La macronizzazione del Movimento Cinque Stelle

Di Raffaele Alberto Ventura
Tradotto da: Matteo Nebbiai

Effetto dell’europeizzazione della politica, in Italia si è creduto arrivasse Marine Le Pen e si otterrà probabilmente Macron. Come il Movimento Cinque Stelle si è normalizzato e, sotto la sua scorza populista, si prepara a mettere in opera un’agenda tecnocratica.

La versione originale di questo articolo, pubblicato su queste pagine il 10 marzo, è circolata negli ambienti giornalistici e finanziari europei, fino ad essere citata sul Financial Times, facendo da contraltare alle narrazioni superficiali sulla “minaccia populista” rappresentata dal Movimento Cinque Stelle. L’articolo, pure critico sia nei confronti del movimento che dell’indolenza della borghesia italiana, attirava l’attenzione sul processo di normalizzazione in atto, spingendo nei giorni seguenti taluni intellettuali dell’area macroniana a immaginare un’apertura “dal centro” all’ipotesi di un governo Di Maio.

Dalla sua creazione nel 2009, il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo è divenuto un elemento ineludibile del paesaggio politico italiano. Per alcuni rappresenta il rinnovamento della classe politica attraverso la lotta contro la corruzione; per altri non si tratta che di una setta populista, antiscientifica e antieuropea. In effetti, il linguaggio utilizzato da Beppe Grillo sul suo blog ha potuto evocare delle analogie con il fascismo, ma i suoi deputati e senatori (un battaglione di sconosciuti entrato “per miracolo” in Parlamento nel 2013) si sono spesso fatti notare per la loro mancanza d’esperienza più che per la tendenza autoritaria, per usare un eufemismo: uno di loro denunciò un progetto di impiantamento di chip sottocutanei per controllare la popolazione, un altro affermò l’esistenza delle sirene, altri ancora hanno denunciato complotti visionari.


Se è vero che effettivamente l’Italia è un paese corrotto e che è effettivamente al centro di giochi di pressione geopolitica a causa della sua posizione strategica di testa di ponte sul Mediterraneo, se è altrettanto vero che effettivamente le dinamiche del capitalismo producono oggi più di un grosso disfunzionamento nell’economia italiana, mai il Movimento è sembrato capace di produrre un discorso coerente per interpretare questi fenomeni. È tuttavia riuscito a canalizzare il risentimento di una parte della popolazione italiana, in particolare dei giovani. Canalizzare, d’accordo, ma in cosa? E per conto di chi? Ecco la vera domanda.


Nel 2012 Beppe Grillo affermava con una certa lucidità che grazie al suo movimento in Italia non esisteva un partito come Alba Dorata, l’estrema destra greca; Grillo è stato tuttavia parzialmente contraddetto nel 2018 dal successo della Lega di Matteo Salvini (che propone una deportazione massiva degli immigrati clandestini) e dall’aumento della violenza xenofoba sul territorio. La notizia di un senegalese ucciso a Firenze da un italiano depresso all’indomani dei risultati delle elezioni, saltato fuori direttamente da Lo straniero di Camus, non ha creato molto clamore nell’opinione pubblica di un paese dove certi considerano Grillo “di sinistra” anche se ha difeso nel 2007 l’idea di una “sacralità delle frontiere”. Ma intanto Beppe Grillo ha ridimensionato il suo ruolo e il Movimento è cambiato: per presentarsi alle elezioni legislative del 4 marzo 2018, non soltanto ha scelto un’immagine più rassicurante – quella i Luigi Di Maio, un attivista di 31 anni di Napoli, candidato primo ministro – ma ha anche presentato un programma e una lista di ministri composta da tecnici prossimi al centro-sinistra. Il Movimento dunque sarà sia il partito degli antivaccinisti che quello del culto degli esperti: una contraddizione sostanziale, che però ha una sua coerenza. Di fronte alla narrazione della stampa straniera, ad esempio quella del New York Times che ha descritto come l’Italia abbia fatto la scelta del “caos illiberale”, noi vogliamo proporre una lettura totalmente opposta, anche se non per forza meno inquietante.

