{"id":2322,"date":"2021-06-14T05:59:56","date_gmt":"2021-06-14T04:59:56","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=2322"},"modified":"2021-06-14T06:02:30","modified_gmt":"2021-06-14T05:02:30","slug":"aprire-una-breccia-politica-del-mondo-post-carbonio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/06\/14\/aprire-una-breccia-politica-del-mondo-post-carbonio\/","title":{"rendered":"Aprire una breccia: politica del mondo post-carbonio"},"content":{"rendered":"\n
Durante il vertice sul clima del 22 e 23 aprile, che doveva segnare il ritorno degli Stati Uniti alla diplomazia climatica, i vari leader che hanno preso la parola hanno potuto testare i propri migliori leit motiv<\/em>. Joe Biden ha descritto la sfida climatica come un’opportunit\u00e0 per riportare gli Stati Uniti a una posizione competitiva basata sull'”energia pulita” (con ci\u00f2 intendendo basse emissioni di carbonio), e il suo inviato John Kerry ha aggiunto “a nessuno viene chiesto un sacrificio, si tratta di un’opportunit\u00e0\u201d <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>. I decenni passati a squalificare l’ambientalismo come un peso per lavoratori e imprenditori hanno dato i loro frutti: per aprire la strada a un futuro sotto i 2\u00b0C di riscaldamento globale, \u00e8 la retorica della fattibilit\u00e0 tecnica e della convenienza economica ad avere la meglio. Jennifer Granholm, la segretaria per l’energia dell\u2019Amministrazione democratica, ha riciclato una delle pi\u00f9 famose metafore della guerra fredda annunciando che i mercati aperti e il green tech<\/em> erano il “l\u2019allunaggio<\/em>” della nostra generazione <\/span>2<\/sup><\/a><\/span><\/span>. L’eco storica \u00e8 evidente: gi\u00e0 negli anni ’40, la diplomazia economica americana dichiarava in modo grandioso che la cooperazione tecnica e scientifica avrebbe potuto salvare il mondo dalla fame e dalla guerra, che la “frontiera infinita” del Progetto Manhattan e del programma spaziale <\/span>3<\/sup><\/a><\/span><\/span> teorizzata da ingegneri come Vannevar Bush apriva possibilit\u00e0 tecniche talmente grandi che miseria e paura sarebbero state presto un lontano ricordo. L’amministrazione Biden riconosce esplicitamente questi riferimenti storici chiamando la sua legge sul finanziamento della ricerca “Endless Frontier Act”.<\/p>\n\n\n\n Allo stesso vertice, il direttore dell’Agenzia internazionale dell’energia, Fatih Birol, ha parzialmente smorzato l’entusiasmo: “Sar\u00f2 schietto. Gli impegni da soli non sono sufficienti. Abbiamo bisogno di un vero cambiamento nel mondo reale. In questo momento, i dati non corrispondono alla retorica, e il divario sta diventando sempre pi\u00f9 ampio” <\/span>4<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Ma questo non cambia il paradigma politico che \u00e8 in atto da diversi mesi. La ripresa resa necessaria dalla crisi del Covid-19 (o almeno dopo la crisi del Covid-19 nel Nord) sta accelerando l’integrazione dell’imperativo climatico nella regolamentazione dell’economia globale. L’ingresso nelle politiche dell’Antropocene, \u00e8 ormai chiaro, non si svolge affatto sul terreno della riconciliazione con la natura e il vivente o della promozione di valori post-materialisti. Prende piuttosto la forma di una reinvenzione della produttivit\u00e0, di un nuovo patto tra lavoro e mercati e di una cooperazione tecnica che dovrebbe garantire la sicurezza globale. <\/p>\n\n\n\n L’importanza di questa riformulazione dell’imperativo ecologico e climatico non pu\u00f3 essere sottovalutata. La cultura politica nata negli ambienti ambientalisti degli anni ’60 e ’70, riprendendo alcuni temi della critica all’industria gi\u00e0 diffusi nel XIX secolo, ha messo in evidenza le patologie del sovrasfruttamento e del sovraconsumo, dell’alienazione tra l’uomo e il suo ambiente, e della corsa al potere nella ricerca della crescita. Mezzo secolo dopo, i risultati di questo ambientalismo sono ambivalenti. Da un lato, ha fornito i principali attori della lotta per imporre nel dibattito la questione dei rischi e dei limiti ecologici dello sviluppo moderno. Rachel Carson, Vandana Shiva, Chico Mendes e molti altri hanno raccolto dati sulle minacce ambientali mentre forgiavano i temi politici centrali del movimento verde. Ma d’altra parte, l’ambientalismo \u00e8 rimasto indifferente al problema fondamentale che poneva, cio\u00e8 la tensione tra l’aspirazione all’emancipazione e la sua iscrizione entro limiti ecologici, o per dirla in altro modo, tra sicurezza sociale e sicurezza ambientale. Mai una coalizione sociale basata sulla risposta a questo dilemma \u00e8 