di questa lunga storia vi sono le decisioni prese alla fine degli anni Ottanta: da un lato le grandi liberalizzazioni promosse dall\u2019Atto Unico per stimolare la crescita; dall\u2019altro le politiche comunitarie di coesione, volte ad impedire la polarizzazione delle attivit\u00e0 economiche in alcune parti dell\u2019Unione, e quindi a garantire che i benefici della maggiore crescita andassero a vantaggio di tutti i cittadini europei e non solo di alcuni. Un principio, quest\u2019ultimo, inserito nei Trattati.<\/p>\n\n\n\n
Ma dalla caduta del Muro di Berlino, e poi sempre di pi\u00f9 con il XXI secolo, il quadro \u00e8 progressivamente cambiato. Alla radice di queste dinamiche non vi \u00e8 una sola causa, ma l\u2019azione interconnessa di molti fattori dello scenario internazionale <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Di varia natura: <\/p>\n\n\n\n Infine, possiamo aggiungere, anche come combinazione degli ultimi fenomeni, la crescente riorganizzazione su scala internazionale di molte filiere produttive a cominciare da quella dell\u2019automobile<\/a>, che ha portato alla localizzazione in paesi e regioni diverse fasi di lavorazione, grazie all\u2019aumento delle capacit\u00e0 produttive nei paesi a pi\u00f9 basso livello salariale e dalla riduzione dei costi di coordinamento (e di trasporto). <\/p>\n\n\n\n Per il tema che qui si affronta, una questione \u00e8 cruciale: questi sviluppi economici e tecnologici hanno prodotto un impatto molto asimmetrico <\/a>sulle regioni europee. Hanno reso assai pi\u00f9 difficile il rafforzamento dell\u2019economia nelle regioni pi\u00f9 deboli, a sviluppo pi\u00f9 \u201ctardivo\u201d. Hanno colpito in misura pi\u00f9 intensa alcune delle aree a pi\u00f9 vecchia industrializzazione, specializzate in settori e fasi produttive pi\u00f9 esposte alla concorrenza internazionale. Hanno favorito, accelerando la terziarizzazione dell\u2019economia europea, molte delle sue aree urbane.<\/p>\n\n\n\n A tutto questo, vanno aggiunti due grandi eventi comunitari. Il primo \u00e8 il grande allargamento ad Est, che si \u00e8 rivelato molto pi\u00f9 importante di quanto si potesse immaginare all\u2019inizio del secolo. Con l\u2019allargamento sono entrati nell\u2019Unione nuovi stati membri profondamente diversi dai vecchi, tanto per le loro condizioni economiche, quanto per le forme di regolazione politica delle loro economie e delle loro societ\u00e0; a differenza di quanto avvenuto con tutti gli allargamenti precedenti, ed in particolare con quelli mediterranei degli anni Ottanta, queste differenze si sono rivelate tenaci, permanenti. La nuova Europa a 28 (e poi a 27) ha visto spostarsi significativamente il proprio baricentro geopolitico, e geoeconomico, verso Nord-Est. Parallelamente, la risposta dell\u2019Unione alla grande crisi del 2008 si \u00e8 progressivamente incentrata sull\u2019obbligo di politiche di austerit\u00e0 per gli Stati Membri con i maggiori problemi di finanza pubblica: politiche poco attente tanto alla crescita quanto all\u2019inclusione sociale. Soprattutto negli anni Dieci, le economie del Sud Europa sono state caratterizzate da una caduta degli investimenti pubblici e privati e dalle politiche per l\u2019inclusione sociale. Questo, proprio negli anni in cui erano pi\u00f9 necessarie attenti e incisivi interventi pubblici per accompagnare la loro trasformazione.