{"id":1774,"date":"2021-04-01T08:13:32","date_gmt":"2021-04-01T07:13:32","guid":{"rendered":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/ita\/?p=1774"},"modified":"2021-04-01T15:19:17","modified_gmt":"2021-04-01T14:19:17","slug":"un-silenzio-di-parole-conversazione-con-gael-faye","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/legrandcontinent.eu\/it\/2021\/04\/01\/un-silenzio-di-parole-conversazione-con-gael-faye\/","title":{"rendered":"Un silenzio di parole. Conversazione con Ga\u00ebl Faye"},"content":{"rendered":"\n
Scrittore e rapper franco-ruandese, Ga\u00ebl Faye vive tra Francia e Ruanda, tra Europa e Africa. Mentre si avvicinano le commemorazioni per il genocidio del Ruanda, pubblichiamo – per la prima volta in italiano – questa intervista che ha concesso al Grand Continent<\/em> nell\u2019aprile 2019, prima di volare a Kigali per le commemorazioni del genocidio. In essa, parla dell’idea di Europa e di ci\u00f2 che rappresenta il “suolo europeo” evocato nel suo romanzo Piccolo paese<\/a> <\/em>(Bompiani, 2017), e condivide con noi la sua esperienza sui limiti della letteratura e le difficolt\u00e0 per uno scrittore di fronte al genocidio.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 vero che il mese di aprile cambia l’atmosfera del paese, come se una coltre di piombo cadesse su tutti. C’\u00e8 una recrudescenza delle assenze dal lavoro, persone con ulcere allo stomaco e molta somatizzazione. Alcuni sopravvissuti lasciano il paese in questo momento, coloro i quali non vogliono partecipare alle commemorazioni e che, in alcuni casi, sono infastiditi dal lato ufficiale delle cose, infastiditi dal sentire le parole del capo di stato a scapito del silenzio e dell’ascolto dei sopravvissuti. C’\u00e8 anche tutta la popolazione Hutu per la quale il problema \u00e8 pi\u00f9 difficile da sollevare. C’\u00e8 gente che spegne la radio dove vengono trasmesse le commemorazioni, le canzoni per il ricordo e i nomi degli scomparsi. Alcune persone non vogliono sentirne parlare. A volte, qualcuno dice che “dobbiamo andare avanti”, “pensare ad altro” – anche per le persone che sono state intimamente colpite dal genocidio. Ci sono anche giovani, nati dopo il 1994, una generazione che ha ormai vent’anni, che si sentono come bloccati da questa memoria ripetitiva. Questo periodo \u00e8 lungo e dura tre mesi.<\/p>\n\n\n\n Ci sono anche persone per le quali \u00e8 importante. Una delle mie zie superstiti mi ha detto che pi\u00f9 passa il tempo, pi\u00f9 le commemorazioni sono difficili e allo stesso tempo pi\u00f9 sono importanti.<\/p>\n\n\n\n Commemorare \u00e8 difficile perch\u00e9 i sopravvissuti non hanno pi\u00f9 la stessa fretta. Subito dopo il genocidio non c’era acqua, non c’era elettricit\u00e0 e ci si doveva prendere cura dei bambini e degli anziani. Oggi i bambini sono cresciuti, la gente si \u00e8 sistemata, la vita ha ripreso il suo normale corso. Quindi \u00e8 come se le barriere di sicurezza che avevamo costruito per ricostruirci fossero pi\u00f9 fragili, come se fossimo pi\u00f9 facilmente colpiti. Io stesso sono molto sorpreso di sentire l’argomento che le commemorazioni diventano sempre pi\u00f9 difficili con il tempo. Tendiamo sempre a dire che il tempo guarisce, ma non \u00e8 cos\u00ec.<\/p>\n\n\n\n Non \u00e8 lo stesso che in Europa. Certo, l’Europa ha vissuto un trauma, ma la differenza \u00e8 che la violenza non \u00e8 stata commessa direttamente da vicini di casa, persone dello stesso quartiere, che si incrociavano ogni giorno. Il genocidio \u00e8 veramente entrato nell’intimit\u00e0 di tutti i ruandesi. La storia del Ruanda \u00e8 speciale. \u00c8 un paese senza sbocchi sul mare, un piccolo territorio dove tutti sono condannati a vivere con tutti gli altri.