stata in una posizione forte nel gioco della politica parlamentare o rivoluzionaria. <\/p>\n\n\n\n Questo \u00e8 certamente il motivo per cui questa cultura politica viene attualmente messa da parte, o almeno spinta ai margini del dibattito politico. Gli ecologisti sul terreno stanno ovviamente facendo un lavoro essenziale a livello locale e regionale su questioni mirate come l’uso delle foreste, la biodiversit\u00e0 e la conservazione della fauna selvatica, l’agroecologia. Ma \u00e8 assolutamente sorprendente notare che il tema centrale dei movimenti verdi del Nord e del Sud, cio\u00e8 la critica del produttivismo e dei suoi abusi, viene completamente rovesciato dalle attuali politiche climatiche. Poich\u00e9 la critica del produttivismo \u00e8 sembrata alla stragrande maggioranza (e in particolare alle classi lavoratrici intrappolate nel paradigma industriale) un ostacolo alla realizzazione delle loro aspirazioni, questa critica \u00e8 stata disattivata, per cos\u00ec dire, per far posto a un ambientalismo opportunista e, in definitiva, produttivista. La conservazione di un o\u00efkos <\/em>abitabile e l’interiorizzazione dei limiti planetari da parte degli attori pi\u00f9 potenti della comunit\u00e0 internazionale prende la forma di una reinvenzione della produttivit\u00e0. I combustibili fossili sono designati come il nemico da distruggere, e gli obiettivi di riduzione delle emissioni sono formulati in modo prudente grazie al dispositivo contabile dello “zero netto”, che lascia aperta la possibilit\u00e0 di compensare le emissioni in eccesso. L’orizzonte si apre allora per quello che Biden, Kerry, Granholm, ma anche i leader cinesi dei negoziati sul clima descrivono: l’apertura di giganteschi mercati della transizione e l’attuazione di meccanismi di sostegno politico destinati a non compromettere l’accettabilit\u00e0 sociale di questo riorientamento industriale. I Gilets Jaunes<\/em> francesi sono nella mente di tutti i governi, ansiosi di realizzare la transizione senza perdere la loro legittimit\u00e0, o addirittura consolidandola. <\/p>\n\n\n\n Le scienze sociali hanno spesso descritto come gli attori pi\u00f9 potenti riescono ad appropriarsi delle critiche mosse nei loro confronti ridefinendo i termini e le implicazioni di quelle critiche. In questo caso, un tale sviluppo \u00e8 evidente: mentre la messa in discussione del modello produttivista condizionava l’apertura di un futuro verde alla costruzione di legami di interdipendenza umana emancipati dall’imperativo capitalista del profitto e dell’accumulazione, le politiche climatiche del XXI secolo utilizzano la ricerca del profitto come leva di riorientamento. E dietro il profitto, naturalmente, c’\u00e8 il mantenimento delle strutture di potere legate alla capacit\u00e0 di fornire lavoro, formazione, protezione e difesa della sovranit\u00e0. Le attuali politiche climatiche riecheggiano la famosa frase del Gattopardo di Lampedusa: “Tutto deve cambiare affinch\u00e9 nulla cambi” <\/span>5<\/sup><\/a><\/span><\/span>. <\/p>\n\n\n\n Gli elementi di continuit\u00e0 storica tra il mondo dei combustibili fossili e l’era post-carbonio sono quindi importanti, pi\u00f9 importanti di quanto gli eroi e le eroine della causa ambientale avrebbero probabilmente desiderato. Ma l’elemento di discontinuit\u00e0 non \u00e8 meno massiccio e impossibile da ignorare: l’immobilismo geopolitico che ha caratterizzato gli ultimi decenni e il ciclo delle COP sembra volgere al termine. Ci\u00f2 che sta finendo con esso \u00e8 ci\u00f2 che Aykut e Dahan hanno chiamato politica incantatoria<\/em> <\/span>6<\/sup><\/a><\/span><\/span>, una governance<\/em> del clima incapace di agire in concreto sulle cause dell’Antropocene, e che si \u00e8 ritirata nell’affermazione di principi normativi tanto universali quanto astratti. Questo lungo periodo di diplomazia climatica assomiglia in tutto e per tutto ad altri episodi storici, come il patto Briand-Kellog del 1928, che dichiar\u00f2 la guerra illegale. O pi\u00f9 tardi l’adozione da parte delle Nazioni Unite di una Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Indipendentemente dalla definizione di come e da quale ascendente morale e pratico si potesse eliminare l’uso della guerra o la negazione dei diritti fondamentali, queste dichiarazioni definivano un orizzonte normativo, uno spazio di possibilit\u00e0 e impossibilit\u00e0 che poteva essere universale solo in quanto non vincolante. Gli accordi di Parigi raggiunti nel 2015 erano un’eredit\u00e0 di questa diplomazia incantatoria, un risultato reale e storicamente significativo in termini di affermazioni normative, ma