<\/p>\n\n\n\n La nuova Europa a 28 (e poi a 27) ha visto spostarsi significativamente il proprio baricentro geopolitico, e geoeconomico, verso Nord-Est. <\/p>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n L\u2019effetto combinato di questi profondi cambiamenti ha prodotto un\u2019Europa segnata pi\u00f9 che in passato da forme di polarizzazione geoeconomica e da crescenti disparit\u00e0 fra i suoi territori; e quindi dall\u2019incapacit\u00e0 di assicurare, come in passato, che alla crescita d\u2019insieme dell\u2019Unione facesse riscontro un miglioramento di tutte le sue regioni, e quindi delle condizioni di tutti i suoi cittadini. Disparit\u00e0 territoriali vi sono sempre state, e sempre vi saranno, ma il nuovo secolo ha visto, in molti ambiti, il loro accentuarsi. La percezione da parte di molti cittadini europei di una crescente disuguaglianza di opportunit\u00e0 e di una scarsa attenzione da parte delle politiche pubbliche ha prodotto significativi effetti, a base territoriale, anche nelle dinamiche politico-elettorali. <\/p>\n\n\n\n In passato la geografia economica dell\u2019Unione poteva essere approssimata dalla differenza fra un\u2019area centrale, anche geograficamente, che includeva le regioni e le citt\u00e0 pi\u00f9 forti del continente (la vecchia \u201cbanana blu\u201d della Datar rivista e aggiornata <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>) e aree pi\u00f9 periferiche, prevalentemente meridionali; la sua evoluzione era descritta dalle dinamiche della convergenza fra i Sud e i Nord. Nel nuovo secolo, questa geografia si \u00e8 fatta assai pi\u00f9 articolata.<\/p>\n\n\n\n Una prima faglia \u00e8 quella che \u00e8 venuta a dividere col nuovo secolo, e assai pi\u00f9 intensamente con gli anni Dieci, l\u2019Est dal Sud. Si badi, l\u2019uso del termine Est per designare i nuovi stati membri ha una accezione pi\u00f9 storica (gli ex-comunisti) che geografica, dato che diversi di essi sono saldamente collocati al centro del Continente. Dopo un lungo e difficile processo di adattamento politico, economico, istituzionale e sociale dopo la caduta del Muro di Berlino, parallelamente all\u2019ingresso nell\u2019UE i nuovi Stati Membri hanno conosciuto grandi trasformazioni e processi di crescita accelerati <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span>, proprio negli anni in cui i Mediterranei hanno vissuto il periodo pi\u00f9 difficile. I due fenomeni sono in parte connessi. Al centro dell\u2019Europa si \u00e8 creato un \u201ccuore manifatturiero\u201d dovuto alla repentina integrazione fra l\u2019economia tedesca (e austriaca) e quelle in particolare dei quattro paesi Visegrad. Mentre diminuiva in tutto il resto d\u2019Europa, l\u2019attivit\u00e0 manifatturiera \u00e8 fortemente cresciuta ad Est; alcune regioni protagoniste dell\u2019industria europea all\u2019inizio del Novecento (dalla Slesia polacca ex tedesca alla Boemia e alla Moravia, ma anche al Banato romeno) sono tornate a giocare un ruolo di primo piano. Altre aree, specie in Ungheria e Slovacchia, hanno conosciuto una trasformazione strutturale delle loro economie. All\u2019interno di questo \u201ccuore\u201d si sono ristrutturate le catene produttive tedesche nell\u2019industria, ma sono anche arrivati nuovi investimenti extra-europei, specie asiatici <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Le nuove convenienze localizzative ad Est (costi del lavoro assai bassi, buon livello di istruzione delle forze di lavoro, bassa conflittualit\u00e0 sindacale, ma anche collocazione assai prossima alla Germania) hanno spiazzato quelle a Sud; specie in Spagna e Portogallo che al volgere del secolo erano le aree pi\u00f9 promettenti per l\u2019attrazione di capitali produttivi internazionali.<\/p>\n\n\n\n Ma anche la geografia dei Centri dell\u2019Europa \u00e8 divenuta meno compatta. Alla persistente forza manifatturiera della Germania ha fatto riscontro l’accelerazione del declino di altre regioni di antica industrializzazione, colpite dalla concorrenza internazionale e incapaci di mutare specializzazione. Queste regioni sono rimaste incastrate dalla \u201ctrappola dello sviluppo intermedio\u201d <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>, pi\u00f9 costose rispetto ai nuovi luoghi della produzione, ma meno innovative rispetto all\u2019Europa delle regioni pi\u00f9 competitive. Ci\u00f2 \u00e8 quanto avvenuto in diverse regioni, a somiglianza della \u201cRust Belt<\/em>\u201d del Midwest americano, accentuando dinamiche