Un’intervista a Carlo Calenda

Groupe d’études géopolitiques. –  Nel suo manifesto politico lei parla di creare “un’alleanza repubblicana che vada oltre gli attuali partiti e aggreghi i mondi della rappresentanza economica, sociale, della cultura, del terzo settore, delle professioni, dell’impegno civile”. Da quali figure politiche pensa di partire per cominciare a costruire il suo Fronte repubblicano ?

Carlo Calenda. –  Per quanto riguarda il tema della composizione del fronte io mi rivolgo al mondo del terzo settore, al sindacato cattolico, alla rete che fa capo Pizzarotti, ex sindaco 5 stelle di Parma, uscito dal movimento subito dopo l’inizio della sua esperienza di governo.

Lei cerca il dialogo con Pizzarotti, che deve la sua prima esperienza politica al Movimento Cinque Stelle, ma era contrario alla possibile alleanza di governo tra il Movimento e il Partito democratico. Rifarebbe oggi la stessa scelta?

Ero e sono convintamente contrario all’alleanza con i 5 stelle, e rifarei la stessa scelta. La loro idea di democrazia è profondamente malata e se il Partito Democratico avesse accettato un’alleanza di governo, la conseguenza sarebbe stata un rafforzamento della destra e un ulteriore indebolimento del Partito democratico.

L’idea di fronte sembra implicare la creazione di un’unione momentanea tattica, non strategica tra forze molto eterogenee, a vocazione maggioritaria. In questo senso, perché considera che il M5S non possa far parte del fronte repubblicano?

Il movimento 5 stelle ha per molto tempo sostenuto l’uscita dell’Italia dall’euro e la posizione che difende attualmente non è molto chiara. Ma c’è anche un altro elemento. Il movimento 5 stelle propone una forma distorta di democrazia. Ha un rapporto poco definito con le sue figure di riferimento come Beppe Grillo e la Casaleggio associati, l’azienda che controlla una parte del Movimento. Al contrario dei suoi elettori, di cui una parte considerevole viene dal mondo della sinistra, i 5 stelle sono un partito pienamente populista che propone una forma distorta di democrazia.

A suo avviso la democrazia rappresenta il punto di scontro dei prossimi anni, l’elemento a rischio da difendere, attorno a cui aprire un fronte politico ?

Sì, anche se io ho voluto scrivere un manifesto di proposte e non un manifesto di difesa. Credo che le liberal democrazie nei prossimi dieci o vent’anni saranno chiamate a fare una vera e propria  battaglia per mantenere i sistemi democratici. A causa del modo in cui abbiamo gestito la prima fase della globalizzazione, ma anche perché abbiamo trascurato di costruire una sufficiente cultura civica e preparazione per stare dentro la modernità, noi ci troveremo ad affrontare una battaglia sui contenuti della democrazia. Si tratta forse di ripristinare una posizione che vorrei chiamare umanesimo liberale. In questo momento la mia posizione attraversa una crisi mondiale. Il fronte non è solo opposto, ma è un fronte per riconquistare uno spazio democratico vero. Il movimento 5 stelle e la Lega hanno un’idea di democrazia fondamentalmente populista, malata; da un lato perché si ispira al sovranismo e dall’altra perché si ispira a una figura carismatica che è al di fuori della politica, come Beppe Grillo. Il movimento 5 stelle è molto più di destra di quanto non siano i suoi elettori.

Quali sono le fonti di ispirazione del suo Fronte ?

La tradizione è quella cattolica e liberale di sinistra. La distinzione non è più quella pre guerra fredda, ma è una divisione completamente differente, il partito popolare, i socialisti e i liberali sono molto più vicini tra loro di quanto non lo siano rispetto ai sovranisti. Quindi una sintesi tra il cattolicesimo sociale e i partiti socialisti.

Nel suo manifesto lei sostiene “che abbiamo bisogno di un forte senso della patria per stare nel mondo e in UE”. Si tratta forse del passaggio più sorprendente del suo manifesto. Per alcuni lettori il riconoscimento dell’impossibilità del superamento della nazione è stato visto come una resa un po’ affrettata all’egemonia neonazionalista. Potrebbe spiegarci il senso della sua posizione?

