{"id":1808,"date":"2021-04-04T17:15:07","date_gmt":"2021-04-04T16:15:07","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=1808"},"modified":"2021-04-05T17:50:45","modified_gmt":"2021-04-05T16:50:45","slug":"competenti-contro-deplorevoli-la-nuova-lotta-di-classe","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/04\/04\/competenti-contro-deplorevoli-la-nuova-lotta-di-classe\/","title":{"rendered":"Competenti contro deplorevoli: la nuova lotta di classe"},"content":{"rendered":"\n<p><em>Raffaele Alberto Ventura:<\/em> L\u2019intera storia della nostra societ\u00e0 \u00e8 la storia di una lotta di classe. Non \u00e8 solo Marx che lo dice, ma anche Michael Lind, politologo pi\u00f9 conservatore che progressista\u2026&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Lorenzo Castellani: <\/em>Come si evince dal titolo, Lind non ha alcun problema a ricorrere alla tassonomia delle classi sociali e a considerare i&nbsp; conflitti in atto come una vera e propria guerra di classe. Secondo l\u2019autore, negli Stati Uniti i confini della geografia, dell\u2019istruzione e del reddito delineano i nuovi gruppi sociali e i loro interessi. La classe cosmopolita, istruita, metropolitana da un lato; le classi medio-basse, con&nbsp; grado di istruzione inferiore, produttori territorializzati che vivono in provincia dall\u2019altro. Sono queste due placche tettoniche che entrano in&nbsp; attrito, secondo l\u2019autore. Ma \u00e8 davvero cos\u00ec? La divisione \u00e8 cos\u00ec netta?&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>RAV: <\/em>Secondo Lind questa popolazione istruita, concentrata nelle grandi metropoli ma caratterizzata dal suo strutturale nomadismo, costituirebbe oggi la vera classe dominante. Paradossalmente, i primi a parlare in maniera critica di una simile \u201cnuova classe\u201d erano stati i dissidenti sovietici. \u00c8 noto il libro di Milovan Gilas, <em>Nova Klasa<\/em> del 1957, che denunciava la burocrazia degli Stati socialisti. Ma in Francia Lefort e Castoriadis, sulla rivista Socialisme ou Barbarie, avevano iniziato fin dal&nbsp; 1949 a studiare questa trasformazione. Potremmo risalire ancora pi\u00f9&nbsp; indietro, al trotzkista Bruno Rizzi che con il suo saggio sulla Burocratizzazione del mondo (1939) influenz\u00f2 grandemente la teoria della \u201crivoluzione manageriale\u201d di James Burnham (1941), modello esplicito&nbsp; di Michael Lind. Di fatto l\u2019intera sociologia del Novecento, a partire da&nbsp; Max Weber, ha inseguito questa strana classe per cercare di coglierne&nbsp; la specificit\u00e0: classe dominante? Classe improduttiva? E come definirne l\u2019estensione? L\u2019economia della conoscenza, a partire dagli anni Sessanta, ha permesso di difendere l\u2019idea che questa classe fosse \u201cproduttiva\u201d e non \u201cparassitaria\u201d, aprendo alla costruzione della categoria di cognitariato nel pensiero post-operaista.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Come si vede, la nuova classe \u00e8 piuttosto malleabile, nel senso che pu\u00f2 servire sia da avatar della borghesia che del proletariato, trovandosi esattamente nel mezzo. A rendere ancora pi\u00f9 difficile la sua collocazione \u00e8 la coesistenza tra \u201ccapitale economico\u201d e \u201ccapitale cognitivo\u201d, l\u2019adozione di consumi tipicamente borghesi unitamente a un reddito da lavoro non necessariamente eclatante. Se vogliamo ridurre il corpo sociale nelle economie avanzate al&nbsp; minimo numero di soggetti direi che non possiamo scendere sotto alle&nbsp; quattro classi: una classe laboriosa in parte immigrata o delocalizzata; una classe proprietaria sempre pi\u00f9 concentrata; una classe competente piuttosto disomogenea; infine una classe-scarto prodotta dalla deindustrializzazione e dallo svuotamento delle aree rurali. Sono queste ultime due le protagoniste della commedia degli equivoci del populismo: la \u201cnuova classe\u201d competente diventa l\u2019oggetto del risentimento&nbsp; della piccola borghesia in declino, che a sua volta viene descritta dai&nbsp; competenti come razzista e \u201cdeplorevole\u201d. Ma non bisogna perdere di&nbsp; vista il fatto che le presunte \u00e9lite urbane sono spesso precarie e sottopagate, vincolate a piccoli lussi posizionali (i proverbiali brunch a base&nbsp; di avocado delle caricature) ma incapacitate ad accedere alla propriet\u00e0&nbsp; immobiliare. Insomma disagiate a modo loro.