<\/p>\n\n\n\n \u00c8 una diversit\u00e0 di comportamenti, in funzione di ogni persona, della sua storia, a seconda che si provenga da una famiglia di sopravvissuti o da una famiglia di carnefici, che si sia Tutsi o Hutu, che si viva in citt\u00e0 o in campagna, che si sia nati prima o dopo il genocidio.<\/p>\n\n\n\n Il discorso ufficiale \u00e8 su un crinale. Le autorit\u00e0, prese nel mezzo, devono tenere un discorso che proietti la societ\u00e0 verso il futuro, verso la ricostruzione, verso il mondo di domani, verso i giovani, senza dimenticare da dove viene il paese, senza dimenticare i sopravvissuti.<\/p>\n\n\n\n Certo, c’\u00e8 un discorso ufficiale, ma c’\u00e8 anche un discorso, una narrazione dei sopravvissuti. Dappertutto, per tre mesi, in tutte le parti del paese, ci sono veglie, canti, sopravvissuti che parlano, funzionari, naturalmente, ma non solo… Tutti fanno propria la questione. Non c’\u00e8 un ente governativo dedicato che crei una nuova ideologia.<\/p>\n\n\n\n Bisogna capire che anche l’attuale governo del Ruanda deriva una certa forma di legittimit\u00e0 dal genocidio, visto come un anno zero. Il FPR <\/span>1<\/sup><\/a><\/span><\/span>, il partito oggi al potere, e il suo braccio armato hanno fermato il genocidio. Quando Kagame ha fermato il genocidio, aveva solo 34 anni, era pi\u00f9 giovane di me oggi. Questo \u00e8 un gruppo di uomini che hanno dovuto affrontare una situazione assolutamente eccezionale, quando erano ragazzi, non soldati di carriera. Hanno dovuto arrangiarsi con la poca esperienza che avevano nella vita di fronte a una situazione senza precedenti.<\/p>\n\n\n\n Per i sopravvissuti, essi sono “quelli che ci hanno salvato”: l’idea che devono la propria vita a loro \u00e8 molto presente. Alcuni sopravvissuti dicono che \u00e8 stato questo presidente, questo esercito, a restituire loro la dignit\u00e0 e l’orgoglio. Cos\u00ec, quando parlo con amici che sono sopravvissuti, alcuni di loro prendono molto male tutti gli attacchi che vengono fatti contro il governo attuale, soprattutto in Occidente. Si sentono come se fossero attaccati loro stessi. Quando la gente in Occidente chiede, in modo molto altezzoso, a che punto \u00e8 la societ\u00e0 ruandese in termini di libert\u00e0 di espressione, democrazia e riconciliazione, pu\u00f2 risultare molto violento per un ruandese che ha vissuto questa storia, con una comunit\u00e0 internazionale che ha completamente chiuso un occhio per tre mesi e poi, una volta finito tutto, viene a vedere cosa \u00e8 successo e a dare lezioni.<\/p>\n\n\n\n Sto cercando di uscire dal mio modo di pensare alla francese. In Francia, \u00e8 facile criticare chi \u00e8 al potere, \u00e8 persino radicato nella cultura. La figura del ribelle, del rivoluzionario, \u00e8 qualcosa che viene visto con particolare favore. La societ\u00e0 ruandese funziona in modo diverso e per cercare di capirla ed entrare nella sua complessit\u00e0, dobbiamo anche accettare l’esistenza di questo fenomeno di adesione al potere di una gran parte della popolazione. Questa \u00e8 una realt\u00e0 del paese che vedo quando sono l\u00ec, anche nelle discussioni intime che ho con le persone.