Cosa rappresenta il Movimento Cinque Stelle? Dopo una campagna elettorale che ha visto la grande stampa piuttosto indulgente con lui, Di Maio ha ottenuto il 32% dei voti. Il Movimento è il primo partito d’Italia, ma la coalizione dei tre partiti di destra ed estrema destra è arrivata in testa con un totale del 37%. Questo risultato non basta per governare, a meno di colpi di scena (bisogna ricordare che nel 2008 Berlusconi “acquistò” dei senatori…) ma il punto è capire se Di Maio deciderà di spostare le sue posizioni verso destra o verso sinistra; se è più prossimo ai populisti antieuropei della Lega – come credono molti dei suoi avversari e soprattutto molti dei suoi elettori – o se finalmente il partito ha compiuto il suo percorso di normalizzazione. Tutti gli indici puntano verso questa seconda ipotesi, e questa è la ragione per la quale si potrebbe riassumere la parabola del Movimento in una formula che i lettori francesi comprendono facilmente: si è creduto arrivasse Le Pen, si avrà Macron.

V per Vaffanculo

La forza dell’abitudine ci distrae dall’osservazione dei dettagli, ma è proprio un dettaglio sul simbolo del partito di Beppe Grillo che merita di essere analizzato; la grande V rossa che interrompe l’ortografia della parola “moVimento”. Questo simbolo indica una delle prime operazioni del movimento, il Vaffa Day dell’otto maggio 2007, un grande assembramento popolare per esprimere che per una parte della popolazione italiana il vaso era colmo: la corruzione non era più sopportabile. Beppe Grillo si proponeva in tal modo come l’erede radicale di un culto del potere giudiziario che la sinistra italiana, in mancanza di argomenti economici più convincenti, aveva opposto a Silvio Berlusconi negli ultimi quindici anni. Una narrazione semplicistica che eludeva il problema principale della giustizia in Italia, ovvero il fatto che sicuramente la corruzione tocca anche il potere giudiziario, che quindi è tutto fuorché un potere neutro.

La grande V di Vaffanculo, eppure, nella sua tipografia nasconde un altro riferimento: richiama anche la V di V per Vendetta, film americano uscito l’anno precedente e da allora divenuto un vero e proprio simbolo politico. Tratto da un fumetto di ispirazione anarchica firmato da Alan Moore e David Lloyd, il film racconta delle peripezie di un supereroe dentro un mondo totalitario che ricorda molto il nostro: la sua maschera, ispirata dal terrorista cattolico Guy Fawkes, è da allora divenuta il simbolo delle rivolte degli indignati di ogni schieramento, dagli hackers di Anonymous alle Primavere arabe. Una serie di movimenti che hanno per qualche tempo potuto eccitare la sinistra, ma che hanno finito per deluderla, e anche imbarazzarla, quando ci si è resi conto che i primi erano delle spie al servizio del Cremlino e i secondi degli strumenti di destabilizzazione politica funzionali all’ascesa degli estremisti religiosi. Ma questa, sicuramente, non è una coincidenza.

Grillo, che lo si creda o no, fu il primo a richiamare V per Vendetta in un contesto politico. Il film termina con una spettacolare esplosione del Palazzo di Westminster a Londra: questa immagine era la metafora perfetta di quello che Beppe Grillo aveva intenzione di fare con il Parlamento italiano. Poco prima della vittoria del Movimento, nel 2012 dichiarò che intendeva “aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno” una dichiarazione pericolosamente simile all’atteggiamento di Benito Mussolini nel 1922. Ma quel che è più interessante da rimarcare è come la retorica spettacolare di un film hollywoodiano sia potuta filtrare dentro la realtà politica, nutrendo una certa visione effettivamente post-ideologica del potere e del contro-potere. Un puro mito politico forgiato dall’industria culturale americana.


Due anni dopo il successo del primo Vaffa Day fu fondato il Movimento Cinque Stelle. È l’invenzione di un comico televisivo, Beppe Grillo, e del guru di una azienda di consulenza informatica, Gianroberto Casaleggio: un movimento, se si vuole, ma anche un gigantesco progetto di manipolazione del consenso oltre che una vera e propria macchina alimentata a suon di click attraverso una rete di blog pieni di annunci pubblicitari. Dietro il mito, una visione quasi religiosa della tecnologia che dovrà finalmente servire a realizzare il sogno di una vera democrazia diretta: un video inquietante intitolato “Gaia – Il futuro della politica” fa la sintesi di questa visione, e richiama certe visioni escatologiche bannoniane, seppure oggi sia presentato come “per niente rappresentativo delle intenzioni del Movimento Cinque Stelle”. Malgrado questo culto di Internet, tutti i sistemi informatici realizzati dall’azienda di Casaleggio nel corso degli anni per permettere di scegliere direttamente dal proprio computer i candidati e le opzioni politiche si sono rivelati dei fallimenti: scelte manipolate dai “proprietari” del Movimento, problemi informatici, infiltrazioni e soprattutto una democrazia fortemente limitata dalle scelte del leader carismatico… Nessuna delle scelte strategiche è stata lasciata agli attivisti, ma sempre imposta dall’alto. La democrazia diretta è il vero MacGuffin del Movimento Cinque Stelle, quell’elemento narrativo “vuoto di contenuto” che secondo Hitchcock serve a girare un buon thriller.