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Lorenzo Castellani:<\/em> L\u2019impressione, e qui vorrei offrire una riflessione diversa da quella di Lind, \u00e8 di una certa difficolt\u00e0 ad applicare la tipologia delle classi sociali all\u2019attuale societ\u00e0. Come anche tu sottolinei, le \u00e9lite scolarizzate e urbane spesso non sono del tutto sovrapponibili al vertice economico delle societ\u00e0 occidentali, o comunque ci sono ancora molti benestanti che non possono essere annoverati parte dei competenti. Lo stesso Lind&nbsp; in qualche modo lo evidenzia: esistono ancora produttori territorializzati, piccoli e medi imprenditori, meno alfabetizzati, decentralizzati ma comunque capaci di produrre ottimo valore economico e occupazionale. Ci\u00f2 che a me pare emergere \u00e8 dunque una societ\u00e0, per usare un paragone storico forse un po\u2019 azzardato, divisa in ceti e corporazioni di stampo neo-medievale. Lo status, oggi fornito dai centri di certificazione della competenza (grandi universit\u00e0, think tank, giornali ecc), in definitiva conta pi\u00f9 dell\u2019elemento economico per l\u2019uomo istruito del Ventunesimo secolo. I competenti sono lavoratori intellettuali&nbsp; altamente scolarizzati e specializzati, che si concentrano in quelli che Lind chiama gli \u201chub della conoscenza\u201d, in genere in prossimit\u00e0 delle grandi metropoli o in zone capital intensive, come la Silicon Valley. Non tutti sono destinati a diventare CEO di Google o Head of Research di un grande fondo di investimento, ma c\u2019\u00e8 una condivisione di cultura, uno stile di vita e delle maniere omogenee.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per molti versi si sta affermando un\u2019ovviet\u00e0, perch\u00e9 nella storia queste dinamiche sociali sono sempre esistite, ma oggi la questione \u00e8 diventata centrale nel dibattito pubblico e intellettuale per tre motivi. Uno politico, e cio\u00e8 che la democrazia reclama sempre uguaglianza (una testa, un voto), ma \u00e8 difficile mantenere questo equilibrio in una societ\u00e0 completamente alfabetizzata e con livelli di scolarizzazione cos\u00ec differenti. Ci\u00f2 \u00e8 reso evidente dal complesso pedagogico che affligge spesso i competenti, i quali vorrebbero correggere il legno storto del resto della popolazione imponendo linguaggi e norme di comportamento. \u00c8 evidente la frustrazione sul piano politico: il sistema democratico non valorizza anni&nbsp; di studi, master e dottorati poich\u00e9 il voto di un competente e quello di un qualsiasi altro cittadino hanno valore identico. Da qui la spinta verso la proposizione di forme di tecnocrazia o epistocrazia, idee che negli ultimi anni hanno invaso il mondo dell\u2019accademia e del giornalismo. Una tecnocrazia che \u00e8 gi\u00e0 molto presente negli attuali regimi politici attraverso le banche centrali, le autorit\u00e0 amministrative, i regolatori globali, le magistrature e le istituzioni internazionali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019\u00e8 poi un motivo sociale, per cui i filtri funzionali della meritocrazia tendono a creare gruppi auto-segregati che hanno perso il contatto con altre forme di realt\u00e0, e con le province in particolare. Si costruiscono network della competenza, spesso sovranazionali o addirittura globali, che per\u00f2 diventano enclave chiuse rispetto al resto della societ\u00e0. Da un lato i cosmopoliti, che possono vivere e lavorare ovunque, dall\u2019altro i territorializzati, che possono vivere e lavorare soltanto dove si trovano. Questa mancanza di prossimit\u00e0 al mondo territorializzato e manifatturiero tende a delegittimare i competenti nelle loro rivendicazioni politiche. E poi c\u2019\u00e8 un fattore culturale, e cio\u00e8 che una mentalit\u00e0 neo-positivista si \u00e8 fatta strada