gi\u00e0 in corso dalla fine del secolo precedente. Ad esempio nell\u2019ampia fascia di confine fra il Nord-Est della Francia e il Sud del Belgio, protagonista sin dall\u2019Ottocento della prima industrializzazione dell\u2019Europa continentale; nel Nord dell\u2019Inghilterra, ad accelerare un sensibile declino gi\u00e0 evidente; in parti del Centro-Nord italiano, specie nel vecchio Nord-Ovest piemontese e nella fascia adriatica centrale; in alcune regioni industriali del Nord del Portogallo e del Nord-Ovest spagnolo. Persino in alcune aree tedesche, del Nord e dell\u2019Ovest, come nella Saar. La trama dell\u2019industria europea si \u00e8 ricomposta nel cuore manifatturiero, ma si \u00e8 sfrangiata altrove.<\/p>\n\n\n\n Ma nel centro dell\u2019Europa ci\u00f2 che sta facendo sempre pi\u00f9 la differenza \u00e8 il rafforzarsi di molte aree urbane, anche se non di tutte. Esse hanno conservato produzioni manifatturiere a pi\u00f9 alta tecnologia, ma soprattutto sono state in grado nel corso del nuovo secolo di far crescere un nuovo tessuto di imprese di servizi, specie a matrice digitale, in grado di servire territori ben pi\u00f9 vasti di quelli di prossimit\u00e0. Aree urbane dense, fatte di citt\u00e0 ben collegate fra loro grazie a infrastrutture e servizi di trasporto, con positivi fenomeni di specializzazione e integrazione fra le imprese, le universit\u00e0, i centri di ricerca, con una popolazione pi\u00f9 giovane e pi\u00f9 istruita del resto del Continente. Cos\u00ec \u00e8 per la perdurante forza terziaria della grande Londra, Brexit permettendo, e della grande Parigi, ma anche della citt\u00e0 multinazionale Copenhagen-Malmoe, del Randstadt olandese, di vaste aree della Germania, anche ad Est, come sull\u2019asse Berlino-Dresda, o della regione francese del Rodano-Alpi. Cos\u00ec come per la grande Dublino, capitale di un paese con un reddito pro-capite ormai di molto superiore alle medie continentali, proprio grazie allo sviluppo di impieghi terziari dovuti alla localizzazione di imprese americane che usano la piccola isola come testa di ponte per l\u2019Europa (anche per le sue politiche di tassazione di estremo favore). E cos\u00ec \u00e8 per l\u2019integrazione europea dei piccoli paesi baltici, tutta dovuta allo sviluppo di settori urbani di servizio, anche in connessione con quelli di Svezia e Finlandia. Anche a Sud, come per l\u2019emergere dell\u2019economia di Madrid all\u2019interno della Spagna e per la vitalit\u00e0 dell\u2019asse Milano-Bologna nel Nord Italia, che registra risultati migliori del resto del paese grazie ad una positiva integrazione tra industria e servizi, tra produzione fisica e immateriale. <\/p>\n\n\n\n Queste nuove geografie europee si rafforzano grazie alle dinamiche demografiche, e in particolare grazie ai flussi migratori. In un panorama in cui il tasso di fecondit\u00e0 in tutti i paesi europei \u00e8 inferiore a 2, cio\u00e8 al valore di riproduzione della popolazione, \u00e8 il movimento delle persone a fare la differenza. In particolare, il movimento di popolazione giovane tra paesi e all\u2019interno dei paesi europei, alla ricerca di nuove opportunit\u00e0 di occupazione nei servizi, qualificati e meno qualificati, nelle sue aree urbane centrali, a cominciare da quelle scandinave e olandesi. Movimenti che rendono la loro popolazione non solo pi\u00f9 ampia ma anche pi\u00f9 giovane, e quindi maggiormente in grado di riprodursi, e a maggiore qualificazione, e quindi pi\u00f9 in grado di contribuire alla crescita dei servizi avanzati. E che determinano effetti contrari, di indebolimento, nelle aree di provenienza. A ci\u00f2 si aggiungono ampi movimenti di popolazione dall\u2019esterno dell\u2019Europa: forieri di non semplici problemi di adattamento e di integrazione, ma anche in grado di rafforzare sensibilmente le citt\u00e0 e le regioni di destinazione. La popolazione nata all\u2019estero \u00e8 cos\u00ec un terzo del totale in Svizzera, un quinto in Svezia, un sesto in Germania: il paese che pi\u00f9 ha contrastato il declino della popolazione autoctona con forti flussi in entrata.