L’idea di nazione e di Patria è stata archiviata da un certo internazionalismo di sinistra in modo troppo semplicistico. A partire dal 1989 in poi si è fatta strada l’idea semplicistica delle nuove relazioni internazionali: con un mondo piatto, la fine della storia, il multilateralismo. Si tratta di obiettivi ideali, come l’Europa federale, di idee direttrici. Io sono un convinto federalista, ma penso che la cosa importante è gestire la transizione fino all’Europa federale mantenendo il fatto che la nazione ha ancora un valore importante, specialmente in termini di sicurezza, per molti cittadini. Quindi finché non ci saranno le condizioni per fare questa transizione, non possiamo archiviare l’idea degli Stati nazionali o considerarla come una forma arcaica, o retriva o conservatrice. Deve rimanere un punto di riferimento finché non riusciremo a costruire l’Europa federale. La riformulazione dell’idea di nazione è stata troppo semplificata nel racconto della sinistra. Non perché non sia giusto idealmente superarla, ma perché la si può superare solo nel momento in cui ci sono le condizioni oggettive per farlo.

Ma la questione è forse meno posta dalla forma nazionale che della scala geografica su cui la si definisce. In altri termini, l’Italia, come nazione, ha la forza per far fronte alle grandi sfide attuali o alle crisi politiche odierne? La sua scala geografica è pertinente?

Assolutamente no. Io sono per un’Europa più forte per tutto ciò che riguarda la dimensione esterna: l’immigrazione, la difesa. Penso che l’unica scala che ci possa garantire di agire politicamente è quella europea, dentro un’Europa più forte. Ma questa idea di Europa più forte, che per me coincide con l’idea degli Stati uniti d’Europa, e la nazione italiana sono due concetti destinati a convivere ancora per molti anni, finché non si realizzeranno definitivamente gli Stati Uniti d’Europa. Fino a quel momento è molto importante che i cittadini italiani sentano che la nazione, lo Stato ha una forza, ha la capacità di protezione, questo elemento aiuta l’integrazione europea.

Lei è stato ministro dello sviluppo economico. Dal suo punto d’osservazione privilegiato è riuscito a scoprire quale sia oggi l’interesse nazionale italiano?

Penso che il primo tassello dell’interesse nazionale consiste nel rimanere dentro l’Euro, e dentro l’Unione saldamente agganciati ai paesi fondatori. In quest’ottica se l’Europa è destinata a fare progressi, deve emarginare il gruppo di Visegrad, che rappresenta evidentemente un problema per l’Europa, scegliendo un modello a cerchi concentrici, basato sul nucleo dei paesi fondatori, con un livello di integrazioni differenti. Ormai è molto evidente che ci sono due fronti molto precisi, e che i paesi di Visegrad rappresentano, come lo è stata per molti anni la Gran Bretagna, un freno alla costruzione di un’Europa federale.

Perché Renzi ha fallito secondo lei?

Renzi ha fallito così come i progressisti stanno fallendo in tutto il mondo, perché hanno raccontato il futuro in maniera utopica e semplicistica, un futuro semplice che avrebbe risolto da sé tutte le contraddizioni: sia verso la globalizzazione che verso l’innovazione tecnologica che è il prossimo grande shock delle nostre società.

Abbiamo nelle nostre società un profondo rifiuto della modernità, che deriva da un impoverimento oggettivo della classe media negli ultimi trent’anni, ma anche dalla paura profondissima che il progresso scientifico per la prima volta renda l’uomo oggetto e non soggetto dell’innovazione tecnologica. Si tratta di una paura profondamente radicata nelle persone, per certi versi piuttosto ragionevole. Uno degli errori clamorosi dei progressisti è stato dire che chi ha paura non ha alcun diritto di cittadinanza. Per dirla in un modo più netto, chi ha paura sarebbe uno scemo. Mentre bisogna ascoltare, riconoscere chi sta perdendo, e quindi permettere a chi è spaventato di manifestarsi.

Secondo lei quindi la terza via blairiana è definitivamente conclusa?

Sì. Pur contenendo degli elementi positivi, di modernizzazione dei partiti socialisti, il problema è che ha dato una lettura della società in maniera troppo semplificata, dove le forze del mercato e dell’innovazione tecnologica erano considerate come fattori sufficienti per costruire una società giusta, e, in qualche modo, una società che progredisce. Ma penso che ci sia un intero capitolo della terza via, che non è ancora stato applicato, e che ha a che fare con la costruzione di una cittadinanza consapevole, attraverso un forte investimento della cultura civica, ma anche cultura in senso proprio, che nessuna delle nostre società ha saputo proporre a sufficienza. E’ per questo che propongo un grande piano Marshall: dato che, a mio avviso, la causa della crisi della liberal-democrazia è la mancanza della possibilità del cittadino di capire e di trovare la sua strada nel cambiamento.

Cosa ne pensa allora dell’alleanza fra Macron, Ciudadanos e PD?