nelle nostre \u00e9lite: nell\u2019era della totale secolarizzazione e della fine delle ideologie, la complessit\u00e0 sociale pu\u00f2 essere gestita solo ricorrendo alla scienza e alla tecnica. Procedure, dati, metodologie, esperimenti vengono richiesti anche in campi un tempo dominati dalla conoscenza storica, filosofica, umanistica. Aleggia in gran parte della classe dirigente occidentale l\u2019illusione fatale che la competenza possa fornire tutte le risposte, abbracciare tutta la conoscenza di un dato problema, e che il rigore dei metodi e dei&nbsp; processi sia pi\u00f9 importante dei fini e dell\u2019oggetto della ricerca.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>RAV:<\/em> La pandemia del 2020 ha indubbiamente rivelato l\u2019esistenza di\u00a0 una nuova tecnolatria o scientismo che seduce la sinistra, in controtendenza con la tradizione filosofica costruttivista che l\u2019aveva sedotta precedentemente, a partire dagli anni 1960. Io ancora mi chiedo come siamo passati da Michel Foucault alle ontologie forti del post post-post-strutturalismo. \u00c8 la sinistra del patentino di voto e dell\u2019obbligo vaccinale, una sinistra medio-progressista che non si accorge della contraddizione fondamentale che le sue tentazioni epistocratiche fanno emergere. Se il sistema democratico ha funzionato tanto bene e per tanto tempo \u00e8 perch\u00e9 il suo principio di legittimazione attraverso la volont\u00e0 popolare forniva la dose di consenso necessaria per operare. Ma nel momento in cui viene svelato l\u2019inganno \u2013 come nella Fattoria degli animali di Orwell, non a caso ispirata a Bruno Rizzi, \u201cSiamo tutti uguali ma alcuni sono pi\u00f9 uguali degli altri\u201d \u2013 rischia di crollare tutto. Fiducia, consenso, potere. Non a caso <em>La nuova lotta di classe<\/em> si apre con un riferimento alla rivoluzione francese.\u00a0<\/p>\n\n\n\n<p>Cosa ci riserva il futuro? Lind torna sul tema del conflitto tra centri urbanizzati e periferie rurali, gi\u00e0 esaminato da David Goodhart e Christophe Guilluy, poi incarnato plasticamente dalla rivolta dei Gilets jaunes in Francia nonch\u00e9 dalla distribuzione geografica del voto populista nel Regno Unito e negli USA, concentrato nelle zone pi\u00f9 vuote e dimenticate. Lind paventa che alla \u201crivoluzione neoliberale dall\u2019alto\u201d si opponga una \u201ccontrorivoluzione populista dal basso\u201d. Ma ci sono davvero margini perch\u00e9 questa si realizzi?&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Lorenzo Castellani: <\/em>Temo sia molto difficile. E non perch\u00e9 non ci possano essere degli esperimenti politici di successo: per molti versi Trump, Brexit, il Movimento 5 Stelle lo sono stati. Ma perch\u00e9 le strutture su cui poggia il nostro mondo hanno dato prova di essere molto forti e resistenti. La globalizzazione pu\u00f2 essere rallentata, ma non smantellata. La politica pu\u00f2 perdere la postura tecnocratica degli ultimi anni, ma non si pu\u00f2 ricostruire la democrazia diretta degli ateniesi. Il capitalismo pu\u00f2 essere regolato, ristrutturato, ri-territorializzato, ma nessuno immagina un mondo fondato su una politica economica totalitaria e autarchica&nbsp; o un\u2019economia di soli beni pubblici e comuni. La somma tra scienza, burocrazia e capitalismo \u00e8 ancora la nostra gabbia d\u2019acciaio e si estende su scala planetaria.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Qui la sfida posta da Lind \u00e8 suscettibile di un\u2019interpretazione pi\u00f9 realistica: ristrutturare il sistema verso il basso per evitare che s\u2019inneschino crisi di legittimazione cos\u00ec potenti da minare l\u2019ordine politico occidentale. Se c\u2019\u00e8 una global polity, ordinamento e rete globale, regno dei tecnici e dei competenti, deve esserci anche&nbsp; una local polity, ordinamento locale, comunit\u00e0 dove esperienza concreta e partecipazione politica contano pi\u00f9 del resto. Il populismo evocato da Lind vuole eliminare la prima, mentre gran parte dell\u2019establishment liberale e progressista non si preoccupa, e spesso detesta, la seconda. Invece, va trovato un punto di equilibrio tra l\u2019autonomia&nbsp; del locale e l\u2019eteronomia del globale.