un risultato che ci ha permesso solo di misurare il tempo perso e di osservare passivamente l’aggravarsi della tragedia climatica. Al contrario, la costruzione di una politica climatica economicamente aggressiva, basata com’\u00e8 sulla corsa ai vantaggi comparati nei settori industriali emergenti, e che vuole essere socialmente inclusiva integrando meccanismi di promozione attraverso il lavoro, \u00e8 una rottura con il tempo dell’incantesimo. Le infrastrutture dell’economia post-carbonio si stanno dispiegando e l’equilibrio di potere politico si sta spostando dalla lotta contro l’inazione e la negazione a una lotta per catturare i benefici economici e simbolici della transizione <\/span>7<\/sup><\/a><\/span><\/span>.<\/p>\n\n\n\n Gli accordi di Parigi raggiunti nel 2015 erano un’eredit\u00e0 di questa diplomazia incantatoria, un risultato reale e storicamente significativo in temini di affermazioni normative, ma un risultato che ci ha permesso solo di misurare il tempo perso e di osservare passivamente l’aggravarsi della tragedia climatica.<\/p>pierre charbonnier<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n La centralit\u00e0 storica del capitalismo si manifesta dunque ancora vividamente, poich\u00e9 \u00e8 nei suoi termini e condizioni che si sta organizzando la risposta alla crisi che sembrava travolgerlo al di l\u00e0 di ogni redenzione. <\/p>\n\n\n\n Questa nuova economia politica, che combina il ritorno di una forma di dirigismo alla Roosevelt e la cooperazione tecnica internazionale tipica del dopoguerra, \u00e8 una tappa ambivalente nel processo di modernizzazione. L’obiettivo comune delle grandi potenze \u00e8 quello di mantenere l’intensit\u00e0 energetica delle societ\u00e0 industriali sbarazzandosi di ci\u00f2 che era stato il loro fondamento dal XIX secolo. L’assioma di George Bush, “L’American way of life non \u00e8 negoziabile<\/em>“, dichiarato al Summit della Terra di Rio nel 1992, sembra aver prevalso: solo una volta soddisfatte le condizioni tecniche per la decarbonizzazione senza perdita di crescita e senza cambiamenti fondamentali negli stili di vita e nelle relazioni sociali, la risposta alla sfida climatica \u00e8 iniziata – al prezzo di un aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera da 350 a 415 ppm. In effetti, mai prima d’ora \u00e8 stato possibile prevedere un’intensificazione energetica senza lo sfruttamento delle risorse fossili concentrate nel sottosuolo, cos\u00ec che il rilancio di una modernizzazione post-carbonio appare come un gioco di prestigio, una scommessa tecnologica e politica il cui esito \u00e8 totalmente incerto. L’idea a lungo difesa nei circoli piuttosto ristretti dell’ecomodernismo <\/span>8<\/sup><\/a><\/span><\/span>, che consisteva appunto nello slegare il regime economico della crescita dal sostegno energetico delle energie fossili, \u00e8 oggi l’assunto implicito del modo di sviluppo che si sta formando.<\/p>\n\n\n\n Dopo pi\u00f9 di mezzo secolo di messa in discussione del processo di modernizzazione, dopo la crisi esistenziale della seconda guerra mondiale, dopo gli shock epistemologici e morali provocati dalla presa di coscienza della portata del danno ecologico, la modernit\u00e0 non \u00e8 ancora morta. Si potrebbe anche dire che \u00e8 rinata dove avrebbe dovuto essere il suo cimitero: nella costruzione di una risposta alla sfida climatica. In un momento in cui sembrava impossibile andare avanti, e in cui il futuro sembrava un negoziato pi\u00f9 o meno tragico con il crollo di un paradigma intellettuale ed economico, il sogno della modernizzazione sta riprendendo forza. Non si tratta nemmeno pi\u00f9, come diceva Ulrich Beck negli anni ’80, di costruire una modernit\u00e0 cauta e riflessiva, ma di trasformare trionfalmente i fallimenti in opportunit\u00e0. Si tratta di trasformare l’orizzonte di una crisi planetaria in una fonte di creativit\u00e0, per superare ancora una volta gli ostacoli che la natura si diverte a mettere sulla strada dell’homo sapiens<\/em>. <\/p>\n\n\n\n Non si tratta nemmeno pi\u00f9, come diceva Ulrich Beck negli anni ’80, di costruire una modernit\u00e0 cauta e riflessiva, ma di trasformare trionfalmente i fallimenti in opportunit\u00e0. Si tratta di trasformare l’orizzonte di una crisi planetaria in una fonte di creativit\u00e0, per superare ancora una volta gli ostacoli che la natura si diverte a mettere sulla strada dell’homo sapiens<\/em>. <\/p>pierre charbonnier<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n L’impasse<\/em> pi\u00f9 evidente che questo paradigma rischia di incontrare \u00e8 naturalmente il conto ecologico enorme