Più volte, nel corso degli anni, gli osservatori hanno avuto l’impressione che il partito di Grillo fosse un grosso scherzo. L’indice più evidente, o se si vuole il più inquietante, è un video postato il 12 aprile 2012 dove Grillo spiega in modo particolarmente sconnesso una tecnologia per combattere la corruzione sviluppata da Casaleggio con il nome di “SWG4 zip war Airganon”, evidentemente inventato. Il comico, che sembra continuamente sul punto di scoppiare a ridere, accompagna tale video con un testo assolutamente serio. Un anno più tardi, quello delle elezioni legislative del 2013, il suo partito entra in parlamento con il 25% dei voti. Piuttosto grosso, come scherzo.

Dieci gusti al prezzo di uno

Una metafora efficace per definire il Movimento Cinque Stelle è quella del Bombastium. Occorre a questo punto rileggere i classici, e ripercorrere la storia di Paperon de’ Paperoni “Zio Paperone e il tesoro sottozero” firmata da Carl Barks nel 1957. Barks come il papero multimiliardario entri in possesso di una pallina di Bombastium, un elemento misterioso distillato dai servizi segreti di Brutopia, parodia dell’Unione Sovietica. Nel corso delle sue peripezie, da Paperopoli al Polo Nord, Paperone e i suoi piccoli nipoti scoprono che il Bombastium e una sorta di pallina di gelato dalle proprietà straordinarie: ogni volta che la si assaggia ha un gusto differente. Prima di rendersene conto però, i nipoti perderanno molto tempo a litigare sul vero gusto del gelato: fragola? Cioccolato? Vaniglia?

È possibile fare un discorso simile per il Movimento Cinque Stelle. I suoi sostenitori e i suoi nemici assaggiano il suo programma contraddittorio, di sicuro “né di destra né di sinistra”, e ne traggono le conclusioni più disparate: Beppe Grillo è comunista! Beppe Grillo è un nazista! Beppe Grillo è per la decrescita, quindi logicamente per l’austerità! Beppe Grillo è keynesiano perché si ispira al premio Nobel Joseph Stiglitz! Beppe Grillo è contro l’Europa, perché si è associato con Nigel Farage! No, è per l’Europa, dato che ha cancellato dal suo programma certi elementi radicali: la prova, ha tentato di associarsi nel Parlamento Europeo con il liberale Guy Verhofstadt! Chi ha ragione, chi ha torto? Tutti. Poiché l’ideologia di Grillo è come il Bombastium, il suo gusto dipende dai punti di vista.

Questo spiega il suo successo alle urne. Un po’ di sospensione dell’incredulità è sufficiente per trovare dentro il discorso del Movimento Cinque Stelle quello che si vuol trovare. Il liberale troverà una denuncia degli sprechi del potere pubblico e la critica di un sistema fiscale vessatorio. Fragola! Il fascista assaggia una critica radicale del parlamentarismo insieme a un capo carismatico che fa delle espressioni pittoresche come il buon vecchio Mussolini. Cioccolato! L’uomo di sinistra si lascia tentare dal reddito di cittadinanza. Vaniglia! Il cospirazionista troverà tutti i complotti che sogna. Pistacchio! E l’uomo della strada spera solo che il successo di questa nuova forza possa produrre uno choc che risolva, come per magia, i problemi dell’Italia. Questo Bombastium è davvero straordinario: il 25% nel 2012 e il 32% del partito di Grillo è il prodotto dell’aggregazione di domande politiche molto differenti, delle domande in apparenza inconciliabili e contraddittorie. E se tutte queste contraddizioni sono naturalmente destinate a sciogliersi, come il gelato, alla prova di una responsabilità politica, è tuttavia straordinario che esse abbiano potuto resistere insieme all’interno di un medesimo discorso politico. Per coloro che cercano un riferimento un po’ più elevato di un vecchio fumetto, non resta che citare Baldovino di Exeter, arcivescovo di Canterbury dal 1185 al 1190, che parlava di Cristo in questi termini:

Ognuno ne gusta un sapore differente… Poiché egli non ha lo stesso sapore per il penitente e il commerciante, per colui che avanza e per colui che si avvicina alla fine. Non ha lo stesso gusto nella vita attiva e nella vita contemplativa, né per colui che è uso a questo mondo o per colui che non lo è, per il celibe o per l’uomo sposato, per chi distingue giorno da giorno, chi invece li giudica tutti uguali (Rm 14, 5)…

C’è quindi una sorta di teologia politica nel discorso di Beppe Grillo, e oggi in quello dei suoi eredi: i grillini si dividono tra quelli “di lotta” (come Alessandro di Battista, la bestia da circo) e quelli “di governo” (come Luigi di Maio, il politico tranquillo). Il Movimento Cinque Stelle ha sempre giocato sull’ambiguità del suo messaggio, adattandolo in funzione dei contesti e degli interlocutori, passando dal registro dell’ironia a quello delle alte istituzioni, e lasciando ai margini le prese di posizione più imbarazzanti. Grillo ha dunque potuto difendere, nel corso degli ultimi vent’anni, delle ipotesi cospirazioniste sull’AIDS, dei metodi alternativi per guarire il cancro, dei prodotti per poter lavare la biancheria senza sapone (e senza arricchire le multinazionali), così come una stravagante teoria monetaria che ha avuto i suoi momenti di gloria.

Ma ovviamente il linguaggio politico è vago per sua natura, come ha ben mostrato Ernesto Laclau studiando la “ragione populista” che serve ad aggregare domande politiche differenti, e dunque gruppi sociali e interessi di classe differenti. Perciò se si vuole separare la nostra palla di Bombastium da quelli che la preferiscono al pistacchio, non avremo più alcuna palla. Ma se si vuole indirizzare in maniera più vaga a tutti quelli che amano il “buon gelato”, senza fare distinzioni tra i gusti alla frutta e quelli alla crema, possiamo soddisfare tutto l’elettorato. D’altronde, chi non ama il buon gelato? Solo i politici corrotti, di sicuro.

Come nella sua epoca fece l’abate Sieyès attraverso la sua idea di “Nazione”, Grillo ha così costruito dentro il linguaggio una nuova classe sociale, che chiama “Popolo”, composta da tutti coloro che si sentono vittime di un’ingiustizia. E sono numerosi in Italia! Deve dunque tenere all’interno di un solo simbolo, con il grido del Vaffanculo, un universo molto complesso. E’ evidente che non potrà soddisfare tutti: secondo la gradualità e la misura con cui questa ambiguità si preciserà, anche la base degli elettori si scioglierà. Precisamente come il Bombastium nelle mani di Paperon de’ Paperoni.

 

Il candidato

Questa metafora non deve essere completamente assurda se il comico ha dichiarato, all’indomani delle elezioni del marzo 2018, che “il Movimento si può adattare a tutto”. Questo è in qualche modo rassicurante, poiché sottintende una volontà di superare il populismo che ha fatto il successo del Movimento, ma allo stesso tempo profondamente inquietante perché Grillo ci parla di un contenitore senza un vero contenuto. Anche perché il funzionamento del partito è molto opaco: il “marchio” è proprietà di un’azienda privata, la Casaleggio Associati, che decide in tutto e per tutto la linea politica che devono tenere i suoi membri. Come ha mostrato il reportage di Luciano Capone su Il Foglio, quoditiano di centro liberale oggi vicino all’ex primo ministro Matteo Renzi, questa opacità non è poi così lontana da presentare un vizio di incostituzionalità – un dettaglio che non scandalizza troppo nel paese di Silvio Berlusconi, che si è presentato alle elezioni sul podio di una condanna che lo rende ineleggibile.

Il Movimento Cinque Stelle ha passato i mesi prima delle elezioni a rassicurare la borghesia (così come gli investitori stranieri) sulla sua capacità di governare il paese. Si sono dunque osservati dei giornalisti stagionati – in particolare sul Corriere della Sera, il grande quotidiano centrista che si è sempre allineato al potere, da Mussolini a Berlusconi – prendere sul serio il loro programma e trattarli con una certa indulgenza, in previsione di una probabile vittoria. Perché sono stati i poteri consolidati, i “Poteri Forti”, come si dice in Italia, che hanno accompagnato l’ascesa del Movimento.

