Il Mediterraneo, un’idea fissa ?

A cura di Marion Messador

Tradotto da Chiara Colella, per il GEG Méditerranée

Henry Laurens è professore al Collège de France, dove è titolare della cattedra di storia contemporanea del mondo arabo. I suoi ultimi lavori sono incentrati sulle crisi che hanno agitato il Medio Oriente negli ultimi 150 anni, compresa la questione palestinese, che è diventata oggetto di una serie di corsi tenuti al Collège de France tra il 2006 e il 2015. Laurens ha anche dedicato un libro al “sogno mediterraneo”. Ci ha gentilmente accolti nel suo appartamento parigino per parlarci di Oriente e di Mediterraneo.


Groupe d’Études Géopolitiques: i vostri corsi al Collège de France quest’anno tendono ad una geopolitica del Medio Oriente che considera le crisi attuali come il sintomo di un sistema politico creato più di 150 anni fa. Può dirci qualcosa in piu’?

Henry Laurens: Toynbee [note]Toynbee A., The World and the West, Oxford : University Press 1953. [/note] parlava di “questione dell’Occidente” nel senso che erano le potenze occidentali che rivaleggiavano tra di loro in questa regione del mondo, e che allo stesso tempo cominciava a porsi la questione dell’occidentalizzazione delle società. Quando scrive questi testi, nel 1922, durante la guerra greco-turca, egli vede anche questa occidentalizzazione delle società nella nascita dei nazionalismi, nella creazione degli Stati-nazione e nello sviluppo dello Stato moderno. In tal senso, abbiamo ancora a che fare con queste problematiche, con tutte le discussioni sulla natura dello stato.

 

La questione dell’Oriente (che, secondo la Sua ricostruzione storica, presuppone una relazione conflittuale tra Stati detti “civilizzati” e spazi e attori orientali) sta diventando una questione di “spazio intermediario” con l’emergere di Cina e India?

La questione d’Oriente nel senso tecnico del termine era la sorte dell’impero ottomano. Il termine comparve solo nel 1832-1833. Era qualcosa che si giocava tra più potenze, cinque o sei. Il suo prolungamento era il Grande Gioco, che opponeva due potenze, Russia e Gran Bretagna. Lì si trovano le strutture del XIX secolo. Dopo la guerra del ‘14, la nozione si trasforma piuttosto in quella di Medio Oriente, attraverso fasi successive. Ciò che conta in queste fasi non sono solo le denominazioni che si sono susseguite, ma il fatto che dal 1820 abbiamo ancora opposizioni di potenza, lotte per l’influenza, esportazioni d’armi, interventi militari, crisi umanitarie.

In questa regione, la Cina non è ancora presente. Non ha ancora una presenza militare, non vi esporta armi e le sue posizioni diplomatiche sono relativamente prudenti e conservatrici. Per il momento, essa si occupa soprattutto di Pakistan e Asia centrale nell’ambito delle nuove vie della seta.

 

Lei ha consacrato tutta una serie di lavori alla “questione palestinese”. Bisogna capire che il conflitto israelo-palestinese è ancora una questione d’Oriente, e quindi in parte il prodotto di una geopolitica condotta dall’occidente, oppure l’eredità del gioco delle grandi potenze?

Ultimo volume di una serie dedicata alla questione palestinese, “La pace impossibile” è stato pubblicato nel 2015 da Fayard.

E’ una delle dimensioni di questo conflitto. Innanzitutto, lo Stato d’Israele non sarebbe stato possibile senza il sostegno di potenze esterne alla regione. Si vede ancora l’importanza del sostegno americano allo Stato d’Israele, da cui la sua esogeneità rispetto alla regione. Indipendentemente dalla sfida territoriale e dalla posizione geopolitica, che non è enorme, resta il fatto che è un conflitto saturo di storia, che muove le passioni e gli immaginari su una grande parte del globo: la Terra Santa, la nascita delle grandi religioni monoteiste e allo stesso tempo l’Olocausto, la colonizzazione del popolo, l’imperialismo. In pratica gli interessi ruotano attorno ad una piccola porzione di terra non più grande di un dipartimento francese.