che presenter\u00e0 al sistema Terra. Perch\u00e9 anche supponendo che le emissioni di CO2 si stabilizzino a livelli compatibili con un danno minimo, lo sforzo produttivo richiesto per installare le nuove infrastrutture non sar\u00e0 fatto di aria pulita. L’elettrificazione del mondo, attraverso la diffusione di nuove reti intelligenti e la generalizzazione delle batterie nei veicoli e nei sistemi di trasporto, comporta un trasferimento del carico estrattivo dalle risorse fossili ad altri minerali, come litio, grafite, cobalto <\/span>9<\/sup><\/a><\/span><\/span>. I petro-nazionalismi che si sono sviluppati all’epoca della decolonizzazione e della grande accelerazione in Medio Oriente e in America Latina sono in procinto di essere profondamente destabilizzati <\/span>10<\/sup><\/a><\/span><\/span>, mentre nuovi guadagni minerari stanno ridefinendo il destino di Ecuador e Bolivia <\/span>11<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Anche qui, le continuit\u00e0 con il vecchio mondo sono evidenti: l’alone ecologico e politico delle nuove filiere e dei nuovi processi produttivi \u00e8 notevole, e d\u00e0 argomenti a chi vuole aggiungere al problema del bilancio del carbonio quello di un pi\u00f9 generale bilancio delle risorse <\/span>12<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Gli schemi di compensazione dei gas serra sollevano anche questioni tecno-politiche: possiamo fare affidamento sulla geoingegneria, e se s\u00ec, sotto quale modello di governance<\/em>? Quanto terreno agricolo sar\u00e0 inghiottito per garantire lo stoccaggio biologico delle emissioni industriali? La questione della sicurezza alimentare \u00e8 effettivamente entrata nel dilemma del clima, aggiungendo una dimensione a questioni gi\u00e0 complesse. <\/p>\n\n\n\n Ma una cosa \u00e8 chiara: la costruzione di un’economia mondiale decarbonizzata non garantisce un futuro libero dai problemi dei limiti e dei rischi. Siamo in una situazione tragica. Da un lato, lo sforzo climatico non pu\u00f2 essere relativizzato, e ancor meno scoraggiato da argomenti massimalisti che rischierebbero di farlo apparire vano o fuori portata. D’altra parte, i mezzi scelti per realizzare questa impresa danno origine a nuove minacce, spostano aree di conflitto, pressioni estrattive, relazioni di potere tra attori strategici, e naturalmente ridisegnano la divisione sociale tra beneficiari e perdenti della transizione – il tutto in un contesto in cui il cambiamento climatico si far\u00e0 sentire in ogni caso. Costruire un’economia decarbonizzata \u00e8 un imperativo universale, eppure il percorso emergente lega questo processo al consolidamento del potere del partito comunista cinese e dell‘establishment<\/em> politico statunitense. Questa \u00e8 una tensione classica della modernit\u00e0 tecnica, che dal XIX secolo ha inseguito le conseguenze negative delle sue stesse innovazioni mettendo insieme risposte istituzionali e materiali alle crisi che crea.<\/p>\n\n\n\n Nonostante questi vincoli e incertezze, i principali attori geopolitici hanno gi\u00e0 preparato la base ideologica per la loro futura riorganizzazione.<\/p>\n\n\n\n Dopo una fase di sviluppo “sporco” resa necessaria dall’emergere di centinaia di milioni di persone dalla povert\u00e0, la Cina prevede per i prossimi decenni una riconciliazione con la biosfera, in una forma di sovranit\u00e0 simbiotica che trae alcuni argomenti dalla filosofia antica. Le misure di protezione della biodiversit\u00e0 e del paesaggio fanno parte della costruzione di una narrazione nazionale in cui la conquista della prosperit\u00e0 pacificher\u00e0 le relazioni sociali ed ecologiche. Lo stato sviluppista sta sfidando se stesso ad apparire come un leader responsabile sulla scena internazionale, e allo stesso tempo sta disegnando i contorni di un metodo di produzione di alta qualit\u00e0 che rispetta l’unit\u00e0 e l’armonia della natura. Il comunicato di Xi Jinping per il vertice del 22 aprile \u00e8 un esempio lampante di prosa eco-sovranista <\/span>13<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Vi si riscontrano elementi di deep ecology<\/em>, che glorificano il sublime naturale e il rispetto che esso impone, evidenti elementi eco-modernisti, che presentano il futuro dello sviluppo come l’integrazione delle norme ecologiche nel regime produttivo attraverso l’innovazione tecnica, e naturalmente elementi strategici che presentano la Cina come garante della giustizia climatica, cio\u00e8 del diritto allo sviluppo delle nazioni meno avanzate. Tutti questi elementi articolati insieme testimoniano l\u2019intenzione di incarnare un universalismo