Al giungere dei risultati delle elezioni, e se si esclude una coalizione “populista” con la Lega che farebbe vacillare l’Euro, la soluzione più naturale sembra dunque quella di un governo con il Partito Democratico di centrosinistra. E’ ciò a cui sembra aprirsi il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella; ed è ciò a cui si prepara Di Maio con la sua lista di ministri, inviati al presidente una settimana prima della vittoria, in modo molto poco istituzionale. Dei commentatori storici della sinistra, come il fondatore del quotidiano La Repubblica Eugenio Scalfari, hanno cambiato la loro posizione sul movimento dichiarando adesso che è possibile scorgere un’alleanza: “Il Movimento Cinque Stelle è ormai il grande partito della sinistra moderna”. Anche gli industriali si sono pronunciati a favore di questa unione: “Il 5 Stelle è un partito democratico che non ci fa paura”. La cosa più difficile resta fare accettare questa umiliazione a Matteo Renzi e al suo Partito Democratico, che ha già pesantemente pagato i suoi anni al governo dentro coalizioni di centro destra. Ma l’alternativa, vale a dire lasciar governare l’estrema destra, è carica di responsabilità. Questo dilemma straziante potrebbe portare a una scissione della sinistra italiana, o addirittura alla sua autodistruzione. Il Movimento Cinque Stelle si vede già pronto a rimpiazzarla.

Attraverso percorsi differenti, è arrivata in Italia la stessa cosa avvenuta in Francia: le due forze maggioritarie di destra e di sinistra sono esplose, e ormai i paesi si ritrovano da un lato una nuova destra neonazionalista e dall’altro un partito che si vuole “né di destra, né di sinistra” e assicura di poter condurre le riforme per modernizzare il paese. Il Movimento Cinque Stelle si è ritrovato dentro questo ruolo, piuttosto sorprendentemente viste le sue origini, scivolando là dove ha trovato un vuoto: questa, dopotutto, è la caratteristica del Bombastium. Resta da capire se non sia l’ennesimo travestimento di questo movimento ambiguo, di cui forse si ignora troppo per poter percepire il rischio maggiore rappresentato dal suo successo. Dietro il sorriso rassicurante di Luigi Di Maio e dietro i suoi monologhi imparati a memoria, si scorge il lavoro dell’equipe addetta alla comunicazione della Casaleggio, guidata da un antico concorrente del Grande Fratello italiano, Rocco Casalino. Il creatore di “memes” Logo comune ha così suggerito attraverso un montaggio video l’analogia tra l’uomo politico napoletano e il protagonista del film “Oltre il giardino” (Being There, 1979), interpretato da Peter Sellers, un ingenuo che grazie a un equivoco riesce a fare una brillante carriera politica.

Sotto la sua scorza populista il Movimento sembra semplicemente prepararsi a mettere in opera un’agenda tecnocratica che possa integrarsi in modo elastico dentro il più ampio governo ordoliberale dello spazio europeo. Il primo obiettivo di Grillo è sempre stato tagliare radicalmente le spese pubbliche. Quanto alla sua posizione sulla questione dell’Euro, essa non ha fatto che cambiare nel corso degli anni; eppure si potrebbe prendere sul serio quella dichiarazione del 2014 secondo la quale la scala nazionale sarebbe obsoleta e l’Italia dovrebbe essere “suddivisa in macro-regioni”, come sostenuto da Gianfranco Miglio. Bisogna anche fare attenzione al modo in cui sono stati presentati alla stampa i potenziali ministri di un potenziale governo, come per esempio l’economista Andrea Roventini: “Andrea vanta un record di pubblicazioni che lo colloca fra il top 10% mondiale degli economisti e il top 5% nazionale. Con lui presentiamo all’Economia tutto ciò che abbiamo sempre desiderato: gioventù, merito, eccellenza scientifica e indipendenza politica”. Un discorso post-ideologico, quindi nei fatti ideologico.
Si può anche commentare come Di Maio concepisca quello che chiama “reddito di cittadinanza”. Questa misura, che ha potuto sedurre i fuggitivi della sinistra oltre che i devoti dello Stato Provvidenziale, soprattutto nell’Italia del Sud dal considerevole tasso di disoccupazione, non è, nella versione del Movimento Cinque Stelle, che una sorta di indennità di disoccupazione che prevede delle condizioni molto strette per poterne usufruire, come l’obbligo per chi cerca lavoro di accettare il terzo posto che gli verrà proposto, ovunque in Italia, poiché la base di ricerca di lavoro sarà nazionale. Il miracolo politico di Luigi Di Maio sarà riuscire a imporre una tale riforma, in linea con la legislazione europea spesso criticata dai partiti di sinistra (Harz IV, riforma Macron, quindi flexsecurity o workfare), sotto l’apparenza di una misura popolare e populista. Volere smantellare il servizio pubblico sotto il pretesto di rimpiazzarlo attraverso un reddito universale – “Nostro obiettivo di lungo termine è di superare il sistema attuale di sicurezza sociale” – come nella visione di Milton Friedman. Chapeau!