“Per l’Europa, il conflitto israelo-palestinese è una questione di politica interna”

Questa saturazione della storia fa sì che questa sia una questione di politica interna piuttosto che di politica estera, per gli stati Uniti ad esempio, o per l’Europa. Se fosse un semplice conflitto esterno, non mobiliterebbe così tante energie, passioni, attori. Finché sono coinvolti attori esterni, ne verranno generati sempre di nuovi. In passato, quando i Palestinesi hanno capito che gli Israeliani erano riusciti a mobilitare sostegni importanti nei paesi occidentali, sono andati a cercare appoggio presso i paesi arabi e musulmani, per cercare di riequilibrare i rapporti di forza.

 

Per Paul Valery, il Mediterraneo è un’industria di civiltà. Secondo Lei, questa è solamente la traduzione di un movimento anti-modernista che avrebbe preso il Mediterraneo come supporto geografico, oppure esiste un’eccezione mediterranea?

L’idea mediterranea è una creazione del periodo 1825-1835. Il sintomo più chiaro ne è stato il libro di Chevalier, Le système de la Méditerranée, che mostra il momento in cui l’idea mediterranea comincia ad esistere come spazio geopolitico e geoeconomico. E poi ci sono le contraddizioni dello spazio mediterraneo. Da un lato, la presenza della civiltà greco-romana lungo tutta la costa del Mediterraneo, in Marocco, Anatolia, Spagna, Francia o Grecia. Queste numerose tracce contribuiscono a creare un senso di parentela.

« Système de la Méditerranée » è apparso per la prima volta nel 1832 nella rivista Le Globe, in più articoli.

Nel periodo tra le due guerre, il movimento mediterraneo era per lo più un anti-modernismo, poiché l’Europa aveva perso il controllo della modernità che si incarnava nella civilizzazione industriale americana, simboleggiata dai mattatoi di Chicago – metti un manzo da una parte, e dall’altra esce una scatola di conserva. I viaggiatori sono spaventati perché l’uomo è diventato un automa. A questo modello si oppone una spensieratezza mediterranea, un’arte di vivere, un’importanza data alla cultura in opposizione alla meccanica.

Inoltre, questa idea mediterranea che si costruisce dopo la prima guerra mondiale si traduce anche nei corpi che si scoprono, poiché alla fine del XIX secolo il Mediterraneo estivo prende il posto di quello invernale. Mentre il primo turismo nel Mediterraneo aveva luogo durante la stagione invernale, per guarire i bronchi e la tubercolosi, la civilizzazione balneare nasce alla fine del XIX secolo e crea un Mediterraneo estivo che vede svestirsi prima gli uomini e poi le donne. Nasce così un turismo balneare sulle due rive del Mediterraneo.

“Questa mistura tra la realtà di una certa arte di vivere e la creazione di un’immagine turistica”

Esiste quindi questa mistura tra la realtà di una certa arte di vivere e la creazione di un’immagine turistica che è quella di Pagnol, o di Camus, che opponeva la luce mediterranea al buio delle altre aree culturali.

Possiamo anche considerare che l’idea mediterranea si opponeva sia alla civilizzazione tecnica, che all’opposizione Oriente/Occidente, poiché l’idea mediterranea è anche un trait d’union. Nel contesto della decolonizzazione, il ricorso al mediterraneismo permetteva di non opporre Oriente e Occidente, bensì di creare un’identità comune. Tra le due guerre, certi benestanti francesi si trasferirono ad esempio in Libano o in Egitto e fondarono delle riviste francofone, che però traducevano autori locali, talvolta distribuiti in Francia. Per non parlare di una francofonia mediterranea che ha prodotto scrittori e, in seguito, un certo numero di cantanti di varietà (Dalida, George Moustaki…).

 

Pensare il Mediterraneo, non vuol dire imporre ancora una volta un modello occidentale in una regione dominata per molto tempo? Oppure, esiste un livello di governance ideale per una regione reticente all’instaurazione degli Stati-nazione?