antimperialista, un universalismo che non \u00e8 formulato nei termini cosiddetti “occidentali” dei diritti umani. <\/p>\n\n\n\n Da parte sua, anche gli Stati Uniti stanno dando forma alla loro filosofia della storia. Questo \u00e8 molto pi\u00f9 facile da capire per noi, poich\u00e9 si basa essenzialmente sulla storia del XX secolo, il New Deal, Roosevelt e lo sforzo bellico. La scommessa di Biden e della sua squadra di una transizione che assicuri sia gli investitori che i lavoratori (“win-win”), che mira a rompere la coalizione fossile <\/span>14<\/sup><\/a><\/span><\/span> che aveva portato Trump al potere spostando ampi segmenti del capitale e del lavoro dalla parte della lotta per il clima, rimanda al discorso dell’unit\u00e0 nazionale di fronte alla crisi, della mobilitazione dei mezzi, dell’intelligenza e del lavoratore onesto di fronte a un nemico totale. Il successo di questa scommessa \u00e8 ancora molto incerto, perch\u00e9 dipende dalla capacit\u00e0 di reazione dell’avversario repubblicano nel gioco politico interno, e naturalmente dall’efficacia immediata di queste proposte sulla scala di un mandato quadriennale. <\/p>\n\n\n\n La rivalit\u00e0 strategica tra Stati Uniti e Cina deriva quindi dal fatto che i loro progetti sono per molti versi simili. Sono in competizione per gli stessi benefici economici e politici da trarre dalla grande transizione climatica. Ma non condividono solo un progetto di riorientamento industriale: condividono anche necessariamente le incertezze di questa scommessa, cio\u00e8 i rischi che il suo fallimento comporterebbe. O perch\u00e9 il processo di decarbonizzazione \u00e8 troppo lento, o perch\u00e9 si scontra con troppi muri ecologici, o perch\u00e9 non fornisce abbastanza speranza sociale, e quindi non \u00e8 molto mobilitante, o infine perch\u00e9 viene subito sepolto dal rilancio della coalizione dei combustibili fossili. In uno scenario in cui le decisioni politiche sono sia superate dall’Antropocene che prese in ostaggio da forze sociali opposte, l’intero edificio ideologico e normativo della transizione capitalista crolla, e con esso ogni prospettiva di futuro. Perch\u00e9 in questo caso, \u00e8 il piano B che mancherebbe. <\/p>\n\n\n\n La rivalit\u00e0 strategica tra Stati Uniti e Cina deriva quindi dal fatto che i loro progetti sono per molti versi simili. Sono in competizione per gli stessi benefici economici e politici da trarre dalla grande transizione climatica.<\/p>pierre charbonnier<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Ecco perch\u00e9 due domande devono tenerci all’erta. In primo luogo, siamo davvero intrappolati in questo orizzonte storico? La reinvenzione di una produttivit\u00e0 post-carbonio e l’impulso modernista avallano necessariamente la prospettiva di un male minore ecologico? In secondo luogo, l’Unione Europea ha i mezzi per costruire una narrazione simile a quella proposta da USA e Cina? <\/p>\n\n\n\n Cominciamo con la prima domanda. La spirale geopolitica e sociale degli accordi post-carbonio ci viene presentata come una necessit\u00e0 perch\u00e9 \u00e8 profondamente associata a certe convinzioni ideologiche e all’inerzia ereditata dal passato. Avevo cercato di metterli in evidenza in Abondance et Libert\u00e9<\/a>, <\/em>descrivendo come la natura e il territorio fossero stati previsti come vincoli da superare nel quadro di una razionalit\u00e0 politica organizzata per stimolare la conquista della produttivit\u00e0. Paradossalmente, \u00e8 questo patto che \u00e8 ancora all’opera nella costruzione delle attuali politiche climatiche, forse al suo meglio, poich\u00e9 potrebbe permettere a milioni di lavoratori di essere reintegrati in un’economia all’altezza delle sfide dell’Antropocene. Tutto sembra essere fatto, tuttavia, in modo che l’emancipazione collettiva non possa rivendicare l’autolimitazione come condizione. Tutto sembra essere fatto in modo che non ci si debba porre la questione politica delle forme di libert\u00e0 nate con la moltiplicazione delle forze produttive. Ma quante altre frontiere possiamo respingere prima che la macchina modernista si esaurisca definitivamente? <\/p>\n\n\n\n Tuttavia, alcune certezze sono state messe alla prova negli ultimi mesi in un modo che raramente era stato sperimentato nel recente passato. Le ansie generate dalla crisi del Covid-19 hanno permesso di eliminare certi divieti legati al debito, all’intervento dello Stato e, sembra, ai diritti di propriet\u00e0 intellettuale. Il motivo della paura ha aiutato a sbloccare meccanismi di protezione che erano stati considerati controproducenti per circa 40 anni. E la