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>RAV:<\/em> Se le contraddizioni in seno al campo progressista sono evidenti, a me pare che in Europa esista anche una evidente contraddizione nel campo populista, tra la tentazione statalista del sovranismo e il suo rigetto delle \u00e9lite manageriali che sarebbero inevitabilmente chiamate a governare. Questa contraddizione \u00e8 probabilmente meno evidente nel contesto americano, dove il conservatorismo si associa al liberalismo o persino al libertarianesimo. Ad esempio, Lind non \u00e8 certo un nemico del mercato, bens\u00ec critica il neoliberalismo in quanto progetto tecnocratico \u201ccalato dall\u2019alto\u201d: il prefisso neo-, pi\u00f9 che completare,&nbsp; emenda il liberalismo che lo segue, descrivendo di fatto secondo Lind un progetto di pianificazione portato dalla burocrazia. L\u2019impiego del concetto di neoliberalismo contribuisce cos\u00ec a una vera e propria ambiguit\u00e0 interpretativa, un \u201csignificante vago\u201d tipicamente populista nel quale possono convergere sia il malcontento di destra che quello di sinistra. L\u2019esistenza di tutte queste contraddizioni ci mostra quanto rapidamente si stanno muovendo le placche tettoniche dell\u2019ideologia,&nbsp; avvicinando tra loro cose che prima erano molto lontane.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Lorenzo Castellani:<\/em> Il libro di Michael Lind \u00e8 importante per il contesto politico-culturale che stiamo vivendo, perch\u00e9 mi pare teorizzi e consolidi una posizione che si \u00e8 sempre di pi\u00f9 ben definita negli ultimi anni, quella del ritorno delle categorie marxiste nell\u2019analisi sociale, declinate in chiave identitaria e conservatrice\u2026&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Raffaele Alberto Ventura:<\/em> Secondo Lind e contrariamente a Marx, le due classi in lotta non sono borghesi e proletari, ovvero chi ha tutto contro chi non ha niente, ma proprietari vs. dirigenti, professionisti, competenti; insomma, chi possiede il capitale economico contro chi possiede il capitale culturale. Non \u00e8 una differenza da poco. In effetti si parla molto, da qualche anno, di un marxismo di destra. Innanzitutto per lo spostamento di alcuni intellettuali di sinistra verso il nazionalismo o il sovranismo, laddove le conversioni eclatanti degli anni 1970-1990 erano perlopi\u00f9 in direzione del liberalismo: e questo \u00e8 gi\u00e0 un evidente segno dei tempi. Il \u201cmargine di manovra\u201d politico sembra essersi spostato, come se di fronte alla crisi del capitalismo occidentale si sia tentato in un primo tempo di \u201caprire tutto\u201d e in un secondo tempo di fare esattamente il contrario.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ancor pi\u00f9 vistoso tuttavia \u00e8 il fenomeno di assorbimento di alcune categorie del discorso di sinistra da parte della destra: l\u2019insistenza sulle classi sociali, la critica del capitalismo, lo stesso riferimento esplicito a Marx, elementi che ormai troviamo tranquillamente nel discorso di alcuni sostenitori di Trump e persino di Salvini. Precorritrice fu in Francia la Nouvelle Droite di Alain de Benoist, grande macchina di riciclaggio e recuperazione che ha indicato una via poi percorsa anche dal Rassemblement National di Marine Le Pen. Ma su questi sconfinamenti bisogna intendersi: il \u201cmarxismo\u201d di cui si parla, a destra come a sinistra, \u00e8 ormai una pallida fotocopia di una fotocopia del materialismo dialettico, una specie di \u201ccargo cult\u201d nel quale permangono soltanto alcune parole e dei tic linguistici. Oggi destra e sinistra si contendono quell\u2019eredit\u00e0, adattandola ai tempi e quindi inevitabilmente deformandola.