L’idea mediterranea aveva certamente una componente coloniale. Nell’Algeria coloniale, erano quelli che all’inizio venivano chiamati gli Europei, e che poi dopo la « fusione delle razze » sono stati chiamati « pieds-noirs ». La fusione delle razze era un’idea latina piuttosto che un’idea mediterranea. Ma il nome Mediterraneo è stato abbandonato molto presto in arabo, mentre è diventato di uso comune in Europa, come traduzione letterale di « bahr ar-Rûm» (il mare dei Bizantini, o degli Ottomani). E poi, il Mediterraneo è anche una realtà fisica. Alla fine della piccola era glaciale, comparve il paesaggio mediterraneo tipico: la ricolonizzazione degli spazi litorali, la realizzazione un po’ ovunque di agrumeti, la creazione di spazi urbani – di città portuali che si caratterizzano per un aspetto molto generale, la cornice. I viali all’inglese si ritrovano ovunque nel Mediterraneo dopo il 1850. È quindi un paesaggio del Mediterraneo che si costruisce nella seconda metà del XIX secolo, e che è una realtà, anche se allo stesso tempo esistono episodi di violenza tra i popoli del Mediterraneo.

“C’è la necessità’, indipendentemente dalla politica, di gestire lo spazio mediterraneo come uno spazio ecologico”

Inoltre, vi sono due problemi fondamentali oltre alle guerre e ai conflitti nella regione. Innanzitutto, il disequilibrio tra costa nord e costa sud: nonostante tutto, la costa nord si è pian piano riunificata nell’ambito dell’Unione Europea e della NATO. Ma la costa sud è completamente frammentata, nonostante la vicinanza culturale e politica. La frontiera algero-marocchina è chiusa da quarant’anni or sono. Questa sproporzione pone poi dei problemi di gestione: il commercio avviene per lo più lungo l’asse nord-sud, piuttosto che lungo l’asse est-ovest. Il rispetto delle norme europee nell’ambito del partenariato euro-mediterraneo aveva inizialmente come ambizione quella di rafforzare gli scambi sud-sud. L’altro problema è che il Mediterraneo è chiuso, e l’inquinamento di questo mare non può essere affrontato da un singolo Stato, ma solo su scala mediterranea. Vi è quindi la necessità di gestire lo spazio mediterraneo come uno spazio ecologico, al di là dell’aspetto politico.

 

In un articolo pubblicato poco dopo la seconda guerra mondiale, Alexandre Kojève sottolinea la necessità di creare delle entità politiche regionali e propone la creazione di un “impero latino” che permetterebbe di associare Islam e cristianità. In un tentativo di realizzazione di questo progetto, Lei crede che il Mediterraneo possa fungere da supporto di un rinnovamento della politica europea di vicinato, capace di superare l’impasse delle relazioni attuali tra l’UE e i suoi vicini del sud?

La latinità era una realtà ideologica nella seconda metà del XX secolo. I tedeschi erano convinti che la loro lingua discendeva direttamente dall’indo-europeo primordiale, mentre le lingue latine erano dei « detriti linguistici » (espressione di Renan). Allora i latini hanno detto « va bene, se voi siete i discendenti dei Barbari, noi abbiamo Roma ». Quindi il discorso della latinità corrispondeva a un’epoca in cui lo spazio europeo si definiva in blocchi razziali, con il blocco slavo, il blocco germanico (« la razza teutonica ») e il blocco latino, che poteva avere delle traduzioni economiche come l’Unione economica latina alla fine del XIX secolo, con la creazione di una moneta unica che è rimasta in uso per diversi anni. Questo discorso sulla latinità è tramontato dopo il 1945, poiché spagnoli e italiani si sono ritrovati al fianco della Germania nazista e quindi non aveva più motivo di esistere l’opposizione con i tedeschi.

“Bisogna dare un’identità civica all’Europa, poiché non esiste un romanzo nazionale europeo ma solo delle guerre civili europee”

L’interesse o il problema dell’Unione Europea era che essa non è stata costruita su un blocco culturale. All’inizio, questo non costituiva un problema perché era carolingia, e quindi si è deciso che sarebbe stata cattolico-protestante. I popoli della costruzione europea avevano avuto un passato greco-romano (anche la Germania), poi il barocco, il Rinascimento ecc. Il problema si è complicato in seguito, quando si è incominciato ad accettare i Balcani nell’Unione: i Greci ritornarono in Europa con il romanticismo. E d’altro canto i Greci appartenevano ad uno spazio culturale che tradizionalmente corrispondeva a quello bizantino e poi ottomano. A partire da questo momento non si può più dare una definizione culturale di Europa; da cui l’apertura del dibattito sull’integrazione degli slavi, poi della Turchia. Bisogna quindi dare un’identità civica all’Europa, poiché non esiste un romanzo nazionale europeo, ma solo delle guerre civili europee.