congiunzione di questa crisi sanitaria con la crisi climatica, di cui \u00e8 per certi aspetti solo una prova generale su piccola scala, rafforza questi meccanismi di contenimento della crisi: se l’obiettivo \u00e8 quello di ricostruire un’economia capace di assorbire gli shock e di aprire un nuovo orizzonte storico di progresso, allora tanto vale prendere due piccioni con una fava e organizzare un’economia post-Covid che sia al tempo stesso climaticamente responsabile. <\/p>\n\n\n\n Questo solleva la questione se, tra i meccanismi di protezione implementati sulla scia della crisi del Covid, ci sia un posto per la libert\u00e0 da un’economia ad alta intensit\u00e0 energetica. Se la possibilit\u00e0 teorica di un’economia post-Covid \u00e8 da prendere in considerazione, allora la questione \u00e8 se sia possibile creare un’economia rispettosa del clima. Se la possibilit\u00e0 teorica e politica di un’altra ristrutturazione del patto sociale, diversa dalle varianti americane e cinesi dell’eco-modernismo, deve essere mantenuta, non \u00e8 solo perch\u00e9 la prospettiva di un capitalismo verde non \u00e8 sufficientemente radicale in termini di idee e perch\u00e9 conserva l’essenza dei rapporti di potere cos\u00ec come esistono. Questo \u00e8 senza dubbio il caso, ed era gi\u00e0 il caso della socialdemocrazia, dello stato sviluppista post-coloniale, o di qualsiasi accordo politico stabilito dopo una grande crisi. Il problema specifico posto dal perpetuarsi del modo di sviluppo basato sulla crescita nel XXI secolo, per\u00f2, \u00e8 lo iato tra le forme di vita, di desiderio e di giustizia che ha generato e i vincoli materiali che incontra. Questo \u00e8 il punto su cui il pensiero della decrescita avr\u00e0 sempre assolutamente ragione, qualunque cosa si pensi del loro approccio strategico, del loro antimodernismo, o anche della scelta del termine “decrescita”: i flussi di materia che strutturano l’economia mondiale sono sovradimensionati, non sono sostenibili. Da questo punto di vista, l’invenzione di un capitalismo verde assomiglia a un processo di negazione psicoanalitica. “Lo so, ma comunque”, stiamo dicendo a noi stessi nel nostro subconscio collettivo. Tra una riorganizzazione della produttivit\u00e0 che promette di cambiare poco o niente nelle nostre forme di vita – e parlo delle forme di vita del Nord industriale -, salvando il pianeta, e una messa in discussione dello schema ideologico e pratico della produttivit\u00e0 che ci chiederebbe di vivere diversamente per aumentare le nostre possibilit\u00e0 di preservare la Terra e probabilmente aumentare la giustizia globale, la grande maggioranza sceglie la prima alternativa, perch\u00e9 percepisce il secondo come un’avventura incerta. Questo ha a che fare con l’inerzia delle infrastrutture decisionali e di potere, che hanno bisogno di continuit\u00e0 per fare cambiamenti incrementali, ma anche con l’inerzia delle strutture sociali e dei desideri collettivi. <\/p>\n\n\n\n Il problema specifico posto dal perpetuarsi del modo di sviluppo basato sulla crescita nel XXI secolo, per\u00f2, \u00e8 lo iato tra le forme di vita, di desiderio e di giustizia che ha generato e i vincoli materiali che incontra.<\/p>pierre charbonnier<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Ma non dobbiamo necessariamente considerare l’alternativa tra capitalismo verde e autolimitazione volontaria come una divergenza ideologica. Piuttosto, questi modelli dovrebbero essere visti come due possibili futuri che hanno tra loro una relazione dinamica. Quello che dobbiamo cercare di immaginare \u00e8 ci\u00f2 che \u00e8 politicamente e socialmente possibile con l’attuale scommessa sulla decarbonizzazione del capitalismo. Possiamo considerare questa prospettiva in due modi. <\/p>\n\n\n\n In questo secondo scenario, le necessit\u00e0 pratiche e istituzionali della decarbonizzazione non chiudono la porta della storia instaurando una modalit\u00e0 di sviluppo egemonica e onnicomprensiva, una tappa finale delle fasi di crescita economica descritte da Rostow negli anni ’60 <\/span>15<\/sup><\/a><\/span><\/span>. Al contrario, inducono un approfondimento della riflessione collettiva sui legami tra produttivit\u00e0 ed emancipazione. Non c’\u00e8 dubbio che le grandi infrastrutture della modernit\u00e0 si trasformeranno, ma non \u00e8 ancora chiaro se questi cambiamenti contribuiranno a inibire il desiderio di cambiamento (o se vogliamo vedere il lato positivo: ad assicurare una formula socio-economica che funzioni bene anno dopo anno) o al contrario a stimolarlo. Ma nella seconda ipotesi, dobbiamo essere pronti a concepire e articolare