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 davvero marxista la nuova sinistra statalista, keynesiana, tecnocratica, neo-positivista, come dicevi sopra? O \u00e8 marxista Lind quando rilegge la lotta di classe relegando il proletariato a un ruolo secondario? Raymond Aron denunciava un&nbsp; \u201cmarxismo immaginario\u201d fin dagli anni Sessanta, e questo significa che&nbsp; abbiamo oggi a che fare con la terza, quarta o persino quinta generazione di marxisti immaginari, che hanno studiato con altri marxisti immaginari, che a loro volta hanno studiato con dei marxisti immaginari. Cosa rimane di Marx? Un trofeo da rivendicare, innanzitutto, prova che si tratta ormai di un riferimento trasversale, e in quanto trasversale, molto malleabile. Diceva il teologo Alano di Lilla: \u201cL\u2019autorit\u00e0 ha un naso di cera che pu\u00f2 essere deformato come si vuole\u201d. Nel caso di Lind possiamo parlare di un marxismo conservatore solo in senso lato, ma di certo il fatto che ne parliamo in questo modo ci dice molto su come si sono modificati i rapporti di forza nel dibattito pubblico dell\u2019ultimo decennio. Sottraendo il riferimento a Marx alla sinistra,&nbsp; in un certo senso \u201csvuotandolo\u201d, la destra si \u00e8 assegnata un incredibile vantaggio competitivo. In questo gioco di appropriazioni, recuperi, reimpieghi, dirottamenti e malintesi, sar\u00e0 interessante vedere se la sinistra sapr\u00e0 appropriarsi delle tesi sulla crisi della tecnocrazia o se le rigetter\u00e0 rompendo con un pezzo essenziale della sua stessa tradizione. O la prossima rivoluzione sar\u00e0 irrimediabilmente populista e di destra?&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Lorenzo Castellani:<\/em> Non so quanto la mancata critica della tecnocrazia a sinistra sia davvero un pezzo essenziale della sua tradizione. Come tu stesso sottolineavi, le prime critiche contro \u201cla nuova classe\u201d vengono da dissidenti comunisti e socialisti, ma non tanto nei confronti di altri partiti, quanto verso il proprio. Ci\u00f2 forse perch\u00e9 l\u2019elemento pedagogico e dirigista, dunque inevitabilmente burocratico, \u00e8 un connotato che da un secolo fa parte del patrimonio della sinistra stessa. Nonostante il&nbsp; contributo del pensiero di Foucault nella critica al potere, il richiamo ancestrale di questo tipo di mentalit\u00e0 dirigista sembra prevalere. Oggi il mondo progressista conta molto sulla tecnocrazia per far avanzare le proprie idee sulla identity politics, per ridisegnare i canoni dell\u2019etica e della scienza, e pi\u00f9 tradizionalmente per progettare politiche sociali.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Su questo forse Michael Lind non si sofferma abbastanza, poich\u00e9 l\u2019ordine tecnocratico non \u00e8 soltanto una forma di dirigismo economico, di combinazione tra vertici burocratici e capitalismo oligarchico, ma&nbsp; per i progressisti \u00e8 anche un dispositivo per creare una certa forma di&nbsp; societ\u00e0. La rottura nei confronti della tradizione, e del potere residuo che da essa promana, viene infatti cercata da sinistra proprio attraverso il mezzo della tecnocrazia. Sono i competenti a guidare non soltanto le politiche economiche, ma anche l\u2019emancipazione degli individui dai&nbsp; legami tradizionali, a pilotare la transizione verso un nuovo egualitarismo che fa spazio alle minoranze (si pensi al potere di stabilire quote rosa, quote etniche, in ogni forma di reclutamento, di imporre l\u2019utilizzo di un certo linguaggio all\u2019interno delle istituzioni e cos\u00ec via). Emerge cos\u00ec il paradosso per cui la liberazione dalle \u201ccatene della tradizione\u201d avviene proprio attraverso la gabbia d\u2019acciaio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ma quanto \u00e8&nbsp; sostenibile politicamente questo atteggiamento in societ\u00e0 democratiche e pluraliste? Ha senso voler imporre dall\u2019alto, cio\u00e8 tramite le istituzioni, la liberazione dalla tradizione per sostituirla con un preciso modello di vita, di diritto e di linguaggio o \u00e8 un esercizio vano e pericoloso di ingegneria sociale? Questa artificialit\u00e0 non rischia forse di suscitare&nbsp; discriminazioni inverse e di sollecitare gli istinti peggiori delle cosiddetta maggioranza? Ad ogni modo, fino a che questo pensiero rester\u00e0 dominante avremo una divisione inevitabile tra una sinistra manageriale e tecnocratica e una destra populista e nazionalista.