<\/p>\n\n\n\n Tutto ci\u00f2 sta consolidando o aprendo nuove disuguaglianze anche all\u2019interno dei paesi. Cresciute ovunque con i primi processi di industrializzazione, le differenze regionali interne nel Novecento avevano teso largamente a ridursi, grazie a processi di convergenza legati alla diffusione geografica delle attivit\u00e0 industriali e terziarie. Esse presentano modalit\u00e0 e intensit\u00e0 diverse negli Stati Membri <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>: pi\u00f9 legati a disparit\u00e0 fra grandi gruppi di regioni in Germania, Polonia, Italia, Spagna; connesse alla prevalenza delle aree urbane ed in particolare delle capitali in Francia, Portogallo, Grecia e in tutti i nuovi Stati Membri; frutto di entrambe le circostanze in Inghilterra. Complessivamente, i processi di convergenza regionale interni ai paesi sono molto rallentati, si sono arrestati, e poi sono tornati a crescere. E\u2019 il caso paradigmatico dell\u2019Inghilterra, dove il nuovo secolo ha ulteriormente acuito le distanze fra la prospera area del Sud-Est intorno a Londra e vaste aree del Nord (e del Galles) deindustrializzato e intristito, incapace di fronteggiare il declino dell\u2019occupazione dei suoi colletti blu dell\u2019industria con nuovi colletti bianchi nel terziario. E\u2019 anche il caso dell\u2019Italia, dove le distanze fra il Nord e il Sud rimangono assai ampie, e tendono ad accrescersi anche per effetto dei fenomeni demografici, con l\u2019immigrazione interna ed internazionale che si concentra nelle aree gi\u00e0 pi\u00f9 prospere e le rafforza. E\u2019, ancora, il caso della Francia, dove al declino delle vecchie produzioni industriali del Nord-Est si somma un accrescersi del ruolo di Parigi nell\u2019economia del paese e si approfondiscono la distanze fra le tante aree urbane prospere e la Francia profonda, rurale. E\u2019 infine il caso del Belgio, dove \u00e8 netta la distanza fra le Fiandre inserite nei grandi flussi commerciali intercontinentali grazie ad Anversa e con una significativa presenza industriale a base multinazionale, la cosmopolita e terziaria Bruxelles e una decaduta Vallonia. Anche in Germania, dove le distanze fra Ovest e Est hanno continuato a ridursi, ma non certo ad annullarsi, sembrano aprirsi nuove fratture all\u2019interno dei L\u00e4nder <\/em>Orientali, fra alcune vibranti citt\u00e0, a cominciare da Berlino, e i territori rurali dell\u2019estremo Nord. In tutti i paesi europei pi\u00f9 avanzati, poi, si notano significative disparit\u00e0 anche all\u2019interno delle aree urbane pi\u00f9 vaste, collegate alla polarizzazione in corso sul mercato del lavoro, indotta tanto dalle nuove tecnologie quanto, soprattutto, dalle scelte politiche per la sua regolazione e dall\u2019indebolimento delle rappresentanze dei lavoratori. Cos\u00ec che molte grandi citt\u00e0 europee sono al tempo stesso luoghi dell\u2019innovazione dove si concentra la forza lavoro pi\u00f9 giovane e a maggior qualifica e luoghi di profonde disparit\u00e0 sociali nelle loro periferie. <\/p>\n\n\n\n In tutti i paesi europei pi\u00f9 avanzati si notano significative disparit\u00e0 anche all\u2019interno delle aree urbane pi\u00f9 vaste, collegate alla polarizzazione in corso sul mercato del lavoro, indotta tanto dalle nuove tecnologie quanto, soprattutto, dalle scelte politiche per la sua regolazione e dall\u2019indebolimento delle rappresentanze dei lavoratori. <\/p>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Molto nette sono le disparit\u00e0 che si sono aperte nei nuovi Stati Membri, a vantaggio delle regioni pi\u00f9 occidentali e soprattutto delle capitali. Il loro indiscutibile successo economico va letto anche alla luce di questa forte polarizzazione, con l\u2019industria e i servizi che si concentrano