insieme le nuove aspirazioni che emergono quando le societ\u00e0, allettate dall’assaggio delle nuove libert\u00e0 che vengono loro offerte, decidono che non sono soddisfatte e chiedono di pi\u00f9. <\/p>\n\n\n\n L’errore del movimento per la decrescita, in questa prospettiva, \u00e8 stato quello di presentare la drastica limitazione dei livelli di consumo come una precondizione assoluta per qualsiasi futuro desiderabile, come se la constatazione fisica fosse sufficiente a imprimere un movimento storico e un riallineamento degli interessi sociali, come se bastasse vedere il problema per superarlo. In questo quadro, l’inevitabile cambio di regime energetico sarebbe condizionato da una rivoluzione ideologica che per il momento non solo \u00e8 fuori dalla portata dei nostri sistemi sociali, ma anche controproducente, perch\u00e9 troppo intransigente, e quindi bersaglio di critiche per la sua inattuabilit\u00e0. D’altra parte, potrebbe essere che la cultura e le istituzioni necessarie per questa autolimitazione siano meno la condizione iniziale del cambiamento che il suo effetto progressivo. I pochi esempi riportati sopra ci permettono di immaginare che certe conseguenze sociali e culturali del capitalismo verde aprono la porta a nuove disposizioni materiali e sociali, che a loro volta generano nuove idee, nuovi interessi. L’universo della produzione totale, come dice Bruno Latour, non viene abbandonato in seguito alla realizzazione improvvisa e dogmatica dei suoi mali, ma nel corso di un processo di integrazione graduale delle norme di esistenza indotto da una iniziazione socio-storica, che \u00e8 la modernizzazione verde. <\/p>\n\n\n\n Perch\u00e9 non si tratta semplicemente di nuovi modi di vita, di una modifica superficiale dei paesaggi urbani e delle diete, ma di una serie di trasformazioni che riguardano tutte le dimensioni della convivenza, dal diritto ai rapporti di forza, dai modi di produzione alle dinamiche occupazionali, dalle rappresentazioni della scienza alle forme di legittimazione. Tuttavia, una volta che l\u2019ingranaggio di questa nuova politica di produttivit\u00e0 \u00e8 stato messo in moto, con tutte le conseguenze che ne derivano, \u00e8 possibile che si inizi a chiedere di pi\u00f9. Dopo aver assaggiato i benefici di un regime socio-economico liberato dalle sue caratteristiche pi\u00f9 rovinose e alienanti, forse la maggioranza vorr\u00e0 proseguire su questa strada, anche se questo non \u00e8 lo scenario previsto dai leader del capitalismo verde. Questa \u00e8 l’ambivalenza fondamentale dei progetti del Green New Deal<\/em>. Possono essere intesi come strumenti per mantenere lo status quo<\/em>, per rilegittimare un capitalismo che \u00e8 diventato responsabile e sostenibile, o come un impulso trasformativo pi\u00f9 profondo. Questa \u00e8 allo stesso tempo la debolezza e la forza di questa piattaforma: la sua forza, perch\u00e9 \u00e8 in principio capace di federare attori politici mossi da interessi e ideali molto diversi tra loro, dal pi\u00f9 banale profitto alla pi\u00f9 esigente rivoluzione sociale; ma anche la sua debolezza, perch\u00e9 questo movimento federativo \u00e8 in parte costruito su un malinteso. Tra l’uso da parte del team di Biden di alcuni elementi del Green New Deal <\/em>per ricostruire la diplomazia economica statunitense, e i movimenti progressisti che cercano di sfruttare il potenziale di giustizia sociale e razziale della transizione, il divario \u00e8 ampio. Perch\u00e9 nella seconda opzione, pi\u00f9 esigente, emerge un’ipotesi di socialismo democratico e sostenibile. Questa ipotesi pu\u00f2 essere formulata ex cathedra<\/em> come la conseguenza naturale dei principi di giustizia, o come una filosofia della storia ecologica, ma \u00e8 pi\u00f9 probabile che si realizzi a partire da un effetto a catena di mutazioni che danno origine ad altre, e che alla fine si fanno strada nello Stato. Nell’incertezza dello sviluppo storico delle politiche climatiche, rimane la possibilit\u00e0 di nuove forme di politicizzazione della societ\u00e0. <\/p>\n\n\n\n Perch\u00e9 non si tratta semplicemente di nuovi modi di vita, di una modifica superficiale dei paesaggi urbani e delle diete, ma di una serie di trasformazioni che riguardano tutte le dimensioni della convivenza, dal diritto ai rapporti di forza, dai modi di produzione alle dinamiche occupazionali, dalle rappresentazioni della scienza alle forme di legittimazione.