Come ho detto prima, penso che al giorno d’oggi l’alleanza deve essere molto più ampia. Deve comprendere anche un pezzo del mondo socialista e popolare. La verità è che noi in Europa oggi corriamo il rischio di avere il primo gruppo europeo composto da sovranisti. Quindi, aldilà delle partnership che si possono costruire, l’importante è che le grandi famiglie socialiste, popolari e liberali lavorino insieme.

Oggi un partito di massa ci può essere ma va ridefinita la base di classe, con la difficoltà che una volta le classi erano molto definite mentre oggi sono più trasversali. Quindi non è più questione di rappresentare una classe, ma di rappresentare nel nostro caso una vocazione europeista rispetto a una vocazione sovranista. Questa è la differenza dai partiti di massa post seconda guerra mondiale.

Pensa che un modello economico di ispirazione keynesiana sia ancora attuale?

Penso che lo sia dal punto di vista degli investimenti in infrastrutture soprattutto immateriali : quindi competenza e cultura. Non credo che lo Stato debba entrare nelle aziende, o che debba fare il lavoro che possono fare i privati, ma credo che il ruolo dello Stato sia centrale nel preparare le persone ad un ventennio di cambiamento politico difficilissimo. E credo che negli ultimi trent’anni, lo Stato si sia sottratto su quest’ultimo punto.

Ritorniamo al suo manifesto. Lei parla sia di proseguire il “piano Minniti” sull’immigrazione sia di ampliare il reddito di inclusione. Non pensa però che le elezioni abbiano dimostrato che gli elettori preferiscono, per dirla in modo sbrigativo, l’originale alla copia, premiando le politiche della destra sulla migrazione e dei 5 stelle sul reddito di cittadinanza rispetto alle proposte del partito democratico, che sembrano versioni ridotte, più temperate?

Il reddito di cittadinanza è un “in teoria”, il reddito di inclusione esiste e va solo rafforzato. E per rafforzarlo ci vogliono 3 miliardi di euro, quindi si può fare. Il reddito di cittadinanza costa tra i 17 e i 20 miliardi, e non si farà mai. C’è un punto sostanziale: la destra e il Movimento 5 stelle che per me sono, rispettivamente, il sovranismo e la fuga dalla realtà, propongono da un lato una estremizzazione, cioè l’idea che ci sia un nemico nell’immigrato; e dall’altro, l’idea che si possa spendere qualsiasi cifra.

Mentre il ruolo della parte responsabile del paese, è di dire esattamente il contrario. Il piano Minniti è un piano volto a lavorare per risolvere il fenomeno dell’immigrazione su due livelli: fermare l’emergenza e poi riattivare dei percorsi inclusivi, di immigrazione regolata.

Quest’ultima è per noi fondamentale, dato che la demografia non ci consente di rinunciare all’immigrazione, dobbiamo avere più immigrati, ma governando gli arrivi e gestendoli in modo più organizzato. Il ragionamento della Lega è totalmente diverso: l’immigrato è il nemico, che arriva per colonizzarci. E’ dunque un ragionamento di tipo etnico, di fondo razzista e culturale, completamente opposto a quello che abbiamo fatto noi quando eravamo al governo.

A suo avviso, l’accelerazione impressionante del politico in Italia, fatto piuttosto unico durante la stagione estiva, è dovuta ad una specie di eterogenesi dei fini che ha escluso la nazionale italiana ai mondiali di calcio — l’astuzia della ragione si è servita di Ventura?

Non credo [ride]. Credo che finalmente gli italiani abbiano capito che la storia è tornata in Occidente, e che tutte le battaglie politiche che si faranno nei prossimi mesi e nei prossimi anni, saranno profondamente diverse da quelle che sono state fatte negli ultimi trent’anni in cui si trattava di scegliere tra una versione un po’ più a destra, o una un po’ più a sinistra. C’è una radicale differenza tra la destra populista e i progressisti. I risultati non si fanno che intravvedere in Italia. Essa tocca in profondità l’idea di democrazia, la collocazione internazionale dei nostri paesi. Tutti i nostri valori sono rimessi in discussione. La storia è tornata in Occidente, e la politica ha cominciato di conseguenza ad proporre delle scelta di campo molto forti, dando un senso alla battaglia diversa da quelle usuali, o normali, che abbiamo vissuto negli ultimi decenni. Non bisogna essere pessimisti anche se siamo, molto probabilmente, in Occidente nella fase più difficile degli ultimi trent’anni. Le battaglie politiche che ci aspettano saranno estremamente interessanti ed avvincenti dal punto di vista intellettuale, ma dobbiamo riconoscere quanto cerco di dire nel mio manifesto: la sospensione della storia in Occidente è finita