{"id":21817,"date":"2024-07-04T17:47:26","date_gmt":"2024-07-04T15:47:26","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/?p=21817"},"modified":"2024-07-04T18:22:02","modified_gmt":"2024-07-04T16:22:02","slug":"il-ventennio-della-rabbia-x","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2024\/07\/04\/il-ventennio-della-rabbia-x\/","title":{"rendered":"Il Ventennio della rabbia"},"content":{"rendered":"\n
Quando il momento \u00e8 critico, conviene darsi il tempo di riflettere. Il successo del Rassemblement National<\/em> alle elezioni parlamentari europee e al primo turno delle elezioni legislative francesi di quest’anno ha fatto suonare a molti il campanello d’allarme. L’intero establishment<\/em> francese ha reagito con manovre pi\u00f9 o meno azzardate \u2014 a partire dallo scioglimento delle camere \u2014 e alleanze elettorali che sembravano impensabili anche solo qualche settimana fa. <\/p>\n\n\n\n Una maggioranza parlamentare di estrema destra in uno dei paesi cardine dell\u2019Unione Europea sarebbe certamente un punto di svolta nella storia del continente. Ma c’\u00e8 anche qualcosa di superficiale, e perfino velleitario, nell’idea condivisa che si tratti di un\u2019 \u00abemergenza democratica\u00bb, come ha suggerito il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron. <\/p>\n\n\n\n Un’emergenza \u00e8, come dice la parola stessa, qualcosa che \u00abemerge\u00bb all’improvviso. Eppure, non c’era niente di inaspettato nell\u2019avanzata elettorale del Rassemblement National<\/em>. \u00c8 un fenomeno che dura da decenni, e in quanto tale pu\u00f2 e deve essere situato in un contesto pi\u00f9 ampio.<\/p>\n\n\n\n Si potrebbe quindi descrivere il primo ventennio del XXI secolo come un \u00abventennio di rabbia\u00bb. <\/p>Carlo Invernizzi-Accetti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n In tutto l’occidente, i primi due decenni del XXI secolo sono stati caratterizzati da un susseguirsi montante di manifestazioni di rabbia collettiva nei confronti delle istituzioni politiche: dal movimento \u00abNo Global\u00bb dell\u2019inizio degli anni 2000 alle pi\u00f9 recenti proteste contro il sostegno internazionale all\u2019operazione del governo israeliano a Gaza, passando per l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, la vittoria del \u00abNo\u00bb nel referendum sulla proposta di trattato costituzionale europeo e i roghi nelle banlieues<\/em> francesi della primavera 2005, il \u00abVaffanculo-Day\u00bb di Beppe Grillo, il movimento spagnolo degli Indignados<\/em>, Occupy Wall Street<\/em> e l\u2019\u00abOxi\u00bb greco alle politiche di austerit\u00e0 richieste dai creditori internazionali del paese dopo la crisi finanziaria del 2008-2011, il voto per Brexit, l\u2019elezione di Donald Trump, #MeToo<\/em>, #BlackLivesMatter<\/em>, i discorsi di Greta Thunberg, il movimento dei Gilets Jaunes<\/em>, quello dei \u00abNo Vaxx\u00bb, e l\u2019assalto al Campidoglio americano del 6 gennaio 2021.<\/p>\n\n\n\n Ciascuno di questi eventi scaturisce da una storia particolare e vanta una propria specificit\u00e0. Ma c’\u00e8 anche un filo rosso che li attraversa, un umore di fondo<\/em> che ha infuso tutti gli eventi pi\u00f9 salienti degli ultimi vent’anni: la rabbia nei confronti delle istituzioni politiche. Come in Francia si parla dei \u00abTrente Glorieuses<\/em>\u00bb per descrivere il periodo di crescita economica compreso tra il 1945 e il 1975, e nel mondo anglosassone si parla della \u00abfine della storia\u00bb per descrivere l\u2019ottimismo trionfalistico del periodo immediatamente successivo alla fine della guerra fredda, si potrebbe quindi descrivere il primo ventennio del XXI secolo come un \u00abventennio di rabbia\u00bb. <\/p>\n\n\n\n\n\n Perch\u00e9 cos\u00ec tanto astio nei confronti dell\u2019ordine costituito? Se \u00e8 vero che la rabbia \u00e8 l’elemento distintivo del nostro Zeitgeist<\/em>, un ritorno al modo in cui quest\u2019emozione \u00e8 stata storicamente concepita e analizzata pu\u00f2 contribuire a far luce sulla nostra congiuntura attuale. <\/p>\n\n\n\n La prima cosa da notare \u00e8 che la rabbia non gode di buona fama nella storia del pensiero occidentale. Gi\u00e0 in tarda