<\/p>\n\n\n\n Quando si guarda dall’Europa, \u00e8 difficile immaginare che ci sia un’anomalia, che la gente debba vivere con una pistola alla testa. Ma queste cose sono intrinseche alla cultura ruandese e non sono legate al governo oggi al potere. Il sostegno che esisteva per il genocidio pu\u00f2 essere messo in discussione, tanto quanto il sostegno attuale nei confronti il governo. L’analisi politica non pu\u00f2 essere basata su criteri occidentali. Ecco perch\u00e9 spesso ho difficolt\u00e0 a parlare con i giornalisti, o anche con le ONG sul posto. Abbiamo altri riferimenti, altre norme e un’altra storia.<\/p>\n\n\n\n La guerra non sembra appartenere all’Europa, all’idea e all\u2019immagine che abbiamo di essa. Ecco perch\u00e9 ho descritto ci\u00f2 che ho provato di fronte al conflitto in Jugoslavia: la guerra civile ha fatto uscire questa regione dall'”Europa” come la percepiamo dall’esterno.<\/p>\n\n\n\n S\u00ec, dopo due anni la mia osservazione non \u00e8 cambiata. \u00c8 vero che c’\u00e8 un aumento degli estremismi, ma l’Europa rimane un territorio sinonimo di stabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n Sono arrivato a questa immagine perch\u00e9 avevo descritto l’Europa dal punto di vista della mia situazione africana. \u00c8 l’immagine che avevo dell’Europa dal mio Burundi natale che mi permette di affermare ci\u00f2 che l’Europa ha significato per me. Se fossi nato qui, non avrei avuto questa sensazione.<\/p>\n\n\n\n Penso che sia ancora pi\u00f9 difficile avere un sentimento europeo quando si \u00e8 francesi. Ci sono paesi in Europa che sono costretti a vivere con i loro vicini. I miei amici artisti belgi non considerano mai che il loro spazio di espressione possa essere limitato al Belgio. Sono sempre aperti all’Oriente e all’Occidente, alla Francia e ai paesi nordici. Quindi si vedono come un crocevia.<\/p>\n\n\n\n In Francia, abbiamo questa pretesa di essere una nazione che si \u00e8 costruita, che \u00e8 fortificata e che esiste da molto tempo. Credo che la Francia – un po’ come gli Stati Uniti – sia un paese in cui molti cittadini si sentono autosufficienti, pienamente contenuti all’interno dei propri confini, dicendosi eredi di una grande cultura secolare.<\/p>\n\n\n\n Penso anche che per sentirsi europei, i francesi debbano prima di tutto decentrare la loro storia. Capire che la Francia \u00e8 un luogo di incroci. Sono stato al Mus\u00e9e d’Orsay per vedere la mostra sul modello nero nella pittura francese: attraverso questi dipinti del XIX secolo, vediamo che la Francia \u00e8 gi\u00e0 un crocevia. C’\u00e8 qualcosa nell’arte che \u00e8 gi\u00e0 l\u00ec, qualcosa che non ha nemmeno bisogno di essere messo in discussione: pu\u00f2 mostrare la societ\u00e0 cos\u00ec com’\u00e8. Dobbiamo affrontare questo non detto, e da l\u00ec aprirci oltre i nostri confini. Perch\u00e9 l’Europa non \u00e8 esclusivamente un’Europa bianca e di cultura cristiana. Per me, non \u00e8 possibile ridurla a questo.<\/p>\n\n\n\n S\u00ec, \u00e8 stato conclusivo. Soprattutto, mi ha insegnato che non ci si deve definire con gli occhi dell’altro. Ognuno deve avere la libert\u00e0 di definire se stesso. Scrivere, creare, \u00e8 un atto di autodefinizione. Un giornale burundese una volta mi ha chiesto cosa fosse l’indipendenza: penso che sia diventare se stessi.<\/p>\n\n\n\n Nella prima parte della nostra vita, arriviamo in un mondo che non abbiamo scelto, in cui i valori e la cultura ci vengono imposti. La creazione mi ha permesso di mettere in discussione tutto ci\u00f2 che mi \u00e8 stato imposto come specificit\u00e0, senza chiedermelo. E di fare un inventario di ci\u00f2 che accetto e di ci\u00f2 che non accetto di essere.