e la popolazione delle regioni pi\u00f9 deboli che si sposta, all\u2019interno dei paesi e su scala internazionale in cerca di nuove opportunit\u00e0. Il reddito cresce ovunque, ma in alcune aree dei paesi baltici e di Romania e Bulgaria, la diminuzione della popolazione \u00e8 assai accentuata, come effetto combinato di una natalit\u00e0 molto bassa e di una fortissima emigrazione, tanto da far perdere loro un decimo della popolazione totale nell\u2019ultimo decennio. Tendenze simili, frutto della gravissima crisi degli ultimi anni, sono leggibili anche in alcune regioni della Grecia continentale.\u00a0<\/p>\n\n\n\n Queste dinamiche sono chiare non solo agli analisti ma anche agli europei che vivono nei luoghi in maggiore difficolt\u00e0: nelle regioni in ritardo storico essi percepiscono una ridotta possibilit\u00e0 di agganciare i processi di crescita continentali; in quelle gi\u00e0 sviluppate ma in declino soffrono di una condizione in parte nuova di ripiegamento delle opportunit\u00e0. In entrambi i casi, sperimentano una \u201ccarenza di futuro\u201d, registrano l\u2019incapacit\u00e0 delle autorit\u00e0 locali, nazionali, ed europee di modificare la situazione, lamentano una carenza di attenzione rispetto ai cittadini dei luoghi pi\u00f9 forti <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Esprimono questo disagio, questa disillusione, emigrando, ma anche con il voto. E\u2019 molto difficile formulare interpretazioni valide per l\u2019intero Continente, dato che sono assai diverse le condizioni nazionali. E tuttavia molte analisi mostrano che nell\u2019ultimo quinquennio \u00e8 cresciuta l\u2019importanza dei luoghi di residenza come determinante dei comportamenti elettorali <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>. A partire dalle clamorose disparit\u00e0 territoriali nel voto del 2016 per la Brexit, con il Nord dell\u2019Inghilterra compatto nel \u201cpunire\u201d quell\u2019Europa da essi ritenuta corresponsabile delle loro sorti, all\u2019avanzata della destra francese nel Nord-Est (e alla protesta per molti versi \u201canti-urbana\u201d dei gilet jaunes<\/em>) e di quella italiana nelle aree pi\u00f9 lontane dalle citt\u00e0, fino al rilevante sostegno per la destra tedesca dei cittadini dei L\u00e4nder <\/em>orientali – anche, cosa interessante, di quelli che vivono nelle citt\u00e0 pi\u00f9 dinamiche della Sassonia. Nella grande diversit\u00e0 delle situazioni sembra feconda un\u2019interpretazione che vede i cittadini delle regioni \u201cche non contano\u201d rivolgere il loro consenso verso forze sovraniste ed identitarie, che siano maggiormente in grado di proteggerli contro i grandi cambiamenti del XXI secolo.<\/p>\n\n\n\n La questione territoriale europea \u00e8 qui per restare. Queste crescenti e multiformi disparit\u00e0 fanno s\u00ec che, a differenza del passato, alla crescita del benessere europeo non corrisponda la crescita del benessere di tutti gli europei, o quantomeno della loro grande maggioranza; e che quindi il progetto comune non sembri in grado di essere il progetto per tutti gli europei. Le vicende del XXI secolo mostrano chiaramente che le dinamiche spontanee dei mercati non sono in grado di ridurle, e che possono invece acuirle. Sta alla politica degli stati membri, e al concerto comunitario, la responsabilit\u00e0 di politiche pubbliche in grado di contrastarle efficacemente e di rilanciare cos\u00ec anche il progetto di costruzione dell\u2019Europa.<\/p>\n\n\n\n La questione territoriale europea \u00e8 qui per restare. Queste crescenti e multiformi disparit\u00e0 fanno s\u00ec che, a differenza del passato, alla crescita del benessere europeo non corrisponda la crescita del benessere di tutti gli europei, o quantomeno della loro grande maggioranza; e che quindi il progetto comune non sembri in grado di essere il progetto per tutti gli europei. <\/p>gianfranco viesti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n