<\/p>pierre charbonnier<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Potrebbe benissimo darsi che i mezzi utilizzati per salvare il capitalismo dalla sua stessa rovina, dalle sue stesse contraddizioni, portino a superare l’apparente fatalit\u00e0 di un eco-modernismo divenuto universale, basato sull’elettrificazione degli stessi bisogni, e sul trasferimento del peso estrattivo dei combustibili fossili ad altri minerali. In questa ipotesi, il compito del movimento ambientalista e di giustizia sociale non \u00e8 quello di opporsi di petto al capitalismo verde e alle sue menzogne, come se fosse una questione di verit\u00e0 o morte. Consisterebbe piuttosto nell’identificare nei meccanismi di decarbonizzazione dell’economia le leve che ci permettono di ripoliticizzare i bisogni, di ridefinire il ruolo dello Stato e delle sue \u00e9lite, di rendere un altro modo di sviluppo, un altro modo di organizzazione, desiderabile per il maggior numero possibile di cittadini. Si tratterebbe di sfruttare le lacune aperte dalla reinvenzione della produttivit\u00e0 (e in particolare il potere restituito ai lavoratori e agli operatori tecnici in un’economia a pi\u00f9 alta intensit\u00e0 di lavoro) per farne la base di una domanda socio-ecologica pi\u00f9 esigente. L’opposizione di principio al capitalismo verde soddisfa certamente aspirazioni teoriche, che in quanto tali sono legittime, ma hanno solo un ruolo strategico secondario. La vera sfida sta nella capacit\u00e0 di cogliere ci\u00f2 che erode il desiderio di capitalismo nella societ\u00e0, che a sua volta indebolisce i meccanismi che alimentano la legittimit\u00e0 della ricerca della crescita. Da questo punto di vista, la risposta politica all’impasse<\/em> materiale delle economie moderne non appare pi\u00f9 come un’utopia, o come la costruzione astratta di un ideale sradicato dall’esperienza collettiva (se non quella di un’avanguardia minoritaria), ma come una tendenza sociale concretamente al lavoro nella pratica.<\/p>\n\n\n\n Per concludere, possiamo passare alla seconda domanda, sull’Europa. L’incertezza tra il potenziale soporifero o, al contrario, involontariamente rigenerativo del capitalismo verde \u00e8 molto diversa nelle diverse regioni del mondo <\/span>16<\/sup><\/a><\/span><\/span>. La capacit\u00e0 degli Stati Uniti e della Cina di mobilitare grandi quantit\u00e0 di risorse e territorio per sviluppare un’economia di crescita decarbonizzata \u00e8 reale. Ci\u00f2 \u00e8 dovuto principalmente alle caratteristiche geo-ecologiche di queste due formazioni politiche, che hanno in comune il fatto di beneficiare di giganteschi cuori estrattivi, sia sotto la propria giurisdizione che attraverso vari processi neo-imperialisti. Tra gli Appalachi e l’Alaska da un lato, e nel fronte pionieristico dell’Asia centrale dall’altro, si trovano le riserve necessarie per una decarbonizzazione politicamente conservatrice. In effetti, non \u00e8 irragionevole chiedersi se la definizione stessa dell’obiettivo “zero netto” non sia un’eco delle opportunit\u00e0 geo-ecologiche condivise dalle due grandi potenze mondiali, che sono anche imperi continentali con spazi scarsamente popolati e geologicamente ricchi che permettono l’estrazione di risorse strategiche e il rimboschimento di vasti territori per ricreare pozzi di carbonio. <\/p>\n\n\n\n Le cose sono molto diverse in Europa. Geograficamente e fisicamente, l’Europa \u00e8 l’unica potenza economica del mondo (forse insieme al Giappone) che ha raggiunto una fase di quasi saturazione demografica, o almeno contiene pochi spazi vuoti. Il fatto che la Norvegia, uno dei pochissimi paesi del continente che ha un margine ecologico cos\u00ec ampio, non faccia parte dell’Unione non \u00e8 certo una coincidenza: sarebbe irragionevole mettere un tale patrimonio in comune. L’Europa, privata delle terre coloniali che costituivano una buona parte della sua ricchezza in passato, non \u00e8 quindi altro che il cuore metropolitano di un ex impero marittimo che aveva i suoi margini estrattivi. Il libero mercato e il vantaggio tecnologico acquisito prima della guerra gli hanno permesso di non bloccarsi completamente, ma la possibilit\u00e0 di questo scenario rimane, poich\u00e9 i vincoli ecologici e territoriali si fanno sentire immediatamente nel vecchio continente, che \u00e8 anche il piccolo continente. Sarebbe certamente pericoloso affermare che l’Europa \u00e8 condannata dalle sue caratteristiche morfologiche alla decrescita, ma vi \u00e8 senza dubbio almeno predisposta, o invitata. <\/p>\n\n\n\nLa fine dell’incanto: l’ambiente come terreno di scontro geopolitico<\/h2>\n\n\n\n
La scommessa incerta della modernit\u00e0 verde<\/h2>\n\n\n\n
La breccia politica: affrontare e superare il capitalismo verde<\/h2>\n\n\n\n
L’ipotesi di una trasformazione europea<\/h2>\n\n\n\n