<\/p>\n\n\n\n No, perch\u00e9 quando si cerca di farlo, non si fa altro che essenzializzare. Ci\u00f2 che crea il razzismo e le guerre \u00e8 pensare di poter creare un’entit\u00e0 con un certo numero di individui contro altri. All’epoca del grande dibattito sull'”identit\u00e0 nazionale” in Francia, ho avuto accese discussioni con gli amici: per me, definire cosa sia un francese \u00e8 rinchiuderlo.<\/p>\n\n\n\n Bisogna verbalizzare, usare le parole per dire chi sei. \u00c8 attraverso le parole che una societ\u00e0 pu\u00f2 trovare libert\u00e0, equilibrio e creare legami. Lo sentiamo meno in Francia, perch\u00e9 ci confrontiamo molto presto con libri e intere biblioteche. Ma quando sei un giovane burundese o un giovane ruandese, non hai accesso alla vita dei tuoi vicini, alla genealogia e alla storia delle tue famiglie.<\/p>\n\n\n\n Il XX secolo ha cancellato gran parte della nostra storia. In occasione delle commemorazioni di aprile in Ruanda, c’\u00e8 un giorno particolare in cui si commemorano le famiglie che non esistono pi\u00f9, in cui non c’\u00e8 pi\u00f9 nessuno. Sono cose che, quando ci penso, mi fanno girare la testa. Non conoscer\u00f2 mai la vita di due generazioni prima di me, mio nonno per esempio, mentre qui in Francia ho amici che possono risalire a venti generazioni. Su questo punto c’\u00e8 uno squilibrio molto grande, che \u00e8 legato alla parola e all’introspezione.<\/p>\n\n\n\n Per me, \u00e8 cos\u00ec che si fa la storia. Bisogna passare attraverso l’accumulo di tutte queste storie, di tutti questi fatti apparentemente irrisori. L’ho visto quando volevo scrivere il mio romanzo su questo periodo particolare del Burundi, dal 1993 al 1995. Ho cercato ovunque, pensando che ci dovevano essere scritti, persone che hanno semplicemente raccontato com’era vivere in una citt\u00e0 in quel periodo. Non ho trovato nulla. \u00c8 anche per questo che il mio romanzo ha avuto tanto successo tra i burundesi e i ruandesi: alcuni mi hanno detto che avevo riportato alla loro memoria cose che avevano dimenticato.<\/p>\n\n\n\n L’assenza di scrittura \u00e8 qualcosa di drammatico. Oggi esiste una letteratura sul genocidio. Ma non dobbiamo fermarci qui: non dobbiamo aspettare eventi di questa gravit\u00e0 per scrivere. Scriviamo tutto il tempo! \u00c8 scrivendo che possiamo interrogare la societ\u00e0 e creare una memoria. Lo stesso vale per la musica: non si possono avere solo canzoni commemorative.<\/p>\n\n\n\n Osare scrivere \u00e8 osare affermare se stessi. Credo che le parole siano le vere armi del nostro tempo. Il discorso articolato. Ogni cittadino – come ogni artista – deve osare parlare. \u00c8 straordinario che oggi ci siano movimenti giovanili, giovani che si esprimono, per esempio per il clima, ma lo spirito critico deve continuare a lavorare. Quello che diciamo \u00e8 stato detto in altri momenti, in altre forme, a volte in modo pi\u00f9 intelligente. Dobbiamo incoraggiare i movimenti e le proteste, ma anche spingerli a costruire su ci\u00f2 che \u00e8 gi\u00e0 stato fatto. Faccio rap oggi, nell’irruzione, con quello che sono. Ma io leggo, leggo i miei padri. \u00c8 la stessa cosa quando parlo del Ruanda. Non si pu\u00f2 capire chi si \u00e8 solo in termini di genocidio e violenza. Dobbiamo anche partire dal passato, dalla nostra storia, dalle nostre storie familiari, dalle nostre storie d’amore.<\/p>\n\n\n\n In questa poesia, si tratta del genocidio in quanto tale, del “ci\u00f2” che si pronuncia dicendo “mai pi\u00f9”. Parlo della mia incapacit\u00e0 di scrivere il genocidio. Non so come fare.