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 non significa, ovviamente, che non ci possano essere riallineamenti in futuro. Potrebbe emergere, ad esempio, una sinistra neo-autonomista e socialista e di conseguenza, per reazione, una destra conservatrice e oligarchica. Oppure potrebbero nascere degli esperimenti capaci di mescolare, smussando gli angoli, l\u2019ethos tecnocratico con il nazionalismo (e forse Macron \u00e8 gi\u00e0 oggi qualcosa di simile). Da ultimo, non sovrastimerei eccessivamente la presunta carica rivoluzionaria del populismo. In fin dei conti, questo pare fondato sulla nostalgia pi\u00f9 che sull\u2019utopia. Si pu\u00f2 fare una qualche rivoluzione in nome della nostalgia? Al massimo si pu\u00f2 frenare pi\u00f9 che cambiare tutto.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ci\u00f2 che \u00e8 preoccupante, semmai, \u00e8 che tanto la tecnocrazia quanto il populismo sono avversi al pluralismo, alla moderazione, alla mediazione e, in definitiva, al liberalismo profondo su cui poggia il nostro contratto sociale. Per quanto usurato, indebolito, precario, il patto del costituzionalismo \u00e8 ancora il perno della nostra libert\u00e0 e della nostra politica. Tecnocrazia e populismo, invece, sono due visioni antipolitiche, dunque rischiose e pericolose. Poich\u00e9 dietro ogni tentativo di annullare la politica come&nbsp; processo di discussione si nasconde un pericolo dispotico.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>RAV:<\/em> Per finire, dovremmo forse dire qualcosa sul rischio, a forza di&nbsp; criticare la competenza, di \u201cbuttare il bambino con l\u2019acqua sporca\u201d. \u00c8 chiaro che la prosperit\u00e0 e la sicurezza, di cui hanno goduto le economie occidentali per decenni, dipendono dagli investimenti educativi e dalla divisione del lavoro cognitivo. Meno chiaro \u00e8 se questo meccanismo virtuoso sia sostenibile sul lunghissimo termine. Lind ci mostra gli indizi di un\u2019erosione del rendimento sociale delle \u00e9lite. I machiavellians citati in epigrafe all\u2019inizio della Nuova lotta di classe \u2013 ovvero gli italiani Pareto, Mosca e Michels \u2013 ci insegnano che non possiamo rinunciare alle \u00e9lite, ma la reazione populista suggerisce che nel loro rapporto con la societ\u00e0 qualcosa, a un certo punto, si \u00e8 rotto. Saremo in grado di ripararlo? Questa \u00e8 la grande domanda.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p><em>Lorenzo Castellani:<\/em> Possiamo andare verso una societ\u00e0 della competenza sostenibile? \u00c8 possibile, ma prima \u00e8 necessario rendersi conto che qualsiasi tentativo di neutralizzare la conflittualit\u00e0 tra gruppi, anche con i mezzi tecnici pi\u00f9 avanzati, \u00e8 destinato a scontrarsi con il sottosuolo della politica, con le pulsioni e l\u2019irrazionalit\u00e0 dell\u2019uomo, con i limiti conoscitivi&nbsp; dell\u2019individuo, e con la pluralit\u00e0 di interessi, passioni, ragionamenti&nbsp; che scuotono la vita associata degli esseri umani. La politica resta un&nbsp; processo di discussione, e la discussione richiede sempre, nel senso greco del termine, una certa dialettica.&nbsp;&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Per questo servono nuovi \u201cmiti\u201d o, se si preferisce un termine pi\u00f9&nbsp; laico, nuove \u201cfinzioni\u201d della politica di cui discutere. Abbiamo cio\u00e8 bisogno di idee e mezzi per evitare gli scollamenti, le paranoie e i frazionamenti della societ\u00e0 della competenza. Questo processo non deve avvenire necessariamente tornando indietro, rievocando il mito della \u201cvecchia\u201d democrazia rappresentativa e della sovranit\u00e0 nazionale, ma al contrario guardando avanti con realismo e consapevolezza. Viviamo in una gabbia di acciaio fatta di tecniche, di capitale, di amministrazione che, almeno ad oggi, non sappiamo come aprire, ma quale sistema della libert\u00e0 possiamo ricavare all\u2019interno di questo perimetro&nbsp; per evitare che le maglie di questa gabbia soffochino individui e comunit\u00e0? 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