antichit\u00e0, nel suo trattato De Ira<\/em>, Seneca la descriveva come una \u00abbrevis insania<\/em>\u00bb, cio\u00e8 una follia di breve durata. Questa critica faceva parte di una pi\u00f9 ampia condanna di tutte le emozioni, comune alla filosofia stoica e alla tradizione razionalista successiva. <\/p>\n\n\n\n Ma anche il cristianesimo ha storicamente concepito l\u2019ira come uno dei \u00abvizi capitali\u00bb, incoraggiando invece alla misericordia, secondo il precetto di \u00abporgere l’altra guancia\u00bb. Poi, nella cultura terapeutica contemporanea, la capacit\u00e0 di reprimere la rabbia \u00e8 diventata uno dei pilastri della salute mentale \u2014 al punto che nei paesi anglosassoni esistono corsi specifici di anger management<\/em>, a volte prescritti dalle autorit\u00e0 cliniche o giudiziarie come misure di buona condotta personale e\/o professionale.<\/p>\n\n\n\n L\u2019eco di questa patologizzazione della rabbia \u00e8 percepibile nella maggior parte dei giudizi sulle sue manifestazioni collettive nel corso degli ultimi vent’anni, spesso descritte come espressioni di un\u2019emotivit\u00e0 irrazionale o dell’ignoranza delle masse. Ma \u00e8 troppo facile condannare ci\u00f2 che non si capisce, o si teme. E l’irrazionale non pu\u00f2 per definizione essere capito. Conviene quindi partire da una concezione meno altezzosa \u2014 e moralizzante \u2014 della rabbia per capire lo spirito del nostro tempo.<\/p>\n\n\n\n Nell’antichit\u00e0 classica la rabbia non era concepita come qualcosa di patologico ma come un sentimento naturale, quindi sano, per certi versi perfino nobile. Come indica gi\u00e0 la prima parola dell’Iliade<\/em> (e quindi della letteratura occidentale) menin<\/em>, cio\u00e8 \u00abl’ira funesta\u00bb di Achille, \u00e8 il sentimento principale che anima le azioni dell’eroe. Aristotele arriver\u00e0 perfino a dire che l’incapacit\u00e0 a provare rabbia \u00e8 una delle caratteristiche distintive dello schiavo. Il cittadino di una societ\u00e0 democratica deve sapersi arrabbiare, di fronte all\u2019ingiustizia, per difendere i propri diritti. <\/p>\n\n\n\n L\u2019eco di questa patologizzazione della rabbia \u00e8 percepibile nella maggior parte dei giudizi sulle sue manifestazioni collettive nel corso degli ultimi vent’anni.<\/p>Carlo Invernizzi-Accetti<\/cite><\/blockquote><\/figure>\n\n\n\n Ma perch\u00e9 si arrabbia l’Achille omerico? Qui possiamo trovare un primo indizio che illumina la contemporaneit\u00e0. Quando Agamennone gli sottrae la schiava Briseide, che Achille si era conquistato in battaglia, quest\u2019ultimo non \u00e8 reso pi\u00f9 povero. Il re degli Achei gli dice che pu\u00f2 avere \u00abqualsiasi altra schiava\u00bb in cambio. Ma Achille si sente offeso perch\u00e9 dice di essere stato trattato \u00abcome uno straniero qualunque\u00bb. C’\u00e8 dunque una mancanza di riconoscimento che tocca l’orgoglio, cio\u00e8 in ultima analisi lo status<\/em> sociale, alla radice della rabbia dell’eroe. <\/p>\n\n\n\n Lo stesso sentimento di base si pu\u00f2 riscontrare negli slogan dei principali fenomeni di protesta e movimenti politici degli ultimi vent’anni. Si pensi ad esempio all\u2019 \u00abUno Vale<\/em> Uno\u00bb del Movimento 5 Stelle, il \u00abMake America Great<\/em> Again\u00bb di Donald Trump e il \u00abLes Fran\u00e7ais D\u2019Abord<\/em>\u00bb del Rassemblement National<\/em>, ma anche al concetto di stesso di \u00abBlack Live Matter<\/em>\u00bb e di \u00abMe Too<\/em>\u00bb. Nessuno di questi slogan punta a rivendicazioni di tipo economico. Viene invece tirata in causa la sfera del riconoscimento sociale, cio\u00e8 in ultima analisi della \u00abdignit\u00e0\u00bb o del \u00abvalore\u00bb attribuito a un individuo o a un gruppo.<\/p>\n\n\n\n Partendo dall’archetipo classico della rabbia si pu\u00f2 quindi arrivare all’ipotesi che non sia tanto la deprivazione materiale, n\u00e9 tantomeno l’irrazionalit\u00e0 delle masse, a spiegare l\u2019animosit\u00e0 dilagante nei confronti delle istituzioni e dell\u2019establishment<\/em> politico, quanto un senso diffuso di mancanza di riconoscimento<\/em> del proprio status<\/em> sociale. <\/p>\n\n\n\n
\r\n <\/picture>\r\n \n Ritorno al classici<\/h2>\n\n\n\n