Per quanto riguarda la politica di vicinato, il problema non è la mancanza di buona volontà da parte della costa nord, ma il fatto che la costa sud sia diventata un vero caos: è frammentata, in preda alle guerre civili che si ripercuotono da noi. Cercando di gestire tutto questo, ci si scontra con delle difficoltà strutturali, perché da una parte vorremmo che gli abitanti della costa sud fossero democratici, che condividessero i valori universali e magari che facessero il bagno in bikini sulle loro spiagge; allo stesso tempo però gli chiediamo di assicurare la nostra sicurezza lottando contro il terrorismo e controllando le migrazioni provenienti dall’Africa nera. Nel momento in cui abbiamo un’esigenza di sicurezza e facciamo dei paesi della riva sud delle barriere anti-migranti, i regimi autoritari sono più efficaci. Ci si ritrova così in un circolo vizioso, poiché nel momento in cui debelliamo un regime autoritario abbiamo migranti e insicurezza, ma se lasciamo i regimi autoritari, abbiamo violenza, perché il popolo non accetta i regimi autoritari.

 

La Turchia è erede dell’ultimo grande unificatore del Mediterraneo, l’Impero Ottomano. Secondo Lei, ha ancora questa eredità politica e considera la regione come sua area di influenza naturale?

No, la Turchia – come la Polonia –  è una menzogna storica. La Polonia prima del 1939 era multiconfessionale e multirazziale. Vi vivevano molti ebrei, Ucraini, Lituani, Tedeschi… È la Polonia uscita dalla seconda guerra mondiale, la Polonia delle pulizie etniche e delle evacuazioni della popolazione che è diventata omogenea, con una popolazione composta unicamente di polacchi cattolici. Allo stesso modo, la Turchia può imporsi come ottomana, ma l’impero ottomano era multirazziale, multireligioso e multietnico, mentre la Turchia di oggi è stata costruita sull’eliminazione totale del pluralismo ottomano precedente al 1914. Ci può quindi essere una rivendicazione della Turchia a perseguire l’eredità ottomana, ma questo non corrisponde ad alcuna realtà, perché se vogliono essere veramente ottomani hanno bisogno di tedeschi, armeni, kurdi, arabi, ebrei, levantini… La Turchia ha un problema di posizionamento storico, perché i turchi di oggi discendono in gran parte da tre componenti della popolazione: i balcanici, gli anatoliani e i popoli provenienti dall’asia centrale. Dalla sua creazione, la Repubblica di Turchia non riesce a creare una narrativa sulle sue origini.

“ La Turchia di oggi è stata costruita sull’ eliminazione totale del pluralismo ottomano precedente il 1914”

Fin dalla sua creazione, la Repubblica di Turchia era composta da uno “Stato profondo”, prettamente nazionalista e xenofobo, ma laico, e da un’identità musulmana. L’AKP è nato in una prima fase facendo leva sul sentimento islamico e sullo smantellamento dello Stato profondo, utilizzando la vicinanza all’Europa, tramite l’adozione di norme e valori europei (l’abolizione del coinvolgimento dell’esercito nella vita politica, lo Stato di diritto…). Poi ha capito che gli Europei non erano convinti dell’idea della loro adesione immediata. Vi erano diverse ragioni negative (delle ragioni culturali, ndr). Ma soprattutto, l’Unione europea ha già difficoltà a gestire il problema della pesca del merluzzo in Islanda, non è il caso di affidarle anche la gestione dello spazio conflittuale in cui si trova la Turchia. Così, la Turchia si è sentita respinta. E allo stesso tempo, l’AKP ha assunto una forma autoritaria e nazionalista