Stiamo assistendo a una macronizzazione di Beppe Grillo? Il Movimento Cinque Stelle oggi non è né un partito di estrema sinistra né un partito di estrema destra: è, in qualche modo, l’erede della Democrazia Cristiana nell’era di Internet. Luigi di Maio l’ha ripetuto ancora all’indomani delle elezioni: “Noi non siamo né di destra, né di sinistra”. Il giornalista Gianni Riotta ha osservato come uno dei mentori di Beppe Grillo potrebbe essere l’ex ministro Enzo Scotti, conosciuto per la sua agilità nell’arte del trasformismo all’interno della vecchia DC, e che il Movimento potrebbe subire l’influenza di lobby associate a quel partito politico che ha governato per cinquant’anni il paese adottando talvolta posizioni di destra e talvolta posizioni di sinistra, se necessario fascise o addirittura socialiste quando si trattava di far passare le riforme che hanno reso l’Italia una socialdemocrazia compiuta, talvolta tecnocratiche e talvolta populiste. Se Luigi Di Maio riuscirà a trovare un accordo con il Partito Democratico e se i dirigenti (pardon, i proprietari) del Movimento riusciranno a far tacere le voci più radicali, la macronizzazione sarà completa. E il Movimento Cinque Stelle forse riuscirà, senza che nessuno se ne accorga, a far passare “le riforme che l’Italia attende da anni”, per citare un leimotiv ricorrente nel dibattito italiano. E’ la scommessa che tenta la borghesia italiana, ormai convinta che il Movimento condivida i suoi interessi attraverso la mediazione di qualche Deus ex machina provvidenziale che lavora nell’ombra della Casaleggio Associati. C’è del rischio, ma la scommessa non è totalmente assurda.

Il problema del populismo non sarà risolto: si sposterà da qualche altra parte, e dopo aver subito una tale inflazione di linguaggio, rischia di divenire ancora più potente. Le code pervenute agli uffici delle amministrazioni fiscali per richiamare il reddito di cittadinanza all’indomani delle elezioni, benché aneddotiche, annunciano l’amara disillusione che verrà. C’è la Lega di Matteo Salvini che potrà ottenere dei risultati ancora più importanti e paradossalmente trasformare il Movimento nel partito del “voto utile” dei moderati. In maniera ancor più generale, gli errori del partito conservatore inglese che hanno portato alla Brexit dovranno mettere in guardia chiunque crederà di saper maneggiare il fuoco del risentimento senza subirne presto o tardi le conseguenze.

Una Morale

La Storia ricorda la tragedia di Edipo, dove ciò che doveva accadere accade esattamente perché lavoriamo in modo che non accada. Nel 1774, il re Luigi XVI nominò Robert Jacques Turgot ministro delle finanze con la missione di realizzare le riforme necessarie per rianimare l’economia francese. Il ministro liberalizzò il commercio del grano, ma quell’anno la raccolta andò talmente male che, invece di far abbassare i prezzi, provocò una forte speculazione e delle carestie localizzate. Il popolo si rivoltò scatenando la cosiddetta « Guerra delle farine ». La riforma fu ritirata. Nel corso degli anni, molte teorie cospirazioniste fiorirono attorno a quel tentativo di riforma e sui suoi obiettivi inconfessati, e sul medesimo tessuto di paranoia, alimentato dall’aristocrazia contro il potere dei “tecnocrati” parigini, che una quindicina di anni più tardi – nel 1789 – il popolo si rivoltò nuovamente in seguito a un’altra carestia: in tal mondo il popolo affamato portò al potere una classe politica che realizzò precisamente le idee dei tecnocrati, vale a dire una vasta politica di riforme. La prima misura adottata dai “populisti”, un mese dopo la presa della Bastiglia, fu precisamente la liberalizzazione del mercato del grano. Per una strada o per l’altra, la storia seguì il suo corso. Ciascuno ne trarrà la morale che preferisce.  

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