<\/p>\n\n\n\n Il mio romanzo \u00e8 stato definito un romanzo sul genocidio, ma non lo \u00e8 affatto. Parla di un bambino a Bujumbura, un paradiso perduto. Sua madre torna dal Ruanda, ma accenna solo al genocidio, non l’ha vissuto come tale. Quando si parla del genocidio, il protagonista, Gabriel, dice questa frase: “Abbiamo vissuto il genocidio tra quattro mura dietro un telefono e una radio\u201d. Lui non c’era. Inoltre, le scene di violenza descritte nel libro sono le scene della guerra in Burundi. Non si parla dei massacri in Ruanda.<\/p>\n\n\n\n Come si fa a farne della letteratura? Ecco da dove viene la contraddizione nella poesia, e questo era importante per me. Resto in silenzio, non posso dire nulla, e allo stesso tempo scrivo in questa poesia che se dovessi parlare, parlerei di questo: “bambini schiacciati in un mortaio”, “pali conficcati nelle donne”, “vecchi fatti a pezzi”… Questo non si pu\u00f2 scrivere. Si pu\u00f2 dire in bocca a un sopravvissuto; ma un poeta, uno scrittore, che deve essere mantenere un certo stile, elaborare, come fa? A volte rimango molto scioccato dalle opere teatrali che vedo, o dagli scritti, che il pi\u00f9 delle volte non sono realizzati da ruandesi: \u00e8 come se ci fosse una forma di compiacimento inconscio nel raccontare queste storie.<\/p>\n\n\n\n Credo che vedere la violenza in modo troppo crudo sia qualcosa che annienta lo spirito critico. Il racconto dei sopravvissuti \u00e8 importante, tutti dovrebbero poter testimoniare perch\u00e9 \u00e8 una memoria che scomparir\u00e0. Ma il racconto dei sopravvissuti non permette al grande pubblico di capire cosa sia stato il genocidio. La prima reazione \u00e8 di non sentirsi preoccupati da questa violenza, perch\u00e9 d\u00e0 le vertigini. Il lavoro del poeta, dello scrittore, della letteratura, \u00e8 quello di riuscire a portare il lettore in questo mondo, senza tuttavia imporre una distanza.<\/p>\n\n\n\n Bisogna lavorare su una forma, un angolo. Questo \u00e8 il mio lavoro. Non posso parlare del genocidio direttamente, e per quanto mi riguarda, non \u00e8 mai frontale. Ho un progetto a lungo termine e non so se ci arriver\u00f2 mai: vorrei scrivere un romanzo sul genocidio, ma non ho ancora trovato l’angolo che mi permetta di affrontarlo.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":" Pubblichiamo per la prima volta in italiano quest’intervista che il rapper franco-ruandese ci ha concesso nel 2019, prima di partire per Kigali per le difficili commemorazioni del venticinquesimo anniversario del genocidio in Ruanda, e in cui ci ha donato quello che possiede di pi\u00f9 prezioso: le sue parole. <\/p>\n","protected":false},"author":1195,"featured_media":1775,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","sticky":false,"template":"templates\/post-interviews.php","format":"standard","meta":{"_acf_changed":false,"_trash_the_other_posts":false,"footnotes":""},"categories":[1603],"tags":[1674,1673,1672],"geo":[],"class_list":["post-1774","post","type-post","status-publish","format-standard","hentry","category-arti","tag-gael-faye","tag-genocidio","tag-ruanda","staff-elena-maximin"],"acf":[],"yoast_head":"\nLei vive parte della sua vita in Ruanda. Quando arriva quel “maledetto mese di aprile” (<\/strong>Piccolo paese<\/em><\/strong>), che apre il periodo di commemorazione del genocidio, cosa succede alla popolazione?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Un’intera stagione…<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Perch\u00e9 \u00e8 pi\u00f9 difficile?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Come si costruisce la memoria in Ruanda, rispetto, per esempio, alla memoria della seconda guerra mondiale in Europa?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
\u00c8 dunque impossibile dare una visione globale del modo in cui le commemorazioni sono vissute?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Eppure il discorso ufficiale deve rivolgersi a tutta la societ\u00e0 – come si forma?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Qual \u00e8 la relazione dell’attuale governo con il genocidio?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Quindi c’\u00e8 un forte sostegno al potere che, visto dall’Europa, fatichiamo a capire?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
In una sua precedente intervista ha spiegato che l’Europa ha per lei l’immagine di un luogo di pace e sicurezza.<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Questa immagine \u00e8 ancora attuale?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Lei descrive questa immagine dell’Europa vista dall’esterno, e anche lei \u00e8 europeo. Da dove viene l’assenza di un sentimento europeo, quando dall’esterno la coerenza dell’entit\u00e0 “Europa” sembra evidente?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Lei dice: “se ho iniziato a scrivere, penso, \u00e8 perch\u00e9 non ho capito nulla della prima parte della mia vita”. Cosa le ha insegnato questo, su te stesso, ma anche sull’importanza della ricerca di un’identit\u00e0? L\u2019ha portata a una conclusione?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Questa ricerca di identit\u00e0, di specificit\u00e0, pu\u00f2 essere generalizzata a una scala pi\u00f9 ampia, a paesi o gruppi? Molti si chiedono quale sia l’identit\u00e0 dell’Europa, o della Francia, o dell’Ungheria\u2026<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Nel suo testo “C’est la nuit \u00e0 Kigali<\/em>” (\u00c8 notte a Kigali), lei evoca la questione del genocidio e la memoria degli scomparsi: \u201cLa Storia s\u00ec! Ma dove sono le loro storie?\u201d “Non aspettiamo le apocalissi di fine secolo per rivelarci”, per “dare un volto umano a ogni persona scomparsa”. A differenza di Aim\u00e9 C\u00e9saire, che dichiarava “la mia bocca sar\u00e0 la bocca delle disgrazie che non hanno bocca”, lei \u00e8 uno scrittore che invita tutti a “raccontare la propria storia”, con le “proprie parole”…<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Quindi \u00e8 un appello a costruire un patrimonio\u2026<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Si usa anche la musica per fare “irruzione” – come nella sua canzone <\/strong>\u201cIrruption\u201d.<\/strong><\/a> Questa canzone \u00e8 un vero e proprio appello, quasi rivoluzionario: “stiamo diventando arroganti, vogliamo rimare come coltelli”. Sono parole forti, letteralmente incisive, quelle che rivolge a chi la ascolta: osate parlare, osate essere “arroganti”, talentuosi, in modo che la gente non parli pi\u00f9 al vostro posto.<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Lei ha anche sottolineato un paradosso, attraverso la sua poesia “Un silenzio di parole<\/em>“, con un’altra esortazione: “fate tacere le poesie”, “fatele tacere, fatele tacere, affinch\u00e9 rimanga solo un silenzio di parole”. Pu\u00f2 tornare su quest\u2019altro appello?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Quindi il genocidio \u00e8 un caso limite per la scrittura?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Da dove viene questa difficolt\u00e0?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n
Spera un giorno di trovare il modo di scrivere questa violenza?<\/strong><\/h3>\n\n\n\n